Io son pieno da capo a piedi di humor119
e vi scrivo per isvaporarlo. Il ciel vi guardi dal mio mal talento. Uno
degli abusi della vostra letteratura e poesia, quel, parmi essere, di tanti
poeti burleschi, o, come voi li chiamate, berneschi, che io non so vedere
assolutamente qual pregio s’abbiano e qual valore. Eppure mi sono studiato di
penetrare nel delicato, nel fino, nell’elegante loro stile, udendone tante lodi
dai vostri compatrioti, e ho cercato l’aiuto e l’istruzione, per questo, di
qualche italiano intelligente e poeta di professione tra principali.
Già siam d’accordo che, generalmente parlando, la
poesia non è quella professione che si concilii più stima e sembri più
necessaria all’umana felicità, ma, come io l’amo e tengo in pregio i buoni
poeti, volentieri mi persuado che alcuni ingegni debbano darsi al poetare, ove
chiamali la natura, e me gli fa principalmente sembrare ammirabili insieme e
cari alla società un Virgilio, un Tasso, un Pope, in grazia dei quali non
saprei censurare qualche genio sublime com’essi, e destinato per raro dono del
cielo a dilettare, com’essi fecero, l’uomo, nato al travaglio, sì mal
provveduto di piaceri. Ma io vorrei sapere qual giusta estimazione possan
pretendere i poeti berneschi, dopo che i dèi della poesia pur han bisogno di
qualche indulgenza. Se la poesia grande è così poca cosa, che sarà la bernesca?
Qual pregio, vi prego dirmi, qual merito vi trovate voi, massimamente al nostro
tempo e tra colte nazioni e ben educate, ed in tanta abbondanza di lettere e di
poesie? Intendo facilmente come, a principio, gli uomini affamati di piacere
intellettuale e d’ozio letterario, nell’uscire dalla turbolenza delle guerre
civili e dalla ignoranza dei tempi tumultuosi, cercando per tutto alimento
all’anima e all’ingegno, accogliessero con avidità anche questo meschino ed
insipido. Ma noi adulti e sazi, noi circondati da tante dottrine e produzioni
de’ gran maestri, noi pasciuti d’ogni maniera con lautezza, come soffrir
possiamo uno scrivere in cui non teneri affetti né vive passioni, non immagini
dilicate o sublimi, non istruzioni e documenti illustri, non certa neppure
armonia sostenuta e lusinghiera, non finalmente splendore, pittura,
immaginazione, energia di stile, non si ritrova? A dirvi il vero, mi paiono la
plebe de’ poeti, codesti berneschi, al linguaggio, al pensare, all’impudenza,
giacché ben sapete come i più accreditati sono i più licenziosi e prendono
dalle oscenità la maggior parte delle facezie. Per questo, io penso che sia
caduto, in Francia e in Inghilterra, questo genere di poesia, dopo che si è
conosciuto il valor vero ed intrinseco di Scarron120, di
Hudibras121 e dei loro pari, nel modo medesimo che sono aboliti i
buffoni, che faceano una volta le delizie d’ogni Corte ed erano in carica e
uffizio, proprio dopo che i prìncipi stessi han sentito un piacere più gentile,
ed hanno avuto l’onore di vivere tra i lor cortigiani in aria affabile e in
modo da poter anch’essi godere l’onesta compagnia, e sono stati ammessi e
tollerati a partecipare dei privilegi dei privati, che son la confidenza, la
familiarità, la socievolezza e quasi ancor l’amicizia. Or mirate l’Italia, come
è, da tre secoli in qua, piena di tai buffoni e in quante classi e in quanti stili
e in quante follie si dividono i vostri poeti berneschi122. Per tacere
degli altri, leggete un poco, a questo lume sincero ed esame non prevenuto, il
Burchiello123, per esempio, e ditemi se non è una impudenza il darci le
stravaganze d’un ubbriaco, che non intende se stesso né sa quel che dicasi,
come fosse un poeta classico. Io l’ho veduto ristampato al mio tempo in Italia,
e ho trovata a Venezia una setta di burchielleschi, che si facean gloria di
scrivere su quel gusto. Mi arrossirei di citare i capitoli del forno, dei
fichi, e tutta quella immondezza dei vostri cinquecentisti, e di farvi
l’analisi di qualche sonetto burlesco del Berni, del Lasca, del Firenzuola e
degli altri compresi nei tre o quattro volumi che ho veduti, nei quali una
empietà, una bestemmia talora, (ed è vero quel che io vi dico) sono l’unico
sale di un componimento. Io so bene che questa licenza è stata frenata nel
nostro secolo, ma il poetare bernesco è ancora alla moda, e conosco un qualche
poeta di merito e di talento che ha cambiata la bella poesia, quasi noiandosi
di servir la reina, in questa fantesca plebea. Vi sono, egli è vero, qua e là
de’ saporosi tratti negli antichi, in Caporali, in Berni, qualche sale
ingegnoso ho incontrato in qualche tomo di moderno poeta, ma deh che monta far
dei volumi per così poco? Tanto più che la moderazione introdotta e la
verecondia moderna, ch’è tanto lodevole, divien, presso la moltitudine, insulsa
e fredda, per quel pravo gusto che abbiamo agli equivoci e alle immodeste allusioni.
