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Saverio Bettinelli
Lettere Virgiliane Lettere Inglesi e Mia Vita Letteraria

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  • LETTERE SOPRA VARI ARGOMENTI DI LETTERATURA SCRITTE DA UN INGLESE AD UN VENEZIANO (1766)
    • LETTERA DUODECIMA
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LETTERA DUODECIMA

Io son pieno da capo a piedi di humor119 e vi scrivo per isvaporarlo. Il ciel vi guardi dal mio mal talento. Uno degli abusi della vostra letteratura e poesia, quel, parmi essere, di tanti poeti burleschi, o, come voi li chiamate, berneschi, che io non so vedere assolutamente qual pregio s’abbiano e qual valore. Eppure mi sono studiato di penetrare nel delicato, nel fino, nell’elegante loro stile, udendone tante lodi dai vostri compatrioti, e ho cercato l’aiuto e l’istruzione, per questo, di qualche italiano intelligente e poeta di professione tra principali.

Già siam d’accordo che, generalmente parlando, la poesia non è quella professione che si concilii più stima e sembri più necessaria all’umana felicità, ma, come io l’amo e tengo in pregio i buoni poeti, volentieri mi persuado che alcuni ingegni debbano darsi al poetare, ove chiamali la natura, e me gli fa principalmente sembrare ammirabili insieme e cari alla società un Virgilio, un Tasso, un Pope, in grazia dei quali non saprei censurare qualche genio sublime com’essi, e destinato per raro dono del cielo a dilettare, com’essi fecero, l’uomo, nato al travaglio, sì mal provveduto di piaceri. Ma io vorrei sapere qual giusta estimazione possan pretendere i poeti berneschi, dopo che i dèi della poesia pur han bisogno di qualche indulgenza. Se la poesia grande è così poca cosa, che sarà la bernesca? Qual pregio, vi prego dirmi, qual merito vi trovate voi, massimamente al nostro tempo e tra colte nazioni e ben educate, ed in tanta abbondanza di lettere e di poesie? Intendo facilmente come, a principio, gli uomini affamati di piacere intellettuale e d’ozio letterario, nell’uscire dalla turbolenza delle guerre civili e dalla ignoranza dei tempi tumultuosi, cercando per tutto alimento all’anima e all’ingegno, accogliessero con avidità anche questo meschino ed insipido. Ma noi adulti e sazi, noi circondati da tante dottrine e produzioni de’ gran maestri, noi pasciuti d’ogni maniera con lautezza, come soffrir possiamo uno scrivere in cui non teneri affettivive passioni, non immagini dilicate o sublimi, non istruzioni e documenti illustri, non certa neppure armonia sostenuta e lusinghiera, non finalmente splendore, pittura, immaginazione, energia di stile, non si ritrova? A dirvi il vero, mi paiono la plebe de’ poeti, codesti berneschi, al linguaggio, al pensare, all’impudenza, giacché ben sapete come i più accreditati sono i più licenziosi e prendono dalle oscenità la maggior parte delle facezie. Per questo, io penso che sia caduto, in Francia e in Inghilterra, questo genere di poesia, dopo che si è conosciuto il valor vero ed intrinseco di Scarron120, di Hudibras121 e dei loro pari, nel modo medesimo che sono aboliti i buffoni, che faceano una volta le delizie d’ogni Corte ed erano in carica e uffizio, proprio dopo che i