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Saverio Bettinelli
Lettere Virgiliane Lettere Inglesi e Mia Vita Letteraria

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  • LETTERE SOPRA VARI ARGOMENTI DI LETTERATURA SCRITTE DA UN INGLESE AD UN VENEZIANO (1766)
    • LETTERA UNDECIMA
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LETTERA UNDECIMA

Ma voi mi volete fare intisichire, con la serietà di un commercio da letterato, e con farmi il difensore e disputatore della critica italiana. Vi mando in vece un libro nuovo venutomi alle mani, e stampato a Parigi non è molto, il qual mi pare assai a proposito e giovevole al nostro intento di far ravvedere i pregiudicati italiani. Esso è una Nuova Cucina Francese pel corpo insieme e per lo spirito101, poiché, con certi alimenti e sughi ed estratti e salse nuove, forma dei piatti e delle vivande che allo stomaco, al chilo, al sangue, e quindi al temperamento, trasmettono spiriti e sostanze e disposizioni a questa e a quella scienza o letteratura più adatte. Con ciò si fanno dei letterati colla sola tavola così imbandita, in cui v’ha de’ cibi per ogni sorta di professione, e si per la bocca una educazione e una scuola compiuta in ogni genere. Delle salse, che fanno un politico, delle zuppe, che fanno uno storico, de’ manicaretti, per far de’ buoni oratori, de’ poeti, e così il resto. Voi potreste mettere in pregio questo sistema in Italia, per abbreviare la conversione de’ vostri danteschi o cinquecentisti, dando loro a mangiare de’ buoni pasticci d’estratti di Bousset, di Bourdaloue, di Massillon, o dei brodi forzati a bere colla sostanza d’Orazio, di Virgilio, e anche di Cornelio e di Molière, per correggere la massa indigesta che loro han lasciata tanti pudding102 del Trecento, o del Cinquecento. Io vorrei invitare a pranzo principalmente i signori precettisti di poesia e d’oratoria, che sono i più mal nodriti, e che danno un pessimo nodrimento alla nazione e agl’ingegni. Essi voglion far de’ poeti e degli oratori, senza esser puntooratoripoeti, come se si potesse esser buon cuoco senza neppur assaggiar del piatto e della vivanda che si vuol far mangiare. Oh m’è sempre paruto pur tanto ridicolo questo contraddittorio! È vero che Orazio, Pope, Boileau (lascio Menzini e tal altro, perché mi piace citar gli eccellenti) han fatti poemi di precetti poetici. Ma essi appunto doveano ciò fare, essi maestri dell’arte, che col precetto danno l’esempio, e siedono a mensa con voi e con voi mangian del cibo che v’hanno apprestato. Ma fra tanti, principalmente italiani, che han fatti de’ tomi di precetti per dar precetti, e han preteso crear de’ poeti standosi in cattedra, perché mai non si trova un poeta di pregio, che abbia prima se stesso creato? Mi fe’ stupore a Milano103 il vedere sette gran tomi, tutti di questo gusto, stampati di fresco, e seppi essere d’uomo dotto e di merito veramente. Io credei che quest’uomo avesse impiegata tutta la vita giovanile a far poesie, e dimandai dei suoi versi. Mi fu risposto che nulla era rimasto di lui, fuorché per avventura in qualche raccolta, e poi seppi che avea già fatta una tragedia104  subito dimenticata, lunga ben quattro volte più che le ordinarie, perché l’avea fatta secondo tutte le regole talché nessuna mancasse. Oh vedete come un maestro universal di precetti avea ignorato il più necessario, ch’è quel di fare non inutil fatica! E mi sovvenne l’abate d’Aubignac105. Udiste voi parlar di colui che avea fatta, in Roma, la bella macchina per muover le guglie, la qual non ebbe altro difetto se non che ella non potea trasportarsi, ond’era bisogno portar le guglie alla macchina per farle alzare? Eccovi i vostri precettisti, tante macchine motrici che sono immobili. Eppur dan legge, fissano il gusto, fan tremare i liberi ingegni, e tiranneggian le sétte che fanno. Non ho io ragione, amico? Il maggior male che nell’Italia si faccia alla vostra letteratura, vien dai medesimi letterati e dai maestri dell’arte o veri o pretesi, i quali, avendo in lor gioventù preso un gusto, una maniera, la sostengono e la tramandano, sicché diviene un fide-commisso delle provincie, e guai chi vuol pensare diversamente da loro. Quindi il petrarchesco e gli altri partiti sono da tanto tempo i tirannici dominatori del comporre italiano. Esaminate le vostre città, e troverete s’io dico il vero. Ho conosciuto nella Marca un vecchio signore, che già stampò dei cattivi versi in latino e in volgare secondo tutti i precetti, e fin d’allora si credette autor classico, lo credé seco la sua famiglia, il giurò la pareantela, e divenne il test106 delle lettere. Egli avea fatto tanto, a forza di studi, che avea inviscerati i due pregiudizi de’ quali abbiamo parlato, non potendo soffrire un libro che non fosse antico e classico e secondo i precetti e non fosse legato all’antica, sicché le assi in vece di cartoni e il grosso cuoio in vece del marocchino decidevano presso lui della bontà dell’opere, né ammettendo in sua casa, sotto pena di sua disgrazia, un libro straniero, e facendolo bruciare se era francese. Egli era capo d’un’accademia, nella quale leggevasi, quand’io passai per colà, lItalia liberata del Trissino della prima stampa con gli ε107 e gli ω, che tutti udivano con gli occhi chiusi e immobilmente. Vi giuro che mi parve entrare nell’assemblea de’ Tremolanti108 quando fanno loro sermone. Ma cambiossi la mia sensazione dopo esservi stato alcun poco, e mi fece l’effetto medesimo che avea provato in mia gioventù, quando fui nel palagio di ghiaccio109 a Petersburgo, di che mi ricordo che v’ho parlato a lungo in Venezia, vedendovi assai curioso di quella strana invenzion moscovita. Oh che le vostre accademie d’Italia farian figura tra i russi! E quante case di ghiaccio avete voi mai, benché in climatemperato e sì dolce! E tutte queste, e da per tutto, non hanno altri codici del buon gusto fuorché i precettisti della poesia, il che parmi appunto come se, a giudicare d’una bella pittura e a gustarne le grazie e il sapore, si ricorresse a’ macinator di colori.

