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| Alessandro Pepoli I pazzarelli ossia Il cervello per amore IntraText CT - Lettura del testo |
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FLAMINIO (Bisogna farsi coraggio). AURELIO (a Benigno e ad Eugenio) Venite qui tutti due, amici. Noi abbiamo bisogno d’una grazia. FLAMINIO Sarete già ricompensati. EUGENIO Spiegatela una volta. BENIGNO (ad Eugenio all’orecchio) (Ehi, c’è da guadagnare? Se no vado via). EUGENIO (a Benigno) (Chi sa? Non so ancora capirli). AURELIO La grazia, che far ci potreste è quella di accoglierci per due tre giorni soli in questo ospitale, chiudendoci, e considerandoci perfettamente come due matti. BENIGNO (ad Eugenio) (Amico non intendi? Costoro hanno dato la volta). (Facendo cenno con la mano che sono pazzi) Capisco. Vengono a casa. Ben venuti. FLAMINIO Vi saremo tanto obbligati. BENIGNO Non dubitate. Guarda, amico, se li ho conosciuti ben presto (alzando il nerbo). AURELIO Non ci trattate poi colle brusche. BENIGNO A suo tempo vi saranno le dolci; intanto dentro (accennando cacciarli dà una leggiera nervata per uno ai due). AURELIO Ahi! (sentendosi percuotere). FLAMINIO Ahi! (come l’altro impiazientato) Ecco il primo frutto del nostro veramente pazzesco progetto. Per voi, che siete innamorato, pazienza: ella è una mancia ben giusta, ma per me poi farmi bastonare per amicizia è un poco troppo; un Pilade stesso, non credo ne farebbe tanto. BENIGNO Orsú men ciarle; là dentro (minacciandoli). EUGENIO (a Benigno) Fermatevi, amico. Per questa volta ho paura, che siate piú savio di questi signori, solamente nel nerbo. Essi non mi sembrano di quei pazzi, che si chiudono qua dentro. Questi tutto al piú sono dei soliti pazzi da strada. BENIGNO Presto, figliuoli, datemi dunque una prova del vostro buon giudizio. AURELIO Io sono innamorato... FLAMINIO (ad Aurelio) Per carità, amico, non date di queste prove, o ci torna qualche altro regalo sul dorso. Badate a me, galantuomo: (a Benigno) Avete qui dentro una pazzarella, che si chiama Rosina, che ha una bella voce, che canta assai bene? BENIGNO Sí, signore; e per questo? AURELIO Io ne sono innamorato, e... FLAMINIO Ma zitto; non sai dire altro che questa parola per farti credere peggio di quello che sei? (Mi duole ancora la schiena). (Fra sé contorcendosi. Chiamando Eugenio) Voi, che avete un po’ piú di flemma di quel signore (additando Benigno) avvezzo solamente a ragionare alle corti coi matti, fateci da avvocato presso di lui. Ditegli, che Aurelio Levanti mio amico ha bisogno di moglie, che qui a bella posta viene a cercarla... (Non posso trattenermi dal burlare anche a mio danno) (fra sé). EUGENIO (interrompendolo) Nell’ospitale! Per mia fè, questa ragione non vi procurerà un gran favore presso del giudice. AURELIO Caro amico, se io mi sono innamorato di Rosina sarà naturale, ch’io desideri lei per mia moglie, piuttosto che un’altra. BENIGNO (sorridendo) Ah, ah, adesso principio a capir qualche cosa. FLAMINIO Se intendevate un po’ prima, starebbero meglio le ossa del povero Flaminio Ponenti (contorcendosi). AURELIO È ella di onesta condizione? EUGENIO Signor, sí. Ha un fratello, che viene a trovarla ogni quattro mesi, e che le mangia frattanto pulitissimamente il suo, colla buona occasione di aver ella perduto il giudizio. BENIGNO Figurandosi di essere ora Didone, ora Semiramide, e che so io? Credendosi insomma una prima cantatrice di teatro. AURELIO (a Flaminio) (Oh cara! Me n’era bene insospettito in quei pochi momenti). FLAMINIO Veniamo dunque, se si può, alla conclusione. Uditemi tutti, e anche voi amico, (ad Aurelio) perché bisogna sopra tutto esser d’accordo. Se ci lasciate entrare nell’ospitale come pazzi per due o tre giorni, lasciandoci