ALTRE SETTE LETTERE DEL CAMPANELLA
Queste altre 7 Lettere possedute
dal Profes. G. Libri, mi furono dallo stesso Chiaris. Profes. cortesemente
fatte copiare e mandate; furono esse già per la prima volta da me stampate
nella Vita del Campanella. Queste lettere mancano d'indirizzo, ma è chiaro che
vanno tutte indiritte a Mons. Peiresch in Aix.
I.
Monsig. Padrone
osservandissimo,
Urgentibus magni momenti negotiis, sub mentito habitu, Galliam ab urbe
(21) petii, literis commendatitiis et praeceptoriis D. Card. Barb. ut
ubique suae dictionis et aliorum principum me adjuvent quicumque obvii
gubernatores, bene munitus: ac simul Comitis de Novalla, Oratoris
Christianissimi apud S. Pontificem, mandato ac commendatione, regio nomine, ad
cujus servitium accedo, pariter datis: quemadmodum, D. Burdeletus ad tuam
praestantiam inclytam scribit, et ego cum accessero demonstrabo, vestimenta mei
ordinis propria, et scripta scientiarum hic Massiliae praestolari vellem, qua
via per Nauclerum quendam vir de Novallia transmittenda curat ipse; nam et
improvviso nec salutatis amicis discedere ab urbe coactus sum, atque ad
Moecenatem bonorum virorum missus, qui nostris . . . necessitatibus. Sententiam
meam de libello Baronis Romae prohibito, me non adnuente, vel scribam velcum
tecum fuero, quemadmodum postulasti, dictabo. Egeo hic quidem, pecuniarum. . .
sed Parisiis nihil deerit. Vellem potius apud te, vir inter sapientes ac
prudentes clarissime, expectare, quam Massiliae, et habitum induere proprium,
verum absque tuo judicio discernere volui. Cupio igitur atque rogo etiam atque
etiam ut statim tuam voluntatem philosophiae propendeas, mittas que aut currum
aut lecticam, ascendere nam equum vix prae senio et labore valeo. Hospes meus
puteo me esse de ordine Minimorum, qui, ut scis, sum Praedicatorum et
tintinnabulum tuum ad quem scripsisti, et saepe salutasti. Nemini nomina mea
aperire nisi tibi volo, debeoque. Vale. Massiliae ex aedibus D. Gastoni die 29
octobris 1634 — Vel scribe hospiti meo, tuo ut me nomini
juvet, sicut Comes de Novalla dictus scribit nomine regio. Cum ad te pervenero
audies mirifica. Vale.
II.
Ill. Rev. Sig. P. Osser.
Alli 9 di Febbrajo parlai al re
Cristianissimo con tanto suo gusto e mio che non si può credere. Ammirai in
tanta maestà una somma umiltà con mansuetudine. Mi si fece incontro alcuni passi.
Non si mise mai in testa il bonetto, mi abbracciò due volte, e quando io
parlavo mi dava grande air, e mostrava saper quello che feci per S. M.
Io credo averli parlato bene, e lui interpetrava e ridea d'allegrezza, e
insieme mostrava compassione de' miei guai, e si commovea con decoro regio,
sempre in piedi Sua Maestà ed io e tutti gli astanti. Mi disse: très bien
venu etc. non li farò mancar cosa alcuna etc. lo ricevo in mia protezione.
Stia allegro e sicuro. — S'è fatto
il brevetto di quello mi dà, e non l'ho avuto nè so quanto. Per questo tardai
di scrivere a V. S. Ill. L'altra volta l'avvisai come delle dobble, che mi donò
il Buttiglieri (22) da parte del Re, mandai cento e cinque scudi in
Roma a quelli che son. . . . . in Napoli miei parenti per falsa. . . però io
non mandai a Monsignor Rossi. . . . Resto al suo comando. Mandai a Roma per la
cassa. Verrà a Mons. Gastines in Marsiglia. V. S. Ill. pur li scriverà. Ci
vengon per lei le medaglie e 'l . . . e 'l telescopio di Stigliola. Scrivo in
fretta. Resto al suo comando.
Parigi,
9 di Marzo 1635.
Di
V. S. Ill.
Serv.
Obbligatis. e devotis.
T.
Campanella.
III.
Ill. et R. Sig. e Pad. Osseq.