Al qual proposito mi dicea, non è molto, trovandomi a Dresda, quel chiaro
ingegno e felice del signor Bianconi, che fa tanto onore all’Italia per
l’eccellenza del suo sapere e del suo gusto non meno che per la bellezza
dell’animo e delle maniere: «E che
importa a me che tutte le parole siano bagnate in Arno, se non dicono che cose
fredde e meschine? Egli m’è paruto»
(aveva tra le mani un libro nuovo di capitoli e simili cose uscito in Italia di
fresco) «un poeta bernesco
spirituale, genere di poesia nuova nel nostro parnaso italiano». Vi so dire ch’egli mi confermò nell’eresia con
questo, e più ancora col farmi legger seco certo poema bernesco, che, quanto mi
sembra mirabile per la facile vena e corrente di un’armonica poesia, tanto è
mirabile, e ancora più, per l’idea dell’autore, che crede il suo tempo bene
speso in un argomento il più puerile e triviale, in critiche e riflessioni le
più comuni e volgari, in versi e rime, che certamente sono, se altre il furon
mai, nugaeque canorae, e che non sente rimorso di fare due grossi tomi
tutti pieni della stessissima cantilena124. Posso io credere quel che
udii, che due altri tomi sì fatti voglia dar fuori ben presto125? Oh
tempi, oh costumi italiani, e solamente italiani!
Tanto è vero, amico mio, che l’arte dei versi ora
è divina, ora è nauseosa, secondo ch’ella si esercita; e che in Italia
purtroppo chi è per mestieri poeta è forse il più vile tra gli artigiani,
perché giugne esso a portar danno e noia a’ suoi simili che qualche utilità pur
traggono dal manuale, dal ciabattino, e sin dai più vili di questi. Non vi
lasciate, vi prego, affascinare dal pregiudizio dei nomi illustri tra voi, dal
Berni, che ha dato il suo alla sua poesia, dall’Ariosto, dal Casa e dagli
altri, ma esaminateli un poco alla pietra del paragone, che è il vero diletto
ed utilità delle lor poesie satiriche o comiche o facete. V’ha egli un nome più
illustre in poesia di quel d’Orazio? Ma Orazio, che adula un tiranno, che canta
gli amori più infami, che burla di tutto senza vergogna, e mette in dispregio i
virtuosi e la virtù con la religione e con gli dèi, Orazio è un plebeo indegno
e meritevole d’un patibolo, se non lo scusa l’ubbriachezza e la crapola alla
tavola di Mecenate, alla quale ha fatto figura di parasito e buffone, e dalla
quale levandosi pien di vino ha presa la penna e la lira. Quanti Orazi di
questa tempera non mi par di vedere tra i vostri poeti berneschi! E non di meno
i buoni italiani, malgrado la loro educazione civile e costumata, e a dispetto
della nobiltà del loro animo, che è una delle prerogative della nazione, pur
gli ammirano e imitano e adorano, come i padri autorevoli e venerandi del ben
poetare. E quindi tanto persevera questo abuso, e vivon le sette e le eresie
poetiche, dalle quali tanti sedotti e strascinati perdono i più bei talenti,
lor dati per miglior uso. Quanti pochi, per tanto, sono gli Orazi tra voi,
guardando Orazio dall’altro lato della sua nobile poesia! L’Orazio sublime,
l’Orazio pittore, l’Orazio maestro della giustizia, della fortezza, dell’amor
della patria e degli studi e dell’imprese magnanime, qual è nelle odi migliori,
oppure Orazio il cittadino, il romano, il filosofo, che protegge i buoni e
flagella i viziosi, che predica l’amicizia, la lealtà, la fede, l’umanità, la
buona morale, e da per tutto sparge grazie di stile, armonia, eleganza,
immagini e sentenze mirabili, e con la soavità e il lepor dello stile non men
che dell’animo fa parer bella e cara agli uomini più ritrosi la difficil virtù,
