Il MS. autografo di queste nove
lettere si conserva nell'Albaniana di Roma, e stanno in alcuni volumi che
contengono cose spettanti a Cassiano Del Pozzo. Furono da me pubblicate
appresso della Vita del Campanella (Napoli 1840). Il Principe B. Buoncompagni
di Roma le riscontrò di nuovo sull'originale, e mi mandò in giugno del 1843
importanti lezioni varianti e correzioni, in buon dato, le quali ho sott'occhio
nel dar fuori per le stampe dette lettere la seconda volta.
I.
Molto Illustre Signore
Osservandissimo,
Viene il presente D. Gio. Carlo
Coppola della mia scola a trattar le cose mio con S. B. La supplico che non
manchi per l'audienza di N. S. e dell'Illustrissimo Barberino, quando farà
bisogno, e che l'incamini al negoziare. Credo che V. S. haverà molto gusto
della sua conversazione, perchè è di vita santa, e di virtù non volgare dotato;
e spero essere in Roma a servirla, e non invano: perchè è speranza fondata in
Dio, e ben riconosciuta nelle seconde cause. Resto al suo comando, e le prego
dal Signore tanto che possa sollevar tutte le oppresse virtù d'Italia. Amen.
Napoli, 18 Novembre 1622.
D. V. S. M. I.
Aff.mo
Fra Tommaso Campanella.
II.
Molto illustre Signor mio
Osservandissimo,
Non so se V. S. ha ricevuto
un'altra mia dentro il piego di Tommaso de Franchis, dove la ringraziavo
dell'affezione verso la virtù, e cortesia verso me; e pregavo che s'adoprasse
che il padre generale, o il protettor Illustrissimo del mio ordine mandasse un
memoriale in nome della religione al re Cattolico cercandogli la persona mia,
perchè mi viene avvisato da' Consiglieri di Stato che questo si desidera per
concedermi ai miei Superiori, giacchè sono stanchi e san che non mi possono
tenere in coscienza per il Breve surrettizio che impetraro da Clemente ottavo
(1), e nè anco l'osservaro, mentre vuole che si proceda usque ad
sententiam inclusive; e perchè non hanno su che sentenziarmi (2). .
. nè vonno espedirmi. . . . . .
Di più la prego che ottenga dal
P. generale e dall'Illustrissimo Protettor Borghese una licenza in persona di
fra Dionigi di Castelvetere, mio discepolo, lettore in Teologia, che possa venir
in Roma e negoziare le cose mie, e son certo che ci vedremo nell'anno santo,
s'io arrivo a questi favori. Potrà avvalersi del signor segretario Ciampoli e
del signor Ascanio Filomarino, e dell'autorità dell'Illustrissimo suo
Cardinale. Non dico più a chi è ben affetto per natura e per virtù, a cui fa
ingiuria la preghiera. Dio la conservi a sua gloria. Amen.
Napoli, 25 di Giugno 1624.
Di V. S. Molto Illustre
Aff.mo
Fra Tommaso Campanella.
III.