Ho scritto più lettere a V. S. per
via di Lione raccomandate al Signor Roberto Galilei, ed un'altra finalmente per
mezzo de' Signori Puteani, e non ho risposta, e come impaziente sono, l'avviso
di novo li gran favori ed onori che mi fè la Maestà Cristianissima, e come
venne poi Mons. Buttiglier a portarmi un brevetto di 150 lire al mese, che sono
600 scudi francesi e 720 Romani (23). Ringrazio Dio e la liberalità del
Re che pur disse volermi raddoppiare (24). Ma io sto contento del poco
con la quiete per me assai. . . . di più mandai una cartella al Sig. Gastines e
Lamberti che mi pigliassero il baullo che mi verrà da Italia con la Galera di
Mons. de Pilos, e l'inviassero a V. S. Ill. e li dissi che non era più fra
Lucio Berardi minimo, ma T. C. de' predicatori, perchè sapessero chi è la
persona a loro obbligata per le molte accoglienze che m'han fatto. Se per
avventura non fosse capitata in man di V. S. questa cartella, potrà avvisarli e
dirli tutto quanto loro scrissi, e l'obbligo che professo portar loro. Mi
scrive Mons. Burdilot da Roma che manderà il Conte di Novaglia ogni cosa etc. e
lui anche a V. S. le cose che ordinai per gusto della sua curiosità. Hier sera
leggendo il mio servo la Novella di Boccaccio di quel Saladino che fu
alloggiato da Rovello in Pavia e delle gran cortesie che li furo usate, venne
in pensiero che non è persona equivalente al tempo nostro a quelle mirabili
persone, se non V. S. Ill.; e mi sono rallegrato che il tempo nostro non è meno
valente dell'antico valore. Scrissi di ciò a Roma al Cav. Pozzi, il quale havea
ricevuti 4 libri dalla man me desima avanti ch'io arrivassi a Parigi, e questo
Nuncio Bolognetti vole che li havessi dato io al libraro, a cui fu scritto ed
insieme a Mons. Mazzarini di parte di N. S. Papa che mi facessero tutti li favori
che potessero, e segnatamente mi donassero quel che mi dava in Roma; ma che io
non stampassi cosa senza saputa loro, e questo io scrissi da quando ero
appresso V. S. Ill. a N. S. e vi professo obbligo infinito, e più che quel del
Saladino (25), e dimandai per giudici il Card. Duca e la Sorbona. Il
Sig. Gaffarelli sono 6 giorni ch'è partito per Roma, forse passerà per Aix, e
le narrarà la historia tutta. Scrissi al Sig. Galilei che m'avvisasse per che
via ho da restituir le 20 pistole (26) a de
Rossi, e non ho ancora risposta, ed a V. S. significai che in Napoli sta
carcerato mio nipote, ed in Roma fuggitivo mio fratello con perdita di quanto
c'era in casa, e mandai loro danari quanto ho potuto, e per questo non
subito ho soddisfatto. Mi bisognerà progredire, e vedo che Domeneddio non mi
manca. Io sto più sano che prima e fra gente buona caritativa che non consente
alli mali ufficii che loro sono suggeriti dal mio Caino. . . . di Roma, anzi
m'avvisano e stimano più che non merito con continui e cordiali buoni ufficii.
Resto al suo comando, e le prego da Dio ogni felicità della terra e del Cielo.
Saluto caramente al Sig. Gassendo, e l'aspetto, e a tutta la casa, ospizio di
virtù.
Parigi, 16 marzo 1635
Ser.
Obbligat. e divot.
T.
Campanella.
IV.
Ill. e R. Sig. Oss.