E quindi niente è buono che antico non sia e da quei pedanti per legittimo avuto e dalle lor leggi convalidato. Quante volte non ho io udito, in Italia principalmente, da tal gente d’accademia spregiare altamente il povero Metastasio, perché non è petrarchesco o dantesco! Non poteano negare che la sua poesia non fosse la delizia della nazione, e che la nazione generalmente non fosse a lui obbligata di molto per averle fatto sentire il piacer della poesia, che pareva serbato ai soli studiosi sinché regnarono i gusti del Cinquecento e del Trecento, e ben potrebbe applicarsi a voi altri il bel detto dell’illustre d’Alembert nella Vita del Montesquieu: «guai all’opere dell’arte, la bellezza delle quali non piace fuor che agli artisti», la qual disgrazialatini, né greci, né altre nazioni conobbero, essendo stata la poesia un’arte fondata nella natura e dipendente dal sentimento, ch’è comune all’uomo, come la musica, la pittura, e la danza. Se il cuor non è mosso, se l’orecchio non è lusingato, se l’occhio non trova rassomiglianza tra l’imitazion del pittore e la figura originale, ognun che ha cuore naturalmente sensibile, orecchio naturalmente armonico, occhio naturalmente giusto, può giudicare, senza appellarsi ai precetti e precettori; il che non avviene nelle scienze, che si fondano su i dogmi, non su i sensi, e bisogna essere introdotto nei loro misteri per poterne far buon giudicio.

Ma niuno di questi signori accademici m’intendea, dicendo io di queste cose per altro sì note e sì vere. Tanto peggio per Metastasio, s’è letto da tutte le persone ancorché solo mediocremente coltivate in qualche lettura gentile, se muove, se resta nella memoria e nel cuore, se si recita e canta. Oh povera Italia, secolo iniquo! Le antiche canzoni e ballate con que’ sì dotti comenti vanno in ruina, mentre si prende gusto a queste senza comenti, senza nobili oscurità ed asprezze, come quella sì detestabile Grazie all’inganni tuoi, o quella Sul desco preparato, o quella Già siede primavera, che si legge, si gusta, si canta, si recita insin dalle donne più amabili; e questi barbari, Metastasio, Frugoni, Rolli ed altri tali, prendono il luogo dei Cini da Pistoia, dei frati Iacoponi, e di tutti i petrarcheschi, che si gustavano solo nel santuario e tra le cortine misteriose de’ sacerdoti e di qualche grave diaconessa e sibilla dell’Apollo toscano. Non vedete che scandalo, conchiusi io spesso tra i lor lamenti, invece delle scarpe quadre, de’ barrolé, delle parrucche alla delfina, andar così leggermente e comodamente vestiti e calzati, come facciamo in oggi?

