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Scena
prima
Don
Fabio, poi Alessio, poi Candido, poi Tonino, e Benigno; poi Rodolfo, ed
Eugenio.
Prima ch’esca Don Fabio l’orchestra si sarà fermata a mezzo, nell’udire
un forte strepito di dentro, che tuttavia seguita.
DON FABIO (fuggendo con salvietta al collo, piatto ricolmo in una
mano, e con posata di legno nell’altra) Andiamo, o Melpomene, a mettere in
sicuro queste poche relique. Ho ancora una fame rabbiosa. Queste donne giocano
ai piatti come si giocherebbe alla palla (corre nel suo camerino, e si
chiude dentro).
ALESSIO (con salvietta sulla spalla, e un quarto di cappone ed
altro sopra una gazzetta) Salva, salva. Misere mie gazzette! Chi lo avesse
mai detto, che doveste servire in mia mano all’uso dei pizzicagnoli?
Perdonatemi, adorate gazzette, ma bisogna mangiare per vivere (corre nel suo
camerino, dove si chiude).
CANDIDO (con un pezzo di formaggio, e del pane) Gran
burrasca ha superato il mio naso! Fra il volare dei piatti, e dei bicchieri, è
un vero prodigio che tu sii ancor qui. (Toccandosi leggermente il naso) Ma
presto, presto me la vedo anche in questo luogo. Sarà meglio serrarsi in camera
(corre verso la propria camera, e trovando l’uscio chiuso crede di avere
urtato col naso; cade indietro per terra). Oh Dio! Oh Dio! Il mio naso, il
mio naso. Alessio maledetto, perché chiuder la porta?
ALESSIO (mettendo fuori il capo dalla porticella
esce un poco) C’è nessun altro che voi?
CANDIDO No, aiuto per carità.
ALESSIO (esce liberamente) Ch’è stato?
CANDIDO (alzandosi con collera) Corpo del
diavolo! Ch’è stato? Ridurre un galantuomo senza naso, vi par poca cosa?
ALESSIO Ma dove è andato?
CANDIDO Sarà assolutamente per terra (si pone
come a cercarlo). Cerchiamolo; vediamo se si potesse rappezzare.
ALESSIO Eh! siete matto. Non l’avete ancora qua? (toccandogli
il naso).
CANDIDO Piano, piano, con dolcezza. Cosa credete di
toccare? Poteva io nascere con peggior disgrazia d’un naso di vetro! Di grazia
guardatelo; è rotto? Ha qualche crepatura? L’ho battuto contro la porta.
ALESSIO Eh! che non ha niente; in ogni caso ci si
rimedia con un poco di calce. Andiamo, andiamo.
CANDIDO Un momento di flemma, finché rammassi il mio
formaggio (prende il formaggio, e si chiudono nel camerino).
Segue intanto il rumore di
dentro, e viene Tonino con le calzette nella solita azione, e Benigno dietro
che lo bastona.
TONINO (ridendo) Ah, ah, ah. Basta, che la
sappia, che no la gha rason. Ah, ah, ah; La me favorisse un poco troppo, sala?
ah, ah, ah (Benigno si ferma, come pure Tonino).
BENIGNO Sento, che tu ridi; dunque non c’è gran
male.
TONINO Rido, sala? ma me dol i ossi. Ah, ah, ah.
BENIGNO Impara a favore il bell’umore fuori del tuo
paese.
TONINO (Mio dano. Ho volesto far da cortesan, e qua
subito pufete i ve regala) (fra sé accennando l’essere battuto).
BENIGNO (rimproverando Tonino) Prendere una
sedia per batterla sulla testa alle due donne!
TONINO Mo no la capisse? Giera per ben, voleva
metter de mezo.
BENIGNO Con molta galanteria veramente!
TONINO Ah, ah, ah. Me dala qualche cosseta da
magnar?
BENIGNO Non c’è altro, hai pranzato.
TONINO
Me son imaginà de disnar, ma no gho miga dísnà. Tra che ghe giera poco,
e tra che ho desmesso apena scomenzà... (rammaricandosi).
BENIGNO Ridi anche in questo.
TONINO Mo dasseno che no rido, sala? I altri xe stai
piú fortunai, i s’ha portà via el so tocheto de roba.
BENIGNO Va’ dentro, dico (cacciandolo).
TONINO Mi no, che voi star fora. (Se podesse scampar
a tola a robar qualcossa) (fra sé).
BENIGNO Presto, ubbidisci, se no... (alza il
nerbo).
TONINO Ah, ah, ah; sí, sí la servo. Che bona
maniera! (entra nel suo camerino, e Benigno gli va dietro, come per
obbligarlo).
RODOLFO (che viene tratto fuori a busse da
Eugenio) Noi ci stupiamo altamente, che si lasci trattare un sovrano
in simil guisa. Ma finirai sulla ruota in parola di re.
EUGENIO Intanto imparate, che un cuoco può farla a
un sovrano.
RODOLFO Ma noi volevamo difendere la nostra cesarea
progenie.
EUGENIO C’era già la custode per separarla, e un
uomo non deve mettersi fra le donne. (Riflettendo, e riprendendosi) Ma
voi siete matto, e io son piú matto di voi a rendervi queste ragioni.
RODOLFO Oh scorno imperiale!
BENIGNO (ch’esce) Eugenio, come vanno le
donne?
EUGENIO Si sono abbracciate col veleno negli occhi
all’insinuazione del nerbo di vostra moglie, che stava già in aria.
RODOLFO Villana! Un nerbo contro la principessa
Camilla! E dovevamo frenarci?
EUGENIO Ora che la faccenda è un po’ aggiustata,
abbiate giudizio, sacra maestà, o tornerò ad insegnarvelo. (A Benigno) (Non
vi scordate del nostro affare).
BENIGNO (ad Eugenio) (Basta che quella pazza
dica di sí. Per me sono impegnatissimo per quei signori, puoi immaginartelo).
EUGENIO (a Benigno) (Vado appunto ad
avvisarli, che il pranzo, è finito) (parte).
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