Dopo scritta l'ultima nel
vegnente giorno mi giunse la gratissima di V. S. Ill. e R. dove m'avvisava che
quando le scrisse il Sig. Deodato delle opere del Cremonino io l'ho scritto de'
favori che questi Signori mi fanno. Vorrei che fosse persuasa ch'io
più stimo ed amo una virtù vera che tutt'i beni del mondo, quali la necessità
naturale e non l'elezione razionale mi fa amabili, dei quali pur da lei a
quella partecipo (27). In verità le risposi subito il medesimo giorno,
e perchè ci era il Sig. Deodato, e li comunicai quel che mi scriveva, si pigliò
il carico di rispondere di quei duoi libri, de' quali egli haveva più notizia
che io. Scrissi d'una Metafisica che ancora non s'era ricuperata da quello
Stampatore che la prese dal Favilla per istamparla. Adesso le dico che s'è
ricuperata con pagarli 50 scudi. Pazienza, e mi viene con gli altri nel baullo
che capiterà in man di V. S. Ill. Io scrissi una cartella all'. . . . al Signor
Gastines e Lambenti, e dentro quella di V. S. perchè pensavo fossero più
sollecite le galere al viaggio, o quella di V. S. Ill. era intra un'altra del
Sig. Roberto Galilei, e lui mi scrive che non l'ha ricevuta, e di ciò m'accuso
me stesso (28), che quella volta non mandai le lettere a Mons. di
Sanfloro, nè alli Sig. de Pay, o Isau, ma al Procaccio per man del sagrestano
del convento, sendo una sola (29). M'ammiro poscia che V. S. dice
volermi mandare quelle poche curiosità, mentre io a V. S. le donai, a cui devo
per le cortesie assai gran cose, e per la virtù ciò ch'io vaglio, e spero in
Dio testificarlo presto al mondo, come adesso lo fo in Parigi con onorarmi del
suo nome. Or questo fu causa ch'io rescrivessi al Sig. Gastines havendo havuto
nova del Sig. Galilei che non aveva ricevuto la mia; quanto a quel che dice
delle pistole (30) io ne resto mortificato, perchè scrissi al Sig. Rob.
Galilei che questo lo trattasse col Sig. Rossi senza dir altro a V. S.
immaginandomi quel che del suo genio poteva succedere, e perchè non havevo
risposta, che non ci andò, lo scrissi poi a V. S. pensando ch'ella avesse
rescritto al Galilei che di ciò non mi desse risposta, e non fu così, ma in
vero egli non ebbe la mia, e fin alla Semana Santa (31) non me ne
accertai. Gli avvisi che mi dà, mi saran più sacri (32) d'ogni
pitagoreo (33), e la ringrazio assai e così fo. Il Re parte domani per
Piccardia, il Principe di Condè per Lotaringia (34). Roano è già in
trattato in Valtellina. Cricchi mi chiamò ieri e ragionammo, va in Italia. Il
Sassonia scrive al Re sottoponendosi a S. M. se vorrà aiutarli. Io sto bene al
suo comando, e comincio a godere, consolazione novella, le delizie di Parigi.
Credo sarà tornato il Signor Gassendo: lo saluto caramente. V. S. ha fatto da quel
che è col Galileo Galilei, ed io scrissi al Novaglia mio Signore ed a
qualch'altro che secondino le filosofiche ragioni di V. S. Ill. È finita la
stampa della traduzione dei dialoghi, e verranno altri libri. Mi spiace che il
Sig. Gaffarelli passando in Lione non abbia mandato a nessuno il libro delle
medicine, e per mio rispetto hebbe il privilegio senza cui non haveria havuto
il frutto suo dal libraro, e più mi spiace che non mandò a V. S. Ill. un
esemplare. Forse lo farà al ritorno di Roma. Resto al suo comando e tutti qua
si parla (35) della magnificenza grande di V. S. al Sig. Card. di
Lione, e ciò dona a me occasione di parlare più. A D.
Parigi, 15 di Aprile, 1635.
Serv. obb.
e Div.
T.
Campanella.
Il Sig. Ruffi che viene alli
servizii di V. S. mi fa scrivere per lui, s'è passato assai bene in
Parigi.
V.
Ill. e Rev. sig. e p. oss.
Hieri due di maggio sendo uscito
dalla semblea (36) de' Signori Sorbonisti, dalli quali fui introdotto a
parlare e salutare tutti con molta loro creanza ed honor che mi han fatto, e
per la cortesia mi ringraziaro che io gli avessi stimati tanto che l'anno 1625
ebbero da me una lettera, dove sottoponeva a loro censura tutt'i libri miei, e
li pregava pigliassero fastidio di correggerli, ed ho pure la risposta di tutta
l'Accademia assai cortese, e di novo ho fatto il medesimo con le parole
che ho saputo, e perchè il guardasigilli del Re mi donò licenza e privilegio
per tutt'i libri miei, io risposi che l'accetto, se la Sorbona, Accademia
regia, gli approverà. Piacque ciò a tutti, talchè uscendo da questo colloquio
assai allegro ricevei dai Signori Puteani lettera del p. f. Cristoforo, e
questa di V. S. dove per complemento nella sopraccarta avvisa che il baule sia
giunto in sua mano ben condizionato a 24 Aprile. L'allegrezza fu assai, perchè
fu colmata dalla grata di V. S. Ill.; nè si potea desiar miglior ricapito. Ma
non mi dice che ha ricevuto lei quel che mi scrisse il Sig. Bordaleto, di cui
ho lettere scritte alli 13 p. Aprile che 12 giorni avanti havea posto su le
galere il baullo. Nè so s'è sigillato dal. . . . . che a V.
