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ERMOGENE: Vuoi dunque che mettiamo a parte di questo
nostro discorso anche Socrate, qui presente?
CRATILO: Se a te pare.
ERMOGENE: Cratilo,1) qui presente, sostiene
che ciascun essere possiede la correttezza del nome che per natura gli conviene
e che il nome non è quello col quale alcuni, come accordatisi a chiamarlo, lo
chiamano, mettendo fuori una piccola parte della propria voce, ma che una
correttezza riguardo i nomi esista per natura per Greci e barbari ed è la
stessa per tutti. Io gli domando dunque se egli ha a nome Cratilo conforme
verità ed egli ne conviene. "E che dire", gli chiedo, "per
Socrate?" "Socrate", mi risponde. "Dunque anche per tutti
gli altri uomini, il nome col quale chiamiamo ciascuno, questo è il nome che a
ciascuno conviene?" "Ma non per te, di certo, il nome è
Ermogene",2) ha risposto, "anche se tutti gli uomini
ti chiamano così ". E benché io gli domandi e desideri sapere cosa mai
dica, non si spiega per nulla, e si prende gioco di me, fingendo di pensare
qualcosa entro se stesso, come se ben conoscesse in merito tali cose che, se
volesse dire chiaramente, farebbe in modo che anch'io concordassi e dicessi
quello che lui dice. Se tu dunque in qualche modo sei in grado di cogliere il
responso di Cratilo, ti ascolterei volentieri. Anzi ancor con più gusto vorrei
imparare da te che te ne pare sulla correttezza dei nomi, sempre che tu sia
d'accordo.
SOCRATE: O Ermogene, figlio di Ipponico, è un
proverbio antico che è difficile capire le cose belle come stanno realmente. Ed
anche questo sul nome non è certo un apprendimento da poco. Perché se io avessi
ascoltato da Prodico quel suo saggio da cinquanta dracme, che per chi lo segue
si trova ad essere completamente preparato su questo, e quanto lui dice, nulla
potrebbe impedire che tu in breve conoscessi la verità sulla correttezza dei
nomi. Ma io non ho ascoltato questo ciclo di lezioni, ma soltanto quello da una
dracma.3) E così non so come stia il vero a questo riguardo.
Sono pronto però a farne ricerca assieme a te e a Cratilo. Che poi il tuo nome
in realtà non sia Ermogene, come lui sostiene, io ho l'impressione che lui
scherzi. Intende dire forse che tu, pure desiderando ricchezze, non riesci ad
ottenerne neanche una volta. Ma, come dicevo poco fa, sapere queste cose è
difficile: occorre che noi, ci mettiamo qui insieme a vagliarle se è come dici
tu oppure come dice Cratilo.
ERMOGENE: Ma io, o Socrate, pur avendone discusso molte
volte con costui e con molti altri, non posso convincermi che esista altra
correttezza di nome se non la convenzione e l'accordo comune. A me pare infatti
che quando uno dà il nome a qualcosa, questo sia il nome giusto: e se poi ne
mette al suo posto un altro, e non la chiama più con quello, per nulla l'ultimo
nome è meno giusto del primo, come quando noi cambiamo nome ai nostri
familiari,4) non per nulla questo nome cambiato come secondo è
meno giusto di quello che era stato dato prima. Infatti da natura non c'è cosa
alcuna che abbia nome, ma soltanto per la regola e la consuetudine di coloro
che si sono abituati a chiamare in una determinata maniera e così chiamano. E
se poi la questione non sta in questi termini sono pronto a imparare e ad ascoltare
non solo da Cratilo, ma anche da qualunque altro.
SOCRATE: Forse tu dici bene, Ermogene; ma
riflettiamo. Sostieni dunque che il nome con il quale uno chiama ciascuna cosa,
questo è il vero nome per essa?
ERMOGENE: A me pare così .
SOCRATE: Ebbene? Se io pongo nome a uno qualunque
degli esseri, ad esempio quello che noi ora chiamiamo uomo, se io a questo
pongo il nome di cavallo, e a quello che ora è cavallo, do il nome di uomo, lo
stesso essere dunque avrà in pubblico il nome di uomo e in privato quello di
cavallo? E, a sua volta, l'altro, in privato, il nome di uomo e in pubblico di
cavallo? Dici questo?
ERMOGENE: A me pare di sì .
SOCRATE: Suvvia, dunque, dimmi anche questo: c'è un
qualcosa che tu chiami dire vero e dire falso?
ERMOGENE: Ma sì .
SOCRATE: E dunque ci può essere anche un discorso
vero e un discorso falso.5)
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: E dunque quello che dice gli esseri come
sono è vero, e quello invece che li dice come non sono è falso.
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E dunque è possibile questo: dire col
discorso le cose che sono e quelle che non sono.
ERMOGENE: Certamente.
SOCRATE: E dunque il discorso, quello vero, è tutto
vero, e le sue parti non vere
ERMOGENE: No, ma anche le parti.
SOCRATE: Sono forse vere le parti grandi, e le piccole
no? Oppure tutte?
ERMOGENE: Tutte, io penso.
SOCRATE: Dunque, dici tu che qualche altra parte del
discorso è più piccola del nome?
ERMOGENE: No: questa è la più piccola.
SOCRATE: Si dice dunque che anche questa è parte del
discorso vero?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: è vero come tu dici.
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E la parte del discorso falso, non è falsa?
ERMOGENE: Dico di sì . - 3 -
3
SOCRATE: è possibile dunque dire nome falso e nome
vero, se anche è possibile del discorso?
ERMOGENE: Come no?
SOCRATE: E il nome dunque che ognuno dà a qualcosa,
questo è il nome vero per ciascun oggetto?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E quanti nomi uno dice che appartengono a
ciascun oggetto, tanti ne avrà, e proprio allora quando glieli
attribuisce?
ERMOGENE: Io non conosco, Socrate, altra correttezza
di nome che questa, che a me sia possibile di attribuire a ciascun oggetto quel
nome che io stesso ho posto, e a te quello che hai posto tu. Così anche nelle
città vedo nomi che sono stati posti uno per volta per gli stessi oggetti e da
Greci diversamente da altri Greci, e da Greci diversamente da stranieri.
SOCRATE: Suvvia, Ermogene, riflettiamo se a te pare
che anche per gli enti la questione stia così : che la sostanza delle cose sia
propria particolarmente per ognuno, come sosteneva Protagora, dicendo che
"di tutte le cose misura" è l'uomo, sicché quali a me esse sembrino,
tali esse siano per me, e quali sembrino a te, tali esse siano per te. O sembra
a te che esse di per se stesse abbiano una loro saldezza nella loro sostanza?
ERMOGENE: Vi è già stata una volta, o Socrate, che io
trovandomi in dubbio, fui attratto proprio là, alle cose che Protagora dice; ma
non mi pare proprio che la questione stia così .
SOCRATE: Cosa? A questo ti sei lasciato attrarre così
da credere che non potesse esistere alcun uomo malvagio?
ERMOGENE: No, per Zeus! Anzi molte volte ho provato
che di uomini malvagi ce ne siano e come, piuttosto parecchi.
SOCRATE: E non ti è parso che ce ne fossero anche del
tutto buoni?
ERMOGENE: Sì , ma molto pochi.
SOCRATE: Ma credevi che ce ne fossero?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E come dunque poni questo problema? Forse
così : che gli uomini del tutto buoni sono anche del tutto assennati, e quelli
del tutto malvagi sono anche del tutto dissennati?
ERMOGENE: A me pare così .
SOCRATE: è possibile dunque, se Protagora diceva il
vero e questa è la verità che quali le cose sembrino a ciascuno tali anche
siano e che alcuni di noi siano assennati, altri invece stolti?
ERMOGENE: Certamente no.
SOCRATE: E anche questo, come io ritengo, a te
sembrerà certamente che, siccome esistono assennatezza e dissennatezza, non è
affatto possibile che Protagora 6) sostenga il vero: per nulla
assolutamente, infatti, un uomo potrebbe essere più assennato di un altro, se
quello che a ciascuno pare è per ciascuno il vero.
ERMOGENE: è così .
SOCRATE: E neppure, io penso, potrà sembrare a te,
secondo Eutidemo 7) che tutte le cose per tutti siano insieme e
sempre allo stesso modo: infatti neppure in questo modo gli uomini potrebbero
essere in parte buoni, in parte malvagi, se tutti in egual modo fossero sempre
partecipi della virtù e della malvagità.
ERMOGENE: Tu dici il vero.
SOCRATE: Dunque, se tutte le cose non sono per tutti
insieme allo stesso modo e sempre, né per ciascuno ogni cosa di quelle
esistenti si trova ad essere in un modo particolare, è chiaro che le cose
stesse hanno in sé una sostanza certa, che non ci riguarda e che esse non si
lasciano trascinare da noi su e giù secondo il nostro estro, ma che sono di per
se stesse secondo la loro sostanza così come l'hanno ottenuto da natura.
ERMOGENE: A me pare che sia così , o Socrate.
SOCRATE: Dunque le cose stesse sarebbero così secondo
natura, e le loro azioni non allo stesso modo? Oppure anche queste, le azioni,
non sono un qualche aspetto di enti.
ERMOGENE: Certamente anche queste.
SOCRATE: Secondo la loro stessa natura poi si
compiono le azioni e non secondo il nostro avviso. Come se noi ci mettiamo a
tagliare un qualcosa, forse che si deve tagliare come vogliamo e con quello che
vogliamo. Se invece vogliamo tagliarlo secondo la natura del tagliare e
dell'essere tagliato e con quello che si è richiesto per natura, lo taglieremo
e a noi ne verrà un qualcosa in più 8) e faremo bene questo
passo, me se invece è contro natura, sbaglieremo e non ne ricaveremo nulla?
ERMOGENE: A me pare così .
SOCRATE: Dunque anche se ci mettiamo a bruciare
qualcosa non si deve bruciarla secondo una maniera qualsiasi, ma soltanto
secondo quella giusta? E questa è la maniera secondo la quale ciascun oggetto
va bruciato secondo natura e bruci, e con quel mezzo che per natura è
richiesto?
ERMOGENE: è così .
SOCRATE: E non è così anche per le altre cose?
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: E dunque il dire non è esso stesso un'azione?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: Dunque dirà bene uno che dica nel modo che a
lui sembra debba dirsi, oppure se egli dice nella maniera e per la via che la
natura pretende che le cose si dicano e vengano dette e non quello che è
necessario, allora ne ricaverà un qualcosa in più e dirà; se no sbaglierà e non
verrà a capo di nulla? - 4 -
4
ERMOGENE: A me sembra così come tu dici.
SOCRATE: E dunque il denominare è parte del dire:
infatti assegnando denominazione in qualche modo si
compiono i discorsi.
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: Dunque anche il denominare è un'azione, se
anche il dire era un'azione che riguardava le cose?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E non ci è parso che le azioni non
sussistano rispetto a noi, ma che abbiano di per se stesse una loro
particolare natura?
ERMOGENE: è così .
SOCRATE: E dunque non occorre dare le denominazioni
così nella maniera e per la via con cui la natura pretende che le cose siano
denominate, e non nella maniera in cui vogliamo 9) se anche
questo deve concordare con quello che si diceva prima, e così ricaveremo un
qualcosa in più e assegneremo i nomi, diversamente no?
ERMOGENE: Mi pare di sì .
SOCRATE: Ebbene, ciò che occorre tagliare, con
qualche cosa, diciamo, che occorre tagliarlo?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E ciò che bisogna tessere, con qualche cosa
bisogna tesserlo? E quello che occorre forare, con qualche cosa occorre
forarlo?
ERMOGENE: Ma certo
SOCRATE: E ciò che bisogna denominare, occorre
denominano con qualche cosa?
ERMOGENE: E così .
SOCRATE: E quale è lo strumento che serve a forare?
ERMOGENE: Il trapano.
SOCRATE: E quale ancora quello con cui tessere?
ERMOGENE: La spola.
SOCRATE: E quale quello con cui dare denominazioni?
ERMOGENE: Il nome.
SOCRATE: Dici bene. Anche il nome dunque è uno
strumento. 10)
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: Se io ora domandassi: "Che strumento è
la spola?". Non quello con cui tessiamo?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E, tessendo, che cosa facciamo? Non
distinguiamo forse la trama e gli stami confusi insieme?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E non avrai modo di dire così anche del
trapano e degli altri strumenti?
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: E hai modo di dire lo stesso anche del nome?
Quando diamo denominazioni con il nome, che è uno strumento, che cosa facciamo?
ERMOGENE: Non so cosa rispondere.
SOCRATE: Non insegniamo qualcosa gli uni agli altri e
distinguiamo le cose come stanno?
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: Il nome dunque è un mezzo suscettibile di
insegnare e di farci cogliere l'essenza come la spola a proposito del tessuto?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: La spola è un mezzo per tessere?
ERMOGENE: Come no?
SOCRATE: Il tessitore si servirà bene della spola: e
bene vuol dire da tessitore, così chi è atto a insegnare si servirà bene del
nome e bene vuol dire da insegnante.
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: Il tessitore poi dell'opera di chi dovrà
servirsi bene, quando fa uso della spola?
ERMOGENE: Di quella del falegname.
SOCRATE: Falegname poi è chiunque o chi possiede
l'arte?
ERMOGENE: Chi possiede l'arte.
SOCRATE: E il perforatore dell'opera di chi dovrà
servirsi bene quando fa uso del trapano?
ERMOGENE: Di quella del fabbro.
SOCRATE: Fabbro poi è chiunque o chi possiede l'arte?
ERMOGENE: Chi possiede l'arte.
SOCRATE: Bene. E il maestro dell'opera di chi dovrà
servirsi bene quando fa uso del nome?
ERMOGENE: Neppure questo ho modo di dire.
SOCRATE: Neppure questo hai modo di dire, chi ci
assegna i nomi di cui ci serviamo?
ERMOGENE: Proprio no.
SOCRATE: Non ti sembra che sia la legge 11)
ad assegnarceli?
ERMOGENE: Pare di sì .
SOCRATE: Il maestro dunque quando si serve del nome
dovrà fare uso dell'opera del legislatore.
ERMOGENE: A me pare di sì .
SOCRATE: E a te pare che legislatore sia chiunque o
chi possiede l'arte? - 5 -
5
ERMOGENE: Chi possiede l'arte.
SOCRATE: Dunque non è proprio di ogni uomo porre dei
nomi, Ermogene, ma solo di chi è artefice di nomi. E questi è, come pare, il
legislatore, che tra gli uomini è il più raro degli artefici.
