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SCENA QUINTA
Omar, seguito da' suoi soldati, conduce
incatenati Calbo ed Erisso, i quali si
presentano con dignitoso contegno.
MAOMETTO
(con ironia)
Appressatevi, o prodi.
Ammirarvi d'appresso alfin m'è dato.
Del veneto valor la fama antica
Per voi s'accrebbe, e a queste mura intorno
Ne fan tacita fede
De' miei guerrier ben dieci mille uccisi.
Compiuto è il dover vostro... il mio comincia.
Un esempio tremendo in voi dar voglio
A chi, senza sperar soccorso o scampo,
Ogni patto ricusa
Per sol diletto di versar più sangue.
Atroce, inaudito
Supplizio fia mercé del vostro ardire.
ERISSO
Quest'ultimo tuo detto
M'accerta alfin che parla Maometto.
Or la risposta ascolterai d'Erisso.
MAOMETTO
Erisso!... (oh Ciel!) sei forse tu l'istesso
Che già duce in Corinto...
ERISSO
Io son quel desso.
Ed in Corinto e in Negroponte, e ovunque
Il tuo furor ti tragga, infin ch'io viva,
Mi scorgerai tu sempre
Starti intrepido a fronte
Con la morte sul brando:
E se convien ch'io pera,
Fra' più fieri tormenti,
Intrepido del pari
A' Veneti pur sempre
Porger di fede e di fortezza esempio.
MAOMETTO
Sta ben... Ma dimmi, Erisso...
Non sei padre?
ERISSO
(Che ascolto!)
E come, e donde
Il sai?
MAOMETTO
Te'l chieggo.
ERISSO
Cittadin son io,
Sol cittadino in questo istante.
(Ahi, Calbo!
(abbracciandolo)
Mi ricorda il suo dir l'amata figlia.)
Costanza, o cor.
MAOMETTO
Benché nemico, Erisso,
D'assai miglior destino
Degno tu sei; Il veggio... ed io te l'offro,
Un accento e sei salvo, e teco il prode,
Che stringi or fra le braccia. Odi e risolvi,
Riedi appiè della rocca:
Parla a' guerrieri, che son chiusi in quella:
La stoltezza e il periglio
D'inutile difesa ad essi esponi,
E che mi schiudan quelle porte imponi.
Tutti fieri salvi, il giuro. E se a te piace
La patria riveder potrai con essi,
E rieder lieto a' filiali amplessi.
ERISSO
(Giusto Ciel, che strazio è questo!
Nel propormi un tradimento
Sempre i figli a me rammenta...
Ah! in momento Sì funesto
Dal dolor la rabbia è spenta.)
Calbo, or, deh, per me rispondi,
Ed a lui quel pianto ascondi
Che or tradisce il genitor.
CALBO
Alla rocca andrem, se il vuoi:
Parlerem con quegli eroi,
Ma direm che presso a morte
Noi serbiam pur l'alma forte.
La risposta, intendi, è questa:
Se or ti piace, il rogo appresta
Ed appaga il tuo furor.
ERISSO
(Dolce figlia, ove t'aggiri?
Ah, chi sa se ancor respiri,
Se abbracciarti io posso ancor!)
MAOMETTO
Sconsigliato, a che non taci?
Frena, o stolto, i detti audaci.
Con chi parli non rammenti,
E il mio sdegno non paventi?...
Tu rispondi, Erisso, e trema,
Questa fu la volta estrema
Che parlommi al cor pietà.
ERISSO
Già tacendo a te risposi
Co' suoi detti generosi.
CALBO ed ERISSO
È lo stesso in ogni core
Il consiglio dell'onore;
E non v'ha che un sol linguaggio
Per il forte e per il saggio,
E tal sempre il mio sarà.
MAOMETTO
(Io mi sento dal dispetto
Lacerato il cor nel petto.
De' supplizi al fero aspetto
Forse un tanto ardir cadrà.)
(Ad Erisso)
Decidesti?
ERISSO
Io già risposi.
MAOMETTO
Tu m'insulti, indegno, e l'osi?
ERISSO
No, non v'ha che un sol linguaggio
Per il forte e per il saggio;
E tal sempre il mio sarà.
CALBO
È lo stesso in ogni core
Il consiglio dell'onore;
E tal sempre il mio sarà.
MAOMETTO
De' supplizi al fero aspetto
Forse un tanto ardir cadrà.
Guardie, olà, costor si traggano
A supplizio infame, atroce.
Obbedite...
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