S. han mandato la chiave, come io desiderava, perchè vedesse i pensieri di me
servo suo, e sarà soprascritto al vescovo di Sanforo. Io stamperò quelli che da
Roma fur approbati, e poi gli altri sendo revisti dalla Sorbona. La qual adesso
son 15 giorni tiene il libro de praedestinatione. . . .
necessario a questo secolo in particolare, e le mando lo specimen dello
Stigliola. Io credo che V. S. Ill. l'habbia subito inviato, e che sia vano scriverle
che faccia quel che a lei piace. Desidero che il Sig. Gassendo mi scriva
qualche cosa della sua famiglia, perchè voglio honorarmi in alcuno di questi
libri col suo nome, e per memoria di quel che devo a tanta generosità. Mi par
soverchio insinuare a V. S. Ill. quel che deve fare e come mandarlo sicuro,
perchè non si dica Sus Minervam docet. Lo sto aspettando con
avidità. Le farò parte d'alcuni pensieri dati a questi Padroni quando si
potran pubblicare. Con Mons. Rossi io le scrissi a lungo, e come già li
tesorieri mi davano danari per tre mesi: oltre quelli che da principio mi mandò
S. M. Cristianissima per accomodarmi. Tutte le cose per grazia di Dio van
prosperamente, eccetto quella di mio nepote che ancora sta carcerato, e tutti
li altri fur liberati: ma lui disse ch'era clerico, com'è vero, ed ha la bolla
del Papa di poter medicare. Ma spero che uscirà, perchè la falsità è manifesta.
Potrebbe nuocerli la mia venuta (37), e per questo io non l'ho fatto
manifesto ad altri, che pur si converrebbe a scoprir e fare punir la malvagità
di chi lo perseguita. Ho visto quel che V. S. filosoficamente scrive al buon
Galileo nostro, degno scritto di chi ed a chi lo manda.
Non ho cessato di fare quel che
devo per l'amico, e scriverei a N. S. (38), a cui sempre scrivo, e da
cui ricevo favori e danari, (ciò si taccia) ma sarò ripreso da S. B. di molta
imprudenza, come suol fare (39). Scriverò al Card. Colonna ch'è tornato
in Roma e mi scrive e mi si offerisce. Io resto a V. E. obbligatissimo sempre e
prego Dio la mantenga molto tempo in vita ed in grado maggiore per beneficio
de' buoni ed ornamento del nostro secolo. Mando l'inclusa al Signor Lamberto e
Gastines. Saluto cordialmente il Signor Barone, e tutti di casa, e il Sig. Gassendo
se pur è tornato. A Dio.
Parigi, a ' 3 di maggio,
1635.
Serv.
obblig. e Divot.
T.
Campanella.
La mia Metafisica viene in
baullo: pagai per ricuperarla 30 scudi. L'opera di Avicenna non trovai cercandola
sempre, se non nella libreria del Card. Riscelieu, e non vol darla, nè
stamparla. Se le pare, lo tenterò. Io stamperò subito e tutto manderò a V. S.
Ill.
VI.
Ill. Sig. e P. Oss.
Adesso proprio 25 maggio hore 4
post. merid. è venuto il Sig. Deodato con un avviso di V. S. Ill. e Rev.
giustamente lamentevole che io abbia sparlato del sig. Gassendo, suo carissimo,
e mio onorevole padrone: mi dispiace del suo disgusto più che d'altro: perchè
sendo questa una mera bugia e di persona sfacciata ed impudente non fa caso.