ERMOGENE: Così pare.
SOCRATE: Orbene considera a cosa badando il
legislatore pone i nomi: e rifletti da quanto si è detto in precedenza: a cosa
badando il falegname fa la spola? Non forse a un qualcosa che per sua natura è
tale da essere atto a tessere?
ERMOGENE: Ma certamente.
SOCRATE: Dunque? Se gli si spezza la spola mentre la
costruisce, ne farà un'altra guardando a quella che gli si è spezzata, o
piuttosto a quella idea guardando la quale costruiva quella che gli si è
spezzata?
ERMOGENE: A quell'idea: a me sembra così .
SOCRATE: E non potremmo chiamare quell'idea ciò che è
la spola in sé?
ERMOGENE: A me pare di sì .
SOCRATE: Ora poiché bisogna costruire spole per
tessuti leggeri o pesanti, o di lino, o di lana o di qualunque altra specie,
occorre pure che tutte abbiano l'idea della spola, 12) e che
quale per natura risulta bellissima per ciascun lavoro, questa natura appunto
bisogna conferire alla spola per ciascun lavoro.
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E anche per gli altri strumenti è la stessa
cosa: una volta che sia trovato lo strumento per natura adatto a ciascun lavoro
occorre riportarlo su quel materiale del quale costruisce l'opera, non quale lo
vuole lo stesso artefice ma quale si impone per natura. Un trapano infatti che
per sua natura è adatto a ciascun lavoro, bisogna, come pare, saperlo fare in
ferro.
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: E la spola per sua natura adatta a ciascun
lavoro bisogna farla in legno.
ERMOGENE: E così .
SOCRATE: Ciascuna spola poi, per sua natura è adatta,
come pare, per ogni tipo di tessuto, e così le altre spole.
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E dunque, carissimo, anche il nome che per
sua natura è adatto a ciascun oggetto bisogna che quel legislatore sappia
imprimerlo nei suoni e nelle sillabe e guardando proprio a quello che è ii nome
in sé, faccia e imponga tutti i nomi se vuole essere uno che autorevolmente
pone i nomi. E anche se ciascun legislatore non lo pone nelle stesse sillabe,
non bisogna in questo essere dubbiosi: infatti neppure ogni fabbro, pur facendo
lo stesso strumento per lo stesso scopo, fa ricorso allo stesso ferro; ma
tuttavia purché renda la stessa idea, sia pure in un ferro diverso, tuttavia lo
strumento riesce bene lo stesso sia che lo costruisca qui sia tra i barbari. O
non è così ?
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: Dunque tu farai la stessa considerazione del
legislatore sia qui tra noi che tra i barbari, finché dia l'aspetto del nome
adeguato a ciascun oggetto, sia pure con le sillabe che si vuole, non sarà per
nulla peggiore il
legislatore di qui che quello di qualunque altro luogo.
ERMOGENE: Certamente.
SOCRATE: Chi dunque dovrà sapere se in un qualunque
legno è stata impressa l'idea adeguata della spola? Colui che l'ha costruita,
il falegname, o chi dovrà farne uso, il tessitore?
ERMOGENE: E più probabile, Socrate, chi dovrà farne
uso.
SOCRATE: E chi dunque dovrà fare uso dell'opera del
costruttore di lire? Non è forse quello che sa ben dirigere colui che la
costruisce e, una volta che sia costruita, sa riconoscere se è stata costruita
bene o no?
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: Chi?
ERMOGENE: Il citarista.
SOCRATE: E chi si servirà dell'opera del costruttore
di navi?
ERMOGENE: Il nocchiero.
SOCRATE: E chi bene potrebbe dirigere l'opera del
legislatore e una volta che sia compiuta saprebbe ben giudicarne qui e tra i
barbari? Non forse chi dovrà farne uso?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E dunque costui non è uno che sa ben
interrogare?
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: Ed è anche lo stesso che sa ben rispondere?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: Ma colui che sa interrogare e rispondere in
che altro modo lo chiamerai tu se non dialettico?
ERMOGENE: No; proprio in questo modo.
SOCRATE: Opera del falegname dunque è costruire un
timone sotto la direzione del nocchiero, se timone dovrà riuscire buono.
ERMOGENE: è evidente.
SOCRATE: è compito del legislatore dunque porre i nomi,
avendo a guida un dialettico se vorrà porre bene i nomi.
13)
ERMOGENE: è così .
SOCRATE: C'è ben da supporre dunque, o Ermogene, che
non sia cosa di poco conto l'apposizione del nome, come - 6 -
6 tu pensi,
né di uomini da poco, né dei primi capitati, e dice bene Cratilo sostenendo che
gli oggetti traggono i nomi da natura e che non tutti sono artefici di nomi, ma
soltanto colui che guarda bene quello che è per natura il nome per ogni singolo
oggetto e che è in grado di introdurne l'idea sia nelle lettere che nelle
sillabe.
ERMOGENE: Non so, o Socrate, come si debba confutare
quello che tu dici; tuttavia non è facile esserne convinti così su due piedi,
ma io penso che sarei meglio persuaso da parte tua, se tu mi mostrassi quella
che sostieni essere per natura la giustezza del nome.
SOCRATE: O mio beato Ermogene, io non posso proprio
dirtene alcuna; ma tu hai dimenticato quanto dicevo poco fa che io non ne so
nulla ma che intendo farne ricerca insieme a te. E ora mentre stiamo conducendo
la ricerca, e a me e a te questo appare chiaro contrariamente ai punti
precedenti che il nome ha per natura una sua correttezza e che non è da ogni
uomo saper porre il nome a un qualsivoglia oggetto. O no?
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: Dunque, dopo di ciò, occorre cercare, se tu
desideri saperlo, quale mai sia questa sua correttezza.
ERMOGENE: Ma io desidero proprio di saperlo.
SOCRATE: Fanne ricerca dunque.
ERMOGENE: E come bisogna farla questa ricerca?
SOCRATE: La maniera più diritta, amico, è che tu la
conduca con quelli che se ne intendono, pagandoli con denaro e riconoscendo
loro anche gratitudine. Questi sono i sofisti, ai quali tuo fratello Callia,14)
pagando molto denaro, ne ha tratto fama di essere saggio. E poiché tu non sei
più in possesso dei beni paterni, devi insistere presso tuo fratello e pregarlo
di insegnarti la giustezza che circa questi argomenti egli ha imparato da
Protagora.
ERMOGENE: Sarebbe ben fuori luogo la mia preghiera, o
Socrate, se, mentre non accetto affatto la "verità" di Protagora,
desiderassi poi accogliere come degne di un qualche valore le argomentazioni
addotte con una tale verità.
SOCRATE: Ma se neppure questo ti appaga, occorre
imparare da Omero e dagli altri poeti.
ERMOGENE: E cosa dice Omero, o Socrate, a proposito dei
nomi e dove?
SOCRATE: In molti passi, ma in modo più profondo e
più bello in quelli in cui distingue i nomi che agli stessi oggetti
attribuiscono gli uomini e gli dèi. Non ritieni forse che egli in questi luoghi
dica qualcosa di grande e di meraviglioso sulla correttezza del nomi? è chiaro
infatti che gli dèi quanto alla correttezza dei nomi fanno uso proprio di
quelli che sono tali per natura. 15) O forse tu non lo credi?
ERMOGENE: So bene anch'io che se li chiamano, li
chiamano nella maniera giusta. Ma quali sono questi nomi dei quali tu parli?
SOCRATE: Non sai dunque che del fiume nella Troade,
quello che venne a combattimento con Efesto egli dice "che gli dèi
chiamano Xantos, ma gli uomini Scamandro"? 16)
ERMOGENE: Io sì .
SOCRATE: Ebbene, non pensi tu che sia qualcosa di
ragguardevole sapere perché mai vada correttamente chiamato Xanto anziché
Scamandro? E, se vuoi, dell'uccello del quale dice che Calcide lo chiamano gli
dèi, cimindide 17) gli uomini, 18) credi che sia
da poco l'apprendere quanto sia più corretto chiamare calcide invece che
cimindide lo stesso uccello? E così di Batiea e di Mirine 19) e
molte altre cose di questo poeta e di altri? Ma forse è cosa più grande che da
me e da te scoprire questi nomi. Mentre di Scamandrio e di Astianatte che sono
i nomi che egli dice attribuiti al figlio di Ettore, è cosa più umana, come a
me pare, e più facile scoprire quale mai sia la correttezza che egli dice. Tu
conosci certamente i versi nei quali si trova quello che io dico.
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: Ora di questi due nomi quale pensi che Omero
giudichi più corretto assegnare al fanciullo: Astianatte o Scamandrio?
ERMOGENE: Non so che dire.
SOCRATE: Ora considera in questo modo: se qualcuno ti
domandasse: credi tu che attribuiscano i nomi più correttamente i più
intelligenti o i meno intelligenti?
ERMOGENE: Ovviamente i più intelligenti, risponderei.
SOCRATE: E dunque nelle città ti sembrano più
assennati gli uomini o le donne, per fare così un discorso in generale?
ERMOGENE: Gli uomini.20)
SOCRATE: E sai dunque che Omero dice che il
figlioletto di Ettore veniva chiamato Astianatte dagli uomini, Scamandrio
invece è chiaro che veniva chiamato dalle donne, dal momento che gli uomini lo
chiamavano Astianatte?
ERMOGENE: Pare così .
SOCRATE: Dunque anche Omero non riteneva più saggi i
Troiani delle loro donne?
ERMOGENE: Penso di si.
SOCRATE: Dunque riteneva egli pure che al fanciullo fosse
attribuito più giustamente il nome di Astianatte che di Scamandrio?
ERMOGENE: è evidente.
SOCRATE: Cerchiamo dunque di scoprire il perché: o
non ce lo indica egli stesso nel modo migliore il perché? Dice infatti: Egli
solo difendeva per essi la città e le grandi mura,21) e per
questo dunque, come pare, può andare bene chiamare Astianatte ('padrone', 're
della città') il figlio del difensore, cioè padrone di quello che il padre di
lui salvava, come dice Omero. - 7 -
7
ERMOGENE: A me pare così .
SOCRATE: E come mai? Perché in verità io ancora non
lo capisco: e tu Ermogene, lo capisci?
ERMOGENE: Per Zeus, io no!
SOCRATE: Ma, mio buon amico, anche ad Ettore il nome
lo dette lo stesso Omero?
ERMOGENE: Che vuol dire?
SOCRATE: Che anche questo nome, come a me sembra, è
un pressappoco come Astianatte e che questi nomi hanno somiglianza con quelli
Greci: infatti anax e hektor significavano su per giù la stessa cosa e sono
ambedue nomi regali, perché quello di cui uno è anax di questo certamente è anche
hektor; è chiaro infatti che lo domina, lo ha in proprio possesso, lo 'ha'.22)
Oppure sembra a te che io non dica nulla, ma tragga in inganno anche me stesso
pensando di appigliarmi come a una traccia del pensiero di Omero circa la
correttezza dei nomi?
ERMOGENE: No, per Zeus, tu certamente no, come a me
pare; anzi a qualcosa tu ti afferri certamente.
SOCRATE: è giusto, così a me pare, chiamare leone il
nato da leone e cavallo il nato da cavallo; e non dico se come per un portento
da un cavallo nasce qualche altra cosa che non sia cavallo, ma di quello che
secondo natura è discendenza di quel genere: di questo parlo io. Perché se un
cavallo contro natura genera un vitello che secondo natura è prole di una
mucca, non bisogna chiamarlo puledro, ma vitello. E neppure io penso se da un
uomo non nasce ciò che è prole di uomo, questo nato debba essere chiamato uomo.
Oppure a te non pare così ?
ERMOGENE: A me sì .
SOCRATE: Tu dici bene: ora però bada che io non ti
tragga in errore: infatti, secondo lo stesso ragionamento, anche un nato da re
bisogna chiamarlo re; se poi il nome in alcune sillabe e in alcune altre
significa la stessa cosa, non v'è alcun problema. Ma se si aggiunge poi o si
toglie qualche lettera neppure questo non cambia nulla, purché la sostanza
dell'oggetto risulti chiaramente prevalente nel nome.
ERMOGENE: E come dici questo?
SOCRATE: Nulla di complicato: ma come tu sai delle
lettere noi diciamo i nomi, ma non le stesse lettere, eccetto quattro: l'e,
l'y, l'o, l'ô;23) alle altre vocali poi e alle consonanti, tu
sai che noi le pronunciamo, aggiungendo altre lettere, quando diamo loro i
nomi. Ma purché vi poniamo chiara la forza espressiva della lettera va bene
chiamare la lettera con quel nome che ce la renda chiara. Ad esempio il beta tu
vedi che pur con l'aggiunta dell'e, del t, dell'a, non ne ha avuto alcun danno,
tanto da non manifestare chiaramente con il nome al completo la natura di
quella lettera che voleva il legislatore; così egli seppe porre bene i nomi
alle lettere.
ERMOGENE: Mi pare che tu dica il vero.
SOCRATE: Lo stesso discorso non val pure a proposito
del re? Infatti da un re discenderà un re, da uno buono un buono, da uno bello
un bello e così per ogni altra cosa: da ogni genere nascerà altra siffatta
prole, a meno che non intervenga un prodigio: bisognerà perciò usare gli stessi
nomi. è possibile ad ogni modo fare variazioni con le sillabe, al punto da
sembrare all'incompetente che i nomi sono diversi tra di loro, mentre sono gli
stessi. Così a noi i farmaci dei medici resi vari nei colori e negli odori
sembrano diversi mentre sono gli stessi; al medico invece, proprio perché
considera la potenza dei farmaci, sembrano gli stessi, e non si fa colpire da
quel che viene aggiunto. Così , con ogni probabilità, chi si intende di nomi
considera la loro forza espressiva e non si lascia colpire se viene aggiunta
qualche lettera, o viene spostata, o viene tolta, o se anche in lettere
completamente diverse sta la forza espressiva del nome. Come quanto dicevamo
poco fa, Astianax e Hektor non presentano alcuna lettera eguale eccetto il tau,
ma significa pure la stessa cosa. E Archepoli ('reggitore di città') quale
lettera presenta in comune con quelli? Eppure significa la stessa cosa. E ve ne
sono molti altri che non significano niente altro se non re. E altri ancora
stratego come Agis e Polemarco e Eupolemo;24) e altri sono nomi
di medici quali Iatrocle e Achesimbroto.25) E forse potremmo
trovarne molti altri che suonano ben diversamente nelle sillabe e nelle lettere,
ma che per la loro capacità espressiva fanno risuonare lo stesso concetto.