prìncipi stessi han sentito un piacere più gentile, ed hanno avuto l’onore di vivere tra i lor cortigiani in aria affabile e in modo da poter anch’essi godere l’onesta compagnia, e sono stati ammessi e tollerati a partecipare dei privilegi dei privati, che son la confidenza, la familiarità, la socievolezza e quasi ancor l’amicizia. Or mirate l’Italia, come è, da tre secoli in qua, piena di tai buffoni e in quante classi e in quanti stili e in quante follie si dividono i vostri poeti berneschi122. Per tacere degli altri, leggete un poco, a questo lume sincero ed esame non prevenuto, il Burchiello123, per esempio, e ditemi se non è una impudenza il darci le stravaganze d’un ubbriaco, che non intende se stesso né sa quel che dicasi, come fosse un poeta classico. Io l’ho veduto ristampato al mio tempo in Italia, e ho trovata a Venezia una setta di burchielleschi, che si facean gloria di scrivere su quel gusto. Mi arrossirei di citare i capitoli del forno, dei fichi, e tutta quella immondezza dei vostri cinquecentisti, e di farvi l’analisi di qualche sonetto burlesco del Berni, del Lasca, del Firenzuola e degli altri compresi nei tre o quattro volumi che ho veduti, nei quali una empietà, una bestemmia talora, (ed è vero quel che io vi dico) sono l’unico sale di un componimento. Io so bene che questa licenza è stata frenata nel nostro secolo, ma il poetare bernesco è ancora alla moda, e conosco un qualche poeta di merito e di talento che ha cambiata la bella poesia, quasi noiandosi di servir la reina, in questa fantesca plebea. Vi sono, egli è vero, qua e de’ saporosi tratti negli antichi, in Caporali, in Berni, qualche sale ingegnoso ho incontrato in qualche tomo di moderno poeta, ma deh che monta far dei volumi per così poco? Tanto più che la moderazione introdotta e la verecondia moderna, ch’è tanto lodevole, divien, presso la moltitudine, insulsa e fredda, per quel pravo gusto che abbiamo agli equivoci e alle immodeste allusioni. Al qual proposito mi dicea, non è molto, trovandomi a Dresda, quel chiaro ingegno e felice del signor Bianconi, che fa tanto onore all’Italia per l’eccellenza del suo sapere e del suo gusto non meno che per la bellezza dell’animo e delle maniere: «E che importa a me che tutte le parole siano bagnate in Arno, se non dicono che cose fredde e meschine? Egli m’è paruto» (aveva tra le mani un libro nuovo di capitoli e simili cose uscito in Italia di fresco) «un poeta bernesco spirituale, genere di poesia nuova nel nostro parnaso italiano». Vi so dire ch’egli mi confermò nell’eresia con questo, e più ancora col farmi legger seco certo poema bernesco, che, quanto mi sembra mirabile per la facile vena e corrente di un’armonica poesia, tanto è mirabile, e ancora più, per l’idea dell’autore, che crede il suo tempo bene speso in un argomento il più puerile e triviale, in critiche e riflessioni le più comuni e volgari, in versi e rime, che certamente sono, se altre il furon mai, nugaeque canorae, e che non sente rimorso di fare due grossi tomi tutti pieni della stessissima cantilena124. Posso io credere quel che udii, che due altri tomifatti voglia dar fuori ben presto125? Oh tempi, oh costumi italiani, e solamente italiani!

