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SCENA DODICESIMA
Adelberto e Berengario.
ADELBERTO
Tacer! sempre tacer! tanta costanza,
Padre, io non ho. Come! aspettar tu vuoi
Forse che in faccia a noi
La conduca all'altare e di sua mano
Ci strappi il serto? omai soffrire è vano.
BERENGARIO
Folle! sì presto obblii
Berengario chi sia? credi ch'io voglia
Vilmente soggiacer? Desio più grande,
Più cocente del tuo mi strugge il core,
Io bramo un regno, e tu, codardo, amore.
ADELBERTO
Ma che costava alla regina innanzi
Stringere un ferro e qui svenarlo?
BERENGARIO
E poi?
Chi da tanti guerrieri,
Chi salvarci potea?
Piena vendetta Avremo e tosto.
Numerosa gente,
Che in soccorso chiamai, già ver Canosso
Ascolto che s'invia... Taci: ingannato
L'esercito nemico
Da falsa sicurtà, nutrir sospetto
Non può se fidar vede Ottone stesso;
Lasciami; non temer: ei cadrà oppresso.
Se protegge amica sorte
Pochi istanti il mio disegno,
Perderà la vita e il regno
Questo prode vincitor.
Mirerò con ciglio asciutto
Dell'indegna i prieghi e il pianto,
Fia mia gloria e sol mio vanto
La vendetta ed il furor.
(Partono).
Gabinetto.
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