Molto illustre signore
Osservandissimo,
Non vide poco con l'occhio
dell'intelletto V. S. molto illustre, poichè è andata bussando per tutto quello
che il senno divino per me, suo vile strumento, suggerisce al Mondo: e
dentro le fosse e luoghi di tormenti ha penetrato con la tranquillità d'animo
vittorioso. Sto trattando la causa del senno eterno a beneficio del Mondo, qual
io richiamo alla Scola sua, e non degli uomini (3): che (4) per
tal causa mi farà guerra: come il secolo seguente conoscerà. La ringrazio di
questo studio, e la supplico che s'adopri che vengano in abbondanza libri
assai, e quanti sono stampati, e perchè Favilla tiene la lista di tutte le
Opere che ho fatte, e già finii l'ultimo e trentesimo libro della Teologia ch'è
de saeculis saeculorum, potrà ella col Signor Scioppio ed altri amici
trattare la stampa di questi ch'io dedico a N. S. Papa, e così di quelli
(5) che sono in Roma, animando la pusillanimità di chi m'aiuta, in
particolare di Favilla nostro, che quando non arriva subito al suo disegno
si dispera e s'arresta, etc. Io assai desidero trovarmi in Roma nell'anno santo
per cose molto giovevoli a Santa Chiesa: e però replico a V. S. che non aspetti
Favilla, né altri; ma che subito e continuamente negozii di aver lettera dal
Padre Generale, o dal Cardinal Borghese, protettore del mio Ordine che possa
venire in Roma fra Dionigi di Castelvetere, mio discepolo in ogni scienza, e
massime in Teologia, di cui V. S. haverà gran gusto, etc, perchè lui negotierà
meglio che un secolare, e di più haver (6) la licenza del padre
Reverendissimo Generale al Re Cattolico che mi dimandi a nome della religione,
e questo sia subito avanti che si partino gli aiuti che tengo in Ispagna. Resto
al suo comando di tutto core, e allegro della benignità sua verso me, e del
buono sentimento che ha delle virtù e scienze non volgari. M'avvisi che libri
tiene de' miei, e come sono bene stampati, e se c'è annotazione. A Dio, che sia
tra noi. Amen.
Napoli, 20 di Luglio 1624.
Di V. S. M. I.
S.re Aff.mo
Fra Tommaso Campanella.
Molto Illustre Signore mio
Osservandissimo,
Supplico di novo V. S. M. I. che
s'adopri in maniera che il Padre Generale, o il mio Protettore faccino quel
memoriale di parte la religione al Re Cattolico, perchè di novo mi viene
scritto che solo questo s'aspetta per dar licenza ch'io sia spedito, e se
passan due mesi, quel che sta negoziando questo si ritorna da Spagna e perdo
quanto ho fatto; e benchè il Padre Generale repugni con iscuse vane, come
suole, non vuol riconoscere il suo gregge tutto, se non dov'è comodo, anzi mi
vorrebbe nocente, perchè non havesse briga di difender la innocenza; non però
lasci V. E. l'impresa tanto più che s'è stampata la Monarchia di Spagna due
volte, e sto bene cogli Spagnuoli di là.
Di più tratti la
licenza per fra Dionisio di Castelvetere che venga in Roma per li miei negozii,
perchè lui presenterà al Santo Papa quel libretto mio eminentissimo (e dicolo
senz'arroganza) ed altre cose che Favilla per codardia, non vol darle, e fa
male a sè ed a me, e tratteria la stampa del Reminiscetur ed altre cose
a me necessarie. Vede V. S. che cose dormono a tempo d'un Papa tanto savio ed
animoso! Dispiacemi che io gli scrivo, e non ha le mie lettere. V. S. mi vol
favorire a farcele avere, o come mi consiglierà.
Sappia che in Napoli dui Agostiniani
ed un Gesuita han la copia del Reminiscetur, e ciascun l'aggradisce, e
son venuti da Roma, e per questo anche sto disgustato con Favilla. V. S. non
aspetti se altri mi faccia queste due grazie: ma lei s'adopri e me le mandi,
s'è possibile. Nè creda alle difficoltà che ci mettono. Dispiacemi che Favilla
dice che l'Illustrissimo Barberino rispose a Scioppio ch'io non stava bene
nella religione per l'invidia, e che sto meglio qua. V. S. li dica che se io
sarò in Roma, comunque sia, cesserà l'invidia, quando sarò conosciuto da'
Superiori, e parlerò a S. B., e che tutto il mio male è l'esser lontano, ed in
man della parte con gelosia, etc. Dio conservi V. S. M. I. ed a me doni libertà
per poterla servire. Dicami de' libri che ha, e qual più li piace de' miei, e
che desidera (7).
Napoli, 10 d'Agosto 1624.
Di V. S. M. I.
S.re Aff.mo
Fra Tommaso Campanella.
