Ma voi mi volete fare intisichire, con la serietà
di un commercio da letterato, e con farmi il difensore e disputatore della
critica italiana. Vi mando in vece un libro nuovo venutomi alle mani, e
stampato a Parigi non è molto, il qual mi pare assai a proposito e giovevole al
nostro intento di far ravvedere i pregiudicati italiani. Esso è una Nuova
Cucina Francese pel corpo insieme e per lo spirito101, poiché, con
certi alimenti e sughi ed estratti e salse nuove, forma dei piatti e delle
vivande che allo stomaco, al chilo, al sangue, e quindi al temperamento,
trasmettono spiriti e sostanze e disposizioni a questa e a quella scienza o
letteratura più adatte. Con ciò si fanno dei letterati colla sola tavola così imbandita,
in cui v’ha de’ cibi per ogni sorta di professione, e si dà per la bocca una
educazione e una scuola compiuta in ogni genere. Delle salse, che fanno un
politico, delle zuppe, che fanno uno storico, de’ manicaretti, per far de’
buoni oratori, de’ poeti, e così il resto. Voi potreste mettere in pregio
questo sistema in Italia, per abbreviare la conversione de’ vostri danteschi o
cinquecentisti, dando loro a mangiare de’ buoni pasticci d’estratti di Bousset,
di Bourdaloue, di Massillon, o dei brodi forzati a bere colla sostanza
d’Orazio, di Virgilio, e anche di Cornelio e di Molière, per correggere la
massa indigesta che loro han lasciata tanti pudding102 del
Trecento, o del Cinquecento. Io vorrei invitare a pranzo principalmente i
signori precettisti di poesia e d’oratoria, che sono i più mal nodriti, e che
danno un pessimo nodrimento alla nazione e agl’ingegni. Essi voglion far de’
poeti e degli oratori, senza esser punto né oratori né poeti, come se si
potesse esser buon cuoco senza neppur assaggiar del piatto e della vivanda che
si vuol far mangiare. Oh m’è sempre paruto pur tanto ridicolo questo
contraddittorio! È vero che Orazio, Pope, Boileau (lascio Menzini e tal altro,
perché mi piace citar gli eccellenti) han fatti poemi di precetti poetici. Ma
essi appunto doveano ciò fare, essi maestri dell’arte, che col precetto danno
l’esempio, e siedono a mensa con voi e con voi mangian del cibo che v’hanno
apprestato. Ma fra tanti, principalmente italiani, che han fatti de’ tomi di
precetti per dar precetti, e han preteso crear de’ poeti standosi in cattedra,
perché mai non si trova un poeta di pregio, che abbia prima se stesso creato?
Mi fe’ stupore a Milano103 il vedere sette gran tomi, tutti di questo
gusto, stampati di fresco, e seppi essere d’uomo dotto e di merito veramente.
Io credei che quest’uomo avesse impiegata tutta la vita giovanile a far poesie,
e dimandai dei suoi versi. Mi fu risposto che nulla era rimasto di lui, fuorché
per avventura in qualche raccolta, e poi seppi che avea già fatta una
tragedia104 subito dimenticata,
lunga ben quattro volte più che le ordinarie, perché l’avea fatta secondo tutte
le regole talché nessuna mancasse. Oh vedete come un maestro universal di
precetti avea ignorato il più necessario, ch’è quel di fare non inutil fatica!
