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SCENA SECONDA
Emma piena di raccapriccio fugge da
Zelmira, che la trattiene.
ZELMIRA
Non fuggirmi...
EMMA
Dileguati!
ZELMIRA
Mi ascolta
All'amica Zelmira
Volgi pietosa il ciglio.
EMMA
Oh cor più fero
D'ircana belva! oh snaturata
figlia,
Che al furor de' nemici
Espose il genitor! poss'io mirarti
Senza fremito e orror?
ZELMIRA
T'inganni... io sono...
EMMA
Di barbarie inaudita
Il primo esempio.
ZELMIRA
Ah no... mi siegui...
EMMA
E dove?
Forse a pascer lo sguardo
Su gl'insepolti avanzi
Dell'autor de' tuoi giorni?
ZELMIRA
Ah! meglio apprendi
A conoscer Zelmira.
EMMA
E che?
ZELMIRA
Mi giura
Inviolabil silenzio.
EMMA
È il tuo misfatto
Palese appien.
ZELMIRA
Sono innocente... il padre...
Guarda... siam sole?
EMMA
Alcun non ti ode...
ZELMIRA
Ebbene,
Meco scendi, e vedrai
Che ingiusta sei, che mi oltraggiasti assai.
(Assicuratasi di non essere osservata,
prende per mano Emma, si avanza verso la
tomba, ne apre sollecitamente l'ingresso, e
vi s'introduce con Emma, rinchiudendone
dietro la porta).
Gran sala sotterranea; robuste colonne ne
sostengono la volta. Veggonsi magnifiche
urne, e maestosi mausolei innalzati alle
ceneri de'
Sovrani di Lesbo. Vi si scende per
ampia scala di bianco marmo. Alcune
lampade accese, e qualche raggio di diurna
luce, che penetra appena da un forame
superiore, danno debol lume a questo
augusto luogo sepolcrale.
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