Molto Illustre Signore mio
Osservandissimo,
Di novo supplico a V. S. M. I. che
tratti quelli due negotii miei, l`uno è la licenza per fra Dionisio di
Castelvetere che possa venir in Roma a trattar le cose mie, l'altra è il
memoriale del Padre Generale al Re Cattolico che mi domandi da parte la
religione, perchè rispondesse duramente alla proposta dell'Illustrissimo
Barberino, e mi finge nocente per non obligarsi a difender l'innocenza a tutto
il mondo nota, e da' nemici confessata; per tanto supplico a V. S. che spinga
il Signor Scioppio a dirne una parola a S. B. e che li presenti il libro mio
del Governo Ecclesiastico: che Favilla, perchè è sventurato d'animo, non vol
farlo dopo un anno: e po' non aspetti che lui solleciti, ma V. S. faccia questo
favore con caldezza, insieme col Cavaliere Del Pozzo (8). Resto al suo
comando, e li prego dal Signore quello ch'è meglio sempre. Amen.
Potrà V. S. altrimenti operare
per questi effetti, secondo la sua prudenza. Mi doglio che del Reminiscetur son
venute le copie a Napoli, e va per tutto, e corrono come di cosa propria.
Favilla non vol trattar per la stampa. Però è necessario venga fra Dionigio.
Napoli, 13 d'Agosto 1624.
S.re
Aff.mo
Fra Tommaso
Campanella.
VI.
Illustrissimo Signor mio
Osservandissimo,
Come proemio sa V. S.
Illustrissima che per fuggir le persecuzioni e tradimenti ordinati in Roma ed
in Napoli son venuto al Re Cristianissimo, dove trovai tanta humanità,
ingenuità, valore, abbondanza, sicurtà, riposo che bene intendo che Domeneddio
ha voluto consolar la mia vecchiezza. Non dico che non ci sia qualche vizio da
temere, e guardarsi, ma respettive alla Maestà Cristianissima mi ha usato tal
modo di favori in preferenza di tanti principi che mai a nessun principe
secolare e ecclesiastico ha fatto tanto honore: il tutto scrivo all'eccellenza
di Novaglia, mio liberatore, da cui potrà saperlo minutamente, e le stanze che
mi fur date, e li donativi, e la pensione annua del Re. Lo scrivo a V. S.
Illustrissima ch'è mio padrone; ma perchè del secol'aureo scrive Virgilio: pauca
tamen suberunt priscae vestigia fraudis etc. sappia che fin qua scrissero
da Roma contra me, ma quanto li satelliti dell'Achitofellisti han fatto contra
risultò in loro danno e biasmo etc. Laus Deo. Quando fui in Aix dopo la
gran memoria fatta di S. B. e dall'Eminentissimo Barberino con testimonianze
vere in casa di Monsignore de Peiresc, degnissimo di perpetue laudi e di
onorare la Romana Purpura, se li padroni volessero pensarvici punto, si ragionò
di V. S. con molto onore, e qui (9) trovai un foglio stampato della mia
Medicina, e ciò fu a' 30 quasi di Ottobre. Poi venuto in Lugduno (10)
trovai ch'erano stampati 4 libri. E perchè stavo in abito strano ed incognito,
vidi e non dissi altro, se non che Campanella vorrebbe questo libro più
acconcio. Poscia al primo di Decembre giunsi in Parigi; e sono stato 20 giorni
senza uscire, in casa di Monsignor di Sanfloro, persona d'incomparabile bontà,
religiosità, officiosità, carità non finta, di poche parole ma di molti fatti,
a cui doveva me stesso rispetto a suo fratello, mio liberatore, ma adesso mi ha
raddoppiato l'obbligo questo Signore. Scrissi a Monsignor Nunzio Bolognetti, e
quando fui quasi sano e rivestito, quasi a' 20 di Dicembre l'andai a visitare,
e sottoposi me e tutte cose mie all'obbedienza, come Nunzio di N. S. Mi fece
accoglienze, e m'impose ch'io non stampassi qualche libro senza lui. Io dissi
quel ch'era vero che havevo d'Aix scritto a N. S. che mi dia per giudice
il Cardinale Riscelieu, o la Sorbona, e così scrissi poi all'Eminentissimo
Barberino, e che non farò mai cosa senza lor gusto per obbligo religioso, e per
la gran beneficenza di S. B. verso me. Adesso è uscita fuori la
Predestinazione. Il Nunzio si lagna di me, come s'io l'havessi gabbato, e fatta
stampare; cercò d'impedire il privilegio. Il guarda sigilli lo donò senza ch'io.
