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SCENA QUARTA
Carlo, Giacomo, guardie.
CARLO
Non più. L'onor del trono
Vendicato sarà. Favola al mondo
Un perfido vassallo, un'empia figlia
Fecer di me. Tutte le mie speranze
Se perdei, sventurato, almen
vogl'io
Vendicar col mio sangue il sangue mio.
GIACOMO
Dunque...
CARLO
La coppia rea
Perir dovrà.
GIACOMO
M'ascolta.
Se ad intera pietade
Piegar te non poss'io, la figlia almeno
Da si crudele scempio...
CARLO
No; d'ingiustizia allor darei l'esempio.
GIACOMO
Ti rammenta, signor, che a me promessa
Fu da te la sua mano;
Or la reclamo a te. Vedova e madre,
Esser mi può consorte
Chi nol poté donzella. Ah! del tuo sangue
L'unico avanzo in lei,
Sire, conserva, e appaga i voti miei.
CARLO
Tanto può tua virtude!...
Vieni, stringemi al seno. A me la figlia.
(Partono alcune guardie).
Tu mi rendi la vita
Colla pace del cor, ch'era smarrita.
Ardito di proporti io non avrei
Quanto proponi a me. Sappia l'ingrata
Da te qual alma nutri generosa.
GIACOMO
No, tanto il labbro mio, signor, non osa.
Per me le parli il padre.
Deh! tu pensa frattanto
A mitigarle il grave duolo e il pianto.
Questa man la toglie a morte,
Questa man le rende un figlio;
Ma non salva il suo consorte,
Tempra solo il suo dolor.
Se recarle non poss'io
Quel conforto che vorrei,
Non ardisce il labbro mio
Dirle i voti, del mio cor.
(Parte).
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