E mi sovvenne l’abate d’Aubignac105. Udiste voi parlar di colui che
avea fatta, in Roma, la bella macchina per muover le guglie, la qual non ebbe
altro difetto se non che ella non potea trasportarsi, ond’era bisogno portar le
guglie alla macchina per farle alzare? Eccovi i vostri precettisti, tante
macchine motrici che sono immobili. Eppur dan legge, fissano il gusto, fan
tremare i liberi ingegni, e tiranneggian le sétte che fanno. Non ho io ragione,
amico? Il maggior male che nell’Italia si faccia alla vostra letteratura, vien
dai medesimi letterati e dai maestri dell’arte o veri o pretesi, i quali,
avendo in lor gioventù preso un gusto, una maniera, la sostengono e la
tramandano, sicché diviene un fide-commisso delle provincie, e guai chi vuol
pensare diversamente da loro. Quindi il petrarchesco e gli altri partiti sono
da tanto tempo i tirannici dominatori del comporre italiano. Esaminate le
vostre città, e troverete s’io dico il vero. Ho conosciuto nella Marca un vecchio
signore, che già stampò dei cattivi versi in latino e in volgare secondo tutti
i precetti, e fin d’allora si credette autor classico, lo credé seco la sua
famiglia, il giurò la pareantela, e divenne il test106 delle
lettere. Egli avea fatto tanto, a forza di studi, che avea inviscerati i due
pregiudizi de’ quali abbiamo parlato, non potendo soffrire un libro che non
fosse antico e classico e secondo i precetti e non fosse legato all’antica,
sicché le assi in vece di cartoni e il grosso cuoio in vece del marocchino
decidevano presso lui della bontà dell’opere, né ammettendo in sua casa, sotto
pena di sua disgrazia, un libro straniero, e facendolo bruciare se era
francese. Egli era capo d’un’accademia, nella quale leggevasi, quand’io passai
per colà, l’Italia liberata del Trissino della prima stampa con gli
ε107 e gli ω, che tutti udivano con gli occhi chiusi e
immobilmente. Vi giuro che mi parve entrare nell’assemblea de’
Tremolanti108 quando fanno loro sermone. Ma cambiossi la mia sensazione
dopo esservi stato alcun poco, e mi fece l’effetto medesimo che avea provato in
mia gioventù, quando fui nel palagio di ghiaccio109 a Petersburgo, di
che mi ricordo che v’ho parlato a lungo in Venezia, vedendovi assai curioso di
quella strana invenzion moscovita. Oh che le vostre accademie d’Italia farian
figura tra i russi! E quante case di ghiaccio avete voi mai, benché in clima sì
temperato e sì dolce! E tutte queste, e da per tutto, non hanno altri codici
del buon gusto fuorché i precettisti della poesia, il che parmi appunto come
se, a giudicare d’una bella pittura e a gustarne le grazie e il sapore, si
ricorresse a’ macinator di colori.
E quindi niente è buono che antico non sia e da
quei pedanti per legittimo avuto e dalle lor leggi convalidato. Quante volte
non ho io udito, in Italia principalmente, da tal gente d’accademia spregiare
altamente il povero Metastasio, perché non è petrarchesco o dantesco! Non
poteano negare che la sua poesia non fosse la delizia della nazione, e che la
nazione generalmente non fosse a lui obbligata di molto per averle fatto
sentire il piacer della poesia, che pareva serbato ai soli studiosi sinché
regnarono i gusti del Cinquecento e del Trecento, e ben potrebbe applicarsi a
voi altri il bel detto dell’illustre d’Alembert nella Vita del Montesquieu:
«guai all’opere dell’arte, la
bellezza delle quali non piace fuor che agli artisti», la qual disgrazia né latini, né greci, né altre
nazioni conobbero, essendo stata la poesia un’arte fondata nella natura e
dipendente dal sentimento, ch’è comune all’uomo, come la musica, la pittura, e
la danza. Se il cuor non è mosso, se l’orecchio non è lusingato, se l’occhio
non trova rassomiglianza tra l’imitazion del pittore e la figura originale,
ognun che ha cuore naturalmente sensibile, orecchio naturalmente armonico,
occhio naturalmente giusto, può giudicare, senza appellarsi ai precetti e
precettori; il che non avviene nelle scienze, che si fondano su i dogmi, non su
i sensi, e bisogna essere introdotto nei loro misteri per poterne far buon
giudicio.