li dicessi una parola, perchè questo negozio è del Signor Gaffarello, che
portò il libro da Venezia, e N. S. e il Santo Officio sa ch'io donai tutti
libri miei a Scioppio, altri a D. Virginio Cesarini, e a tutto il Mondo. Ora mi
scrive Favilla, delli 20 di Decembre, che V. S. li fece vedere li 4 libri di
detta Predestinazione, onde si vede ch'è venuta a V. S. in Novembre avanti
ch'io fossi in Parigi non che parlato col Nunzio. Però supplico a V. S. Io dica
al Signor Cardinal Padrone, perchè sappia ch'io son puntuale come sempre, e che
non farò cosa in suo disgusto per la vita. Se scrivesse il Nunzio etc. ma ci ha
poco guadagnato, perchè questi Signori lo hanno per Spagnolo, e mi dicon
che lui disse che io dico nel libro mal di Spagna, ed io nè scrivendo nè
parlando dico mal di questa gente: son venuto per quiete, non per litigi etc.
Aspetto la licenza del Signor Cardinale, e li scritti fatti sopra i poemi di N.
S. per memoria delli benefici, e clemenza dì S. B., la cui grazia mi fu tanto
insidiata che ricorsero a Spagna ed incominciaro per atteggiare al murmur
d'astrologizzare insieme per appiattarmi, ed adesso mi privano d'Italia, e
tutto questo per una superba invidia di Due. Dio li perdoni ed apra gli
occhi a quelli Signori verso lo vero. Resto al suo comando desideroso di
servirla, e prego Dio etc. Amen. A Parigi 14 marzo 1635.
Di V. S.
Ill. Serv. affez.
Fra Tommaso
Campanella.
All'Ill.
Signor Cassiono Del Pozzo,
Cavalier
e filosofo, p. Oss.
Roma,
Appresso
l'Emin.mo Barberino.
VII.
(11)
Illustrissimo Signore e
padrone Osservandissimo,
Mi è stata carissima la sua
risposta considerando da chi viene, e con che animo ed a che fine: la ringrazio
soprammodo, massime dell'officio con l'Eminentissimo Barberino, a cui devo, come
parte ottima di N. S. due volte la vita. Però desidero che resti persuasa S. E.
ch'io non voglio far cosa alcuna in suo disgusto, ma servirla se apre. E si
sa, e presto si vedrà meglio quant'io mi adopro per servitio di tutta la casa.
Mandai a N. S. dopo Pasqua subito alcune cose di quel che fo per ben comune:
credo S. E. l'averà visto. Ed un'altra cosa all'ambasciator mio conservatore.
Qua non si dorme. Non scrivo per non far torto a' Signori Nuncii. A' quali non
cedo di veracità senza disegno, ed avanzo di affettione per obbligo ed
elezione. Desidero nelle cose mie con questi Signori V. S. Illu. sia mio
avvocato e curatore. E vedo ben che non posso appigliarmi a più sicura guida. È
necessario che stampi la Theologia, che son 30 libri dedicati al
Card. Duca, e 15 di Metafisica al Re Cristianissimo, e molte
altre opere, in particolar le disputazioni sopra la fisiologia, etica,
politica, economica, e Città del Sole ed altri opuscoli, li quali tutti tutti
son passati ultra montes in Francia e Germania più volte, come sa
Favilla, e il Conte mio, e sempre ho scritto che non si stampassero perchè li
ho migliorati. Adesso non ho più scusa. Mi vengono richiesti da Inghilterra, da
Germania, e da' miei Francesi. Però è necessario che l'Eminentissimo Barberino
si contenti sian rivisti qua da chi comanderà il Sig. Card. Duca: e che sian
visti da' miei frati dottissimi di San Iacobo (12) ancora: altrimenti
si daranno a luce con farli rivedere alla Sorbona ed a questi padri. Ma non
quelli che porto approvati da Roma.