Sappia che scrissero anche a Roma ch'io dissi, e dico a chi mi viene a
visitare, che Voi havete qualche dubbio e ch'io poi non lo risolvo. Per il che
il Papa che mi ama di cuore ne sentì disgusto e me lo fe' scrivere, ed
all'incontro hebbe Roma lettere di persone assai segnalate del modesto modo
come io mi porto, e che mai sono restato di soddisfare a tutti, e che la
Sorbona e tutti li altri fan conto di me (40), ed anzi io mi
vergogno a dire quanto soverchiamente mi stimano, lodano e con epigrammi etc.
persone gravi. Quanto poi al Sig. Gassendi io ho testificato a tutti che lui è
persona di costumi ottimi e veramente filosofici, il che è fondamento di
sapienza, e che sia gran matematico ed astronomo ed osservatore mirabile, e quanto
gusto io ebbi di conoscerlo presenzialmente. Quanto poi alla filosofia epicurea
che consiste in atomi e in vano, dissi domandato da persone che con ischerzo
parlavan del signor Gassendo in questa materia, ch'io ho questa filosofia per
insufficiente a render causa di tutte le cose, e che il signor Gassendo non la
tiene se non forse quanto alla materia e che lui tiene il senso delle cose
(41): e per segno parlando meco delle comete, disse che sentono in tra
l'etere e vanno in simpathia, ed han causa finale. . . non mi ricordo se ho
detto questo, ma tra me e 'l Signor Gassendo è passato questo discorso: però
non può essere che io abbia detto che tiene una filosofia vana e deficiente.
Anzi con tutti ho detto che mi
pareva mille anni che fosse arrivato in Parigi per gustare delle sue virtù, e
sempre che s'è parlato di comete e d'ecclissi ho anteposto le sue virtù ed
osservazioni a quante ne ho viste. Ma se non fosse altro sendo cosa cara di V.
S. Ill. di cui sa il mondo com'io parlo, e che le dedico un libro, e che al
nostro secolo non nasce pari, e pregai che mandi i vostri titoli, non poteva
essere che io ne parlassi se non con reputazione grande.
Di grazia V. E. si levi questo
scrupolo e mi tenga per vero suo servo egregio filosofico e non cortigiano nè.
. . . e mi scriva donde ha saputo questo; perchè lo farò disdire in presenza
de' buoni. Questi ben veggiono quanto io stimo V. E. Ill. e come ne parlo, e
m'invidiano la sua grazia, nè può essere buono chi questo scrive, e dubito di
persona che dice e scrive mal di tutti e del Galileo e di Telesio, e di
Copernico, e di Stigliola. Sto aspettando il baullo: poi le scriverò a lungo.
Non so se Rossi le ha portato la mia, e se ha avuto le altre. Scrivo correndo.
A Dio.
Parigi, 25 Maggio 1635.
Di V. S. Ill. e. Rev.
Serv.
Obbligat. e fedele.
T.
Campanella.
Fo riverenza al Sig. Gassendo e
la prego che li faccia parte di questa verità, perchè io più stimo un monte
d'oro com'è lui, che mille di pietra come sono questi ciarloni rapportatori.
Scrivo in fretta ed in collera, e non ho voluto differire. Però scusi lo
scrivere intricato (42).
VII.
Hieri giunsi a Lione: questa
mane andai alle stampe. La medicina è mezzo stampata. Si aspetta il privilegio
del Re. Per questo non la mando. Va bene. La metafisica che il libraro
Brugiotti Romano dice aver mandata qua fino dal mese di marzo non si trova in
nulla stamperia. Anzi il Proost e 'l Cardan, coi quali esso tiene
corrispondenza, mi dicono gran male di lui e di sua infedeltà.
Scrivo a Roma agli amici ed
all'eccellentissimo ambasciatore che se lo faccia rendere a forza o a buona
voglia. Tengan caro gli originali si forte etc.
Il mastro delle poste mi ha
fatto assai carezze, e più Mons. Rossi e 'l Galileo, e mi offersero quanti
danari mi bisognano a suo nome. Io fatto il conto con Mons. Borrema (il quale
mi ha fatto carezze per amor di V. E. Ill. e del Barone, et Gogge ha
interceduto col suo amico che mi conduca in carrozza fin a Ruan, dove tutti ci
metteremo in barca, e forse in Orleans parlerò al p. Gioseffo e col Buttiglier
e 4 Sorbonisti venuti a Molins che pur si ricorda di quello che li scrissi
intra e fuor del dialogo) e mi dice che per fino a Paris mi bisognano 35
scudi. Io vi ho delle doppie, che 25 mi ha dato, nove solamente; perchè
pagai li cavalli ed altre coselle, e sempre pranzai e cenai con l'Arcivescovo
pagando per rata quanto tutti di sua tavola e lui etc. per tanto ho pigliato
dal Signor Rossi doppie 20 d'Italia per l'occorrente viaggio, e far un vestito ad
comparendum etc. V. S. Ill. mi perdoni che non è audacia, ma bisogno, e
certezza che donde ho ricevute tante grazie, non dà monete (43), come
vedrà. Resto perpetuamente obbligatissimo a V. S. Ill. e le prego da Dio ogni
bene. Saluto caramente il sig. nepote e tutti di casa insieme al valente
astronomo Gassendi. Quel che mi dissero i viandanti del suo studio non lo dico,
né quel che risposi io. A Dio, 16 novembre 1636.