qual’è nell’epistole principalmente. Io potrei citarvi, se non vi dispiacesse,
alcuni di questi Orazi in Inghilterra, in Francia, ed in Germania di questi
giorni. Il tedesco Haller126 e il tedesco Gesnero127 e il
barone Canitz, che traduconsi anche in Italia, ponno ben mettersi al pari di
Pope, di Addisson e di Racine il giovane, di Rousseau, di Bernis e di
quell’altro francese che non nomino, perché tutti il nominerebbono, il qual, se
molto somiglia Orazio dal buon lato, troppo più lo somiglia dall’altro. Mi son
venuti alla mano anche in Italia de’ poeti filosofi e morali, nol niego, ma
senza eleganza comunemente e senza sapore, perché è difficile assai unire al
solido e grave della filosofia l’ameno e il colorito della poesia. Il più
spesso, poesie freddamente amorose, che sapete quanto mi facean rabbia e
sdegno, poesie di raccolte e di cerimonia, oppur poesie bernesche. Sol dopo che
s’introdussero più generalmente i poemi in verso sciolto, parve che si
promettesse qualche gusto di quella poesia che io dimando, e Dio voglia che le
persecuzioni italiane, mosse tosto ed avvampate contro questi poeti di buona
intenzione e di sapor vero, gli lascino in pace. Al certo, v’ha gran bisogno di
ristorare la poesia italiana, e penso che gioverebbe il riformare severamente
la poesia bernesca, o almen tagliarne alcun ramo più inutile; tra i quali mi
par doversi notare que’ componimenti e quelle stanze in lingua rustica
fiorentina e toscana, che, nel mio soggiorno a Venezia, ho vedute in gran
credito, pregiandosi i primi verseggiatori di scrivere con lo stile de’
montanari e de’ bifolchi toscani, come d’un ornamento vezzoso di poesia. Che
strana idea non è quella di rinunziare alla bella universal lingua italiana,
per parlarne o scriverne una contadinesca di qualche valle degli Appennini o dell’Arno?
Perché, se voi esaminate l’intrinseco pregio di tal poesia, troverete che nei
riboboli, negl’idiotismi, ne’ proverbi di qualche terra e montagna sanese o
pistoiese o fiorentina, consiste, e si pretende piacere ai veneziani, ai
torinesi, ai napoletani o lombardi che nulla intendono. Ma almeno fossero lette
là dove s’intendono! Pensate. I toscani si ridono de’ lombardi, che pretendono
aver quel sapore e quella grazia loro nativa scrivendo e parlando, poiché i
toscani han quel pregiudizio, rispetto alle provincie d’Italia, che han le
nazioni confinanti tra loro, ma col pregiudizio hanno ancor forti ragioni in
questo. Dimandate per curiosità, come ho fatto io ai toscani, se né pur
conoscono le poesie del Vettori, del Gozzi e de’ loro compagni, e, se le conoscono,
dimandate il conto che essi ne fanno. Questa profanazione della lingua toscana
mi par più grave per colpa de’ poeti o berneschi o burchielleschi o fidenziani,
o che so io. E lo stesso direi di molti altri generi della poesia vostra, ma
basti in generale il conoscere l’intemperanza del poetare in Italia, per esser
convinto del male. Sopra la quale pensando, io stesso ho fatta qualche
riflessione, che pregovi di esaminare. Gl’italiani, mi sembra, hanno una lingua
sì armonica, sì lucente, sì ricca, che niente lor costa far versi, ed è
difficile il farli assolutamente cattivi. Per poco d’orecchio che uno abbia, un
poco di lettura di drammi, anche solo di Metastasio, fa de’ versi passabili e
dei buoni talora eziandio, onde vien forse che anche le poetesse non son rare
in Italia. Ma, in una tal lingua, v’è obbligo di farli eccellenti, o non si
deve farne, perché la poesia divien cosa comune, e facilmente ognun crede
all’amor proprio di esser poeta coi soli versi, e i versi costan sì poco.