E vero quel che V. S. Illu. dice
che. doveva stampare qualche libro teologico sul. . . . (13). Ma in
verità io non fui autor di questo medicinale che si stampasse, e restai
ammirato quando lo vidi. È vero ch'io ho dato a rivedere un centone Tomistico
contra pseudotomisti de Praedistinatione, et Reprobatione assai
necessario per scavallar l'Ateismo e Calvinismo, provato con l'autorità di S.
Tommaso da' Teologastri; e, visto, lo stamperò.
E questo comunicai più volte a
N. S. in Roma dicendoli, che nè Principi laici, nè i Teologi ecclesiastici,
particolarmente i nostri, ponno obbedire a S. B. ed alle leggi per coscienza,
ma solo per forza, perchè dicono: o Dio è, o non c'è. Se non c'è, viviamo,
regniamo, facciam quel che ci piace per forza, per sofismi, per ipocrisia.
S'egli è, o ci ha predestinati o reprobati ab eterno, come dicono li
pseudotomisti de mente di San Tommaso, e ci spinge in tempore ad ogni atto pio
e peccaminoso in modo che non possiamo fare se non quello a che Dio ci move:
dunque semo nati giudicati e non giudicandi, faccia ognun quel che li piace:
perchè nè il Signore può crescer la gloria e diminuir la pena, non che
soddisfarla; nè il male può torci la gloria, nè diminuirla, nè la pena
aggravare. Però S. B. mi disse che io ci provvedessi a questo, e l'ho fatto in
questo libro. Di grazia V. S. procuri che il padre Mostro ed il padre Grioli,
perpetui miei persecutori, gratis, non persuadano a questi Signori che sia
impedito. Di più scrivo al padre Mostro l'inclusa cartella. V. S. ce la dia
lei, o la faccia dar da Favilla o dal Conte e mi procuri questo libro, che mi
tiene ingiustamente (14), approbato da quelli a chi fu da lui e dal
Padre Generale commesso. Scrissi al Signor Cardinale Antonio e a S. B. ed
all'ambasciatore Cristianissimo ed al padre Marini, segretario dell'indice, che
mi sian disbrigati i libri stampati, e ritenuti ingiustamente, a persuasion del
Mostro, non per teologia, ma per politica. Il libro contra Ateisti qua fa gran
frutto: giacchè tutti gli eretici son fatti Ateisti, e la scola eretta contra
loro non li cerca. Se lo vol ristampare non ci è cosa che osta, se non due
versi che spiaceno a N. S. pensando fossero contro la sua bulla; perchè quelli
altri che il Mostro notò contro la bulla son notati falsamente, come sa Favilla
e il Padre Maestro Marini. Però supplico a V. S. che aiuti l'opera del signor
Ambasciatore che gli dimanderà mi sian rilassati. Di più la Monarchia, stampata
in Jesi, qui è necessaria, perchè sendo approbata dal Mostro, dalla religione è
ritenuta sol perchè dicono che dispiacerà a' Principi, mentre difendo la ragion
della Santa Chiesa, e questo è falso pretesto del Mostro, come V. S. vede:
perchè questo libro accorda i Principi col Papa: com'è il libro del Santarello.
Però supplico a V. S. sia propizio in ciò, se come scrisse a molti il Cardinal
Verospi ed altri promettessero aiutarmi, e perchè Mon. Peresc mi cerca con
istanza questo libro di Jesi, la supplico ce ne mandi uno (15), e se lo
faccia dar dal padre Commissario del Santo Officio che n'ha: o scriva
all'Inquisitor d'Ancona, mio amico, e subito l'haverà. Di grazia per amor di
Mons. Peresc, che merita corone, e mi ha dato nel passaggio 40 dobble
spagnuole, oltre i meriti ed officiosità, V. S. si sforzi mandar un esemplare.
Io gli scrivo che ciò commetto a V. S. Illu. Le due vittorie della Maestà
Cristianissima, e li progressi contra la Fiandra può saperle da' Nuncii, e le
conseguenze dal proprio giudizio di V. S. Illu. stimato da me sopra
innumerabili altri. Io lavoro cose sottili per servizio del mio Re a gusto di
N. S. Il tempo lo mostrerà. Le grazie che mi si fanno e gli onori altri lo
diranno. Resto al suo comando mentre le fo humil reverenza, e le prego da Dio
ogni contento.