Ma parliamo in sul serio: spiegatemi, ve ne prego, le cagioni di queste follìe singolari. Dovrete dire ancor voi, che tutto nasce dall’amor proprio pregiudicato e cieco, dall’amor falso dell’antichità e delle cose patrie insieme. I toscani v’han sottomessi, e voi veneti e voi lombardi v’avete preso il giogo tanto bene, che vi gloriate della schiavitù e ve ne compiacete. Ma spiegatemi un poco onde mai venga, che le accademie intere, i gran maestri della poetica anche toscani, tengano il Tasso in pregio di classico, e lo difendano come impeccabile in ogni punto, e trovino il suo stile perfetto, il suo poema eccellente, benché sia tutto opposto e in tutto allo stile di Dante, al poema di Dante, al gusto di Dante. So bene, che quando era moderno ebbe anch’esso a patir da’ danteschi, e dagli ariosteschi eziandio, gran percosse, e che finalmente il tempo lo ha salvato, come salverà certo i Frugoni e i loro coetanei illustri dall’invidia degli emoli e dei pedanti. Ma perché, torno a dire, perché poi si passa col tempo alla superstizione dopo la guerra, e all’adorazione dopo il disprezzo? Perché vorranno gl’italiani accecarsi oggi, per non veder quelle macchie neppure che già furon nuvole, e vorranno rendere eterni e fatali ai seguaci di lui tanti errori che furono fulminati sin di scomuniche? Non sarìa meglio prender la via di mezzo, e, nel lodar le bellezze, far vedere le deformità, perché i giovani le sfuggissero?

Chi può giustificare quel mago Ismeno maomettano, che porta l’immagine di Maria dentro d’una moschea per difesa de’ turchi? Non è questo un violar le leggi più rigide dell’Alcorano, come sarebbe tra noi cristiani mettere a nostro aiuto nella chiesa una coda di cavallo, ch’è lo stendardo dei turchi? Il mago adopra i suoi incantesimi su quella immagine per farla amica del turco contro a’ cristiani. Che profanazione e che inverisimiglianza è mai questa, in un poema cristiano! Un sì bel ritrovato produce la disgrazia d’Olindo e di Sofronia, e questo è un episodio pieno di bellezze poetiche, ma pieno ancor di difetto, perché è un pezzo isolato, non legato cogli altri, fuori d’architettura, quindi inutile all’edifizio del poema, in cui non se ne parla mai più. Manco male, però. Peggio assai sta la fabbrica per que’ pezzi d’architettura, che minaccian rovina, e sfasciano tutta la macchina per una non sol disproporzione, ma opposizione al tutto. Come mai un uomo allevato nella fede cristiana e prevenutofortemente contro l’idolatria dalla sua religione può veder senza nausea dieci principi cristiani trasmutati in pesci da Armida, per incanto e per poter de’ suoi demoni? Ha imitato le metamorfosi di Circe, è vero, ma il poeta, il poema, i lettori, sono cristiani. E il mago cristiano che libera Rinaldo dai maghi munsulmani? Che ne dite? La forza divina ch’è nella vera fede, non è ella schernita, in mezzo alle magìe ch’ella detesta, ch’ella distrugge e fa tornar vane? Lascio le canzonette che canta il pappagallo, e lascio le altre minori, che veramente deformanobella poesia. Ma ci vuol altro che allegorie per giustificarle. Buon giudizio vi vuole per non cadervi, e per saper dire ai giovani che il Tasso è grand’uomo, e che molto più devon temere i suoi difetti que’ che non sono grand’uomini. Oh se Omero, Virgilio, e Tasso non aveano quello stile, guai alla lor fama! Avvicinate gli antichi tanto adorati, e ditemi qual differenza trovate tra la verga magica dell’Ariosto, codraghi, cogiganti suoi, e quella d’Omero coi lestrigoni ed i ciclopi, tra le arpie di Virgilio, e l’ippogrifo, tra le foglie dell’albero cambiate in vascelli, e i vascelli cambiati in ninfe, tra i parlanti tripodi e la grotta di Merlino, ecc. Andiam dunque adagio prima di condannare tutti i moderni.