Ma niuno di questi signori accademici m’intendea,
dicendo io di queste cose per altro sì note e sì vere. Tanto peggio per
Metastasio, s’è letto da tutte le persone ancorché solo mediocremente coltivate
in qualche lettura gentile, se muove, se resta nella memoria e nel cuore, se si
recita e canta. Oh povera Italia, secolo iniquo! Le antiche canzoni e ballate
con que’ sì dotti comenti vanno in ruina, mentre si prende gusto a queste senza
comenti, senza nobili oscurità ed asprezze, come quella sì detestabile Grazie
all’inganni tuoi, o quella Sul desco preparato, o quella Già
siede primavera, che si legge, si gusta, si canta, si recita insin dalle
donne più amabili; e questi barbari, Metastasio, Frugoni, Rolli ed altri tali,
prendono il luogo dei Cini da Pistoia, dei frati Iacoponi, e di tutti i
petrarcheschi, che si gustavano solo nel santuario e tra le cortine misteriose
de’ sacerdoti e di qualche grave diaconessa e sibilla dell’Apollo toscano. Non
vedete che scandalo, conchiusi io spesso tra i lor lamenti, invece delle scarpe
quadre, de’ barrolé, delle parrucche alla delfina, andar così leggermente e
comodamente vestiti e calzati, come facciamo in oggi?
Ma parliamo in sul serio: spiegatemi, ve ne
prego, le cagioni di queste follìe singolari. Dovrete dire ancor voi, che tutto
nasce dall’amor proprio pregiudicato e cieco, dall’amor falso dell’antichità e
delle cose patrie insieme. I toscani v’han sottomessi, e voi veneti e voi
lombardi v’avete preso il giogo tanto bene, che vi gloriate della schiavitù e
ve ne compiacete. Ma spiegatemi un poco onde mai venga, che le accademie
intere, i gran maestri della poetica anche toscani, tengano il Tasso in pregio
di classico, e lo difendano come impeccabile in ogni punto, e trovino il suo stile
perfetto, il suo poema eccellente, benché sia tutto opposto e in tutto allo
stile di Dante, al poema di Dante, al gusto di Dante. So bene, che quando era
moderno ebbe anch’esso a patir da’ danteschi, e dagli ariosteschi eziandio,
gran percosse, e che finalmente il tempo lo ha salvato, come salverà certo i
Frugoni e i loro coetanei illustri dall’invidia degli emoli e dei pedanti. Ma
perché, torno a dire, perché poi si passa col tempo alla superstizione dopo la
guerra, e all’adorazione dopo il disprezzo? Perché vorranno gl’italiani
accecarsi oggi, per non veder quelle macchie neppure che già furon nuvole, e
vorranno rendere eterni e fatali ai seguaci di lui tanti errori che furono
fulminati sin di scomuniche? Non sarìa meglio prender la via di mezzo, e, nel
lodar le bellezze, far vedere le deformità, perché i giovani le sfuggissero?
Chi può giustificare quel mago Ismeno maomettano,
che porta l’immagine di Maria dentro d’una moschea per difesa de’ turchi? Non è
questo un violar le leggi più rigide dell’Alcorano, come sarebbe tra noi
cristiani mettere a nostro aiuto nella chiesa una coda di cavallo, ch’è lo
stendardo dei turchi? Il mago adopra i suoi incantesimi su quella immagine per
farla amica del turco contro a’ cristiani. Che profanazione e che inverisimiglianza
è mai questa, in un poema cristiano! Un sì bel ritrovato produce la disgrazia
d’Olindo e di Sofronia, e questo è un episodio pieno di bellezze poetiche, ma
pieno ancor di difetto, perché è un pezzo isolato, non legato cogli altri,
fuori d’architettura, quindi inutile all’edifizio del poema, in cui non se ne
parla mai più. Manco male, però. Peggio assai sta la fabbrica per que’ pezzi
d’architettura, che minaccian rovina, e sfasciano tutta la macchina per una non
sol disproporzione, ma opposizione al tutto. Come mai un uomo allevato nella
fede cristiana e prevenuto sì fortemente contro l’idolatria dalla sua religione
può veder senza nausea dieci principi cristiani trasmutati in pesci da Armida,
per incanto e per poter de’ suoi demoni? Ha imitato le metamorfosi di Circe, è
vero, ma il poeta, il poema, i lettori, sono cristiani. E il mago cristiano che
libera Rinaldo dai maghi munsulmani? Che ne dite? La forza divina ch’è nella