Sembra così anche a te, o no?
ERMOGENE: Sì , certamente.
SOCRATE: E dunque agli esseri che sono generati
secondo natura occorre attribuire gli stessi nomi?
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: Ma a quelli che sono generati contro natura,
quelli che nascono sotto l'aspetto di un portento? Per esempio quando da un
uomo buono e pio viene generato uno empio, non è come negli esempi precedenti?
E se un cavallo genera prole di mucca, non si dovrebbe a questa attribuire il
nome del generante, ma quello della specie cui appartiene?
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: E così a chi viene generato empio dal pio
occorre dare il nome della propria specie.
ERMOGENE: è così .
SOCRATE: E dunque, a quanto pare, non si deve
chiamare Teofilo ('caro agli dèi') né Mnesiteo ('memore degli dèi'), né con
alcun altro nome simile, ma con quelli che significano il contrario di questi,
se ai nomi si vuole conferire una loro correttezza.
ERMOGENE: Non c'è alcun dubbio, Socrate.
SOCRATE: Come anche il nome di Oreste ha ogni
probabilità di esser stato apposto correttamente sia che glielo - 8 -
8
abbia attribuito il caso sia anche un poeta che voleva indicare con il nome
quel che di ferino e di selvatico e anzi di 'montanaro' era proprio della sua
indole.
ERMOGENE: Pare così , Socrate.
SOCRATE: E pare anche che suo padre abbia un nome in
accordo con natura.
ERMOGENE: Pare.
SOCRATE: E certamente l'Agamennone 26)
è uomo tale da sapere sopportare ogni fatica e affanno alle imprese che si
proponeva e ponendo fine con la sua virtù ai suoi proponimenti. Del suo modo di
sentire e della sua costanza prova ne è la sua moné ('permanenza') davanti a
Troia. Che quest'uomo dunque fosse agastos ('ammirevole') per la sua epimone
('costanza') lo prova il nome di Agamennone. E forse anche il nome di Atreo 27)
sta correttamente. Infatti l'uccisione di Crisippo da parte sua e le atrocità
che egli compì contro Tieste sono tutte cose queste dannose, anzi atera,
'rovinose' rispetto alla virtù. Ma l'eponimia dello stesso nome un poco devia e
quasi viene nascosta tanto da non rivelare a tutti la natura dell'uomo. Ma a
chi ha dimestichezza con i nomi Atreo manifesta sufficientemente quel che vuol
dire. Infatti o che venga avvicinato a ateires ('indistruttibile') o a atresfon
('intrepido') o a ateron ('rovinoso') in ogni modo il nome è apposto bene. A me
pare anche che per Pelope 28) il nome calzi perfettamente bene:
questo nome infatti significa 'colui che vede le cose vicine' ed è degno di
questa denominazione.
ERMOGENE: Come?
SOCRATE: Si dice, ad esempio, su quest'uomo, che
nell'uccisione di Mirtilo 29) non fu in grado di presagire né di
prevedere tutte le cose che a distanza di tempo sarebbero cadute su tutta la
stirpe, di quante sciagure l'avrebbe riempita vedendo soltanto il vicino e
l'immediato, e questo è il pelas ('vicino') quando spasimava di ottenere a ogni
costo le nozze con Ippodamia. Anche per Tantalo chiunque potrebbe ritenere che
il nome è stato posto giustamente e secondo natura, se sono vere le cose che si
dicono a suo riguardo.
ERMOGENE: E quali sono queste cose?
SOCRATE: Le sventure molte e terribili che lo colsero
ancora in vita, delle quali l'ultima la rovina completa della propria patria,
poi, da morto, nell'Ade, quella talanteia ('sospensione') della pietra sul suo
capo che si intona così mirabilmente con il suo nome e in realtà pare proprio
come se uno avesse voluto chiamarlo talantaton 30)
('infelicissimo'), velandone un po' il nome, lo chiamasse e dicesse, invece di
quello, Tantalo; questo nome dunque anche a lui pare che glielo abbiano
procurato i casi delle dicerie sul suo conto. E sembra anche che al padre di
lui che viene detto Dia il nome sia stato apposto benissimo: ma non è facile
capirlo. In realtà il nome Dia è quasi come una frase, e dividendolo in due
parti alcuni se ne servono di una e altri ci serviamo dell'altra, e così alcuni
lo chiamano Zena altri Dia. Ma queste due parti fuse insieme rivelano la natura
del nome che è appunto quello che noi sosteniamo, che un nome deve essere in
grado di fare. Infatti non esiste per noi né per tutti gli altri uno che sia
maggiormente causa dello zen ('vivere') se non chi è padrone e re di tutte le
cose. Accade dunque che a ragion veduta questo dio sia chiamato colui mediante
il quale (di'hon) il vivere (zen) è proprio di tutti gli esseri viventi. Ma
come ho detto il nome, che è uno solo, è stato diviso in due parti: Dia e Zena.31)
E che questo poi sia figlio di Crono 32) può sembrare insolente
per uno che lo ascolti una prima volta, invece è ben ragionevole che Dia sia
prole di una grande intelligenza: il nome infatti significa coron non
fanciullo, ma quello che è puro di lui e insomma l'aspetto immacolato della
mente. Questi poi (Crono) è figlio di Urano come vuole il mito: e sta bene che
la contemplazione verso l'alto sia chiamata con questo nome urania 33)
perché guarda le cose di lassù e appunto di là i meteorologi dicono che derivi
la purezza della mente e che all'ouranos ('cielo') sia stato dato giustamente
questo nome. E se io ricordassi la genealogia di Esiodo quali dèi ancora,
andando a ritroso, egli dice progenitori di questi, non cesserei di dimostrare
come ad essi siano stati posti giustamente i nomi, fino a che non avessi messo
alla prova cosa farà questa sapienza, se verrà meno o no, che ora,
all'improvviso, mi è caduta addosso e non so da dove.
ERMOGENE: In verità, o Socrate, mi sembra che ti
metta a dare vaticini così all'improvviso, come quelli che sono ispirati.
SOCRATE: E io ho l'impressione, o Ermogene, che essa
mi sia caduta addosso ad opera di Eutifrone di Prospalta.34)
Stamane infatti sono stato a lungo assieme a lui e gli ho prestato ascolto. Può
darsi anche che egli, così ispirato come è, non solo mi abbia riempito le
orecchie della sua divina sapienza, ma che me l'abbia attaccata anche
nell'anima. Mi pare dunque che sia bene fare così : per oggi servircene e continuare
le ricerche sui restanti problemi riguardanti i nomi, domani poi, se anche a
voi sembrerà bene, rigettarla e purificarcene, trovando qualcuno che sia capace
di purgarci da tali esperienze, sia esso un sacerdote o un sofista.
ERMOGENE: Io sono d'accordo, perché volentieri
ascolterei quello che resta da dire sui nomi.
SOCRATE: Bisogna dunque fare così : da dove vuoi che
cominciamo a indagare, poiché ci siamo mossi su una certa impronta, per venire
a sapere se i nomi stessi ci attesteranno di non essere stati posti così a caso
a uno a uno, ma di avere una loro giustezza? Ora i nomi che vengono usati per
gli eroi e per gli uomini forse possono trarci in inganno: molti di essi
infatti sono stati posti così per eponimia con quelli degli antenati, pur non confacendosi
per alcuni, come dicevamo all'inizio; molti vengono posti come buon augurio
come Eutichide 35) ('fortunato'), Sosias ('salvatore'), Teofilo
('caro agli dèi') e molti altri. Ma a me pare che noi dobbiamo tralasciare nomi
di tale fatta, mentre mi pare verisimile che noi troveremo particolarmente nomi
posti con giustezza nelle cose che si trovano sempre nella stessa condizione e
sono così per natura. Conviene che qui particolarmente l'apposizione del nome
sia stata realizzata con gran cura. E forse alcuni di essi - 9 -
9 furono
posti da un potere più divino che umano.
ERMOGENE: Mi pare che tu dica bene, o Socrate.
SOCRATE: Non è giusto dunque cominciare dagli dèi,
per comprendere perché mai furono chiamati giustamente con questo nome di theoi?
ERMOGENE: Mi pare di sì .
SOCRATE: Io dunque faccio questa supposizione: mi
pare che i primi uomini che abitavano in Grecia considerassero dèi soltanto
quelli che ora anche molti barbari stimano tali, e cioè il sole, la luna, la
terra, gli astri e il cielo, e siccome li vedevano tutti andare sempre di corsa
e correre, da questa loro natura del thein ('correre'), li chiamarono theous
('dèi'); in seguito poi, riconosciute le altre divinità, le chiamarono tutte
con questo nome. Ti pare che quel che dico in qualche modo si avvicini al vero
oppure in niente?
ERMOGENE: Mi pare del tutto verisimile.
SOCRATE: E cosa dobbiamo cercare ora, dopo questo?
ERMOGENE: è chiaro: i daimones ('demoni'), gli heroes
('eroi'), e gli anthropoi ('uomini').
SOCRATE: E in verità, Ermogene, cosa pensi mai voglia
dire il nome daimones? Considera se ti pare che io dica qualcosa di serio.
ERMOGENE: Ebbene, dilla.
SOCRATE: Lo sai tu quali dica Esiodo essere i
daimones?
ERMOGENE: Non l'ho presente.
SOCRATE: E neppure perché dice che la prima stirpe
degli uomini era d'oro?
ERMOGENE: Questo lo so.
SOCRATE: E dunque di essa dice: Ma dopo che tale
stirpe la Moira nascose sottoterra, daimones sacri, sotterranei
essi son chiamati buoni, protettori dai mali, custodi degli
uomini mortali.36)
ERMOGENE: E che vuol dire?
SOCRATE: Io credo che egli chiamasse quella stirpe
dorata non perché generata dall'oro, ma perché buona e bella. E ne è prova per
me che dice di noi che siamo una stirpe di ferro.
ERMOGENE: Tu dici il vero.
SOCRATE: E non pensi tu che anche oggi direbbe che
appartiene a quella stirpe dorata se pure ancora ve n'è qualcuno dei buoni?
ERMOGENE: è verisimile.
SOCRATE: E che altro sono i buoni se non
intelligenti?
ERMOGENE: Intelligenti, certo.
SOCRATE: A me dunque pare questo, che egli
soprattutto li chiami daimones; poiché erano intelligenti e daemones ('savi')37)
li ha chiamati daimones. Anche nella nostra lingua antica ricorre in tal senso
questo nome. Egli dice dunque bene e così gli altri poeti quanti dicono che un
uomo realmente buono dopo la morte ottiene una grande sorte e onore e diviene
daimon secondo l'eponimia della sua saggezza. Allo stesso modo ritengo anch'io
che ogni uomo che sia buono sia appunto daimonios ('divino') da vivo e da morto
e che sia chiamato giustamente demone.
ERMOGENE: E anche a me pare, o Socrate; esprimerei il
mio voto insieme a te. Ma heros ('l'eroe') che cos'è poi?
SOCRATE: Questo non è molto difficile da capire: di
poco infatti è modificato il loro nome, mostrando la propria origine da eros
('amore').
ERMOGENE: Come dici?
SOCRATE: Non sai che gli heroes ('eroi') sono
semidei?
ERMOGENE: E con questo?
SOCRATE: Tutti dunque sono nati o da un dio
innamorato di una mortale, o da un mortale innamorato di una dea. Se dunque tu
consideri questo secondo la lingua attica antica lo capirai meglio; ti
dimostrerà infatti che dal nome di eros ('amore') da cui sono nati gli eroi,
poco si è deviato in grazia del nome. E questo appunto che significa
"eroi", o perché erano saggi e retori, e abilissimi e dialettici,
essendo capaci di erotan ('interrogare'); infatti eirein significa 'dire'. Come
dunque dicevamo, quelli che sono detti eroi nella lingua attica, accade che
siano alcuni dei retori e degli individui espertissimi ad interrogare, tanto
che stirpe di retori e di sofisti diventa la tribù "eroica". Ma
questo non è difficile da intendere; piuttosto il nome di uomini, perché mai
vengono chiamati anthropoi ('uomini'): sapresti dirlo tu?
ERMOGENE: E da quale presupposto, o mio caro, potrei
saperlo?
Neppure se fossi capace di trovare qualcosa, non mi ci
impegnerei perché penso che tu lo troverai meglio di me.
SOCRATE: Tu dunque confidi nell'ispirazione di
Eutifrone, come pare.
ERMOGENE: è chiaro.
SOCRATE: E ben a ragione ti rimetti a quella: come
anche a me, ora, pare di averla pensata proprio con finezza, e corro il
rischio, se non sto attento, di divenire oggi anche più sapiente del
necessario. Presta pure attenzione a quel che dico. In primo luogo, infatti, a
proposito dei nomi bisogna pensare nel modo seguente, che spesso aggiungiamo
delle lettere, spesso ne togliamo, rispetto a ciò che vogliamo denominare e
cambiamo gli accenti. Ad esempio Dii philos ('caro a Zeus') perché possa
diventarci un nome anziché una frasetta, noi vi togliamo il secondo iota e
pronunciamo grave anziché acuta la sillaba di mezzo.38) Al
contrario, in altri nomi inseriamo delle lettere, e delle sillabe con accento
grave le pronunciamo con l'accento acuto.
ERMOGENE: Dici la verità.
SOCRATE: Uno di questi fenomeni è avvenuto anche per
il nome anthropoi ('uomini'), come a me pare. è diventato nome da locuzione,
dopo che è stata tolta una lettera: l'alpha ed essendo divenuta grave la parte
finale. - 10 -
10
ERMOGENE: Come dici?
SOCRATE: Così . Questo significa il nome anthropos
('uomo'), che mentre gli altri animali non considerano, non ponderano, non
riflettono attentamente sulle cose che vedono, l'uomo invece come ha visto,
cosa che diciamo anche opope ('ha visto'), si mette anche a ponderare e a
riflettere bene su ciò che ha visto. Di qui giustamente soltanto l'uomo, tra
gli animali, fu chiamato anthropos, cioè anathron ha opope ('che riflette su
ciò che ha visto').
ERMOGENE: E dopo di questo posso domandarti ancora
ciò che mi piacerebbe di sapere?
SOCRATE: Ma certo.