Noi condanniamo più francamente Milton, appunto perché più lo stimiamo, e perché più facilmente può corrompere il buon gusto e l’idee della gioventù. Egli è caduto come il Tasso, mescolando il sacro e il profano, l’idolatria e l’Evangelio, la favola e il cristianesimo. Ma nella stravaganza ha superato il Tasso: il gran palagio ch’ei fabbrica ai diavoli d’ordine dorico e con la cupola d’oro è sì stravagante pensiero, che nol può vincere se non quell’altro, più stravagante, di fare il popolo de’ demoni pigmeo, perché possa capire in quel palazzo, come se gli mancassero materiali per farlo più grande e capace di tutto l’inferno nobile insieme e plebeo. Le dispute della Morte e di Satanasso, il ponte fabbricato dalla Morte e dal Peccato, il paradiso dei pazzi, san Pietro alla picciola porta del cielo; e, più di tutto, la guerra degli Angioli, che strappano boschi e montagne per fracassare i nemici con esse; l’artiglieria scaricata a cannonare un esercito di spiriti; son cose veramente più atte ad una burlesca poesia, che a una tanto sublime, quanto un sì grave poema richiede. Io le condanno apertamente, benché inglese, e le condanna meco la nazione, quantunque uomini di gran credito abbiano assottigliato l’ingegno per giustificarle, come fecero il signor Addisson e il conte di Roscomon, che son ben due cervelli e ben altri campioni che codesti vostri difensori del Tasso o di Dante. Ma non essi per tutto questo né altri mai faran divenir buon ciò che è contro ragione e buon gusto. Almen, però, noi non abbiamo chiamate le allegorie in aiuto, come i vostri per Dante principalmente, pel Tasso, pel Marini: che è, credetemi, l’invenzione la più puerile e la più ridicola che possa darsi in capo umano; e, se alcuno dei nostri l’ha fatto (perché, chi può farsi mallevadore di tante teste?) almen siate certo, che sarà eternamente ridicolo tra noi. Mi sembran, tutti costoro, niente men pazzi di quel buon prete110 fiammingo (emulo del padre Arduino111) che trovò nell’Iliade d’Omero tutta la religione cristiana, nel sacco di Troia la distruzione di Gerusalemme, e poi, passo passo, la decadenza del clero, gli errori degli eretici, e la venuta dell’Anticristo, e, perché non amava punto gli olandesi e i luterani, vide quelli rappresentati nelle arpie, questi nei lotofagi. Ma tre autori del partito contrario, due anglicani e uno olandese, non vollero cedere questa gloria a un cattolico, e quelli han veduto nelle guerre della Iliade quelle del popolo d’Israele contro de’ cananei, raccontate sotto nome d’eroi greci e trasportate di Palestina in Frigia; il terzo112 ha trovato nell’Odissea, correndo a traverso di tanti mari con Ulisse, il viaggio degl’israeliti pel deserto. Non è egli questo il ritratto dei vostri allegorici comentatori, e delle lor misteriose visioni e indovinamenti sopra Dante e sopra il Tasso? Il piacevol si è, che, come i vostri per la Divina Commedia e per la Gerusalemme, così quelli per Omero, han profusa l’erudizione e il sapere entro i lor sogni e deliri. Dante merita scusa dell’essersi lasciato portare nell’allegorico dalla sua fervida immaginazione, in un tempo che assai pregiavasi il misterioso, perché non sapeansi trovar le bellezze della natura e giustamente imitarle, per cagion della lingua ancor rozza e del gusto non depurato, onde tanti vi furono, di quei tempi, scrittori di simboli e di allusioni, anche fuori di poesia. Ma Dante, almeno, sapea quel che volea dire, e mirava a grandi obbietti: velando così la morale filosofia ed inoltre la teologia rivelata, le tradizioni, le scritture, infin tutte le scienze abbracciò e fuse nella profondità di una sublime immaginazione, il tutto avvivando, dipingendo, e rivestendo di quadri, d’immagini, di pensieri nati in lui solo, da lui creati, e dalle sue forze sole sovranamente maneggiati. Oh, dice pur bene quel vostro scrittore nominato più sopra113, quando fa sospettare a Virgilio e ad Omero che Dante gli avrebbe superati, se fosse stato a’ miglior tempi! Ma di lui voglio scrivervi più a lungo, e in una lettera dimostrarvi la stima che ho delle gran doti dell’uomo e del poeta, malgrado le deformità del poema e dello stile. E che direte, vedendo il censore di Dante trovar pregi e bellezze, che non videro i suoi adoratori? Ma certo non le videro i suoi comentatori visionari e peripatetici, che piuttosto lo avvilirono, attribuendo a lui le loro puerili immaginazioni. Appunto, amico, vorrei sapere se é ancora uscita quell’opera, in cui affaticavano i più grandi intelletti d’una intiera accademia, sopra quel problema importante a lei proposto: «Per qual cagione il Petrarca, nella prima parte delle rime, parlando a Laura vivente, usi del voi, e nella seconda parte, a Laura morta, usi del tu». Gran dispute vi trovai e grande aspettazione, essendo il quesito nuovo, e, in tre secoli e più, non avendo alcuno fatta la tanto bella scoperta.