vera fede, non è ella schernita, in mezzo alle magìe ch’ella detesta, ch’ella distrugge
e fa tornar vane? Lascio le canzonette che canta il pappagallo, e lascio le
altre minori, che veramente deformano sì bella poesia. Ma ci vuol altro che
allegorie per giustificarle. Buon giudizio vi vuole per non cadervi, e per
saper dire ai giovani che il Tasso è grand’uomo, e che molto più devon temere i
suoi difetti que’ che non sono grand’uomini. Oh se Omero, Virgilio, e Tasso non
aveano quello stile, guai alla lor fama! Avvicinate gli antichi tanto adorati,
e ditemi qual differenza trovate tra la verga magica dell’Ariosto, co’ draghi,
co’ giganti suoi, e quella d’Omero coi lestrigoni ed i ciclopi, tra le arpie di
Virgilio, e l’ippogrifo, tra le foglie dell’albero cambiate in vascelli, e i
vascelli cambiati in ninfe, tra i parlanti tripodi e la grotta di Merlino, ecc.
Andiam dunque adagio prima di condannare tutti i moderni.
Noi condanniamo più francamente Milton, appunto
perché più lo stimiamo, e perché più facilmente può corrompere il buon gusto e
l’idee della gioventù. Egli è caduto come il Tasso, mescolando il sacro e il
profano, l’idolatria e l’Evangelio, la favola e il cristianesimo. Ma nella
stravaganza ha superato il Tasso: il gran palagio ch’ei fabbrica ai diavoli
d’ordine dorico e con la cupola d’oro è sì stravagante pensiero, che nol può
vincere se non quell’altro, più stravagante, di fare il popolo de’ demoni
pigmeo, perché possa capire in quel palazzo, come se gli mancassero materiali
per farlo più grande e capace di tutto l’inferno nobile insieme e plebeo. Le
dispute della Morte e di Satanasso, il ponte fabbricato dalla Morte e dal
Peccato, il paradiso dei pazzi, san Pietro alla picciola porta del cielo; e,
più di tutto, la guerra degli Angioli, che strappano boschi e montagne per
fracassare i nemici con esse; l’artiglieria scaricata a cannonare un esercito
di spiriti; son cose veramente più atte ad una burlesca poesia, che a una tanto
sublime, quanto un sì grave poema richiede. Io le condanno apertamente, benché
inglese, e le condanna meco la nazione, quantunque uomini di gran credito abbiano
assottigliato l’ingegno per giustificarle, come fecero il signor Addisson e il
conte di Roscomon, che son ben due cervelli e ben altri campioni che codesti
vostri difensori del Tasso o di Dante. Ma non essi per tutto questo né altri
mai faran divenir buon ciò che è contro ragione e buon gusto. Almen, però, noi
non abbiamo chiamate le allegorie in aiuto, come i vostri per Dante
principalmente, pel Tasso, pel Marini: che è, credetemi, l’invenzione la più
puerile e la più ridicola che possa darsi in capo umano; e, se alcuno dei
nostri l’ha fatto (perché, chi può farsi mallevadore di tante teste?) almen
siate certo, che sarà eternamente ridicolo tra noi. Mi sembran, tutti costoro,
niente men pazzi di quel buon prete110 fiammingo (emulo del padre Arduino111)
che trovò nell’Iliade d’Omero tutta la religione cristiana, nel sacco di
Troia la distruzione di Gerusalemme, e poi, passo passo, la decadenza del
clero, gli errori degli eretici, e la venuta dell’Anticristo, e, perché non
amava punto gli olandesi e i luterani, vide quelli rappresentati nelle arpie,
questi nei lotofagi. Ma tre autori del partito contrario, due anglicani e uno
olandese, non vollero cedere questa gloria a un cattolico, e quelli han veduto
nelle guerre della Iliade quelle del popolo d’Israele contro de’
cananei, raccontate sotto nome d’eroi greci e trasportate di Palestina in
Frigia; il terzo112 ha trovato nell’Odissea, correndo a traverso
di tanti mari con Ulisse, il viaggio degl’israeliti pel deserto. Non è egli questo
il ritratto dei vostri allegorici comentatori, e delle lor misteriose visioni e
indovinamenti sopra Dante e sopra il Tasso? Il piacevol si è, che, come i
vostri per la Divina Commedia e per la Gerusalemme, così quelli
per Omero, han profusa l’erudizione e il sapere entro i lor sogni e deliri.