ERMOGENE: A mio parere è una cosa che viene di
seguito a quelle dette: dell'uomo dunque noi diciamo in parte psyche ('anima')e
in parte soma ('corpo').
SOCRATE: Come no?
ERMOGENE: Tentiamo dunque di esaminare anche queste come
le precedenti.
SOCRATE: Tu dunque dici di esaminare la psyche come
mai verisimilmente ebbe questo nome e poi dopo anche soma?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: Per rispondere così alla svelta, io penso
che quelli che attribuiscono all'anima il nome di psyche abbiano stimato un
pressappoco che questa è la parte che quando è presente nel corpo è quella che
è cagione di vita per lui ponendogli la capacità di respirare e l'anapsychon
('quello che ristora') e insieme, quando questa facoltà di ristoro viene meno,
il corpo cade in rovina e muore. Per questa ragione mi pare che essi chiamarono
psyche l'anima. E se vuoi, fermati un attimo; mi sembra di intravvedere una
spiegazione più affidabile di questa per Eutifrone e il suo seguito. Essi
infatti, a mio parere, potrebbero sottovalutare e considerare grossolana questa
che è stata data. Rifletti dunque se, questa che segue, piaccia anche a te.
ERMOGENE: Dilla pure.
SOCRATE: La natura dunque di tutto il corpo, tanto da
consentirgli di vivere e di andare in giro, cos'altro pensi tu che la tenga
insieme (echein) e la sostenga (ochein) se non l'anima?
ERMOGENE: Niente altro.
SOCRATE: E dunque? Non credi tu con Anassagora che
anche per la natura di tutte le altre cose non siano la mente e l'anima a dare
loro ordine e a tenerle insieme?
ERMOGENE: Io sì .
SOCRATE: A questa potenza che tiene insieme e
sostiene la natura physin ochei kai echei si addice bene questo nome e anche
chiamarla phiseche; ma, abbellendola, si può anche dire: psyche.
ERMOGENE: Ma certamente: questa derivazione mi pare
fatta maggiormente ad arte rispetto all'altra.
SOCRATE: Ed è così . Ma sembra ridicola se la
chiamiamo col nome che le fu posto.
ERMOGENE: Ma come possiamo dire per quello che viene
dopo?
SOCRATE: Dici il corpo?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: In parecchie maniere, a mio parere. E, se
poi si cambia un po', in molte. Alcuni infatti dicono che esso è il sema (la
'tomba') dell'anima, in quanto l'anima vi sta riposta in questa vita presente.
E siccome l'anima segnala attraverso il corpo quel che vuole significare, anche
per questa ragione è giusto chiamarlo sema. E mi pare che questo nome
gliel'abbiano posto quelli del seguito di Orfeo, poiché l'anima paga lo scotto
di quelle colpe che deve pagare e che abbia questo involucro, ad immagine d'un
carcere, per essere salvata sozetai. Questo dunque sia per l'anima, fino a che
non abbia pagato quel che deve, come appunto esso viene denominato, un soma,
cioè un mezzo di salvezza e non occorre cambiarvi nulla, neppure una lettera.
ERMOGENE: Su questi argomenti, o Socrate, mi pare che
sia stato detto abbastanza. Sui nomi degli dèi, come poco fa tu dicevi, su
quello di Zeus, potremmo esaminare alla stessa maniera se i loro nomi sono
stati posti con una qualche giustezza?
SOCRATE: Certo, per Zeus, o Ermogene, se noi avessimo
senno, avremmo un modo, il più bello di tutti, poiché degli dèi nulla sappiamo,
né di loro, né dei loro nomi con i quali chiamano se stessi: è chiaro infatti
che essi si chiamano con nomi veri. Un secondo modo di correttezza poi, come
noi abbiamo l'abitudine di invocarli nelle nostre preghiere, quali che siano i
nomi e donde piaccia loro di essere chiamati, di chiamarli noi stessi con quei
nomi, perché di essi niente altro sappiamo, perché mi sembra che ci si sia
abituati bene. Ma se tu vuoi, facciamo questa indagine, premettendo prima agli
dèi che su di essi non faremo affatto questa ricerca, giacché non riteniamo di
essere in grado di farla, ma intorno agli uomini, per conoscere con quale
opinione mai essi posero loro nomi. Questa infatti non è cosa empia.
ERMOGENE: A me pare, Socrate, che tu parli proprio
come è giusto.
SOCRATE: Da quale altro nome se non da quello di
Hestia, dobbiamo cominciare secondo la consuetudine?
ERMOGENE: è proprio giusto.
SOCRATE: E cosa si può dire dunque che abbia pensato
colui che le diede il nome di Hestia?
ERMOGENE: Non mi pare davvero, per Zeus, che anche
questo sia facile.
SOCRATE: Ci sono molte probabilità, mio buon
Ermogene, che i primi che attribuirono i nomi non fossero gente di poco conto,
ma meteorologi e cervelli fini.
ERMOGENE: Perché?
SOCRATE: A me pare che l'assegnazione dei nomi sia
opera di uomini come questi; se uno poi considera anche - 11 -
11 nomi
stranieri, non di meno scopre quello che ciascuno vuole dire. Ad esempio, anche
a proposito del termine che noi chiamiamo ousia ('essenza', 'sostanza') ci sono
anche di quelli che la chiamano essia e altri ancora osia. In primo luogo
dunque dal secondo di questi nomi avviene secondo ragione che l'ousia ('essenza',
sostanza') delle cose sia chiamata Hestia e che poi noi diciamo che è (estin)
quello che ha parte dell'essenza delle cose, e secondo questo venga chiamata
giustamente Hestia. Sembra infatti che anche noi anticamente chiamassimo essia
l'ousia. E ancora pensando ai sacrifici si può considerare che valutassero a
questo modo coloro che posero i nomi: è verisimile infatti che prima che a
tutti gli dèi sacrificassero innanzitutto a Hestia coloro che denominarono
essia l'ousia (l"essenza')39) di tutte le cose. Ma quanti
invece la denominarono osia, molto verosimilmente questi, secondo il pensiero
di Eraclito, pensarono che tutte le cose esistenti sono in movimento e nulla
resta fermo; dunque se causa e principio del loro essere in movimento è l'othoun
('spingere', 'mettere in moto') di qui sta bene chiamarla osia ('la forza che
provoca il movimento'). E tutto ciò sia pur detto così da parte di gente che
nulla sa. Ma dopo Hestia è giusto fare ricerche sui nomi di Rhea e di Kronos.
Ma quello di Kronos è già stato esaminato da noi. Ma, probabilmente, io non
dico nulla di sicuro.
ERMOGENE: Perché, Socrate?
SOCRATE: Ma, amico mio, ho in mente uno sciame di
saggi pensieri.
ERMOGENE: E quale mai è questo?
SOCRATE: Assolutamente ridicolo a dirsi, ma con una certa
credibilità, io penso.
ERMOGENE: E quale è questa?
SOCRATE: Mi pare di vedere Eraclito che pronuncia
certe sue antiche massime di saggezza, addirittura del tempo di Crono e di Rea 40)
delle quali anche Omero ha parlato.
ERMOGENE: E a qual proposito dici questo?
SOCRATE: Dice Eraclito "che tutto si muove e
nulla sta fermo" e confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, dice
che "non potresti entrare due volte nello stesso fiume".
ERMOGENE: è così .
SOCRATE: E dunque? Credi tu che la pensasse
diversamente da Eraclito chi pose a nome dei progenitori degli altri dèi Rea e
Crono? O pensi tu che così per caso egli abbia posto i nomi di fiumi? 41)
Come a sua volta Omero chiama "Oceano genesi degli dèi" e "madre
Tethys".42) E così anche Esiodo io penso. E anche Orfeo in
un passo dice: Oceano dalla bella corrente, per primo iniziò il connubio egli
che prese in moglie la sorella di Thetys, figlia della stessa madre.43)
Rifletti dunque come tutte queste testimonianze siano in accordo tra di loro e
tendano tutte alle teorie di Eraclito.
ERMOGENE: Mi pare che tu dica bene qualcosa, o
Socrate. Però io non riesco a capire cosa vuoi dire il nome di Thetys.
SOCRATE: Manca poco in verità che questo non lo dica
lo stesso nome che è contraffatto da fonte: infatti il termine diattomenon
('quello che cola') e l'altro hethoumenon ('ciò che sgocciola') sono immagine
di fonte. Da ambedue questi nomi è composto il nome di Thetys.
ERMOGENE: Questa, o Socrate, è un'ipotesi proprio
arguta.
SOCRATE: E perché non dovrebbe? Ma cosa c'è dopo di
questo? Di Zeus abbiamo già detto.
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: Diciamo allora dei suoi fratelli, di
Poseidone e di Plutone e dell'altro nome con il quale il secondo viene
chiamato.
ERMOGENE: Molto bene.
SOCRATE: Dunque questo nome di Poseidon, il primo che
glielo assegnò, mi pare che glielo desse, perché, mentre camminava la natura
del mare lo trattenne e non lo lasciò più andare avanti, ma divenne per lui
come un desmos ton podon, un 'legame dei piedi'. Chiamò dunque il dio che
domina questa potenza del mare Poseidon, come se fosse Posi desmos ('legame ai
piedi'). E la e è stata aggiunta, forse, al fine di eleganza. Probabilmente
invece non vuol dire questo, ma invece del sigma veniva detto un tempo con due
lambda, come dio polla eidos ('che molte cose sa'). Ed è possibile inoltre che
dal seiein 44) ('dallo scuotere') fosse chiamato ho seion ('lo
scuotitore'). Dunque la pi e il delta sono aggiunte. Per quel che riguarda
Plouton, questo nome gli fu attribuito dal ploutou dosis ('dono della
ricchezza'), in quanto la ricchezza si ricava da sotto la terra; per quel che
riguarda Haides, invece, mi pare che i più intendano che con questo nome si
voglia dire l'aides 45) ('l'invisibile'), ma poi, temendo questo
appellativo, lo chiamano Plutone.
ERMOGENE: E a te cosa ne pare, Socrate?
SOCRATE: A me pare che gli uomini per molte ragioni
siano in errore riguardo la potenza di questo dio e lo temano benché egli non
ne abbia colpa. E lo temono perché quando ciascuno di noi muore, se ne sta
sempre là, e poiché la nostra anima, nuda del proprio corpo, giunge da lui, lo
temono anche per questo. A me pare invece che tutto tenda alla stessa cosa, e
il potere del dio e il suo nome. ERMOGENE: E come?
SOCRATE: Ti dirò dunque quello che è il mio parere;
dimmi però: per un essere vivente qualsiasi, il legame più sicuro perché resti
fermo ovunque, qual è: necessità o desiderio?
ERMOGENE: C'è molta differenza,
SOCRATE: il desiderio.
SOCRATE: E credi tu che molti non sfuggirebbero a
questo dio se egli non legasse con il legame più forte quelli che vanno là?
- 12 -
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ERMOGENE: è chiaro.
SOCRATE: Con un qualche desiderio dunque egli li
lega, se li lega con il più forte dei legami, e con la necessità.
ERMOGENE: Pare così .
SOCRATE: E, a loro volta, i desideri sono molti?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E dunque li lega con il maggiore dei
desideri,46) se vuole trattenerli con il più grande dei legami.
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E c'è dunque un desiderio maggiore quando
uno, standosene insieme a un altro, pensa di divenire un uomo migliore per
mezzo di quello?
ERMOGENE: Assolutamente, in nessun modo può esserci,
o Socrate.
SOCRATE: Per questo diciamo, o Ermogene, che nessuno
di quelli di là se ne vuole tornare qua, neppure le stesse Sirene, ma si
sentono esse stesse ammaliate come anche tutti gli altri. Così belli, pare,
sono i discorsi che Ade sa dire; e così da questo discorso ne viene che egli è
un perfetto sofista e un grande benefattore di quelli che sono insieme a lui,
egli che così tanti beni riesce a dispensare anche a quelli di qua.47)
E lui ne ha tanto numerosi, polla houto, dei beni che sovrastano là, e per
questo si ebbe il nome di Plutone. E del resto il fatto che non voglia stare
insieme agli uomini quando hanno ancora il corpo, ma lo stare insieme a loro
soltanto allora, quando l'anima è pura da tutti i mali e tutte le passioni
legate al corpo, non sembra a te che sia proprio di un filosofo e di chi ha
bene considerato che soltanto così può tenerli, legandoli con il desiderio
della virtù, mentre quando hanno ancora le passioni e le follie che si
congiungono al corpo, neppure Crono potrebbe trattenerli con quei legami che si
narrano su di lui?
ERMOGENE: Mi pare proprio che tu dica bene, o
Socrate.
SOCRATE: E dunque, Ermogene, il nome Haides è così
lontano da derivare da aides, 'l'invisibile', ma è ben più probabile che,
dall'eidenai, dal 'sapere' lui ogni cosa bella, dal legislatore fu chiamato
Haides. ERMOGENE: Bene. Ma di Demeter ed Hera e Apollon e di Athena ed
Hephaistos e Ares come diciamo?
SOCRATE: Demeter sembra che sia stata chiamata in
questo modo per il dono del cibo come la didousa hos meter, 'che dà come una madre',
ed Hera in quanto è erate ('amabile'), come dunque si dice anche di Zeus che,
innamorato di lei la tiene con sé. Ma forse, occupandosi di cose celesti, il
legislatore chiamò l'aer ('l'aere') Hera camuffando un po' il suo intendimento
ponendo il principio alla fine (ponendo alla fine la prima lettera del nome). E
tu puoi capirlo se ripeti spesso il nome di Hera.48) Riguardo
Pherrephatta (Persefone), molti hanno paura anche di questo nome e quello di
Apollon, per inesperienza, come è verisimile, della correttezza dei nomi, e
così scambiando alcune lettere volgono la mente a Phersephone ('portatrice di
morte') e pare loro cosa terribile;49) esso indica invece che la
dea è sapiente. Infatti le cose pheromena, 'che sono portate', l'ephaptomenon
ed epaphon, 'quello che sovrasta' e 'quello che tocca', e in definitiva che può
seguire potrebbe essere sapienza.50) Questa dea dunque per la
saggezza e per il 'toccamento di quel che viene portato', dia ten epaphen tou
pheromenou potrebbe essere chiamata correttamente Pherepapha, o qualcosa di
simile; perciò con lei convive Ade, che è saggio e perché essa è tale; ora
invece ne pervertono il nome facendo maggiore conto della gradevolezza di
pronuncia che della verità, tanto da chiamarla Pherrephatta. La stessa cosa
avviene anche per Apollon, come si diceva, molti infatti sono impauriti dal
nome del dio come se significasse qualcosa di terribile; o non vi avevi fatto
caso?