Ma sono stanco, e voi lo sarete più di me. Mi son lasciato portare qua e più del dovere. Conchiudo come ho cominciato (per dare un’aria di unità a queste ciance) che tutti costoro sono gente senz’anima, e pubblici avvelenatori delle buone lettere, e sopra tutti i precettisti. Le poetiche come l’arti rettoriche sono puerilità e ciarlatanerie, appunto come lo è la scolastica rimpetto alla buona filosofia. Quintiliano e i più illustri suoi pari hanno scritto per lussuria di stile e di dottrina, e non hanno mai creduto sinceramente di poter fare un oratore colla loro meccanica istituzione, se intendevano cosa fosse oratore, che solo dalla natura può esser fatto, come il poeta, e perfezionato dallo studio del cuore umano, dalla imitazione de’ grandi esemplari e da pochissime regole fondamentali, che servono piuttosto a mostrare gli scogli per evitargli, che non la via da corrersi; talché Omero, Dante, Milton e i loro pari, avrebbono forse fuggito qualche fallo se avessero letti i precetti, ma certamente non avrebbono i precetti tutti insieme fatto lor fare un solo dei bei tratti e sublimi de’ lor poemi. Le regole, in poesia e in oratoria, servono come i cannocchiali, cioè non servono fuor che a coloro che han buona vista. Se alcuno può dare utilmente tai regole, egli è l’uom di talento felice, e nato a quell’arte che insegna. Ora un tal uomo vuol piuttosto creare che scalpellare, che discutere, che pedanteggiare, vuole ed anzi è rapito a volare ove l’estro lo chiama e l’ardor lo trasporta; e per questo avviene che un buon poeta non fa dei precetti, ma dei versi, e chi fa dei precetti fa dei cattivi versi, come son pronto a provare col fatto, se ne foste curioso. Raffaello e Tiziano, Farinello e Buranello, Moliere e Metastasio, Bossuet e Marco Tullio non han fatto precetti, ma, volendo pur talun d’essi insegnar l’arte loro, quanto si può, han lasciato piuttosto esempi che precetti, come si vede nell’Oratore e nei Chiari Oratori di Cicerone, come negli Esami di Cornelio, come nella Vita di Lemene, e in altri tali. Con tutto ciò, siamo obbligati agli autori più antichi delle poetiche e delle rettoriche, se volete, come a quelli che scavano la terra con gran fatica, affin di scoprir l’oro delle miniere che altri poi prende e lavora. Ma le nuove poetiche o rettoriche, ricopiate e ricucite e riscaldate, non han neppure questo pregio.