Parigi, 4 Giugno 1635.
Di V. S. Illu.
Ser. Obbl.
e Cordialis.
Fra Tommaso
Campanella.
VIII.
Ringrazio V. S. Illu. del
pensiero che tiene di me, servo suo, e, più di quel che fa per Mons. Peresc,
degno d'eterna gloria.
Io seguito la stampa dedicata al
Re ed al Cardinal Duca con gusto di tutti ed approbazione di tutti. Potea far
di meno il Padre Mostro e il padre Provinciale di metter zizzanie tra casa
Barberina e questi Signori, mentre scrive a' Nuncii che quantunque la Sorbona e
il Card. Duca, miei giudici, approbino i libri miei, approbati in Roma, non li
lascino correre, e vol essere tenuto per francese, e mette li Nuncii in
sospetto contra questi Signori per essere ignoranti o eretici che non conoscono
gli errori, nè san correggere. Doveriano omai veder li padroni che i libri miei
mai non fecero scandali, ma frutto grande; come lo scrivo adesso alla Sacra
Congregazione de propaganda, e che quelli de' persecutori svergognano la
Cristianità, e presto lo vedrà in istampa. Di grazia V. S. Illu. procuri che
questi Signori tacciano e non credano a' miei emoli, e che il Padre Mostro mi
mandi il mio libro: lui non m'ha scritto, nè risposto. Io mi difenderò
con poco suo gusto se questa volta non lo manda: la prego a quanto posso che
faccia questo officio giuntamente al Conte Castelvillano, perchè non abbia più
scusa. Resto al suo comando.
Parigi, 9 Ottobre 1635.
Di V. S. Illu.
S.re
divotissimo
Fra Tommaso
Campanella.
IX.
Ill. Signore e Padrone
onorandissimo,
Si sono stampati finora 4 volumi
delle opere del vostro servo: in questa simana (16)
si finiscono rerum Metaphisicarum Lib. 18 e vedrà che questo libro è la
Bibbia de' filosofi (17), vorrei mi donasse comodità di mandarli a V.
S. Ill. che sempre si è degnata di onorar le cose mie. Quel che ho fatto qua
contra gli eretici ed adesso per l'onor di N. S. il signor contestabile, il
signor Conte di Castelvillano e il nostro Favilla lo sanno; non lo scrivo a'
Padroni, perchè le lettere non entrano a Sua Santità, e questi Padroni
ammaliati da' miei Persecutori se rideno e sprezzano tutto quel ch'essi con li
loro instrumenti non ponno fare; presto piangeranno il disprezzo degli avvisi
miei. Supplico V. S. Ill. con ogni instanza si sforzi farmi haver le censure,
fatte son due anni contra il mio centone de Praedistinatione, poi che il
padre Generale e il Mostro con li reggenti spagnoli della Minerva non si curano
per far male a me metter la fede e la Chiesa in bisbiglio e turbolenza, e con
tutto che non hanno potuto ottener dal Santo Officio che li proibisca,
il Mostro ne fa represaglia, e mi vol cancellar il nome dal mondo, havendo
vietato a Monsignor Brugiardo di nominarmi nell'Orazione funebre di Monsur
Pereche b. m. e le sue zannate mostruose ed inette dicerie ogni giorno recano
nuovi scandali alla Chiesa Romana, e già li dottori di questo paese ne faranno
risentimento. Lhutero vinse il primo punto contra la Chiesa che non dovria
tener beni temporali (18), e per questo Carlo V fece il decreto dell'Interim,
perchè occupando li protestanti le ricchezze del Clero germano, lui con bona
faccia potesse occupar Roma, come lo fece, e la tenne 7 mesi. Ma perchè nel
secondo punto che Lhutero mosse contra la Chiesa restò scornato, parendo a
tutti impossibile che le indulgenze e le opere buone non valessero, nè le male,
a conseguir bene o male, ma solo ad eseguire quel che Dio ha destinato ab
eterno, assolutamente, senza condizione se saremo buoni o mali, ma per suo
gusto di mandar pochi al paradiso ed innumerabili all'inferno; onde ne seguita