ERMOGENE: Ma certamente; tu dici proprio la verità.
SOCRATE: Questo nome invece, a mio parere, è stato
posto splendidamente, proprio per la potenza del dio.
ERMOGENE: E come?
SOCRATE: Tenterò di dirti quello che è il mio parere:
infatti non può esserci nome, che, pur essendo unico, si armonizzi di più alle
quattro potenzialità del dio, così da comprenderle tutte e da mostrarne in
qualche modo la sua attinenza alla musica, alla nautica, alla scienza medica e
alla capacità di scagliare dardi.
ERMOGENE: Parlane dunque: perché tu mi dici che
questo nome è un po' fuori del comune.
SOCRATE: Ma ben armonizzato perché il dio è musico;
perché, anzitutto la purificazione e le purgazioni sia secondo la scienza
medica sia secondo quella mantica, e le lustrazioni con i farmaci previsti
dalla scienza medica e da quella mantica e le abluzioni che sono insite in
queste e le aspersioni, tutte queste cose possono avere questo solo scopo, di
rendere l'uomo puro nel corpo e nell'anima, o no?
ERMOGENE: Ma certamente.
SOCRATE: E dunque non deve essere questo il dio che
lava (apolouon) e che scioglie (apolion) da siffatti mali?
ERMOGENE: Senza dubbio.
SOCRATE: E dunque per questi lavacri (apolouseis) e
per questi scioglimenti (apoliseis), siccome egli è medico di codesti malanni
dovrebbe essere chiamato correttamente Apolouon, 'colui che lava', quanto poi
alla scienza nautica, al vero, al semplice haploun, che poi sono la stessa
cosa, potrebbe essere chiamato correttamente Aploun: così infatti chiamano
questo dio tutti i Tessali. E ancora siccome egli è sempre padrone dei lanci
(aei bolon enkrates) per le sue capacità nel tirare, egli è Aei ballon ('che
sempre colpisce').51) Quanto all'arte musicale occorre tenere
presente, come in akolouthon kai ten akoitin ('seguace e coniuge') che la alpha
(a) spesso significa to omou ('insieme'), ed anche qui ten homou polesin ('il
movimento insieme') sia per quel che riguarda il cielo, che chiamano poli, sia
per quel che riguarda l'armonia nel canto che viene chiamata sinfonia, poiché
tutte queste cose come dicono gli intenditori in fatto di musica e di astronomia,
si muovono tutte insieme a una certa armonia. Questo dio infatti sovrintende
all'armonia muovendo tutte - 13 -
13 queste cose così presso gli dèi, come
presso gli uomini. Come dunque l'homokeleuthon ('compagno di via') abbiamo
chiamato akolouthos ('seguace') e l'homokoitis ('che giace insieme') abbiamo
chiamato akoitis ('compagna di letto')52) cambiando invece
dell'homo in alpha (a) così abbiamo chiamato Apollon quello che era Homopolon,
aggiungendovi un altro lambda (l) poiché diveniva omonimo e quel nome sgradito
(apolon 'che ucciderà', 'che darà morte'). Ed è proprio quello per cui anche
ora alcuni, stando in sospetto per non considerare correttamente la forza
espressiva del nome, hanno paura come se avesse il significato di 'strage', 'rovina'.
E invece è stato posto molto bene, come si diceva poco fa, perché abbraccia
tutte le possibilità del dio, che è schietto, che sempre colpisce, che
purifica, che tutto muove. Alle Muse poi e in generale alla musica il
legislatore pose questo nome, come è verisimile, del verbo mosthai
('investigare') e dalla ricerca e dalla filosofia. E Letho (Latona) dalla bontà
della dea, perché essa è benevola (ethelemon) delle cose che uno può chiederle.
Ma forse è come la chiamano gli stranieri: molti infatti la chiamano Letho,
pare verisimile per l'assenza di durezza della sua indole ma anzi per
l'affabilità e la dolcezza (leion) del carattere viene chiamata Letho da coloro
che così la chiamano. Ad Artemide poi sembra che il nome sia stato posto per
l'artemes ('l'integrità') per l'ornatezza e per il suo desiderio di verginità.
E probabilmente chi le assegnò il nome volle chiamarla esperta di virtù (aretes
histor) o forse anche che detesta l'aratura (ton araton misesasa) del maschio
nella femmina: o per uno di questi motivi oppure per tutti questi insieme le
pose questo nome colui che pose il nome alla dea.
ERMOGENE: E che dire poi di Dionysos e di Aphrodite?
SOCRATE: Sono grandi le domande che mi fai, o figlio
di Ipponico. Ma il nome attribuito a questi due dèi fu dato sul serio e per
scherzo: quello serio domandalo pure ad altri; ma nulla impedisce che si
esamini quello scherzoso, perché anche gli dèi si dilettano dello scherzo.
Dunque Dionysos nel suo significato scherzoso sarebbe 'colui che dà il vino',
Didoinysos; il vino poi, poiché fa credere a parecchi di quelli che bevono di
avere senno, mentre in realtà non ne hanno, potrebbe essere chiamato a buon
diritto oionous ('che fa credere d'avere senno').53) Per quanto
riguarda Aphrodite non va bene contraddire Esiodo, ma ammettere con lui che fu
chiamata Afrodite per aver tratto la propria nascita dall'aphros ('schiuma')
del mare.
ERMOGENE: Ma nemmeno di Athena, Socrate, tu che sei
Ateniese, vorrai dimenticarti: e nemmeno di Hephaistos e di Ares.
SOCRATE: E non sarebbe neppure giusto.
ERMOGENE: No, certo.
SOCRATE: Dunque, l'altro nome suo non è difficile
dire per quale motivo le è stato dato.
ERMOGENE: Quale?
SOCRATE: Pallas: la chiamiamo anche così .
ERMOGENE: Come no?
SOCRATE: Se riteniamo che questo nome le sia stato
posto dal suo danzare in armi, noi riterremmo una cosa giusta. Infatti noi
chiamiamo pallein e pallesthai il sollevare in alto o se stessi o qualcos'altro
o da terra o nelle mani, e orchein e orcheisthai il 'far danzare' e il
'danzare'.
ERMOGENE: Certamente.
SOCRATE: Per questa ragione dunque noi diciamo
Pallas.
ERMOGENE: E giustamente. Ma dell'altro nome cosa ne
dici?
SOCRATE: Quello di Athena?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: Questo è più ostico, amico. Pare che anche
gli antichi la pensassero a proposito di Athena come oggi i critici valenti di
Omero. I più di essi, infatti, studiando il poeta dicono che egli in Athena
volle personificare il nous e la dianoia, vale a dire la 'mente e il pensiero',
e colui che le assegnò i nomi sembra che abbia pensato qualcosa di simile; anzi
chiamandola con maggiore solennità theou noesis ('mente del dio') dice che essa
è ha theonoa, 'la mente divina', usando alla maniera dei forestieri l'alpha
invece dell'eta ed eliminando lo iota e il sigma. E nulla manca che egli
volesse chiamarla Ethonoe essendo quella che ha il pensiero nell'indole, en
thoi ethei noesis. Ma poi o lo stesso o altri in seguito, per farne più bello
il nome, come essi credevano la chiamarono Athenaa.
ERMOGENE: E di Ephaistos poi, cosa dici?
SOCRATE: Mi chiedi dunque di quel nobile phaeos
histor ('conoscitore di luce')?
ERMOGENE: Sì , certo.
SOCRATE: Ma non è chiaro a tutti che costui è
Phaistos, 'il luminoso'?
ERMOGENE: è forse così , se anche a te non pare altrimenti,
come è pur probabile.
SOCRATE: Ma perché a me non paia, chiedimi di Ares.
ERMOGENE: Te ne chiedo.
SOCRATE: Dunque, se tu vuoi, potrebbe essere chiamato
Ares per l'arren e andreion per il suo tratto 'maschile e coraggioso';54)
se poi per il suo lato 'duro' (skleron) e 'inflessibile' (ametastrophon) che
viene chiamato appunto arraton,55) in ogni modo a un dio della
guerra conviene essere chiamato Ares.
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: Ma ora, per gli dèi, stacchiamoci dagli dèi,
perché io temo a parlare di essi. Ma, se tu vuoi, proponi pure il nome di
alcuni altri, "affinché tu sappia chi sono i cavalli di Eutifrone".56)
ERMOGENE: Farò così , pure chiedendoti ancora una
sola cosa su Hermes, perché Cratilo dice che io non sono Ermogene.57)
Tentiamo di vedere cosa anche significa questo nome, per sapere se costui dice
qualcosa. - 14 -
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SOCRATE: In realtà sembra pure che questo nome abbia
una qualche attinenza con la parola, e l'essere hermeneus ('interprete'),
nunzio, ladro, ingannatore nei discorsi e trafficante è questa tutta una
attività che riguarda la potenza della parola. Quello che dicevamo anche prima,
l'eirein e l'uso del 'parlare'. L'altra parte poi, come anche Omero spesso
dice, adopera emesato ('escogitò') che vuol dire 'macchinare', mechanesasthai.58)
Servendosi dunque di queste due parti il legislatore ci presenta questo dio
come ho mesamenos ('colui che escogitò') il parlare e la parola, il parlare
infatti è eirein, e quasi ci ordina: "O uomini, colui che escogitò il
parlare, è giusto che da voi venga chiamato Eiremes". Ora noi, abbellendo,
come crediamo, il suo nome, lo chiamiamo Ermes. Ed anche Iris fu chiamata
sempre da eirein, perché è messaggera degli dèi.
ERMOGENE: Per Zeus! Mi pare davvero che Cratilo dica
che io non sono Ermogene; non sono certo molto agile nel parlare.
SOCRATE: E che Pan sia figlio a doppia natura di
Ermes, ha verisimiglianza, amico mio.
ERMOGENE: E come?
SOCRATE: Tu sai che la parola significa 'ogni cosa',
pan: e va in giro, ed è sempre in movimento, è vera ed è falsa.
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: E dunque la componente vera di essa, liscia
e divina abita lassù, tra gli dèi, mentre quella menzognera, aspra e caprina
sta quaggiù tra la moltitudine degli uomini. Qui infatti sono molti i miti e le
menzogne, nella vita tragica.59)
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: Giustamente dunque chi significa 'ogni cosa'
(pan), ed 'è sempre in movimento' (aei polon), può essere Pan aipolos, figlio a
doppia natura di Ermes, nella parte superiore liscio, in quella inferiore aspro
e caprigno. E quindi Pan è la parola o il fratello della parola, se è figlio di
Ermes; e non v'è alcuna meraviglia che il fratello somigli al fratello. Ma,
come ti dicevo prima, o tu beato, allontaniamoci dagli dèi.
ERMOGENE: Su questi, o Socrate, chiudiamo pure, se
vuoi. Ma di questi altri cosa ti impedisce di trattare, come del sole, della
luna, materia tragica. degli astri, della terra, dell'etere, del fuoco,
dell'acqua, delle stagioni, dell'anno?
SOCRATE: Tu me ne chiedi proprio parecchi; tuttavia,
se a te riuscirà gradito, desidero farti contento.
ERMOGENE: Sì , mi farai piacere.
SOCRATE: Quale desideri dunque per primo? O, come
dicevi poco fa, trattiamo del Sole, di Helios?
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: Sembra dunque più chiaro questo nome se ci
si avvalesse della forma dorica: i Dori infatti lo chiamano halios. Halios
dunque può derivare dal fatto che 'aduna', halizei, nello stesso luogo gli
uomini non appena sorge, oppure anche perché sempre 'gira su se stesso andando'
(aei heilei ion), intorno alla terra, o anche perché, sembra, tinge di vari
colori le cose che derivano dalla terra. Del resto poikillein ('tingere di vari
colori') e aiolein ('screziare') significano la stessa cosa.
ERMOGENE: E cosa dici riguardo selene ('la luna')?
SOCRATE: Pare che questo nome metta alle strette
Anassagora.60)
ERMOGENE: Perché?
SOCRATE: Sembra infatti che renda chiaro che è più
antica l'affermazione che egli sosteneva invece come recente, che la luna
prende la propria luce dal sole.
ERMOGENE: Come?
SOCRATE: Ma perché selas ('splendore') e phos
('luce') sono più o meno la stessa cosa.
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: Ora questa luce (phos) intorno alla luna è
sempre nuova e vecchia se gli Anassagorei dicono il vero; il sole infatti andando
in giro in cerchio sempre attorno ad essa la inonda sempre di luce nuova,
mentre invece è vecchia quella del mese precedente.
ERMOGENE: Certo.
SOCRATE: E molti la chiamano Selenaia.
ERMOGENE: Vero.
SOCRATE: E siccome ha sempre 'uno splendore vecchio e
nuovo' (selas neon kai henon aei), potrebbe essere chiamata con il più giusto
dei nomi (Selaenoneoaeia), che poi, una volta composto, viene chiamata
Selenaia.
ERMOGENE: è proprio un nome da ditirambo questo, o
Socrate. Ma cosa dici del mese (men) e degli astri (astra)?
SOCRATE: Men o meis da meiousthai ('diminuire')
potrebbe correttamente essere chiamato meies ('quello che diminuisce'), mentre
gli astri derivano il proprio nome, pare, da astrape ('luminosità', 'lampo');
astrape poi, in quanto fa volgere lo sguardo, ta opa anastrephei, sarebbe con
esattezza anastrope: ma poi, abbellita, viene chiamata astrape.
ERMOGENE: E che dici del fuoco, pyr, e dell'acqua,
hudor?
SOCRATE: Quanto al fuoco sono in imbarazzo, e c'è
rischio che la Musa di Eutifrone mi abbia abbandonato, oppure questo è un nome
molto difficile. E bada bene a quale trovata mi volga per tutte le questioni
per le quali mi trovo in imbarazzo.
ERMOGENE: E quale?
SOCRATE: Te lo dirò: rispondimi dunque. Potresti
dirmi per qual maniera il fuoco si chiama pyr?
ERMOGENE: Io no, per Zeus!
SOCRATE: Osserva dunque quello che io suppongo su
questo problema. Ritengo che i Greci e in particolare quelli che vivono sotto
ai barbari, molti nomi li abbiano derivati proprio da essi.