Dante merita scusa dell’essersi lasciato portare nell’allegorico dalla sua
fervida immaginazione, in un tempo che assai pregiavasi il misterioso, perché
non sapeansi trovar le bellezze della natura e giustamente imitarle, per cagion
della lingua ancor rozza e del gusto non depurato, onde tanti vi furono, di
quei tempi, scrittori di simboli e di allusioni, anche fuori di poesia. Ma
Dante, almeno, sapea quel che volea dire, e mirava a grandi obbietti: velando
così la morale filosofia ed inoltre la teologia rivelata, le tradizioni, le
scritture, infin tutte le scienze abbracciò e fuse nella profondità di una
sublime immaginazione, il tutto avvivando, dipingendo, e rivestendo di quadri,
d’immagini, di pensieri nati in lui solo, da lui creati, e dalle sue forze sole
sovranamente maneggiati. Oh, dice pur bene quel vostro scrittore nominato più
sopra113, quando fa sospettare a Virgilio e ad Omero che Dante gli
avrebbe superati, se fosse stato a’ miglior tempi! Ma di lui voglio scrivervi
più a lungo, e in una lettera dimostrarvi la stima che ho delle gran doti
dell’uomo e del poeta, malgrado le deformità del poema e dello stile. E che
direte, vedendo il censore di Dante trovar pregi e bellezze, che non videro i
suoi adoratori? Ma certo non le videro i suoi comentatori visionari e
peripatetici, che piuttosto lo avvilirono, attribuendo a lui le loro puerili
immaginazioni. Appunto, amico, vorrei sapere se é ancora uscita quell’opera, in
cui affaticavano i più grandi intelletti d’una intiera accademia, sopra quel
problema importante a lei proposto: «Per
qual cagione il Petrarca, nella prima parte delle rime, parlando a Laura
vivente, usi del voi, e nella seconda parte, a Laura morta, usi del tu». Gran dispute vi trovai e grande aspettazione,
essendo il quesito nuovo, e, in tre secoli e più, non avendo alcuno fatta la
tanto bella scoperta.
Ma sono stanco, e voi lo sarete più di me. Mi son
lasciato portare qua e là più del dovere. Conchiudo come ho cominciato (per
dare un’aria di unità a queste ciance) che tutti costoro sono gente senz’anima,
e pubblici avvelenatori delle buone lettere, e sopra tutti i precettisti. Le
poetiche come l’arti rettoriche sono puerilità e ciarlatanerie, appunto come lo
è la scolastica rimpetto alla buona filosofia. Quintiliano e i più illustri
suoi pari hanno scritto per lussuria di stile e di dottrina, e non hanno mai
creduto sinceramente di poter fare un oratore colla loro meccanica istituzione,
se intendevano cosa fosse oratore, che solo dalla natura può esser fatto, come
il poeta, e perfezionato dallo studio del cuore umano, dalla imitazione de’
grandi esemplari e da pochissime regole fondamentali, che servono piuttosto a
mostrare gli scogli per evitargli, che non la via da corrersi; talché Omero, Dante,
Milton e i loro pari, avrebbono forse fuggito qualche fallo se avessero letti i
precetti, ma certamente non avrebbono i precetti tutti insieme fatto lor fare
un solo dei bei tratti e sublimi de’ lor poemi. Le regole, in poesia e in
oratoria, servono come i cannocchiali, cioè non servono fuor che a coloro che
han buona vista. Se alcuno può dare utilmente tai regole, egli è l’uom di
talento felice, e nato a quell’arte che insegna. Ora un tal uomo vuol piuttosto
creare che scalpellare, che discutere, che pedanteggiare, vuole ed anzi è
rapito a volare ove l’estro lo chiama e l’ardor lo trasporta; e per questo
avviene che un buon poeta non fa dei precetti, ma dei versi, e chi fa dei
precetti fa dei cattivi versi, come son pronto a provare col fatto, se ne foste
curioso. Raffaello e Tiziano, Farinello e Buranello, Moliere e Metastasio,