Ho scritto in Roma a tutti.
Serv. et
obbl.
T. C.
Dalle Lettere inedite di uomini illustri
per servire d'appendice all'opera intitolata: Vitae italorum doctrina
excellentium, Firenze 1773, nella stamperia di Francesco Moücke — con licenza de' superiori — con lettera dedicatoria al conte di
Firmian di Angelo Fabbroni che ha pubblicato tai lettere; è tratta la presente
Al
gran Duca Ferdinando III.
Da che io cominciai a gustar non
volgarmente qualche verità del nostro mondo, e del suo autore, onde mi vidi
obbligato a richiamare la gente dalle scuole umane alla scuola del primo
senno divino, stimai ancora che io ed ogni ingegno egregio portammo grande
obbligo ai Principi Medicei, che facendo comparire i libri Platonici in Italia
non visti da' nostri antichi fur cagione di levarci dalle spalle il giogo
d'Aristotele, e per conseguenza poi di tutt'i Sofisti; e cominciò l'Italia ad
esaminar la Filosofia delle Nazioni con ragione ed esperienza nella natura, e
non nelle parole degli uomini. Io con questo favore fatto al secolo nostro ho
riformato tutte le scienze, secondo la natura, e la scrittura de' codici di
Dio. Il secolo futuro giudicherà di noi; perchè il presente sempre crocifigge i
suoi benefattori; ma poi resuscitano al terzo giorno del terzo secolo. Pertanto
avendo stampato molte opere in questo paese (ove Dio mi ha mandato e credo per
questo fine, e non per quel che gli uomini ignari del segreto fatale van
dicendo) ho ardir d'inviare a V. A. S. il secondo tomo, dove si tratta la
Filosofia naturale con nuovo testo chiaro, breve e forzoso, con le dispute
aggiunte contro tutt'i settari del mondo, e stabilimento della Filosofia
Cristiana idest veramente razionale. Gli va ancora aggiunto la filosofia
morale, la Politica, ed economica col loro testo nuovo, e quistioni come di
sopra. Ci aggiunsi la Città del Sole, idea d'ottima repubblica, e di ottima
città inespugnabile, e tanto riguardevole che mirandola solamente s'imparano
tutte le scienze istoricamente (44). Ci aggiunsi anche un trattato del
Governo ecclesiastico. Nella prima quistione che io fo: an sit cudenda nova
philosophia, vedrà la testimonianza del debito de' Filosofi alla casa
Medicea, e di me in particolare per le grazie che mi ha fatte il gran Duca
Ferdinando I. l'anno 1593, come credo che Laurenzio Osimbardi e Baccio Valori e
Ferrante de Rossi ne abbiano lasciato qualche memoria; e per che causa non
venni alla lezione in Pisa, come S. A. mi comandava ed il P. Medici ne sa
l'istoria da chi mi dispiace che sia passato tanto presto all'altra vita. Vedrà
in questo libro V. A. che in alcune cose io non accordo col mirabile Galileo
suo filosofo, e mio caro amico e padrone da quando in Padova mi portò una
lettera del gran Duca Ferdinando: può star la discordia degl'intelletti con la
concordia della volontà di ambidue, e so ch'è uomo tanto sincero e perfetto che
avrà più a piacere le opposizioni mie (del che tra me e lui ci è scambievole
licenza) che non dell'approvazione d'altri. Al medesimo gran Duca io aveva
dedicato il libro de sensu rerum e per la persecuzione sopraggiuntami, che
il mondo sa, non ebbe effetto, ed oggi è ristampato. Se V. A. ne avrà gusto lo
consegnerò al Signor Conte Bardi suo residente, il quale, come dedicato alla
virtù, mi suole favorire spesso, e nel trattare si fa conoscer per persona
dedita alle scienze, alla politica, all'officiosità, e fa onore alla Patria ed
a chi lo mandò in queste parti. Io resto al comandamento di V. A. e le prego da
Dio sempre maggior felicità a ben de' Virtuosi e della patria comune Italia che
ha sempre ricevuto benefizi, e più ne spera, dalla prudenza e valor della Casa
Medicea.