ERMOGENE: Ebbene? - 15 -
15
SOCRATE: Se uno dunque cerca secondo la lingua greca
con quale criterio questi nomi sono stati attribuiti e non secondo quella dalla
quale il nome è stato eventualmente posto, tu sai bene che può trovarsi alle
strette.
ERMOGENE: è naturale.
SOCRATE: Bada dunque che anche questo nome, pyr, non
sia barbarico. Infatti non è facile adattarlo alla lingua greca; è evidente
invece che sono i Frigi a chiamarlo così facendo una piccola modifica, e così
anche di acqua (hudor), e di cani (kynes) e di molti altri nomi.
ERMOGENE: è così .
SOCRATE: Non bisogna dunque fare su di loro violenza,
anche quando si avesse qualcosa da dire in merito. In questo modo dunque io mi
sbarazzo di pyr e di hudor. Ma aer ('l'aere') è stato chiamato così , o
Ermogene, perché 'solleva', airei,61) le cose da terra? Oppure
perché 'scorre sempre', aei rhei? Oppure perché da esso, quando fluisce, sorge
il vento? E infatti i poeti chiamano i venti aetai.62) E forse
vuoi dire aetorroun ('vento che scorre') come se si dicesse pneumatorroun
('soffio che scorre'). E dell'etere, aither, io la penso a questo modo, poiché
'corre sempre' (aei thei), fluendo intorno all'aere potrebbe essere chiamato
giustamente aeitheer. E ghe ('terra') significa meglio quel che vuol dire, se
si ricorre all'altro suo nome gaia. Infatti gaia potrebbe essere chiamata
giustamente ghenneteira ('genitrice'), come dice Omero; e gheghennesthai
('essere generata'). E sia! Cosa ci aspettava dunque dopo questo?
ERMOGENE: Horai, le stagioni, o Socrate, e eniautos,
'l'anno', e etos, 'anno' ancora.
SOCRATE: Horai va pronunciato horai come in attico
antico, se vuoi saperne il probabile significato: e sono dette horai da
horizein, dal 'determinare' gli inverni e le estati, i venti e i frutti della
terra. E poiché sono horizousai 'determinanti', possono chiamarsi correttamente
horai. Eniautos ed etos sono probabilmente una sola cosa. Infatti quello che
porta alla luce le cose che nascono e si sviluppano, ognuna a suo tempo e
questo en hautoi exetazei ('ricerca in se stesso'), come nelle considerazioni
fatte prima, il nome di Dios veniva diviso in due parti, e alcuni lo chiamavano
Zena, altri Dia, così anche in questo caso alcuni perché en heautoi lo chiamano
eniautos, altri etos poiché etazei. Ma l'intera locuzione è en heautoi etazei
('fa ricerca in se stesso'), e questo, pur essendo uno solo viene denominato in
due modi, tanto che da una sola parola sono derivati due nomi: eniautos ed
etos.
ERMOGENE: Certo, Socrate, tu ti fai molto avanti!
SOCRATE: Pare anche a me, ormai, di spingermi avanti
in fatto di sapienza.
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: Presto potrai dirlo meglio.63)
ERMOGENE: Ma, dopo questo aspetto, volentieri io
esaminerei con quale correttezza mai sono stati posti questi bei nomi che
riguardano la virtù, quali ad esempio la phronesis ('il senno'), la synesis
('intelligenza'), la dikaiosyne ('la giustizia') e tutti gli altri di questo
genere.
SOCRATE: Tu richiami, amico, un genere di nomi non da
poco: tuttavia, poiché ho messo indosso la pelle di leone,64)
non bisogna spaventarsi, ma fare ricerca, come conviene, su phronesis
('senno'), synesis ('intelligenza'), ma anche su gnome ('discernimento'),
episteme ('scienza', 'conoscenza') e tutti quanti gli altri che tu chiami bei
nomi.
ERMOGENE: Certo e non bisogna tirarci indietro prima.
SOCRATE: In realtà, per il cane, mi pare di non
essere stato un indovino da poco pensando, cosa che avevo in mente anche poco
fa, che quegli uomini antichi che imposero i nomi ebbero a provare quello che
capita oggi alla maggior parte dei sapienti, che per il loro parecchio volgersi
da ogni parte cercando ove stia la realtà, vengono colti da continui capogiri:
e così a loro sembra che le cose girino e vengano portate in ogni senso. E non
chiamano in causa di questa loro opinione la propria condizione interna, ma le
cose stesse che credono che siano così fatte per disposizione naturale si ché
nessuna di esse è salda e sicura e scorre e si muove ed è piena sempre di ogni
movimento e generazione. Dico questo pensando a tutti i nomi or ora ricordati.
ERMOGENE: Come mai questo, o Socrate?
SOCRATE: Forse non hai posto mente a quello che si
diceva ora: e cioè che i nomi sono stati attribuiti alle cose come se si
muovessero, scorressero e divenissero tutte.
ERMOGENE: No, non ci ho fatto assolutamente caso.
SOCRATE: E in primo luogo, il nome che abbiamo detto
per primo è proprio come se riguardasse cose di questo tipo.
ERMOGENE: E quale?
SOCRATE: Phronesis ('senno'); è infatti 'intendimento
di movimento e di corrente', phoras kai rou noesis. Ma sarebbe possibile
intenderlo anche come utilità di movimento, onesis phoras. Dunque riguarda
sempre il pheresthai ('essere portato', 'muoversi'). E se vuoi, la gnome
('discernimento') significa sostanzialmente gones skepis ('indagine', 'studio
di generazione): infatti noman ('studiare') e skopein ('investigare',
'ricercare') significano la stessa cosa. Del resto, se vuoi, lo stesso vocabolo
noesis è neou esis ('tendenza al nuovo'), e il fatto che le cose esistenti
siano nuove significa che sono generate in continuità. Chi dunque assegnò il
nome di noesis, ha voluto significare che l'anima tende sempre al nuovo;
infatti anticamente non veniva chiamata noesis, ma invece dell'eta bisognava
pronunciare due epsilon: noeesis. Sophrosune ('saggezza'), poi, è salvezza di
quello che abbiamo esaminato or ora, cioè della phronesis ('senno'). E episteme
('scienza', 'conoscenza') significa che l'anima, quella degna di
considerazione, tiene dietro, hepetai, alle cose che sono in movimento e non le
lascia indietro e nemmeno corre loro innanzi. Noi perciò introducendo una e
bisogna che la chiamiamo epeisteme.65) Synesis ('intelligenza
','comprensione') a sua volta parrebbe, grosso modo, equivalere a sylloghismos
('ragionamento', 'conclusione'); e dunque quando si dice synienai accade di
dire proprio lo stesso che epistasthai ('comprendere'). Synienai infatti vuol
dire che l'anima avanza insieme con le cose. Sophia ('saggezza'), poi,
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16 significa ephaptesthai phoras ('toccare il movimento'), ma è un
termine alquanto oscuro e strano. Ma occorre pure ricordarsi che i poeti, assai
spesso, quando si imbattono in qualcuna di quelle cose che cominciano ad
avanzare rapidamente, dicono esythe ('balzò su').66) Uno
spartano, tra i più illustri, aveva nome Sous, vocabolo questo che gli Spartani
chiamano il movimento rapido. Sophia dunque significa 'contatto con il
movimento', phoras epaphe, come di cose che si muovono continuamente. Agathon,
questo nome vuole essere attribuito a tutto ciò che di 'ammirevole', agasthon,
è in tutta la natura, giacché tutte le cose camminano, ma in alcune è velocità,
in altre lentezza. Non tutta la velocità infatti è agasthon, ma soltanto una
parte di essa; dunque a questa parte del thoon del 'veloce'67)
che è agaston si attribuisce il nome di tagathon. Dikaiosune ('giustizia'): che
questo nome sia stato attribuito per la 'comprensione del giusto', dikaiou
sunesei, è facile capire: difficile invece cosa vuol dire 'giusto' in sé.
Sembra infatti che fino a un certo punto ci sia accordo da parte di molti, ma
poi ci siano contese. Quanti poi ritengono che il tutto sia in movimento,
pensano che il più di esso sia tale da non avere alcun'altra essenza che non
mutare sede, che però attraverso questo tutto vi è un qualcosa che scorre, con
il quale si genera tutto ciò che è generato. E tutto questo è velocissimo e
sottilissimo. Diversamente, infatti, non potrebbe andare attraverso tutto
l'esistente, se non fosse sottilissimo, tanto che nulla può essergli di
impedimento, e velocissimo tanto da fare uso delle altre cose, passando
attraverso di esse, fu chiamato correttamente con questo nome di dikaion, dopo
aver preso a sostegno la forza di un k per comodità di pronuncia. Fino a questo
punto, cosa che dicevamo or ora, da parte di molti si riconosce che questo è to
dikaion. Ma io, che sono così attaccato al giusto, o Ermogene, sono venuto a
sapere per vie riservate che il dikaion ('giusto') è anche la causa 'per cui',
di'ho, avviene, questa è appunto la causa, e qualcuno disse che stava bene di
chiamarlo non di meno Dia.68) E io poi, udite queste cose,
continuo a interrogare piano piano costoro: "Cosa mai dunque è il giusto,
o ottimo uomo, se questo sta così ?". E così do l'impressione di chiedere
più a lungo del lecito e di saltare oltre il fosso. E dicono che io ne ho
saputo a sufficienza, e mettono mano, volendo bene riempirmi, chi a sostenere
una cosa e chi un'altra, e non vanno più d'accordo. E l'uno mi dice che questo
è giusto, dikaion, il sole; egli solo, infatti, dirige le cose 'passando
attraverso' di esse, diaion, e 'riscaldandole', kaon. E quando dico la stessa
cosa a un altro, lieto per aver sentito qualcosa di bello, si mette a ridere di
me udendomi e mi chiede se io penso che non esista niente di giusto tra gli
uomini quando è tramontato il sole. E siccome insisto perché a sua volta lo
dica lui, mi risponde che è il fuoco; ma questo non è facile da capire. Un
altro ancora sostiene che non è il fuoco in sé, ma proprio il calore che si
trova nel fuoco. Ma un altro ancora afferma di ridersela di tutte queste
trovate e sostiene che il giusto è quel che dice Anassagora, cioè la mente; e
dice che questa, indipendente com'è e non mescolata a nessun'altra cosa, le
governa tutte passando attraverso di esse. A questo punto io, amico caro, mi
trovo in molto maggior imbarazzo che prima di aver tentato di apprendere del
giusto cosa mai esso sia. Ma, rispetto a quello per cui facevamo la nostra
ricerca, pare che questo nome gli sia stato attribuito per queste ragioni.
ERMOGENE: Mi pare, o Socrate, che queste cose tu le
abbia sentite da un altro e non le esponga ora improvvisandole.
SOCRATE: E cosa dici delle altre?
ERMOGENE: No, assolutamente.
SOCRATE: Ascolta dunque, perché forse potrei farti
credere che anche le rimanenti le dico non avendole udite da altri. Ma dopo la
giustizia di che cosa ci resta da parlare? Il coraggio, andreia, non l'abbiamo
ancora esaminato, io credo. è chiaro infatti che l'adikia è di impedimento per
l'ente 'che passa attraverso', diaion; andreia, invece, 'il coraggio',
significa come se questo nome di coraggio gli fosse stato attribuito in
battaglia; e battaglia è nell'ente, se questo scorre, niente altro se non la
'corrente contraria', enantia rhoe. Se dunque si elimina il delta dal nome di
andreia, il nome anreia significa proprio questa opera. E pur sempre chiaro che
non la corrente contraria a ogni corrente è coraggio, ma quella che contrasta
alla corrente che si oppone al giusto: diversamente infatti non verrebbe lodato
il coraggio. E così arren ('virilità') e aner ('uomo') si riferiscono a un
qualcosa simile a questo, ano rhoe ('corrente verso l'alto'). Gyne ('donna'),
poi, pare a me voglia significare 'generazione', gone, e thely ('femminile')
pare che sia chiamato così da thele ('mammella'). E la thele, Ermogene, non
ritieni che sia detta così perché 'fa fiorire', tethelenai,69)
come tutto quello che viene annaffiato?
ERMOGENE: Mi pare di sì , o Socrate.
SOCRATE: E anche lo stesso thallein ('fiorire') mi sembra
che rapresenti la crescita dei giovani perché è rapida e improvvisa. Ed è
proprio quello che il legislatore ha imitato con il nome componendolo con il
thein ('correre') e hallesthai ('saltare'). Ma tu non ti rendi conto che io mi
lascio trascinare fuori dal seminato non appena imbocco un tratto liscio. E sì
che restano ancora molte questioni di quelle che sembrano impegnative.
ERMOGENE: Dici il vero.
SOCRATE: E una di queste è vedere anche techne
('arte') che cosa mai vuol dire.
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: E non significa dunque techne hexis nou
('condizione della mente'), per chi toglie il tau e vi aggiunge ou tra il ch e
il n e tra il n e l'eta?
ERMOGENE: Sì , ma in modo molto cavilloso, o Socrate.
SOCRATE: Ma, te beato, non sai che i primi nomi sono
stati seppelliti da parte di coloro che volevano solennizzarli, aggiungendovi o
togliendovi delle lettere per una buona pronuncia e stravolgendoli da ogni
parte e per abbellimenti e per il tempo? Giacché in katoptron ('specchio') non
ti pare strano l'aver inserito un ro?70) Ma compiono tali
mutamenti quelli che non si preoccupano affatto della verità, ma compongono
soltanto la bocca, tanto che aggiungendo molte - 17 -
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novità sui primi nomi riescono col fare in modo che neppure uno degli uomini
giunga a comprendere cosa mai voglia dire il nome; e così anche la Sfinge
chiamano Sphinx anziché Phinx 71) e così per molti altri nomi.
ERMOGENE: Avviene proprio così , Socrate.
SOCRATE: Ma se si ammetterà di aggiungere o toglier
tutto quello che si vuole dai nomi, grande sarà la facilità a chiunque riuscirà
ad adattare ogni nome ad ogni cosa.
ERMOGENE: Dici il vero.
SOCRATE: è vero sì . Ma io penso che tu, da saggio
sovrintendente, debba osservare il senso della misura e della verisimiglianza.
ERMOGENE: Io lo vorrei.