Bossuet e Marco Tullio non han fatto precetti, ma, volendo pur talun d’essi
insegnar l’arte loro, quanto si può, han lasciato piuttosto esempi che
precetti, come si vede nell’Oratore e nei Chiari Oratori di
Cicerone, come negli Esami di Cornelio, come nella Vita di Lemene,
e in altri tali. Con tutto ciò, siamo obbligati agli autori più antichi delle
poetiche e delle rettoriche, se volete, come a quelli che scavano la terra con gran
fatica, affin di scoprir l’oro delle miniere che altri poi prende e lavora. Ma
le nuove poetiche o rettoriche, ricopiate e ricucite e riscaldate, non han
neppure questo pregio.
Andrei certo in infinito su questo argomento. Ma
mi piace assai non somigliar nemmeno in questo ai presenti maestri, de’ quali
parliamo. La brevità e la varietà piace a voi pure, con la libertà sopra tutto,
che quei crudeli odiano tanto e distruggono barbaramente con le lor leggi, con
la schiavitù, con la superstizione, «la
qual nasce», dice un mio amico, «dall’ignoranza, e la riproduce». Povera Italia, quando sarai tu sgombra di
questi nuovi barbari, quando verrà per te il Giulio II della
letteratura114?.
Vi scriverò delle lettere sui vari abusi
introdotti in Italia da costoro, o per cagion di costoro. Una sulla poesia
bernesca, un’altra su i predicatori, un’altra sulla filosofia, sull’educazione,
e su altri capi già toccati dal nuovo Virgilio con man tremante e con politica
italiana, ma che io svolgerò con mano libera e inglese. Tra le prime, ve ne
scriverò una sulla rima, essendomi un dì trovato qui in Londra con un vostro
venturiere letterato, che sprezza altamente i versi sciolti, che ho veduti dai
più illustri d’Italia e più saggi aversi in pregio, ed ama tanto la rima, che
ha stampate gran traduzioni non solo in rima, ma in rime martelliane; egli è
ben ardito, a me pare, o ignorante, se vuol far fronte, o se non sa il
sentimento del Tasso, del Maffei, del Conti e di tanti altri. Gli ho dato in
tanto a vedere, nel discorso del Conti115 Sulla Poesia italiana,
quel poco che ivi si accenna in tal proposito, e aspetto di sapere da lui, che
possa rispondersi a tali autorità e ragioni. Poi gli darò a leggere il saggio
del conte Algarotti116, ancor più bello e più calzante. Ma una lettera
sopra tutto di mio genio sarà quella che dee trattare dell’istoria delle
scienze e dell’arti in Italia117. E che vi pensate, ch’io solamente sia
e sempre un buontempone? Voglio anch’io farla da letterato. La nascita,
la perfezione, la decadenza, saranno i tre punti del mio discorso sopra la
vostra letteratura. Voi sapete che ho raccolti dei libri e delle memorie
curiose su ciò, nei miei viaggi. Ma nondimeno avrò bisogno di nuovi lumi da
voi. Se non altro, vi metterò voglia di finire il mio abbozzo, e l’Italia ben
merita un libro su tale argomento. Un inglese avrà il merito d’aver mostrata la
via. E chi sa che dietro la storia e le epoche e le vicende delle lettere noi
non troviamo delle osservazioni, dei raziocini, de’ computi, per far qualche
sistema un po’ fondato sopra la metafisica dell’ingegno! Così i buoni filosofi,
tenendo dietro ai fenomeni e agli esperimenti della storia naturale, procurano
di venire, alla fine, ad un qualche sistema regolato sopra le leggi generali
della natura. L’Italia letterata è il solo paese da cui si ponno trarre le
provvisioni necessarie alla mia fabbrica, perché voi altri avete già cinque
secoli, nei quali poter seguire il viaggio degli studi e de’ gusti, mentre i
francesi appena n’han due, noi altrettanto, e i tedeschi meno. Siamo cadetti
tutti e nobiltà nuova, in paragone degl’italiani. Addio.