Vedrete molti, massime giovani, andare estatici delle lor poesie, i quali si
stiman poeti, perché i loro versi suonano e splendono di belle voci, di grazia
e d’armonia, sicché, recitandoli, fanno un concento musicale e lusingan
l’udito. Questi, a ben considerarli, si compiaccion di quel merito che non è
loro, ma della lingua, e, se si togliesse ai lor versi il sonoro, il dolce, il
molle, il cantabile, il chiaro e l’argenteo, che son le doti di lei, niente non
resterebbe all’autore, fuorché la poca fatica di accozzare undici sillabe, e
l’attenzione di andare a capo al fin di quelle. In questo assomigliate ai
greci, e noi altri inglesi un poco a voi assomigliamo non per la bellezza, ma
per l’abbondanza della suppellettile dello stile. Abbiam noi una gran libertà
di sintassi e di tropi, osiamo violare impunemente molte leggi poetiche ed
ammetter vocaboli nuovi ed estranei prendendoli dalle lingue viventi, e dando
loro cittadinanza di privata poetica autorità, onde abbiamo ricchezza di
materiali. I francesi non fan così, che piuttosto ai latini s’accostano per la
difficile struttura del loro verso, e per la severità di molte leggi
inviolabili, o per quella ragione che dice Mr. La Beaumelle ai suoi
compatrioti. Eccovela da me tradotta, perché non avrete il suo libro assai
raro, e perché, scrivendo italiano, mi pare il francese fuor di proposito. Io
la tradussi così per mio esercizio128.
«Propriamente parlando, noi francesi non abbiam
poesia, né possiamo averne giammai, perché non può stare la poesia senza
immagini e senza armonia. Ora, il carattere musicale che deve aver per essenza,
vien tolto alla nostra dal meccanismo del nostro verso; e l’indole della nostra
lingua, piena di parole proprie, sprovveduta di figurate, atta all’analisi e
incapace d’entusiasmo, toglie alla poesia quei suoni pittorici, ond’ella
dovrebbe far risentire l’orecchio e l’anima.
Gli stranieri, di fatto, che son beati leggendo
Virgilio e Omero, leggono i nostri migliori versi con tedio. Pregian essi
Cornelio e Racine, come ingegni eccellenti nell’arte di muovere le passioni con
la sola forza del vero, ma non come poeti: molto più gli avrebbero in pregio,
se fossero esenti da quel ritornello de’ medesimi suoni, il vizio dei quali, se
con altre bellezze vien talor ricoperto, presto risorge con molta noia.
La Francia medesima comincia a capire quanto è
inutile il coltivare un’arte, che il nostro naturale, freddo benché giocoso, la
nostra inclinazione all’imitare, or la riverenza superstiziosa verso gli esempi
de’ gran modelli, la timidità della nostra lingua, l’impossibilità di
correggerla per cagione dell’accademia, condannano ad una eterna mediocrità. La
rima, un tempo, ci lusingava gli orecchi, oggi gli stanca, il verseggiare altre
volte era un talento, oggi è un mestiere. Infatti non leggonsi omai più versi,
e, se vogliam credere a Mr. de Fontenelle, tra cento anni non se ne faran più.
Non più se ne faranno, quando lo spirito filosofico ci avrà renduti più
delicati e meno sensibili, quando la nostra prosa ancor rozza e grossolana sarà
ripurgata, e, per mezzo di quel che noi diciam poesia, diverrà meno languida e
più armoniosa e più robusta, meno soggetta all’uniformità dei modi e alla
regolarità dei passaggi».
Mandate, vi prego, in una lettera circolare questo recipe a tutti
i vostri italiani malati dell’epidemia della lingua e della letteratura
francese. Son difficili da guarirsi, è vero, ma almen che conoscano il male.
In tanto, voi mi tratterete come un Attila della
poesia bernesca, a quel che vado immaginando. Veggo anch’io che la mia critica
è, forse, troppo generale, e avvolge in un fascio l’abuso e l’essenza d’una
poesia fondata su l’autorità e su i princìpi d’un’intera nazione ch’io stimo
assaissimo. Ma voi siete assai discreto, e bene intendete che non è mia
intenzione rassomigliare quegli americani di Montesquieu129, che
tagliano l’albero per coglierne i frutti con manco d’incomodo. Addio.