LETTERA
PRIMA
Voi m’invitate ad esercitarmi per lettere nella
lingua italiana. Ve n’ho dell’obbligo, perché amo lei e voi. Ricordatevi che io
sono inglese, né voglio suggezione. L’indipendenza è la mia passione anche
nelle parole, e qualche inglesismo mi si dee permettere, che sarebbe in Italia
delitto di lesa Crusca e scandalo de’ grammatici. La patria vuole il suo
dritto, e sento con l’aria di Londra addensarsi il mio capo e il mio pensare,
come accade ai romani tornando da Tivoli e da Frascati. Chi sa che non vi
scriva ancora in veneziano? Libertà, in somma, questa faccia la base del nostro
trattato di commercio. Sapete che la vostra lingua veneta mi piace assai. Sono
appassionato per l’ariette da battello, le canzon barcarole, pei sonetti e le
canzonette di quel vostro gentiluomo; la conversazione delle vostre dame
piacevami assai, anche per quel linguaggio sì vivace insieme e gentile. Oh come
un inglese nato a tacere, e avvezzo alle sue dame-statue, trova un’insolita
grazia nel convivere tralle vostre! Noi le tostiamo7, è vero, ma
anche le accomiatiamo ai frutti, perché ci vengono a noia, se mal non
m’appongo.
Ma quale argomento mi date per le mie lettere? E
voi volete ch’io vi dica il mio pensiero sopra gl’italiani, massime letterati?
Oh questo sì che mi può far ridicolo! È ben vero che gusto le buone lettere, le
unisco alla musica, alla pittura, al teatro, ai casini: i letterati mi facevano
la loro corte, mentre io la faceva alle virtuose, mi ricordo quel giorno, in
cui mi paragonaste, colla vostra malizia italiana, alla signora principessa di
W..., che passa la giornata tra il suo nano, la sua scimia, il suo pappagallo,
e il precettore del principino. È vero che i letterati m’hanno dato occasion di
conoscergli, poiché io studio l’uomo volentieri. Ma per questo? Io ho studiato
questa specie d’uomini ed ho trovato, come madama Cencin8, una nuova
specie di bestie. Fan molto bene in Italia i veri uomini di lettere a fuggir il
titolo di letterati, come un affronto; poiché è avvilito da tanti pedanti, da
tanti fanatici e peggio. Vedete a qual pericolo mi mettete con tale argomento,
se mai si sapesse il nostro carteggio, e la mia libertà di pensare inglese, e
un poco prussiano, su questi pregiudizi nazionali. Voi stesso, che siete
filosofo, il sareste voi abbastanza, sentendomi criticare le opinioni e le
pazzie degl’italiani? L’amor della patria è un amor proprio sotto altro nome ed
è un pregiudizio, una puerilità, quando crede il bene e la gloria del suo paese
dipendere da una commedia, da un sonetto. Questa pazzia, sapete, è la pazzia
più dominante d’ogni nazione. Ho visto Parigi
in tumulto, in sedizione, perché un bell’ingegno aveva detto male della musica
francese9. Si stamparon libelli a migliaia, si ruppero amicizie
antiche, si venne talora alla spada10, la guerra civile era al colmo
tra i partigiani della musica italiana e quei della francese, e questi
credevano di salvare la monarchia messa in pericolo dai trilli di Caffariello e
dall’ariette di Buranello. Al mio arrivo in Londra, ho trovati due gran partiti
e furiosi; io credea che si trattasse della libertà o del commercio tra questi
nuovi Wighs e Torys11: trattavasi d’una critica fatta da un bell’umore
d’alcuni passi di Milton e di Shakespear: egli era accusato come ribelle, il
giudice della pace faceva il processo, voleasi trattarlo come l’ammiraglio
Bing12. Egli aveva, veramente, criticati insieme con quegli antichi due
o tre poeti moderni, servili imitatori di quei maestri e adoratori dei loro
difetti, e questi erano i suoi accusatori e i difensori della patria e della
maestà, com’essi dicevano, della nazione. Pensate come io mi divertii di questa
scena. E Londra è pur l’emporio del pensar libero e contiene un milione di
cervelli indipendenti e sovrani ciascun nel distretto13 del suo cranio.
In mezzo, dunque, al regno della libertà e della filosofia, si vedono tali
commedie. Che sarà in Italia? Poveretti! Siete ancor bamboli, in paragone di
noi, giganti nella sublime filosofia spregiudicata. Ci vuol altro che ripetere
a mente qualche passo di Lettera persiana o della Pulcella e
citare Toland e Tindal14! Siete sempre copie, noi siamo originali; i
barbieri e i calzolai di Londra vi ponno far da maestri in questa filosofia. La
ragione, la filosofia, la libertà di pensare, questo è il linguaggio d’un
parlamentaio e di un marinaio. L’uno sedendo legislatore nelle due camere,
l’altro calafattando la nave, detestano i pregiudizi. Che direbbono
gl’italiani, che ne sono sì schiavi, di me forestiere, che giudicargli ardisco?
Vi ricordate dello stupore che dimostrò, visitandomi, quel cavaliere poeta?
Vide sul mio tavolino Dante e Petrarca insieme con Pope e con Adisson. Mi vide
gustare que’ suoi poeti e talora anteporli ai miei. Quante carezze mi fece!
Sebbene, bentosto cambiò stile, quanto parlai di qualche critica di quei due maestri
suoi perfettissimi, secondo lui, e impeccabili. Come perdé la pazienza e la
creanza, non potendo spiegare quel passo di Dante, che si era impegnato di
capir tutto quanto, e diede in furie, e disse villanie contro mezza la
compagnia; scomparve il cavaliere, e non si vide fuor che il poeta. Ciò m’è
accaduto più volte; e, per verità, i vostri letterati che trattano coi
forestieri di tali materie rispettano poco l’ospitalità. Lasciamoli dunque ne’
lor pregiudizi e ridiamo tra noi. Siate discreto, ed io sarò libero a dirvi il
mio parere. Ho diritto a questa libertà. Son tornato inglese perfetto con pochi
mesi di Londra. Se io sentenzio i prìncipi o i re, a tavola, o al caffè, se
peso l’Europa sulle bilancie dell’equilibrio, ben posso alzar tribunale tra i letterati
e i poeti. E poi non ho io patente autentica di legittimo giudice in fatto di
lettere italiane? Mi giovi almeno a questo il diploma d’Arcadia, che fui
costretto a prendere a Roma, e che mi era dovuto, secondo il parere e le
proteste di que’ molti letterati, poiché io sapeva qualche aria di Metastasio,
e spendea qualche guinea. Ed era il primo mio viaggio in Italia, onde ancora
vivea con gl’inglesi e scorticava i versi vostri e la prosa; pur quai lodi non
mi davano per la mia pronunzia, per l’orecchio fino e il gusto delicato della
mia lingua italiana, quando erano a pranzo da me! In ogni città mi volevano
ammettere in qualche accademia, ed io gli ammetteva intanto alla mia tavola.
Qui dibattevansi i punti primari della letteratura, e con le bottiglie si
numeravano le decisioni. Mi si offerivano sonetti e dediche da ogni parte, e
sono uscito d’Italia ben conoscendone il genio letterario, perché avea ben
pagati i miei maestri. Addio.