Scena settima
Rosina,
Camilla e detti.
Rosina vestita capricciosamente da prima donna seria esce
cullandosi con gran guardinfante, con piume mal ordinate, e piccola corona di
carta in testa, con qualche neo sul volto, e col ventaglio in mano. Camilla
vestita di bianco, in forma di ninfa, adorna di molti fiori, con un mazzo
spropositato nel seno, tutto il resto a piacere, purché in carattere.
ROSINA (sostenendosi il guardinfante, e cantando a capriccio il
seguente recitativo diretto a Benigno)
Eccomi a’ cenni tuoi
Compiacente qual vuoi sposa, e regina;
(con fretta)
Tuo sostegno in un punto o tua rovina.
(parlando) È ora dell’aria.
(cantando)
Son regina, e sono amante?
Ricordatevi di avvisarmi.
AURELIO (in disparte) (Oh benedetta!)
CAMILLA (uscendo dall’altra parte) Ho inteso
a domandare dell’infelice Camilla. Sarebbe forse un marito, che dopo tanti
secoli venisse finalmente a consolarmi?
FLAMINIO (mostrando di rallegrarsi) Signora,
chi sa? lo almeno son qui arso, morto per desiderio di moglie.
RODOLFO Sappiate, che, se non siete qualche testa
coronata, non potete pretendere alla mano di nostra figlia, qual è costei.
FLAMINIO Ah! scusate, o Cesare; non avea la fortuna
di conoscerla come tale.
ROSINA (cantando)
Chi son que’ due stranieri
Vagabondì, smarriti,
Che approdarono arditi
Dalle spiagge di Troia a queste arene
Libertade cercando, e non catene?
FLAMINIO (ad Aurelio) (Sentite? Abbiamo intanto guadagnato il
bel titolo di vagabondi).
AURELIO (a Flaminio) (Ah! tutto è un
zucchero da quella bocca). Signora, siamo...
FLAMINIO (tirandolo per le vesti) (State
saldo, amico; ricordatevi, che non potete soffrire le donne. Lasciate fare a me
i complimenti). Signora, siamo due troiani degni della vostra compagnia. Io
sono il gran Flaminio conquista-cuori; questo è il mio amico Aurelio
schiva-femmine. Siamo in tutto conformi ai nostri cognomi.
CAMILLA Signor Aurelio, (inginocchiandosi a lui) accettate
dunque la mia dichiarazione; non ho mai potuto piacere a chi amava le donne,
spero presentemente di piacere a voi, che le odiate.
AURELIO (con maniera brusca) Alzatevi;
andate via.
FLAMINIO (ad Aurelio) (No; fatele
buona cera).
CAMILLA (alzandosi) Come?
RODOLFO (fra sé) (In qual umile situazione
doveva ridursi la figlia d’un sí potente sovrano!)
AURELIO Ah! scusatemi, non vi aveva ben ravvisata. (Guardandola)
Voi sola, sí voi sola, se il mio costume non fosse tanto radicato,
meritereste di placarmi col vostro sesso (guardandola raddolcito).
ROSINA (Colui non può soffrire le donne, e si
commove sí facilmente per quella pazza!) (fra sé).
BENIGNO Io parto per qualche momento sin che portano
in tavola (ad Aurelio e a Flaminio). (Mi fido di voi). Ehi, ragazzi, abbiate
giudizio, state in buona pace, e non fate sussurri, se no questo amico
lavorerà. (Additando il nerbo) Avete inteso?
TONINO Sior sí, avemo capio. Ah, ah, ah. Co le averò
fate, salo? ghe vogio donar sto per de calze. Tuto perché el sia bon. Ah, ah, ah.
BENIGNO Sí, sí, matto del
diavolo. Se aspetto di mettermi le tue, non metto calze mai piú.
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