Tanto è vero, amico mio, che l’arte dei versi ora è divina, ora è nauseosa, secondo ch’ella si esercita; e che in Italia purtroppo chi è per mestieri poeta è forse il più vile tra gli artigiani, perché giugne esso a portar danno e noia a’ suoi simili che qualche utilità pur traggono dal manuale, dal ciabattino, e sin dai più vili di questi. Non vi lasciate, vi prego, affascinare dal pregiudizio dei nomi illustri tra voi, dal Berni, che ha dato il suo alla sua poesia, dall’Ariosto, dal Casa e dagli altri, ma esaminateli un poco alla pietra del paragone, che è il vero diletto ed utilità delle lor poesie satiriche o comiche o facete. V’ha egli un nome più illustre in poesia di quel d’Orazio? Ma Orazio, che adula un tiranno, che canta gli amori più infami, che burla di tutto senza vergogna, e mette in dispregio i virtuosi e la virtù con la religione e con gli dèi, Orazio è un plebeo indegno e meritevole d’un patibolo, se non lo scusa l’ubbriachezza e la crapola alla tavola di Mecenate, alla quale ha fatto figura di parasito e buffone, e dalla quale levandosi pien di vino ha presa la penna e la lira. Quanti Orazi di questa tempera non mi par di vedere tra i vostri poeti berneschi! E non di meno i buoni italiani, malgrado la loro educazione civile e costumata, e a dispetto della nobiltà del loro animo, che è una delle prerogative della nazione, pur gli ammirano e imitano e adorano, come i padri autorevoli e venerandi del ben poetare. E quindi tanto persevera questo abuso, e vivon le sette e le eresie poetiche, dalle quali tanti sedotti e strascinati perdono i più bei talenti, lor dati per miglior uso. Quanti pochi, per tanto, sono gli Orazi tra voi, guardando Orazio dall’altro lato della sua nobile poesia! L’Orazio sublime, l’Orazio pittore, l’Orazio maestro della giustizia, della fortezza, dell’amor della patria e degli studi e dell’imprese magnanime, qual è nelle odi migliori, oppure Orazio il cittadino, il romano, il filosofo, che protegge i buoni e flagella i viziosi, che predica l’amicizia, la lealtà, la fede, l’umanità, la buona morale, e da per tutto sparge grazie di stile, armonia, eleganza, immagini e sentenze mirabili, e con la soavità e il lepor dello stile non men che dell’animo fa parer bella e cara agli uomini più ritrosi la difficil virtù, qual’è nell’epistole principalmente. Io potrei citarvi, se non vi dispiacesse, alcuni di questi Orazi in Inghilterra, in Francia, ed in Germania di questi giorni. Il tedesco Haller126 e il tedesco Gesnero127 e il barone Canitz, che traduconsi anche in Italia, ponno ben mettersi al pari di Pope, di Addisson e di Racine il giovane, di Rousseau, di Bernis e di quell’altro francese che non nomino, perché tutti il nominerebbono, il qual, se molto somiglia Orazio dal buon lato, troppo più lo somiglia dall’altro. Mi son venuti alla mano anche in Italia de’ poeti filosofi e morali, nol niego, ma senza eleganza comunemente e senza sapore, perché è difficile assai unire al solido e grave della filosofia l’ameno e il colorito della poesia. Il più spesso, poesie freddamente amorose, che sapete quanto mi facean rabbia e sdegno, poesie di raccolte e di cerimonia, oppur poesie bernesche. Sol dopo che s’introdussero più generalmente i poemi in verso sciolto, parve che si promettesse qualche gusto di quella poesia che io dimando, e Dio voglia che le persecuzioni italiane, mosse tosto ed avvampate contro questi poeti di buona intenzione e di sapor vero, gli lascino in pace. Al certo, v’ha gran bisogno di ristorare la poesia italiana, e penso che gioverebbe il riformare severamente la poesia bernesca, o almen tagliarne alcun ramo più inutile; tra