Scena
nona
Benigno,
e detti.
BENIGNO È in tavola; andiamo. (Don Fabio all’arrivo di Benigno
s’alza) Aurelio, Flaminio, venite, che v’insegnerò la strada. (Sottovoce)
Per voi due vi sarà una pietanza di piú, ma in camerino.
AURELIO Per noi non serve, già abbiamo pranzato due
ore prima del mezzo giorno. (I nostri rispettivi genitori vanno ancora piú
all’antica dell’ospitale) (a Flaminio in disparte).
BENIGNO Basta, se volete
replicare, posso farvi questa grazia per essere la vostra mattina d’ingresso.
FLAMINIO No, no, amico; per noi è ora di meditazione
(con aria di pazzia affettata) insegnateci piuttosto le nostre stanze, e
ci ritireremo (ad Aurelio) (a far consiglio, mentre spero moltissimo).
TONINO I ha disnà prima de vegnir quà? Ah, ah, ah. I
xe mati, che ha buo giudizio, perché in sto palazzo se magna piú tosto mal. Ah,
ah, ah.
DON FABIO (ad Aurelio a Flaminio ed a Benigno) Presto
spicciatevi o sí o no, perché la mia musa ha piuttosto fame, e ormai non mi
reggo piú sui coturni.
BENIGNO Subito. (Ad Aurelio e Flaminio) Venitemi
dietro. (Poi agli altri) Adesso torno (parte per la porta di mezzo).
AURELIO (incamminandosi, sospirandosi in
disparte, e guardando Rosina dice a Flaminio) (Ah! perché non son
pazzo davvero? Starei sempre qui).
FLAMINIO (Consolatevi, che il vostro desiderio è un
ottimo segno di esser vicino a conseguire la grazia) (partono dietro di
Benigno).
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