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Francesco Aventi
Ciro in Babilonia

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  • ATTO PRIMO
    • SCENA SECONDA
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SCENA SECONDA

Baldassare con guardie, Amira, Argene e detti.

BALDASSARE
È questi, o Principessa, il pensier mio.
Te, che dovrei di ceppi
Stringer e di catene
Voglio che in dolce imene
Al talamo regal congiunga amore.
E scordando che fosti
Sposa del mio nemico,
Poiché bella ti scorgo e di me degna,
Mostrando ai Persi quanto grande io sono,
T'offro di ferri in vece il core e il trono.

AMIRA
Grata, signore, al tuo gran cor non posso
Quanto m'offri accettar. La patria, Ciro,
Al mio pensier presenti,
Di figlia e di consorte
Mi richiaman gli affetti;
Né a scorno lor potrei
Tradire i dover miei.
Ché se così ti piace
Cingimi pur di barbare ritorte,
Ch'io di mia trista sorte
Piangendo fra me stessa
Soffrirò senza pena
L'orribil prigionia fra queste mura,
E il Cielo incolperò di mia sventura.

BALDASSARE
Dunque potrai sì altera
Sprezzar la mia clemenza?

AMIRA
In te ravviso
Non clemente monarca, ma feroce
Vincitor, che superbo
Della vittoria sua coglie ogni frutto;
curando in altrui
I legami d'amor, di patria fede,
Altra gloria non vede,
Che quella di voler quanto gli piace.

BALDASSARE
Frena quel labbro omai femmina audace.
T'arrendi: alfin dipende
Dal mio voler tua sorte;
Potria costarti morte
Un disprezzato amor.

AMIRA
Sprezzo l'offerto soglio,
E l'amor tuo m'irrita:
Perder saprò la vita,
Ma non tradir l'onor.

BALDASSARE
Il tuo rifiuto, ingrata,
D'ira m'accende il petto.

AMIRA
Non sa cangiar d'affetto
Quand'è costante un cor.

BALDASSARE
Trema.

AMIRA
Minacci in vano.

BALDASSARE
Pensa qual son, qual sei.

AMIRA
Tutti gli affetti miei
Son volti a Ciro ancor.

BALDASSARE
(Vorrei punir la perfida,
Fiaccar l'orgoglio insano,
Ma frena il cor, la mano
La vaga sua beltà.)

AMIRA
(L'ira, il furor del perfido
Vincermi non sapranno,
Combatton nel tiranno
Amor e crudeltà.)

BALDASSARE
Stanco di tue ripulse alfin son io.
Fa' che sul labbro audace
Mai più non oda del nemico il suono.
Se di ragion capace
È quel tuo cor, pensa che in Babilonia
Contro te, mia nemica e schiava mia
Scagliarsi il mio furor ancor potria.
Quivi invano il tuo Ciro
Tenta di penetrar: chiuso ogni passo
Le mura impenetrabili di Belo
Ne guardano l'accesso;
E s'egli osasse ancora
Tentar l'arduo recinto,
Dato sol ti saria vederlo estinto.
Cangia consiglio, Amira: il nuovo giorno
Mia sposa ti rivegga;
(a Zambri ed alle guardie)
E voi frattanto
Il tempio e il gran convito
Ite a dispor dell'imeneo sovrano.
(Parte).

AMIRA
No, non fia mai, te ne lusinghi invano.
Deh! vieni, amata Argene, a questo seno:
In te sola poss'io
Sperar qualche conforto al dolor mio.

ARGENE
Misera Principessa! io pur vorrei,
so trarti d'affanno:
Comune a entrambi è la crudel sventura;
Ed io fin da' prim'anni
Al tuo destin unita,
Io, che passai la vita
A te sempre fedel, io tutta sento
La forza del tuo duol; ma la costanza
E la virtude che in tuo cuor risiede
Forse otterrà dal Ciel qualche mercede.

AMIRA
Sì, costante son io: di Ciro sposa,
Sposa a Ciro morrò. Frema il tiranno.
Non sa temer quest'alma;
Ed anche a morte in faccia,
In faccia al Re nemico
Fin ch'io vivo e respiro
Ripeterò che è questo cor di Ciro;
Ma il caro figlio, Argene,
Ricerca per pietà: teco l'adduci
Alle mie stanze, ove t'attendo in breve.
Il suo gentil sembiante,
Il piacevol suo dir, tu ben lo sai, Dan tregua
ai mali miei.

ARGENE
Tosto il vedrai.
(Parte Amira).
Oh quanto mai compiango
L'infelice suo stato! A che ne giova
Il nascer grandi, se d'ogni altri al paro
Il destino crudel di noi fa gioco?
In questo odiato loco
Trovassi almeno il conosciuto Arbace.
Ei nacque in Persia, e 'l Thauristano un giorno
Fu patria a entrambi.
Chi sa?... forse potria
In sì dubbioso stato
Qualche aita recarci in tante pene.
Ma alcun s'appressa... è desso... Arbace!...




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