Andrei certo in infinito su questo argomento. Ma mi piace assai non somigliar nemmeno in questo ai presenti maestri, de’ quali parliamo. La brevità e la varietà piace a voi pure, con la libertà sopra tutto, che quei crudeli odiano tanto e distruggono barbaramente con le lor leggi, con la schiavitù, con la superstizione, «la qual nasce», dice un mio amico, «dall’ignoranza, e la riproduce». Povera Italia, quando sarai tu sgombra di questi nuovi barbari, quando verrà per te il Giulio II della letteratura114?.

Vi scriverò delle lettere sui vari abusi introdotti in Italia da costoro, o per cagion di costoro. Una sulla poesia bernesca, un’altra su i predicatori, un’altra sulla filosofia, sull’educazione, e su altri capi già toccati dal nuovo Virgilio con man tremante e con politica italiana, ma che io svolgerò con mano libera e inglese. Tra le prime, ve ne scriverò una sulla rima, essendomi un trovato qui in Londra con un vostro venturiere letterato, che sprezza altamente i versi sciolti, che ho veduti dai più illustri d’Italia e più saggi aversi in pregio, ed ama tanto la rima, che ha stampate gran traduzioni non solo in rima, ma in rime martelliane; egli è ben ardito, a me pare, o ignorante, se vuol far fronte, o se non sa il sentimento del Tasso, del Maffei, del Conti e di tanti altri. Gli ho dato in tanto a vedere, nel discorso del Conti115 Sulla Poesia italiana, quel poco che ivi si accenna in tal proposito, e aspetto di sapere da lui, che possa rispondersi a tali autorità e ragioni. Poi gli darò a leggere il saggio del conte Algarotti116, ancor più bello e più calzante. Ma una lettera sopra tutto di mio genio sarà quella che dee trattare dell’istoria delle scienze e dell’arti in Italia117. E che vi pensate, ch’io solamente sia e sempre un buontempone? Voglio anch’io farla da letterato. La nascita, la perfezione, la decadenza, saranno i tre punti del mio discorso sopra la vostra letteratura. Voi sapete che ho raccolti dei libri e delle memorie curiose su ciò, nei miei viaggi. Ma nondimeno avrò bisogno di nuovi lumi da voi. Se non altro, vi metterò voglia di finire il mio abbozzo, e l’Italia ben merita un libro su tale argomento. Un inglese avrà il merito d’aver mostrata la via. E chi sa che dietro la storia e le epoche e le vicende delle lettere noi non troviamo delle osservazioni, dei raziocini, de’ computi, per far qualche sistema un po’ fondato sopra la metafisica dell’ingegno! Così i buoni filosofi, tenendo dietro ai fenomeni e agli esperimenti della storia naturale, procurano di venire, alla fine, ad un qualche sistema regolato sopra le leggi generali della natura. L’Italia letterata è il solo paese da cui si ponno trarre le provvisioni necessarie alla mia fabbrica, perché voi altri avete già cinque secoli, nei quali poter seguire il viaggio degli studi e de’ gusti, mentre i francesi appena n’han due, noi altrettanto, e i tedeschi meno. Siamo cadetti tutti e nobiltà nuova, in paragone degl’italiani. Addio.

Nota 1. Conti, Discorso della Poesia italiana. «Di un’altra cosa si accorse il Tasso, come disse nelle sue lettere, ed è che la rima, artifizio troppo ricercato, per non dir barbaro, non conviene alla dignità dell’epica poesia, e che vero strumento è il verso sciolto inventato dal Trissino, sebben da lui, come bene osserva il signor marchese Maffei nella sua traduzione d’Omero, non perfezionato, come poi cominciò a fare il Rucellai nelle sue Api, il Caro nella traduzione dell’Eneida, e ultimamente il Marchetti nella traduzione di Lucrezio. Il signor marchese Maffei con ragione osserva che i nostri epici italiani, non cedendo nulla a’ greci e a’ latini nell’invenzione, nell’acume, ne’ caratteri, ne’ colori ed ornamenti, se non sono ancora arrivati a dare un poema epico qual’è nel suo genere Virgilio, non può ascriversi certamente ciò che al difetto dello strumento.