Nota 1. Conti, Discorso della Poesia italiana. «Di un’altra cosa si accorse il Tasso, come disse
nelle sue lettere, ed è che la rima, artifizio troppo ricercato, per non dir
barbaro, non conviene alla dignità dell’epica poesia, e che vero strumento è il
verso sciolto inventato dal Trissino, sebben da lui, come bene osserva il
signor marchese Maffei nella sua traduzione d’Omero, non perfezionato, come poi
cominciò a fare il Rucellai nelle sue Api, il Caro nella traduzione
dell’Eneida, e ultimamente il Marchetti nella traduzione di Lucrezio. Il
signor marchese Maffei con ragione osserva che i nostri epici italiani, non
cedendo nulla a’ greci e a’ latini nell’invenzione, nell’acume, ne’ caratteri,
ne’ colori ed ornamenti, se non sono ancora arrivati a dare un poema epico
qual’è nel suo genere Virgilio, non può ascriversi certamente ciò che al
difetto dello strumento.
La rima in un componimento piccolo può sostenersi ad adequare l’idea; ma
in un poema lungo non è possibile ritrovar tante voci simili nelle desinenze,
quante sono le combinazioni delle idee e le variazioni che posson farsi per
esprimer tante cose diverse, e, se non v’ha riuscito né l’Ariosto, né il Tasso,
e prima di loro Dante, l’uno e l’altro de’ quali, secondo l’espressione dello
stesso Torquato, calano sovente le brache, non so chi possa riuscirvi. Il Tasso
l’ha tentato, e, per sostenersi troppo, s’accusa d’uniformità nelle cadenze e nelle
cesure de’ versi; il che certamente non gli accade nelle sei giornate del Mondo
creato, dove l’eloquenza poetica è spaziosa e varia, e l’erudisce delle più
belle idee della filosofia e della fisica nota a’ tempi di Torquato. Leggendo
de’ versi così maestosi, si ha soggetto di lagnarsi che il Tasso non conoscesse
della storia naturale quello che s’è scoperto nel secolo seguente».
Nota 2. Io v’ho parlato del Tasso e de’ suoi falli, ma molto ancora
potrei dirvi di que’ dell’Ariosto, ed anche dello stil suo, benché preferito in
Italia da molti a quel del Tasso, per la naturalezza, facilità ed eleganza,
sopra la quale ho assai consultati i letterati italiani, perché un inglese
difficilmente può giudicarne. Un d’essi, che avea fatto un paragone minuto tra l’uno
e l’altro, mi confessò poi che le querele di Bradamante, per esempio, rispetto
al suo Ruggero son piene d’affettazione, sentendola propor casi di coscienza,
sottilizzare su la gelosia e l’amor tradito, trattarne il pro e il contro, e
decidere con entimemi e sillogismi, più degni d’una scuola scolastica o
tomistica che d’un poema. Che peccato, dicea quest’amico, che cominciasse
l’Ariosto con l’idea di seguir e finire l’Orlando innamorato del
Boiardo, per dar trattenimento alla corte di Ferrara dopo la morte di lui!
quindi prese il cattivo gusto del suo predecessore in molte cose, non ebbe in
mira di far un suo poema, e pensò tardi a grande e proprio lavoro. Ma queste
difese somigliano un poco a quelle fatte per Dante, di cui vi parlai altra
volta118.