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Alessandro Pepoli
I pazzarelli ossia Il cervello per amore

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  • ATTO PRIMO
    • Scena quarta   Don Fabio, e detti.
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Scena quarta

 

Don Fabio, e detti.

 

Don Fabio, ch’esce dalla porticella in fondo a mano sinistra, con ghirlanda d’alloro in capo sopra una nera capillatura vestito di lunga casacca, cinto d’una fascia, e calzato coi coturni.

 

DON FABIO (avanzandosi a lenti passi)

Chi mi vuol, mentre Melpomene

Agitando i miei pensieri

Scene orrende appresta al popolo

Di spelonche, e cimiteri?

BENIGNO Niente, niente, son io, che vi desidera, io che porto, come sapete, pochissimo rispetto a questa vostra signora.

DON FABIO

Tu non sei nato in Grecia,

Uomo ignorante, e vile,

Sol delle genti barbare

Nato a seguir lo stile.

BENIGNO Non sarò nato in Grecia, ma nemmeno a Montebaldo, come tu, pazzo del diavolo.

DON FABIO (mettendosi le mani alla cinta)

Come parli, fellon?

BENIGNO Parlo con questo (gli una nervata).

DON FABIO

Ahi! qual colpo improvviso!

Tiran, sarai contento, eccomi ucciso

(si getta supino in terra).

FLAMINIO (ad Aurelio) (Amico, a quel che vedo, avremo un grazioso compagno in costui).

AURELIO (a Flaminio) (Adesso che tutti fanno tragedie, va bene, che se ne facciano anche nell’ospitale).

FLAMINIO (ad Aurelio) (Dite piuttosto quante non istarebbero meglio qui, che altrove!)

EUGENIO (a Don Fabio che sta a terra) Amico, risuscitate, se no non si pranza.

DON FABIO (rizzandosi ma come a sedere)

O dolce nume,

Che mi rendi la vita, e quando mai

Da mangiar mi darai?... Tanta è la fame...

EUGENIO , presto; non dubitate. Alzatevi, ed accogliete intanto questi vostri due confratelli, che vogliono stare con voi per la stima, che portano ai vostri libri.

DON FABIO (alzandosi con una riverenza cerimoniosissima, parlando presto) Oh! Signori, la loro bontà strabocchevole, per le mie produzioni miserabili, mi rende tanto superbo l’animo, che quasi arrivo a credermi... (riprendendo fiato, e incalzando) e siccome le loro signorie conoscono l’immensità del mio merito...

AURELIO Uh! se la conosciamo! Anzi abbiamo ammirato anche nei presenti versetti...

FLAMINIO (ad Aurelio) (Amico, non vi sforzate a parlare da savio; e finito. Ora conviene dire degli spropositi). Le vostre opere incantevoli, fin nella luna celebri, di cui le scene eccheggiano, con fischi, e con applausi...

DON FABIO (interrompendolo) Che fischi? che fischi? Non si usa in teatro a fischiare che i saví...

FLAMINIO Avete troppa ragione.

AURELIO (Questa volta il pazzo credo, che dica la verità) (da sé).

BENIGNO (ad Eugenio) (Va’; chiama Candido, ed Alessio). (Eugenio parte; poi in disparte ad Aurelio e a Flaminio) Di questi due, che verranno, l’ultimo è pazzo per quelle favole da due soldi, che si chiamano, mi pare, gazzette, il primo è pazzo per credere d’avere il naso lungo due palmi, e quel ch’è peggio di vetro. Per altro, in tutto quello, che non è naso, ha il suo giudizio come noi. Ma per carità regolatevi con prudenza col poeta piú che cogli altri, perché è sulfureo, e nato in aria sottile.

 

 

 




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