poi uscire, (ricordatevi bene) vi regaleremo dieci zecchini per cadauno. Se poi riusciremo ad avere per Aurelio il consenso di essa, onde la sposi, e se la conduca a casa, e se voi lo permetterete, cinquanta bei zecchini pure per uno vi entreranno in tasca; dieci poi vedete che in ogni caso non vi possono mancare. BENIGNO Fateci vedere qualche zecchino per prova di essere veramente savi. AURELIO (tirando fuori la borsa) Sí, quanti volete. EUGENIO Capperi! Non solamente savio, ma anche filosofo. BENIGNO Vi domando perdono, signori, se ho sbagliato... FLAMINIO Eh! basta, basta; ti prego solamente di non isbagliare mai piú. (Ai due) Sappiate dunque, per poterci trattare in conseguenza, che il mio amico si fingerà un pazzo melanconico, che detesta tutte le donne, io un pazzo allegro, che va dietro di tutte. AURELIO No, piuttosto fingiamo tutto il rovescio. FLAMINIO Credete a me, ho pensato a tutto, e questa è la strada migliore per arrivare al vostro fine. Dal vostro racconto medesimo ho capito che quell’altra giovine pazza qui dentro... BENIGNO Ah! sí, Camilla, la figlia dell’imperatore. AURELIO Come? C’è una figlia dell’imperatore nell’ospitale? EUGENIO Vuol dire d’un altro pazzo, che crede di essere questo sovrano. FLAMINIO Questa Camilla dunque ho capito, che dà qualche inquietudine alla vostra Rosina. Un uomo che vantandosi di sprezzar tutte, badasse subito subito alla prima, per pungere la seconda, farebbe meglio di chi si sfegatasse per quella, che ama, e che già non ha giudizio per corrispondergli in quella maniera, che si costuma co’ savi. AURELIO Mi piace l’idea; ora ne convengo con voi. Tutto sta, ch’io possa resistere, ma... FLAMINIO Questo poi bisogna poterlo. Siete disposti a compiacerci? Noi già, fidatevi, non abuseremo di alcun giusto riguardo. EUGENIO (a Benigno) (A fisonomia mi sembrano galantuomini). BENIGNO (ad Eugenio) (Certamente; quei zecchini...) EUGENIO (a Benigno) (Sarebbe peccato a lasciarli scappare). FLAMINIO (ad Aurelio, additando gli altri) (Le volpi a consiglio). E cosí? (ai due). EUGENIO Siamo persuasi, e prontissimi; ma per tre giorni al piú solamente, poiché, se. si scoprisce potremmo incontrare qualche disgrazia. FLAMINIO Siamo in parola. Da questo momento cominciate a trattarci come vostre creature; excipe il nerbo. AURELIO Se si potesse, vorrei vederla presto la mia Rosina. BENIGNO Intanto vi chiamerò i pazzi maschi per potere con piú ragione farvi vedere le pazze femmine. Prima di tutto bisogna, che vi cambiate vestiario, non perché non si possa esser matto anche in questo, ma perché vi si possa conoscere tali piú facilmente. FLAMINIO Ma come possiamo travestirci? Qui non abbiamo niente. EUGENIO A me. Una veste da camera antica, con una berretta per il pazzo melanconico, mobili che ho ereditato dalla buona memoria d’un pazzo mio amico. Per quell’altro poi un abitino succinto, succinto, e qualche nastrino color di rosa anderà a meraviglia. Vado, e vengo (parte e poi torna). AURELIO Ah! qual delirio, innamorarsi in tal guisa d’una, che non ha piú cervello! Se potesse ritornarglielo il mio amore... FLAMINIO Tutto sta, che per renderlo a lei, non perdiate voi quel piccolo rimasuglio, che pur vi avanza. Ecco la metamorfosi (veggendo Eugenio con le spoglie indicate. Si abbigliano col soccorso d’Eugenio, e piú presto, che si può). FLAMINIO Capisco; non vi sarà tanta inverisimilitudine. BENIGNO (fra sé) (Si moltiplicano i miei vassalli; io sono finalmente un piccolo re). Intanto, giacché a momenti voi siete all’ordine, vi farò venire un pazzo, che si chiama il pazzo tragico, mentre è divenuto tale per voler comporre di quelle minchionerie, che servono al teatro. Ehi, Don Fabio (chiamandolo).
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