che nascimur judicati ex decreto et non judicandi ex operibus, benchè
promette a tutti salvare se osserveranno la legge, et in corde suo dice il
contrario, perchè non si salveranno se non quelli che ha destinato. Il quale
dogma fa li Principi tiranni, li popoli sediziosi, e li teologi traditori, come
Dio, che con la speranza delli beni eterni, li quali ha risoluto di non
darcili, ci priva ancora delli beni temporali: dunque sendo questo contro la
politica di tutt'i principi, come Arist., Platon., Cicer., Seneca, Plutarco;
chè side futuris contingentibus est praedeterminata veritas, perit lex,
philosophia, politica, exortatio, Imperium, obedientia. . . Per questo,
dico, cessarono li Principi d'occupare il Papato, pensando che la vera fede si
conserva in quello, e Carlo V se ne fe' conscienza, e gli altri Principi
Italiani dissentiro. Ma hoggi che il padre Bannes e il padre Alvarez, maestro
del General e del Mostro, hanno scritto che tutto fu predestinato da Dio ante
praevisionem meritorum et demeritorum absolute et non conditionate per
electione reprobanda indiscreta (sic), tutti li pseudo Theologi non
che li eretici con scritti et parole et prediche van insinuando nella mente de'
Principi che difender il Papato non è difender la vera fede, sendo la medesima
fede quella de' Papisti e de' Calvinisti (et come scrive la Miletiere che
va persuadendo la scissura del Papato, li Dominicani, Tomisti, e quelli
dell'Oratorio son della setta loro: e capo n'è San Tommaso) (19),
dunque difender il Papato non è altro che innalzar la tirannide del Papa sopra
i Vescovi e Principi. Veda V. S. Illu. in quanto precipizio hanno spinto questi
miei persecutori lo Stato Ecclesiastico, ed io perchè mostrai S. Tommaso
contrario a questa loro opinione, perchè lui espressamente scrive che Dio non
ha predeterminato li futuri contingenti e liberi, nè li conosce nel decreto, nè
anche nelle cause indeterminate e mutabili, ma solo nella coesistenza
presenziale delle cose future nell'eternità, come pure il Capreolo ed altri
meco affermano. Però Dio ha tutti in voluntate antecedente predestinati,
come Padre, tutti fatti all'imagine e similitudine, e non del diavolo ante
praevisionem meritorum et demeritorum: ma post praevisionem come
giudice ha reprobati solo quelli che moreno ostinati nel peccato, ed eletti e
confirmato quelli che satagunt per bona opera certam facere vocationem suam,
dice S. Pietro. E li fanciulli che non hanno opere si salvano per l'opere
di Cristo ad bona supernat qui conformantur Christo per sacramenta in
supernaturalibus et ad bona Dei naturalia. E con questa dottrina ho tirato
molti alla Chiesa, e mentre gli Oltramontani stavano resipiscendo, perchè fin
hora da 100 anni in qua nissun ha saputo rispondere con satisfatione agli
eretici ed io che mostro le risposte vere e senza scrupolo in S. Tomaso
che si ponno predicare in tectis (come dice Christo) e la loro opinione,
proibita da' Papi, smascararla, perchè non è quella aurea che Christo vole sia
mostrata a tutti; vedete, come son trattato! Però supplico V. S. Illu. mi
faccia havere le censure, e se io non monstrarò che la loro opinion è heretica,
e la mia Catholica, condannarò tutt'i miei libri al fuoco. Consideri V. S. col
suo zelo e prudenza quanto importa questo negozio, e mi favorischi, secondo Dio
l'inspirerà. Finisco facciendole humil riverenza, pregando Dio per la sua
esaltazione, la quale forse è ritenuta dal troppo splendor de' suoi meriti.
Parigi, 27 Luglio 1638
(20).
Ser. humil.
e dev.
T.
Campanella.