La rima in un componimento piccolo può sostenersi ad adequare l’idea; ma in un poema lungo non è possibile ritrovar tante voci simili nelle desinenze, quante sono le combinazioni delle idee e le variazioni che posson farsi per esprimer tante cose diverse, e, se non v’ha riuscito né l’Ariosto, né il Tasso, e prima di loro Dante, l’uno e l’altro de’ quali, secondo l’espressione dello stesso Torquato, calano sovente le brache, non so chi possa riuscirvi. Il Tasso l’ha tentato, e, per sostenersi troppo, s’accusa d’uniformità nelle cadenze e nelle cesure de’ versi; il che certamente non gli accade nelle sei giornate del Mondo creato, dove l’eloquenza poetica è spaziosa e varia, e l’erudisce delle più belle idee della filosofia e della fisica nota a’ tempi di Torquato. Leggendo de’ versi così maestosi, si ha soggetto di lagnarsi che il Tasso non conoscesse della storia naturale quello che s’è scoperto nel secolo seguente».

 

Nota 2. Io v’ho parlato del Tasso e de’ suoi falli, ma molto ancora potrei dirvi di que’ dell’Ariosto, ed anche dello stil suo, benché preferito in Italia da molti a quel del Tasso, per la naturalezza, facilità ed eleganza, sopra la quale ho assai consultati i letterati italiani, perché un inglese difficilmente può giudicarne. Un d’essi, che avea fatto un paragone minuto tra l’uno e l’altro, mi confessò poi che le querele di Bradamante, per esempio, rispetto al suo Ruggero son piene d’affettazione, sentendola propor casi di coscienza, sottilizzare su la gelosia e l’amor tradito, trattarne il pro e il contro, e decidere con entimemi e sillogismi, più degni d’una scuola scolastica o tomistica che d’un poema. Che peccato, dicea quest’amico, che cominciasse l’Ariosto con l’idea di seguir e finire lOrlando innamorato del Boiardo, per dar trattenimento alla corte di Ferrara dopo la morte di lui! quindi prese il cattivo gusto del suo predecessore in molte cose, non ebbe in mira di far un suo poema, e pensò tardi a grande e proprio lavoro. Ma queste difese somigliano un poco a quelle fatte per Dante, di cui vi parlai altra volta118.




101 Forse è una finzione capricciosa dell'inglese, un tal libro.



102 Specie di polpetone inglese: ve n'ha di cento maniere diverse, ma sempre è pesante come certe poesie.



103 Istoria e Ragione d'ogni Poesia, dell'abbate Quadrio.



104 L'Altamene, che i Bolognesi dissero il Tumivieni.



105 Autor del libro Il Teatro. Il gran Condé, dopo avere udita una sua tragedia, disse: — Io lodo molto l'abate di aver sì bene adempiute tutte le regole d'Aristotele, ma biasimo molto Aristotele per aver fatta fare all'abate una sì cattiva tragedia. —



106 Test: giuramento stabilito dal parlamento di Londra contro il papato e la transustanziazione, e ha forza di legge fondamentale.



107 Fu capriccio del Trissino d'introdurre nel nostro scrivere gli epsilon e gli omega greci, per certe ragioni insussistenti.



108 Detta altrimenti Quakers, che uffiziano a testa coperta, con gran serietà e raccoglimento esteriore. Anche questo è ideale, benché si trovino tali accademie in ogni paese, e nelle commedie dell'Antiquario del signor Goldoni che imitò Molière, e in cent'altri.



109 Nel 1740, l'accademia di Petersburgo alzò un gran palagio di quadroni di ghiaccio tratti dal fiume e segati, e con acqua gittatavi sopra invece di calcina ben collegati, nel quale accolsero la Sovrana e la Corte a una pubblica festa, avendolo magnificamente ammobigliato. Vi furono salve di cannoni pur di ghiaccio, i quali, provati poi a palla, passavano un'asse grossa due pollici in distanza di 60 passi.



110 Giacomo Ugone.



111 Che giudicò l’Eneide opera di monaci, e allusiva all'Evangelio.



112 Gerardo Graezio, ministro olandese.



113 Lettera seconda.



114 Celebre è nelle storie il suo zelo per cacciar fuora d'Italia i dominatori stranieri.



115 Vedi il discorso dell'abate Conti, riportato alla Nota prima in piè della lettera.



116 Saggio sopra la rima. Opere varie, tomo 2.



117 Vedi Entusiasmo, Risorgimento d'Italia, ecc..



118 Anche questa nota par più moderna.






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