i quali mi par doversi notare que’ componimenti e quelle stanze in lingua rustica fiorentina e toscana, che, nel mio soggiorno a Venezia, ho vedute in gran credito, pregiandosi i primi verseggiatori di scrivere con lo stile de’ montanari e de’ bifolchi toscani, come d’un ornamento vezzoso di poesia. Che strana idea non è quella di rinunziare alla bella universal lingua italiana, per parlarne o scriverne una contadinesca di qualche valle degli Appennini o dell’Arno? Perché, se voi esaminate l’intrinseco pregio di tal poesia, troverete che nei riboboli, negl’idiotismi, ne’ proverbi di qualche terra e montagna sanese o pistoiese o fiorentina, consiste, e si pretende piacere ai veneziani, ai torinesi, ai napoletani o lombardi che nulla intendono. Ma almeno fossero lette dove s’intendono! Pensate. I toscani si ridono de’ lombardi, che pretendono aver quel sapore e quella grazia loro nativa scrivendo e parlando, poiché i toscani han quel pregiudizio, rispetto alle provincie d’Italia, che han le nazioni confinanti tra loro, ma col pregiudizio hanno ancor forti ragioni in questo. Dimandate per curiosità, come ho fatto io ai toscani, se né pur conoscono le poesie del Vettori, del Gozzi e de’ loro compagni, e, se le conoscono, dimandate il conto che essi ne fanno. Questa profanazione della lingua toscana mi par più grave per colpa de’ poeti o berneschi o burchielleschi o fidenziani, o che so io. E lo stesso direi di molti altri generi della poesia vostra, ma basti in generale il conoscere l’intemperanza del poetare in Italia, per esser convinto del male. Sopra la quale pensando, io stesso ho fatta qualche riflessione, che pregovi di esaminare. Gl’italiani, mi sembra, hanno una linguaarmonica, sì lucente, sì ricca, che niente lor costa far versi, ed è difficile il farli assolutamente cattivi. Per poco d’orecchio che uno abbia, un poco di lettura di drammi, anche solo di Metastasio, fa de’ versi passabili e dei buoni talora eziandio, onde vien forse che anche le poetesse non son rare in Italia. Ma, in una tal lingua, v’è obbligo di farli eccellenti, o non si deve farne, perché la poesia divien cosa comune, e facilmente ognun crede all’amor proprio di esser poeta coi soli versi, e i versi costan sì poco. Vedrete molti, massime giovani, andare estatici delle lor poesie, i quali si stiman poeti, perché i loro versi suonano e splendono di belle voci, di grazia e d’armonia, sicché, recitandoli, fanno un concento musicale e lusingan l’udito. Questi, a ben considerarli, si compiaccion di quel merito che non è loro, ma della lingua, e, se si togliesse ai lor versi il sonoro, il dolce, il molle, il cantabile, il chiaro e l’argenteo, che son le doti di lei, niente non resterebbe all’autore, fuorché la poca fatica di accozzare undici sillabe, e l’attenzione di andare a capo al fin di quelle. In questo assomigliate ai greci, e noi altri inglesi un poco a voi assomigliamo non per la bellezza, ma per l’abbondanza della suppellettile dello stile. Abbiam noi una gran libertà di sintassi e di tropi, osiamo violare impunemente molte leggi poetiche ed ammetter vocaboli nuovi ed estranei prendendoli dalle lingue viventi, e dando loro cittadinanza di privata poetica autorità, onde abbiamo ricchezza di materiali. I francesi non fan così, che piuttosto ai latini s’accostano per la difficile struttura del loro verso, e per la severità di molte leggi inviolabili, o per quella ragione che dice Mr. La Beaumelle ai suoi compatrioti. Eccovela da me tradotta, perché non avrete il suo libro assai raro, e perché, scrivendo italiano, mi pare il francese fuor di proposito. Io la tradussi così per mio esercizio128.

