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SCENA UNDICESIMA
Argene e detto.
ARGENE
Deh! tu m'aita, o Zambri; al Re mi guida:
Gettarmi ai piedi suoi, pregarlo io voglio
Per Ciro, per la tenera consorte
Pietà impetrar da lui...
ZAMBRI
Vano desio
Tu nutri, o donna... In sé raccolto giace
Il mesto Re, né parla altrui, né ascolta.
Tristo, pensoso e nel suo duolo oppresso,
Vieta a ognun Baldassare, e a me l'accesso.
ARGENE
Quanto infelici siam!... Ma tu non puoi...
ZAMBRI
Nulla poss'io...
ARGENE
Barbaro!... E dunque ognuno
Fra queste indegne soglie
Ha più crudel di tigre il cor nel petto?...
No, che pietoso affetto
Degl'infelici il pianto in voi non muove.
Ma verrà forse il giorno,
In cui sdegnati i numi
Puniran sì feroci, empi costumi.
Chi disprezza gl'infelici,
Chi il suo pianto non ascolta
Sa punire il Ciel talvolta
Dell'indegna crudeltà.
Cangia aspetto al suo destino,
E infelice il disumano,
Chiede altrui pietade invano
Se fu sordo alla pietà.
(Partono).
Gran piazza di Babilonia. Sulla dritta,
sfondo che lascia vedere la reggia di
Baldassare; sulla sinistra arco trionfale,
che mette alla porta maggiore della città.
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