SOCRATE: E con te, Ermogene, lo voglio anch'io: ma
sta attento, caro amico, a non fare troppe sottigliezze, che tu non abbia a
snervare il mio coraggio,72) perché raggiungerò la cima di quel
che ho detto quando, dopo tekhne avremo ben considerato mekhane ('mezzo',
'macchina'). Mekhane infatti mi sembra essere il significato di anein epi poly
('andare avanti parecchio'). E infatti il mekos ('lunghezza' )significa un
press'a poco il molto. Da queste due parole dunque, il mekos e l'anein è stato
posto il nome di mekhane. Ma, come dicevo poco fa; bisogna giungere in cima
delle cose enunciate; occorre ricercare cosa significano i nomi arete ('virtù')
e kakia ('malvagità', 'vizio'). Di questi due l'uno non riesco ancora a sbroccarlo,
l'altro invece mi appare chiaro: si accorda infatti con tutte le cose dette
prima. E siccome le cose sono sempre in movimento 73) il kakos
ion ('l'andante male') è la malvagità, il vizio. E quando questo 'andare male'
verso le cose si trovi nell'anima, allora soprattutto assume la denominazione
dell'intero, cioè di malvagità, vizio. Poi, che cosa sia mai questo 'male
andare' a me par chiaro che si trovi anche in deilia ('viltà'), nome che noi
non abbiamo ancora preso in considerazione, anzi abbiamo saltato, mentre si
doveva esaminare dopo andreia ('coraggio'). Mi sembra poi che ne abbiamo
saltato anche molte altre. E dunque la deilia desmos ('viltà') dell'anima a me
pare essere un legame forte: perché lian ('troppo') è in qualche modo una forza.
Dunque il legame più forte e più grande dell'anima sarebbe la deilia. Così
anche l'aporia 74) ('mancanza, difetto') è
un male e, come pare, lo è tutto ciò che è di impedimento
all'andare, al farsi avanti. Sembra dunque che significhi questo il kakos ienai
('il male andare'), cioè il farsi avanti molto a stento e con impaccio, e
quando l'anima ce l'ha, diventa ripiena di kakia ('vizio'). E se in tali
condizioni dell'anima si dà il nome di kakia, il contrario di questo dovrebbe
essere arete ('virtù'), che vuoi dire in primo luogo euporia ('facilità a
procedere'), poi che la rhoe ('corrente') dell'anima buona è sempre sciolta,
tanto che quando scorre senza impacci e senza impedimenti ha assunto questo
nome, mentre sarebbe giusto chiamarlo aeireite ('che sempre scorre') - e forse
vuol dire hairete ('scelta', 'eletta') in quanto è molto da 'scegliere' questa
abitudine -, invece si è contratta ed è chiamata areté. Probabilmente tu dirai
che io ancora meno il can per l'aia. Io sostengo invece che se quanto dicevo
prima di kakia, andava bene, va bene anche questo nome di areté.
ERMOGENE: Ma il nome kakon ('cattivo'), tramite il
quale tu hai parlato di molti tra i nomi esaminati in precedenza, cosa vuol
significare?
SOCRATE: Una cosa strana, per Zeus, mi pare, e anche
dura da imbroccare. Anche per questo ricorro a quella scappatoia.
ERMOGENE: E qual è?
SOCRATE: Quella di dire che anche questa è parola
forestiera.
ERMOGENE: E sembra che anche questa volta tu dica bene.
Ma, se sei d'accordo, lasciamo andare questo e cerchiamo invece di vedere kalon
('bello') e aischron ('brutto') con quale ragionevolezza sono stati posti.
SOCRATE: Cosa significhi aischron a me pare chiaro:
concorda infatti con quanto si è detto in precedenza. A me pare infatti che chi
attribuì i nomi se la prendesse del tutto contro ciò che è di impedimento e
trattiene gli esseri dal flusso, e quindi toi aei ischonti ton rhoun, 'a quello
che sempre trattiene la corrente' pose il nome di eaischoroun; ma ora, avendolo
contratto, lo chiamano aischron, 'che arresta il divenire'.
ERMOGENE: E di kalon cosa dire?
SOCRATE: Questo è più difficile da capire. Eppure lo
dice direttamente. Soltanto si è differenziato in armonia e nella lunghezza
dell'omicron ('o piccolo').
ERMOGENE: Come mai?
SOCRATE: Questo nome a me pare che sia quasi un
soprannome del pensiero.
ERMOGENE: Come dici?
SOCRATE: Ebbene, quale pensi tu che sia la causa
dell''essere chiamato', klethenai, per ciascun essere? Non è forse ciò che ha
posto i nomi?
ERMOGENE: Certamente, sì .
SOCRATE: E tutto ciò non è dunque il pensiero degli
dèi e degli uomini o l'una e l'altra cosa insieme?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: Dunque ciò che ha dato nome alle cose (to
kalesan) e ciò che dà loro il nome (to kaloun) non sono la stessa cosa, cioè il
pensiero?
ERMOGENE: Pare.
SOCRATE: E dunque anche tutte le cose, quante ne
hanno compiute il pensiero e la mente, queste sono da lodare e quelle no invece
sono da vituperare? - 18 -
18
ERMOGENE: Certamente.
SOCRATE: E dunque tutto ciò che si presta a curare
compie una cura, e tutto ciò che si presta a costruire, compie costruzioni. O
come la metti tu?
ERMOGENE: Così , anch'io.
SOCRATE: E dunque to kaloun ('ciò che dà il nome')
compie kale ('cose belle')? 75)
ERMOGENE: Bisogna che sia così .
SOCRATE: è questo, come noi diciamo, pensiero?
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: E dunque a ragione il kalon è una sorta di
soprannome del pensiero che compie cose di questo genere che noi abbiamo care
quando diciamo che sono belle.
ERMOGENE: Pare.
SOCRATE: E quale ci resta ancora dei nomi di questa
fatta?
ERMOGENE: Quelli che si riferiscono al buono, al
bello, al 'conveniente' (sympheron), all''utile' (lysiteloun), al vantaggioso
(ophelimon), a quanto arreca guadagno (kerdaleon), e ai loro contrari.
SOCRATE: Dunque, quanto a sympheron ('conveniente')
può darsi che lo scopra anche da te conducendo la ricerca da quanto si è detto
in precedenza. Sembra in qualche modo fratello della cognizione, perché non ha
altro significato che 'mossa simultanea', hama phora, dell'anima insieme alle
cose; e le cose che vengono determinate da questo movimento, come pare, vengono
chiamate 'convenienti', sympheronta e symphora ('giovevoli') dall'essere in
movimento tutte insieme in cerchio. E kerdaleon ('utile') deriva da kerdos
('utilità', 'guadagno'), per chi sostituisce un ny invece del delta a questo
nome, rivela quel che vuol dire: infatti, secondo un'altra maniera rende il
nome al bene. E poiché si frammischia a tutte le cose, passando attraverso di
esse il legislatore gli affibbiò codesto nome che indica questa sua forza; ma
frapponendo un delta al posto del ny pronunciò kerdos.
ERMOGENE: E su lysiteloun ('utile') cosa dire?
SOCRATE: Sembra, o Ermogene, che non come lo usano i bottegai
quando emettono la ricevuta della spesa, non in questo modo a mio parere, è da
intendere lysiteloun ('utile'), ma poiché l'essenza della realtà è velocissima
non consente che i fenomeni si arrestino, né l'impulso si fermi e si arresti
avendo conseguito il telos ('fine') ma poiché lo libera (lyei) sempre se una
qualche fine (telos) si appresta a sopraggiungere e lo rende senza posa e
sempre eterno, per questa ragione mi pare che il legislatore chiamò il bene
lysiteloun ('utile').76) In definitiva siccome 'libera la fine'
(lyei to telos) dell'impulso lo chiamò lysiteloun. Ophelimon d'altra parte
('giovevole'), è un nome straniero: e anche Omero si servì spesso di ophellein
('giovare'). E questo è dare il nome del crescere e del fare.
ERMOGENE: E come sta la questione per noi circa i
nomi che significano il contrario di questi?
SOCRATE: Per quanti sono in netta contrapposizione
con essi, come a me sembra, non c'è alcun bisogno di prenderli in esame.
ERMOGENE: E quali sono questi?
SOCRATE: Asymphoron ('non conveniente'), anopheles
('non giovevole'), alysiteles ('non utile'), akerdes ('non fruttuoso').
ERMOGENE: Dici il vero.
SOCRATE: Blaberon ('dannoso') e zemiodes
('svantaggioso').
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E blaberon vuol dire che 'danneggia la corrente'
(blapton ton rhoun), blapton a sua volta, significa 'che vuol annodare',
boulomenon haptein; del resto 'haptein ('connettere') e dein hanno lo stesso
significato; e questo è sempre da rimproverare. 'Quello che vuole fermare la
corrente', to boulomenon haptein rhoun, nella maniera più corretta sarebbe
boulapteroun, ma, reso più bello, a mio parere, viene chiamato blaberon.
ERMOGENE: Emanano da te in varia foggia, o Socrate, i
nomi; e mi sembrava ora che tu imitassi con la bocca il preludio del suono del
flauto dell'inno di Atena, quando pronunciavi questo nome: boulapteron.
SOCRATE: Non ne sono io la causa, ma chi ha dato
questo nome.
ERMOGENE: Dici il vero; ma di zemiodes
('svantaggioso', 'dannoso') cosa si potrebbe dire?
SOCRATE: Cosa mai vuol dire zemiodes? Rifletti,
Ermogene, come io dica la verità dicendo che gli uomini, frapponendo o
eliminando delle lettere, alterano gravemente il senso dei nomi, al punto che
anche operando mutamenti di nessun conto, fanno sì che talvolta essi vengano a
significare il contrario. Ad esempio nel caso di to deon ('ciò che è
necessario'). Ho pensato a questo e me ne sono ricordato poco fa, proprio da
quello che stavo per dirti, che questa lingua moderna che noi abbiamo ha
stravolto a significare il contrario i termini deon e zemiodes, riuscendo a
nascondere quel che ne era il senso, mentre la lingua dimostra con chiarezza
quello che l'uno e l'altro nome vogliono dire.
ERMOGENE: Come dici?
SOCRATE: Te lo dirò: tu sai che i nostri antichi si
avvalevano molto dello iota e del delta, soprattutto le donne, che, al di sopra
di ogni altro, conservano l'antico modo di parlare. Ora invece mettono una eta
invece di uno iota e il delta al posto di una zeta, come se si trattasse di
tonalità splendide.
ERMOGENE: Come mai?
SOCRATE: Ad esempio i più antichi chiamavano 'il
giorno' himera, altri poi hemera, e altri ora hêmera.77)
ERMOGENE: è così . - 19 -
19
SOCRATE: Dunque sai tu che fra questi solo il nome
più antico rivela il proposito di chi lo ha posto? Siccome infatti per uomini
contenti e himeirontes ('desiderosi') dall'oscurità sorgeva la luce, per questa
ragione essi chiamarono imera il giorno.
ERMOGENE: Pare proprio così .
SOCRATE: Ora invece che viene fatto pomposamente
risuonare tu non potresti neppure avvertire cosa vuol dire hemera. Ora invece
siccome il giorno (hemera) rende mansueti (hemera)78) le cose
per questo pensano che sia stato denominato così .
ERMOGENE: Sembra anche a me.
SOCRATE: E sai tu che zugon ('il giogo') gli antichi
lo chiamavano dyogon ('traino a due')?79)
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: Bene, zugon non vuol dire niente, l'altro
invece, a causa del legame dei due per il traino, agoghe è stato chiamato
dyogon e a ragione, ora invece è chiamato zugon e così avviene in molti altri
casi.
ERMOGENE: Pare di sì .
SOCRATE: Allo stesso modo dunque in deon, detto così
in un primo tempo, significa il contrario rispetto a tutti i vocaboli che
richiamano il bene; infatti essendo il deon idea di bene appare essere 'legame'
(desmos) e ostacolo al movimento, come se fosse fratello di blaberon
('dannoso').
ERMOGENE: Certamente, Socrate. Pare proprio così .
SOCRATE: Ma se si fa uso del termine antico, che è
verisimile che sia stato posto più correttamente di quello d'ora, ma che sarà
in consonanza con quelli di prima che riguardano il bene, alla sola condizione
che rimetta lo iota al posto dell'eta come nell'antichità; infatti in questo
modo vuol dire 'quel che passa attraverso', diion, ma non deon ('che lega'); è
il bene che ('il legislatore') loda. E così non si trova in contraddizione con
se stesso colui che pone i nomi, ma deon e ophelimon e lysiteloun e kerdaleon e
agathon e sympheron e euporon sembrano la stessa cosa, significando con nomi
diversi quello che dà ordine e passa dappertutto e dappertutto viene lodato. E
così anche zemiodes ('svantaggioso') se, in conformità alla lingua antica, tu
rimetti un delta invece della zeta, apparirà a te che demiodes fu così
denominato per essergli posto il nome per to doun to ion ('quel che lega quel
che va').
ERMOGENE: E che significato hanno hedone ('piacere'),
lype ('dolore'), epitymia ('desiderio') e nomi di tal fatta, Socrate?
SOCRATE: Non mi sembrano molto difficili, Ermogene.
Infatti la hedone ('piacere'), - l'azione è rivolta all'onesis ('giovamento')80)
- è probabile abbia questo nome, ma vi è stato inserito un delta, cosicché
viene chiamata edone anziché eone. E la lype ('dolore') forse è stata chiamata
così dalla dialysis in conseguenza della 'dissoluzione' del corpo, che esso
sopporta proprio in quella sofferenza (pathos). Ania poi ('afflizione') è ciò
che è d'ostacolo all'andare. Mi sembra poi che alghedon ('sofferenza') sia un
termine forestiero così chiamato da algheinon ('sofferente'). A sua volta odune
('dolore') pare venga chiamato così dalla intromissione del dolore. E akhthedon
81) riesce chiaro a chiunque che il nome è tratto dalla gravità
del movimento. Quanto a chara ('gioia') sembra che sia stata chiamata così
('espansione'), diachysis, e 'della scioltezza del flusso' euporia tes rhoes
dell'anima. E terpsis ('godimento') viene da terpnon ('godibile'). E terpnon è
stato così denominato dalla herpsis dallo 'strisciare' attraverso l'anima che
rassomiglia a un 'soffio' (pnoe).82) Correttamente doveva essere
detto herpnoun, ma col tempo si è cambiato in terpnon. Quanto a euphrosyne
('gaudio'), non c'è affatto bisogno che sia detto il perché: è chiaro a
chiunque che prese questo nome dal 'portarsi bene' (eu sympheresthai)
dell'anima insieme con le cose: sarebbe stato corretto ('dire') eupherosyne,
tuttavia la chiamiamo euphrosyne. Neppure epithimia ('desiderio') è difficile.
