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SCENA DODICESIMA
Gustavo, nel sentire la voce di Cristina,
esce dalla porta segreta e corre verso la
madre, che sbigottisce e cade quasi
tra mortita sul sofà. La governante, che lo
ha seguito, vedendo il re fugge spaventata,
senza che nessuno se ne accorga, per
la porta comune. I precedenti, poi Atlei.
CRISTINA
(Stelle!)
CARLO
Che miro!... Qual mai varco ignoto?
Questo bambin chi fia?...
(Oh ciel! darsi potria!...
Langue costei...)
Figlia, palesa, spiega
Di quel fanciul...
GIACOMO
Favella.
ATLEI
(Oh vita! oh affanno!)
(Cristina, nel massimo sbigottimento,
non ardisce alzargli occhi).
CARLO
Saper il vo'.
GIACOMO
Chi è mai?
ATLEI
(fingendo di voler fare la stessa interrogazione
a Cristina, se le accosta e di nascosto le dice)
Non iscoprir lo sposo.
GIACOMO
Ah! sì, tu il sai.
CARLO
Obbedisci... Ricusi?
GIACOMO
(Morir mi sento!)
CARLO
E taci ancora?...
(Ad un uffiziale delle guardie)
Osmondo,
Snuda quel ferro.
(Al vero Si squarci omai la benda.)
E sul capo al fanciullo in alto penda.
(L'uffiziale eseguisce, afferrando per un braccio
Gustavo).
CRISTINA
(si alza e va verso il bambino)
Fermati... Osmondo, vibra
Nel mio sen quella spada.
ATLEI
(Oh ciel!)
CARLO e GIACOMO
Perché?
CRISTINA
D'ascondere il mio fallo
Più non è tempo.
In me tu vedi, o padre,
Una perfida figlia: io son sua madre.
(Sorpresa generale).
CARLO
Qual fulmine improvviso
Piomba sul capo mio!...
Ascolto il vero?...
Oimè!... sogno?... son
desto?...
Oh me infelice!... È questo
Dunque l'orrendo arcano
Che racchiudevi in sen?
CRISTINA
(precipitandosi a' piedi di Carlo)
Ah!...
CARLO
(respingendola)
Fuggi, indegna,
Orror mi fai... Ma d'un iniquo amore
Il complice dov'è? dove s'asconde?
GIACOMO
Deh! il palesa.
CRISTINA
Ah! non mai. Se un'empia figlia
Io fui, non deggio a meno
Esser empia consorte.
CARLO
Cangerai di favella in faccia a morte.
D'esempio alle alme infide,
Perfida, or or sarai...
(La rabbia mi divide
In mille brani il cor.)
Solo in quell'empio sangue,
Solo in mirarti esangue
Estinguerò lo sdegno,
E placherò il furor.
CRISTINA
M'uccidi.
GIACOMO
(Fier momento!)
ATLEI
(Tutto in quest'alma io sento
Quel duol, che ognor mi
desti
Pura amistade e fé.)
CARLO
A sì crudele affanno,
Crudo destin, tiranno,
Perché serbar volesti
Un genitore, un re?
ATLEI, GIACOMO e CORO
(Quel core omai di pace
Capace più non è.)
CARLO
(All'eccesso della pena
Giusto cielo, io reggo appena!
(Gettandosi sul sofà)
No, che un padre sventurato
Più di me non si può dar.)
(Carlo rimane alquanto pensieroso;
poi, vedendo Cristina abbracciare il
figlio e piangere con lui, mostra qualche
tenerezza d'animo; ma, scuotendosi ad un
tratto, si alza, dicendo).
CARLO
Ah sgombrate da me bassi affetti
Di clemenza e paterna pietade.
Ira, sdegno, furor, crudeltade,
Tutti uniti vi bramo con me.
(Alle guardie)
L'avvincete di crude ritorte.
Morte a lei fia condegna
mercé.
CRISTINA, GIACOMO e ATLEI
(Più non reggo/regge al mio/suo affanno;
Per quest'/quell’alma più
speme non v’è
CORO
(Più consiglio, più freno non sente
L'ira ardente di padre, di re.)
(Carlo parte con Giacomo, i Grandi lo seguono.
Cristina, col fanciullo, va fra le guardie).
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