DIECI LETTERE DI PUBLIO VIRGILIO MARONE SCRITTE DAGLI
ELISI ALL’ARCADIA DI ROMA SOPRA GLI ABUSI INTRODOTTI NELLA POESIA ITALIANA (1757)
L’EDITORE
A CHI LEGGE
Se questo
libretto poetico non risveglia dal sonno la gioventù d’Italia e non la ritragge
dalla insulsa maniera di poetare imitando, già non si vede qual altro miglior
soccorso a lei si possa offerire.
L’esempio ha qui di tre diversi poeti, che non
sol versi, non suoni, e non rime vacue, ma poesia vera, armoniosa, franca,
nobile, colorita, e spirante estro e ardimento, presentano loro in vario stile
e in tre generi differenti di dipignere e di cantare.
Con l’esempio v’ha
l’istruzione; non in precetti, che l’anime legano nate a volare; ma nel
disinganno, che le sprigiona e fa gir libere e sciolte ove natura le chiama.
Virgilio è quegli che con alcune sue lettere tenta l’impresa, ma piacevolmente,
perché la magistrale severità è troppo odiosa nimica di poesia.
Or queste lettere scritte furono familiarmente e
senza studio ad amico lontano. Si fanno pubbliche per consiglio d’alcuni, che
dicono poter quelle agli studiosi giovare di poesia, e lo scrittore ci
perdonerà se, in grazia di questo, senza lui risaperlo, si stampano.
Ben sarebbe ingiustizia citar esse e lui davanti
a critico tribunale. Che se pure la collera letteraria (atroce collera, e
inesorabile) vuol usar de’ suoi denti, perché mai non irruginiscano, che a
troppo gran vitupèro si reca il non averli sempre ben tersi e aguzzi, sì il
faccia, che già l'autor innocente non morderanno, il qual, da gran tempo le
Muse lasciate, or lontan dalla patria ben altro ha in mente che i mastini e le
bisce del Parnaso, tra il fragor dell’armi e lo scoppiar de’ cannoni prussiani.