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| Alessandro Pepoli I pazzarelli ossia Il cervello per amore IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena prima
La scena rappresenta dalle due parti tre porticelle laterali, che danno ingresso alle rispettive stanze dei matti. Porta nel mezzo, che dà ingresso ad altri appartamenti, e al camerone, dove si pranza.
FLAMINIO Eccomi nella casa di quei pazzi, che si distinguono piú innocentemente degli altri nella società. L’ora è pur quella, che mi fu dall’amico prefissa; Aurelio poco dovrebbe tardare. Sono curioso di questo secreto. Sarà certamente ridicolo, come lo è il luogo destinato per palesarlo (Osservando) Ma egli è qui fedelmente. AURELIO (piuttosto agitato) Amico, abbracciatemi prima, e poi compiangetemi. L’arcano, che devo manifestarvi, è una vera disgrazia per me. FLAMINIO (ridendo) E scegliete l’ospitale de’ pazzarelli per confidarmi una cosa, che deve affliggervi a tal segno? Il rendez-vous è veramente un poco piú che bizzarro. AURELIO Lo sarà, non vel niego, ma, se egli è la scena della mia presente tragedia, v’interesserò qui con piú forza che altrove. FLAMINIO (con sorpresa) La scena della vostra tragedia! (Guardandolo a piú fiate) Amico, fa caldo; non vorrei... in verità m’intemorite sul serio. AURELIO No, non vi faccia spavento il mio cervello; quel poco, che ho sempre avuto... AURELIO Vi ringrazio, ma lo conservo tutt’ora. FLAMINIO Dunque... AURELIO Dunque si tratta d’amore. Questa per le anime sensibili è una sventura piú grande d’ogni malattia. FLAMINIO Bravo! E per iscoprirmi tanta sventura avete scelto l’ospitale, come se prevedeste, che dovesse questo essere il suo termine naturale! AURELIO Sí, anche per questo, giacché l’amore è una specie di pericolosa pazzia, e giacché un giorno posso avere la consolazione di vedere pazzo pur voi; allora sí che vorrei vendicarmi del vostro ridere! Ma, lasciando le burle, la vera ragione si è, che pur troppo il mio cuore è in questo luogo. FLAMINIO Ma cielo! voi non volete, che rida, e ogni parola di piú che voi dite va crescendo per me nel ridicolo, e nella meraviglia. Il vostro cuore è in questo loco! Siete innamorato dell’ospitale? AURELIO (con moto di sdegno) Eh! che maledetto genio di eternamente burlare avete nel corpo? FLAMINIO Di qualche pazzo? (continuando ad interrogare Aurelio). FLAMINIO (dando in dietro) Oh diamine! E voi mi chiamate per confidarmi queste vergognose leggerezze? AURELIO Sotto il nome collettivo di qualche pazzo può comprendersi ancor qualche pazza. Non vi stupite, caro Flaminio, per non mostrare poi troppa ignoranza. FLAMINIO Tutto quel che volete, ma non poteva io credere, che voi foste presentemente occupato nei rigori grammaticali. Vi sono dunque delle pazze qui dentro? Non me l’avrei immaginato, perché son piú rare le pazze femine, che i pazzi maschi; giacché noi altri uomini non abbiamo sí poco giudizio di privarci di quelle creaturine troppo utili alla conversazione, e ci contentiamo piuttosto di chiudere i nostri fratelli, che hanno men sorte delle donne in materia di pazzia. AURELIO Signor sí, che ve ne sono. Due ne ho contate con questi occhi; ed una... (intenerendosi). FLAMINIO Col cuore; non è vero? Ho capito tutto. AURELIO Che bella ragazza! Oh che bella ragazza! Peccato che non abbia giudizio! FLAMINIO Dite anzi, che sarebbe peccato se lo avesse, perché allora non vi baderebbe. AURELIO E perché mi fate voi questo torto? FLAMINIO Perché un uomo, che s’innamora perdutamente a prima vista, mostra di non curare né spirito, né saviezza, ma soltanto una bella taglia, e una graziosa fisonomia, qualità comunissime tanto al senno, che alla follia. AURELIO (impazientandosi) Ma voi le date a me sempre brusche, senza lasciarmi tempo né men di finire. Questa adorabile pazzarella, di cui non so nulla, se non se che ha nome Rosina (quando pure non vaneggiasse anche in questo chiamandosi tale da se medesima) non mi bada né men per sogno, sicché voi sbagliate, con vostra pace, sino dal fondamento. FLAMINIO Non vi bada, e voi vi riscaldate per essa in tal guisa? E non dovrò dire, che siete a uno stato deplorabile? AURELIO Si, lo sono ma... FLAMINIO Ma non da ospitale; v’intendo. Ditemi in qual guisa vi siete acceso; e se mi fate il torto di credere, che la mia amicizia possa avere qualche influenza fra queste mura, profittatene pure. AURELIO Accetto la vostra offerta; il vostro ingegno è notissimo, ond’io con gioia non debba prendervi tosto in parola. Passando a caso per la strada, ch’è guardata dall’ospitale, ho sentito una voce all’insú, che soavemente cantando, benché in un modo vario, e bizzarro, si meritava l’attenzione degli abitanti di queste case vicine, che stavano tutti attenti a sentirla dalle loro finestre. Mi sono fermato ancor io ad udire cosí dolce armonia; la vista segui curiosamente l’udito, e tra la ferrata d’un elevato balconello rimarcai un volto, un volto, che mi ferí senza riparo d’una piaga insanabile. Oh voce! Oh angelica bellezza! FLAMINIO Avanti; alla conclusione. AURELIO A un altro balconcello vicino eravi una sua compagna, cred’io, che la fischiava nel mezzo del suo canto, e tutti si smascellavano dalle risa. Quella, che possede il mio cuore, interruppe il canto, e la sgridò dicendole: fa quel che vuoi, ma Rosina in teatro sarà principessa, e tu farai appena da ultimo musico in caso di necessità. Poi ridendo chiuse la finestra, e lasciò tutti a bocca aperta. AURELIO Da quel giorno, amico, ho perduta la pace. Sei tu solo, che possa aiutarmi. FLAMINIO Ma come? V’ho detto, comandatemi. Da voi soffro tutto. AURELIO Soffrite dunque per due o tre giorni solamente di essere pazzo con me, almeno in apparenza. FLAMINIO Ma questo è impossibile per Flaminio, quando può essere facilissimo per Aurelio. Voi ingannerete ogni buon conoscitore; ma io... AURELIO V’ingegnerete di farlo con me. Sentitemi: non c’è altro caso d’innamorare una pazza, che fingendosi pazzo; e poi non si potrebbe stare con essa, né viver seco senza un tale artifizio. FLAMINIO Ma io non voglio mica esser preso per pazzo davvero, e, quando credessi bene d’uscirne, essere poi obbligato a vivere qualche anno nell’ospitale. Mi fareste un bel servizio. AURELIO Guadagneremo i custodi; per due tre giorni si lasceranno qui dimorare, affinché abbiasi campo di tentar la fortuna. Se Rosina in questo tempo condiscenderà a sposarmi, io me la condurrò a casa bella e matta com’è. Se poi no, procurerò di guarire, e di ritornarmene. Amico, (abbracciandolo) non mi dite di no. FLAMINIO Che si ha da fare? Orsú, Flaminio, per compiacenza, parerai anche matto (stringendosi nelle spalle). AURELIO Oh quanto vi ringrazio! Eccolo qui a proposito una qualche persona di servizio. A fisonomia parmi un guattero. FLAMINIO Raccomandiamoci a questo. Quante volte non si comincia dai guatteri!
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