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Cesare della Valle
Maometto Secondo

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  • ATTO PRIMO
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SCENA PRIMA
Il provveditore Paolo Erisso siede taciturno
presso una tavola. Altri capitani gli siedono
intorno. Calbo e Condulmiero chiudono il
circolo, sedendo l'uno incontro all'altro.
Breve silenzio.

CORO DE' DUCI
Al tuo cenno, Erisso, accolti
Qui già vedi i tuoi guerrieri.
Ma... tu taci, e non ascolti?...
(Mille torbidi pensieri
Gli vegg'io scolpiti in fronte.
Giusto ciel! di Negroponte
Il destin qual mai sarà?)

ERISSO
Volgon due lune or già, veneti eroi,
Che di Bisanzio il vincitor superbo
D'oste infinita e fera
Queste mura circonda.
Noi noverar co' giorni
I cimenti e i trionfi ancor possiamo.
Ma... l'avvenir qual fia?
Spento de' nostri il più bel fior già cadde:
Crollan le mura al tempestar de' bronzi:
Il morbo struggitor, la dira fame
Mietono a gara il popolo innocente;
E Maometto minaccia incendio e morte,
Se schiuse al novo dì non fien le porte.
Io veggio in sì rio stato egual periglio
Se all'onor chieggo o alla pietà consiglio.
Risolversi che deggia
Ognun libero esponga, ed il pensiero
Del numero maggior per me fia legge.

CORO
Risponda a te primiero
Il prode Condulmiero,
Che pari ha nel periglio
Il braccio ed il consiglio.

CONDULMIERO
Quando ogni speme è tolta,
Allor l'audacia è stolta,
Ed il men reo consiglio
Sta nel minor periglio.
Il folle e non il forte
Va cieco incontro a morte.
Cedasi in tal momento.
A più feral cimento
Serbiam le spade e il sangue:
Io primo allora esangue,
Io primo allor cadrò...

CALBO
(sorgendo)
Guerriero, che parli?
Estremo consiglio
Del forte è la spada.
Non temo il periglio:
Si pugni, si cada
Nell'arduo cimento;
E covran mia fossa
De' barbari a cento
Le ceneri e l’ossa.
Impari il superbo
Che duro, che acerbo
È il vincer pugnando
Contro italo brando.
Al nobile esempio,
All'orrido scempio
Si accresca con l'ire
Il veneto ardire;
E a tanta costanza,
Depressa, avvilita
Del barbaro Scita
Sia l'empia baldanza.

ERISSO
A tanta costanza,
Ai forti suoi detti
Ribolle ne' petti
L'antica baldanza.

CALBO
Si pugni, si cada,
Ruotando la spada
Nell'arduo cimento.
Poi covran mia fossa
De' barbari a cento
Le ceneri e l’ossa.

CORO
A tanta costanza,
Ai forti suoi detti,
Ribolle ne' petti
L'antica baldanza.

CONDULMIERO
Si pugni, si cada
Nell'arduo cimento.
Poi covran mia fossa
De' barbari a cento
Le ceneri e l’ossa.

CORO
Si pugni, si cada.
Poi covran mia fossa
De' barbari a cento
Le ceneri e l’ossa.

ERISSO
Basta, non più. V'intesi, O prodi, o veri
Cittadini e guerrieri.
Udir da' labri vostri il generoso
Consiglio io sol bramava, e tanto ottenni.
Dunque giuriam su' brandi
Per la patria, per fare
Pugnar fin che di sangue
Stilla ci avanza in petto;
Ché nel bivio crudel d'infamia o morte,
Dubbio non è qual via trasceglie il forte.
(Snuda la spada e la presenta ai duci, che lo
imitano e giurano, toccando con le loro
spade quella di Erisso).

TUTTI
Sì, giuriamo sugl'itali brandi,
Degl'infidi nel sangue già tinti,
Che trafitti, non supplici o vinti,
Maometto al suo piè ci vedrà.
Sì, giuriamo su' veneti brandi.
Se non cangia la sorte severa,
Negroponte alla veneta schiera
Monumento e sepolcro sarà.

ERISSO
Or partite, guerrieri. Al dì novello
L'ultimo assalto il Musulman minaccia;
Nuovo rigor quindi a voi porga il sonno.
Allo spuntar del giorno
Pugnerete da forti a me d'intorno.
E al numero il valor se fia che ceda,
E abbandonar l'ampia città si debba,
Ratto allor nella rocca
Al novello cimento
Ritraggasi chi ancor non fu qui spento.
(Tutti partono, fuorché Calbo trattenuto da
Erisso).
Calbo, tu m'odi. Il mio dover compiuto
Di duce e cittadin, dover diverso
Né men sacro or si compia. Ahimè!... son padre
Di tenera, leggiadra unica figlia.
Appien tu la conosci,
E al par di me tu l'ami.
Or pensa il suo periglio
Come tremar, come agghiacciar mi faccia.

CALBO
Com'io pur tremo e agghiaccio.

ERISSO
Sieguimi or dunque.

CALBO
E che far vuoi?

ERISSO
Mi siegui:
Presso alla figlia mia
Del padre il voto ascolterai qual sia.

Gabinetto di Anna Erisso; una lampada lo rischiara.




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