Di V. A. S. Parigi, 6 di
Luglio 1638.
Servitore
Divotis. ed Umilis.
Fra Tommaso
Campanella.
______
Il Libri, nella sua Histoire des
Sciences Mathématiques en Italie t. IV, 456 Nota XII, riferisce la seguente
lettera:
R.
P. Campanella (45).
Molto Ill.re, e M..to
R.do p. mio Col.mo
Ha mostrato vostra Paternità
tanti segni del suo buon volere verso la somma virtù del Chiaris.o
Sig. Gassendi nostro e tanto dispiacere della sinistra interpetrazione che
s'era data alli discorsi ch'ella v'aveva tenuti che ne siamo rimasti appagati,
conforme al desiderio di V.a P.a ed alle istanze che ce
ne ha fatte il s.r Diodati colla sua lettera e il s.r
Henrico Dorvalio di viva voce che mi disse questi giorni la mortificatione che
ne haveva havuto Vostra Paternità. Hor per non dissimulare quello che importa
più, è cosa verissima che sin dal principio ch'Ella fu arrivata in Parigi, mi
fu scritto ch'ella aveva sparlato della Fisica del s.r Gassendi, et non venne
l'avviso da chi s'immaginò V. P.a ma io non lo volsi credere e
m'immaginai che fosse più tosto sinistra interpetrazione di qualche parola
detta a caso che biasimo ex proposito, nè volsi farne motto; ma quando scrissi
poi al s.r Diodati m'era stato dato un secondo avviso, da altra
parte, che non solo andava a disavvantaggio del s.r Gassendo, ma ad
un vituperio intollerabile. A tal che non mi potei più contenere e gliene
scrissi alla libera, né son mancati altri avvisi poi d'altrove non solo della
poca stima che V.a P.a faceva di quel personaggio, ma di
tutti gl'ingegni di Francia che gli eran passati per le mani. Anzi si diceva
ch'Ella non perdonava neppure al povero s.r Naudeo tanto
appassionato e partiale di V.a P.a Il che mi pareva
durissimo, e di perniciosissima conseguenza. Io non credo veramente tutto
quello che si può dire in questo genere, anzi non farò difficoltà di credere
che si possino fabbricare diverse calunnie per levar V. P. all'invidia. Ma è
pur difficile che non vi sia qualche fondamento di parole ambigue et soggette a
indutioni contrarie. E sarà bene che per l'avvenire V. P. consideri bene li
termini ch'ella vorrà adoperare parlando delli litterati di Francia, e
specialmente di quelli che vi possono avere acquistato qualche merito. Altrimenti
non credo che le riuscirà, sendo notissimo che l'humor della natione porti una
grandissima libertà di far scelta chi d'un'opinione e chi d'un'altra, quando si
(vi) concorrano ragioni uguali o probabili (46). Né per tal
varietà di sensi bisogna subito condannarsi l'un l'altro, portando la spesa di
pensarvi maturamente prima di passare alla condannatione. Anzi di lasciare
ognuno nel suo libero arbitrio, mentre le cose siano di natura tale che non vi
sia necessità assoluta di prendere partito. Già che talvolta le opinioni che
paiono ridicole ad altri con la benigna interpetrazione che vi può occorrere
passano per negotii gravissimi et di somma importanza. Così in materie
filosofiche se si esaminano gli vari concetti degli antichi filosofi greci, poche
ve ne sono che non abbiano qualche cosa del mirabile mentre si guardano con
carità umana, e che vi si considera ciò che vi può esser degno di lode,
lasciando ciò che non par tanto comportabile, et riducendo le cose alli termini
dell'ignoranza de' tempi loro. Io son d'un umore che non gusto troppo le
fatiche di que' che attendono a confutationi dell'altrui opinioni giudicandone
il tempo assai mal impiegato come di chi volesse rifiutare gli spropositi di
qualsivoglia persona che può errare così nella proprietà della lingua volgare
come nella bassezza dei concetti. Il che sarebbe senza fine, la brevità della
vita umana non comportando queste cose senza grave necessità. Et mi par molto
più nobile di stabilire ciascheduno li suoi fondamenti con le migliori ragioni
che ci può somministrare il proprio ingegno, senza rifiutar altro che
ciò che non si può vietare (che) di necessità (47). Et così
lasciando al Pittore la lode che può occorrere alla sua Arte, et al Cantore
