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Scena XII
Euridice, Aristeo
EURIDICE
Riverito Signor, qual duol t'opprime?
ARISTEO
Un labro, un occhio e un crine,
Congiurati a' miei danni,
Sono i fieri tiranni,
Che, co'l viso, co'l guardo e con catene,
Danno a l'anima mia tormenti e pene.
EURIDICE
Dunque, l'autor de le tue doglie è
Amore?
ARISTEO
Quel Nume, ch'è bambino,
In petto mi destò foco gigante;
Ardo, ma basta dir ch'io vivo amante.
EURIDICE
Né puoi temprar questa tua fiamma?
ARISTEO
Il core
Non prova altro ristoro
Che vagheggiar ogn'ora,
Sotto quella cortina,
L'effigie di colei che m'innamora.
EURIDICE
Lice vederla?
ARISTEO
E perché no? vedrai
Celeste Idea, ne' cui begli occhi ha il Sole
Divisi i suoi splendori,
E su le guance ha sparsi l'Alba i fiori.
Scopri il ritratto.
(Qui Euridice sorta in piedi leva la cortina, pensando veder
qualche vaga pittura, ma vede se stessa in un lucido Specchio )
EURIDICE,
(tra sè)
Intendo
I sensi di Aristeo,
Ma, saggia, ne l'udirlo
Fingerò non capirlo.
ARISTEO
Deh, contempla Euridice, osserva, o vaga,
L'effigie di colei ch'il sen m'impiaga.
EURIDICE
Meco scherzi, Signore:
Quest'è uno specchio e non ritratto.
ARISTEO
Eh mira,
Se vuoi veder per chi'l mio cor
sospira.
EURIDICE
Lascia d'amar, se sospirar non vuoi.
ARISTEO
Complici del mio ardor son gli occhi tuoi.
Bella, t'adoro.
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