«Propriamente parlando, noi francesi non abbiam poesia, né possiamo averne giammai, perché non può stare la poesia senza immagini e senza armonia. Ora, il carattere musicale che deve aver per essenza, vien tolto alla nostra dal meccanismo del nostro verso; e l’indole della nostra lingua, piena di parole proprie, sprovveduta di figurate, atta all’analisi e incapace d’entusiasmo, toglie alla poesia quei suoni pittorici, ond’ella dovrebbe far risentire l’orecchio e l’anima.

Gli stranieri, di fatto, che son beati leggendo Virgilio e Omero, leggono i nostri migliori versi con tedio. Pregian essi Cornelio e Racine, come ingegni eccellenti nell’arte di muovere le passioni con la sola forza del vero, ma non come poeti: molto più gli avrebbero in pregio, se fossero esenti da quel ritornello de’ medesimi suoni, il vizio dei quali, se con altre bellezze vien talor ricoperto, presto risorge con molta noia.

La Francia medesima comincia a capire quanto è inutile il coltivare un’arte, che il nostro naturale, freddo benché giocoso, la nostra inclinazione all’imitare, or la riverenza superstiziosa verso gli esempi de’ gran modelli, la timidità della nostra lingua, l’impossibilità di correggerla per cagione dell’accademia, condannano ad una eterna mediocrità. La rima, un tempo, ci lusingava gli orecchi, oggi gli stanca, il verseggiare altre volte era un talento, oggi è un mestiere. Infatti non leggonsi omai più versi, e, se vogliam credere a Mr. de Fontenelle, tra cento anni non se ne faran più. Non più se ne faranno, quando lo spirito filosofico ci avrà renduti più delicati e meno sensibili, quando la nostra prosa ancor rozza e grossolana sarà ripurgata, e, per mezzo di quel che noi diciam poesia, diverrà meno languida e più armoniosa e più robusta, meno soggetta all’uniformità dei modi e alla regolarità dei passaggi».

Mandate, vi prego, in una lettera circolare questo recipe a tutti i vostri italiani malati dell’epidemia della lingua e della letteratura francese. Son difficili da guarirsi, è vero, ma almen che conoscano il male.

In tanto, voi mi tratterete come un Attila della poesia bernesca, a quel che vado immaginando. Veggo anch’io che la mia critica è, forse, troppo generale, e avvolge in un fascio l’abuso e l’essenza d’una poesia fondata su l’autorità e su i princìpi d’un’intera nazione ch’io stimo assaissimo. Ma voi siete assai discreto, e bene intendete che non è mia intenzione rassomigliare quegli americani di Montesquieu129, che tagliano l’albero per coglierne i frutti con manco d’incomodo. Addio.




119 Questa voce, che pronunziano iumor, vuol dire più cose, ma in generale significa una disposizione di animo inquieto e malinconico stranamente.



120 Poeta burlesco francese assai noto.



121 Poeta inglese, autore di un poema redicolo e stravagante all'eccesso.



122 Lo stesso gran Berni fu chiamato dal Modicio scurra maledicus, cap. I del Virgilio vendicato; dal Marini musa sudicia e buffona, nella Galleria fra i ritratti; da Niccola Villani buffone febeo nelle Rime piacevoli. Il poema dell'Orlando rifatto dal Berni è vituperato dal Fontanini per le scandalose e buffonesche interpolazioni. Vedi Eloquenza italiana. E dello stesso parere è Apostolo Zeno, e il Varchi, e il Doni, e molt'altri.



123 Il ritratto del Burchiello può vedersi nel Doni nel trattato primo della sua Libreria, ove dice: «Questo antico poeta fiorentino fu uno stravagante cervello, dove alcuni vogliono che le sue rime sien fanfalucole, ciance, e baie. Alcuni altri l'hanno per un cervello bizzarro, talmente che si può lasciar nel giudizio del mondo, perché in verità io dico che non ci sia chi l'intenda, e forse egli stesso non seppe ciò che si volesse dire, salvo sempre la ragione de' comentatori, che s'azzufferanno con esso». L'autorità del Doni in questo caso val molto, e non voglio però citare altri passi del Nisieli, del Fontanini, del Costo, del Landini e di cento altri, che, ad una voce, il chiamarono pazzo. Il Doni, che n'era un altro nel suo genere, dopo il giudizio sopraccitato fece un comento al Burchiello, ma così oscuro e strano che dal Turchi fu chiamato Comento del Doni rimato dal Burchiello.



124 Sembra notare il Cicerone poema, ecc..



125 Sembra incredibile il numero de' tomi suoi berneschi, e insulsi.



126 Autore del poema dell'Alpi, assai celebrato, e tradotto in più lingue.



127 Autore della Morte d'Abele, gentilissimo poema e saporito tanto, quanto è insipido il dramma intitolato Morte d'Adamo nella traduzione italiana.



128 Vedi Reponse au supplem. du Siecle de Louis XIV, -12°, Colmar, 1754.



129 Esprit des Loix, tomo I.






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