quella della sua musica, ed all'Architetto quella delle sue fabbriche, et così
degli altri, quando s'è assecuto (trovato) un soggetto degno d'esercitar
l'ingegno, mi par che l'opera sua può passar in più degne mani, quando
s'attende solo al suo scopo, e ad insegnar ciò che i lumi naturali ci hanno
potuto chiarire senza far digressioni contra quello e quell'altro che avevano
altra mira. La grossezza delli volumi non potendo poi comportare che le persone
di conditione vi si applichino, il che fa rimaner tali fatiche senza le
rimunerazioni condegne, et le fa star sepolte e senza che i librai vogliano
fare la spesa tanto grande. Non mi appartiene di darle consigli in questa cosa,
dove toccherebbe a lei di darmeli, ma ella scuserà l'abbondanza del cuore che
mi fa parlare così alla libera, poichè ella mi ci ha invitato in certa maniera
co' suoi complimenti assicurandola ch'ella manterrà molto meglio il suo gran
credito che se ella si disturba dal suo cammino per nettare la strada per dove
havrà da passare, massime in paesi pieni di tanto fango e di tante spine,
benchè si avesse da desiderare che fossero più netti. Giacchè ella può
attendere a più utili fatiche d'insegnare cose ignorate dagli altri. Scusimi di
grazia V. P. e stabilisca la sua fisica senza dimorare a persuadere che sia
ridicola quella fisica d'Epicuro, mentre se ne veggono pochissime risoluzioni
sparse di qua e di là senza ordine; giacché s'ella le avesse vedute ordinate,
non le parrebbero forse tanto strane. Benché la dottrina degli atomi non le
piace, siccome nè anco a molti altri, non par conveniente di dire subito DI NO,
CHE NON MI PIACE: massime quando non è conosciuta, e quando si veggono persone
gravi che stanno in sospeso, senza ridere e senza biasimare la rosa, non
ostante che nasca fuori la spina. Giacchè da principii ridicoli in apparenza si
viene in cognizione talvolta di cose gravissime e squisitissime. Fu stimata
altre volte ridicola l'opinione degli antipodi e poi s'è trovata verissima e
che non si può più rivocare in dubbio. La debolezza dell'ingegno umano è troppo
grande per potere in un tratto penetrare ogni segreto della natura. Vi vuole
una gradazione che per diversi mezzi conduca allo scopo, e la brevità della
vita umana non comporta che una sola persona basti. Fa bisogno adoperare
l'osservazione di buon numero di altri de' secoli passati e futuri per
chiarirsi di ciò che conviene meglio, e fa bisogno un certo amore e venerazione
dell'uno all'altro per cavare l'ottato frutto, e più tosto l'interpetrazione
benigna che la sinistra. — Del resto
m'è carissimo che le sia finalmente capitato il libro, maravigliandomi che
abbia stentato tanto per la strada. Ho poi ricevuto da Roma in certo fagotto
del Signor Menestier, la figurina di bronzo del pecorello, che V. P. mi aveva
accennato, consegnatogli dal Signor Burdeletio, e trovo ch'è antica veramente e
ben conservata, ma non ho potuto ancora capire a qual uso potesse essere stata
destinata. Se non forse per assistere a qualche statua di Mercurio che si
soleva accompagnare da simili animali e la manderò a V. P. colla prima
occasione d'amico, giacchè pesa troppo con la Posta, acciò la possa mostrare
costì ai suoi amici, rimanendole sempre obbligatissimo del buon volere, e
pregandola di scusare la mia debolezza di spirito e continuarmi la sua grazia.
Pel libro de Titulis non occorre farlo copiare, poi che ella lo vuol mettere a
stampa. Ma che ella lasci indietro tanti grandi uomini di costà e d'Italia, ai
quali ella può essere in obbligo di fare la dedicazione della sua opera per
anteporre un nome tanto indegno quanto è (il) mio di comparire tra
persone di merito. . . . . . ! Non cerco questo vanto e mi basta il nome
d'amico senza tanto fasto. E senza altro le prego da Dio, Nostro Signore, ogni
maggiore contento e quietudine d'animo, e le fo umilissima reverenza.
Di Aix, alli 3 Luglio, 1635.
Di V. P. M. I. e M. R.
Servitore
obligatissimo e fedelissimo
De Peiresc.