è chiaro infatti che questo nome fu assegnato a quella forza che 'va contro
l'animo' (epi ton thymon iousa). Thymos poi ('animo') avrebbe questo nome dall''impeto'
(thysis), e dal bollore dell'anima. Himeros ('struggimento d'amore') fu così
denominato da quella sorta di 'corrente', rhous, che, al di sopra di ogni altra
cosa trascina l'anima. E infatti siccome 'fluisce affrettandosi e slanciandosi'
(hiemenos rhei kai ephiemenos) verso le cose e così trascina con forza l'anima
per 'la brama della corrente' (hesis tes rhoes), da tutta questa forza dunque
fu chiamato desiderio. Ed anche pothos a sua volta è così denominato
significando che è 'desiderio' non di cosa presente, ma di un qualcosa 'che si
trova in qualche modo altrove ed è lontano' (allothi pou on kai apon), ed è di
qui che è stato denominato appunto pothos, allora quando è presente quello di
cui qualcuno aveva brama, viene chiamato imeros ('desiderio'). Ed eros
('amore') poiché 'scorre dentro dall'esterno' (eisrei exothen), e questa
corrente non è interiore a chi la ha, ma vi è condotta dentro attraverso gli
occhi;83) per queste ragioni dallo 'scorrere dentro' (esrein),
anticamente fu chiamato esros allora si faceva uso dell'o breve (omicron)
anziché dell'o lunga (omega). Ma cosa ancora dici tu che dobbiamo prendere in
esame?
ERMOGENE: E quanto a doxa ('opinione', 'parere') e
altri nomi eguali che te ne pare?
SOCRATE: Doxa fu così denominata 'dall'incalzare'
(dioxis) che l'anima conduce inseguendo il sapere, come stiano gli avvenimenti
o dal lancio dell'arco; e sembra proprio più da questo. E la oiesis
('convinzione') concorda con questo. Pare infatti che mostri l'oisis ('il
portare') dell'anima verso ogni cosa, per conoscere quale è in realtà ciascuno
degli esseri, come anche boule ('volontà') è vicina a un di presso a bole
('lancio') e boulesthai ('volere') è vicino per significato a ephiesthai,
('avere desiderio', 'brama') e a bouleuesthai ('prendere decisioni'). Tutti
questi vocaboli che vengono di seguito a doxa sembrano rappresentazioni di bole
('lancio'), come a sua volta il contrario aboulia ('mancanza di volontà')
sembra essere invece atychia ('mala sorte'), come di uno che non centrò e non
'raggiunse' (etychen), quello a cui mirava e che voleva e su cui prendeva
deliberazioni e a cui aspirava con bramosia. - 20 -
20
ERMOGENE: Su questi punti, Socrate, mi pare che tu
vada avanti molto alla svelta.
SOCRATE: Infatti io corro, ormai, alla fine. Però
voglio ancora venire al termine con ananke ('necessità'), che è di seguito a
questi e con hekousion ('volontario'); hekousion dunque e 'ciò che si ritira'
(to eikon) e che non recalcitra, ma, come dico, 'si ritrae davanti a ciò che
va' (eikon toi ionti), e con questo nome si darebbe indicazione a ciò che
accade secondo volontà. L'anankaion poi ('il necessario') è recalcitrante,
essendo contrario alla volontà, può essere cosa che ha un nesso con l'errore e
l'ignoranza, e viene avvicinato ad una marcia attraverso le gole delle
montagne, in quanto esse malagevoli al passaggio, aspre, irte di vegetazione
sono di impedimento all'andare. Probabilmente di qui fu detto anankaion, perché
paragonato alla marcia attraverso una di queste gole. Ma finché perdura in noi
la forza non lasciamola perdere: e anche tu non smettere, ma fa' pure delle
domande.
ERMOGENE: E io ti domanderò le cose più grandi e più
belle come l'aletheia ('la verità'), lo pseudos ('la menzogna'), l'on ('ciò che
è') e questo stesso vocabolo, onoma ('nome') del quale stiamo discutendo,
perché si chiama in questo modo.
SOCRATE: E maiesthai ('cercare'), come lo chiami tu?
ERMOGENE: Io, cercare, appunto.
SOCRATE: Somiglia dunque a un nome, onoma, contratto
da una frase, che vuol dire che questo è un nome del quale avviene una ricerca.
E tu puoi capirlo meglio in quello che diciamo l'onomaston, ('il nominabile');
qui infatti dice chiaramente che esso è on ou masma estin ('l'essere sul quale
esiste indagine'). Aletheia, poi, ('la verità') è questo pure un nome che
assomiglia agli altri quanto a essere formato insieme. Sembra infatti che il
moto divino dell'essere sia espresso con questo termine di aletheia, come se si
trattasse di una corsa divina. Lo pseudos ('falsità'), è contrario al movimento:
ancora una volta infatti viene fatta riserva su quanto è trattenuto ed è
costretto a starsene calmo, e viene accostato 'a quelli che dormono',
katheudontes. Lo psi che vi è stato aggiunto, nasconde quel che intende
significare il nome. D'altra parte on ('essere') e ousia ('essenza') sono in
consonanza con la verità se recuperano lo iota. Infatti vuol dire ion ('quello
che va'), e a sua volta to ouk on ('ciò che non è') vuol dire, come alcuni lo
chiamano ouk ion, 'che non va'.
ERMOGENE: Mi pare, Socrate, che tu abbia sottoposto
al vaglio con molto acume questi nomi. Ma se uno ti domandasse questo ion ('che
va'), e rheon ('che scorre'), e doun ('che congiunge, che lega'), quale
correttezza hanno questi nomi?
SOCRATE: Tu chiedi: "Cosa potremmo
rispondergli?", o no?
ERMOGENE: Proprio così .
SOCRATE: Un elemento dunque ce lo siamo procurati
poco fa, tanto da dare l'impressione di dire qualcosa, se rispondiamo.
ERMOGENE: E qual è questo?
SOCRATE: Sostenere, quanto a ciò che non conosciamo, che
si tratta di un qualche termine forestiero. E probabilmente qualcuno di questi
in realtà è tale; e ancora i primi fra i nomi, per la loro antichità,
potrebbero essere inspiegabili; e siccome i nomi sono stati stravolti in ogni
senso non è per nulla sorprendente se l'antica voce ormai in nulla differisce
da quella attuale dei forestieri.
ERMOGENE: Tu non dici nulla fuori luogo.
SOCRATE: Infatti, dico cose verosimili. Questa non mi
sembra però una discussione che consenta dei pretesti, ma occorre considerare
bene questi punti con molto impegno. Pensiamoci su; se uno ci chiedesse sempre
quelle parole dalle quali è stato tratto il nome, e poi ancora voglia conoscere
da quali altre siano state tratte quelle, e non la smetta mai di fare così ,
non è forse necessario che chi risponde non finisca per interrompere di
parlare?
ERMOGENE: A me pare di sì .
SOCRATE: Dunque, chi risponde, quando -
ragionevolmente - dovrebbe cessare dal dare risposta? Forse non quando sia
arrivato a quei nomi i quali sono come i principi dei nomi stessi e delle
frasi? Perché se sono tali non è giusto che sembrino composti da altri nomi, se
stanno realmente così . Ad esempio, or ora dicevamo che l'agathon ('il bene') è
combinato da agaston ('che suscita meraviglia') e da thoon ('rapido, veloce') e
parimenti potremmo sostenere che il thoon deriva da altri principi, e quelli da
altri ancora. Ma se una buona volta prendiamo quello che non è combinato da
alcuni altri nomi, giustamente potremmo dire che siamo ormai a un principio e
che questo non dobbiamo più riferirlo ad altri nomi.
ERMOGENE: A me pare che tu parli giustamente.
SOCRATE: Ora dunque anche i nomi che adesso tu mi
chiedi si trovano ad essere principi: occorre che in qualche altro modo ormai
noi mettiamo sotto esame la loro correttezza, quale è mai?
ERMOGENE: è verisimile.
SOCRATE: Sì , è probabile, Ermogene; tutti i nomi
infatti visti in precedenza sembrano ricondurre a questi. E se la questione sta
proprio in questi termini, come a me pare che stia, suvvia, considera ancora
insieme con me che io non dia i numeri dicendo quale deve essere la correttezza
dei primi nomi.
ERMOGENE: Parla soltanto, che, per quanto di forza è
in me, io condurrò l'esame assieme a te.
SOCRATE: Dunque che una sola sia la correttezza di
ogni nome, del primo e dell'ultimo, e che nessuno di essi sia differente nel
fatto di essere nome io penso che sembri così anche a te.
ERMOGENE: Certamente.
SOCRATE: Ma la correttezza dei nomi dei quali abbiamo
fatto la disamina fin qui intendeva essere tale da poter rivelare quale è
ciascuno degli enti. - 21 -
21
ERMOGENE: Come no?
SOCRATE: E questa caratteristica devono averla non
meno i primi che gli ultimi nomi, che sono realmente nomi.
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: Ma gli ultimi, come sembra, erano in grado di
compiere questo, per mezzo di quelli precedenti.
ERMOGENE: Pare così .
SOCRATE: E sia. Ma i primi nomi, quelli ai quali
ancora non ne sono congiunti altri, in quale modo per quanto è possibile al di
sopra di tutti ci renderanno evidenti le cose, se pure devono essere nomi? 84)
Rispondi a questo: se non avessimo né voce nè lingua e volessimo rendere chiare
vicendevolmente le cose, non tenteremmo, come fanno ora i muti, di manifestarle
con le mani, la testa, e con tutto il resto del corpo?
ERMOGENE: E come sarebbe possibile in altro modo, o
Socrate?
SOCRATE: Se dunque, io penso, volessimo indicare quel
che sta in alto ed è leggero, solleveremmo le mani verso il cielo, cercando di
imitare la stessa natura della cosa; se invece ciò che sta in basso ed è
pesante, le piegheremmo verso la terra. Se poi volessimo indicare un cavallo
mentre corre o qualche altro animale, tu sai bene che renderemmo i nostri corpi
e i nostri atti il più possibile simili ai loro. ERMOGENE: Mi sembra
necessario che sia proprio come tu dici.
SOCRATE: Così infatti, io penso, ci sarebbe una
dimostrazione, allorché il corpo, come pare, si metta a imitare quel che vuole
indicare.
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E siccome vogliamo segnalare con la voce,
con la lingua, con la bocca un qualcosa, soltanto allora ciò che ne viene sarà
per noi la manifestazione di ciascuna cosa, quando, per mezzo di questi organi,
avvenga l'imitazione circa qualunque oggetto.
ERMOGENE: Mi pare necessario.
SOCRATE: Nome dunque, come pare, imitazione con la
voce di quella cosa che si imita; e chi compie l'imitazione dà nome con la voce
a ciò che imita.
ERMOGENE: A me pare di sì .
SOCRATE: Ma a me, per Zeus, non sembra ancora che si
dica bene.
ERMOGENE: E perché?
SOCRATE: Allora saremmo costretti ad ammettere che
quelli che imitano le pecore, i galli e gli altri animali danno il nome alle
bestie che imitano.
ERMOGENE: Dici il vero.
SOCRATE: Ti pare dunque che la cosa stia bene?
ERMOGENE: A me no. Ma quale imitazione, o Socrate,
sarebbe allora il nome?
SOCRATE: In primo luogo, come a me pare, non allorché
facciamo l'imitazione delle cose, così come le imitiamo con la musica, anche
se, pure allora, noi le imitiamo con la voce; poi non mi sembra che noi
apponiamo nomi, quando imitiamo anche noi quello che imita la musica. Dico
questo: le cose hanno, ciascuna di per sé voce e forma, e molte anche il
colore?
ERMOGENE: Ma certamente.
SOCRATE: Sembra dunque che non quando uno si mette a
imitare queste cose e nemmeno riguardo queste imitazioni possa sussistere
l'arte di dare nomi. Queste arti infatti sono la musica, la pittura, o no?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: E cosa dunque? Non ti sembra che ciascuna
cosa abbia una sua sostanza, come possiede pure il colore e tutto ciò che
dicevamo poco fa? E in primo luogo lo stesso colore, la voce, non hanno
ciascuno una loro essenza 85) e così tutte le altre cose che
sono ritenute degne di questa denominazione dell'essere?
ERMOGENE: A me pare di sì .
SOCRATE: Dunque se qualcuno
fosse in grado di imitare proprio questo di ciascuna
cosa, cioè l'essenza, con le lettere e con le sillabe, non rivelerebbe quel che
è ciascuna cosa? O no?
ERMOGENE: Ma certamente.
SOCRATE: E che cosa diresti di uno che ha la
possibilità di fare questo, come anche quelli di prima quando uno l'hai
chiamato musicista, l'altro pittore: e a costui quale nome daresti?
ERMOGENE: Questo a me pare, Socrate, ciò che andiamo
cercando da tempo: e questo potrebbe essere chi è capace a dare i nomi.
SOCRATE: Dunque se questo è vero, pare ormai che si debba
condurre l'esame intorno a quei nomi di cui mi domandavi, come rhoe
('corrente') e ienai ('andare') e schesis ('ritenzione'), se chi ha messo il
nome con le lettere e con le sillabe giunge a possedere il loro essere tanto da
imitarne la sostanza, oppure no?
ERMOGENE: Ma certo.
SOCRATE: Suvvia dunque, consideriamo se vi sono
soltanto questi tra i primi nomi o anche molti altri.
ERMOGENE: Io credo anche altri.
SOCRATE: Ed è probabile. Ma quale può essere il modo della
distinzione, da dove chi imita comincia a imitare? Siccome l'imitazione
dell'essenza avviene per mezzo di sillabe e di lettere non è la cosa più
corretta distinguere anzitutto i principi, come coloro che mettono mano ai
ritmi, distinguono in primo luogo il valore dei principi, poi delle sillabe e
- 22 -
22 giungono così a compiere l'esame sui ritmi e prima no?
ERMOGENE: Sì .
SOCRATE: Dunque anche noi dobbiamo distinguere in
primo luogo le componenti vocaliche, quindi tra le altre, secondo le qualità,
quelle afone e mute, così infatti le chiamano un press'a poco quelli che sono
esperti in tale materia, e quelle che non sono ancora vocali, ma non sono
neppure mute. E tra le stesse vocali quante differenti qualità hanno tra di
loro? E quando avremo compiuto queste distinzioni, occorre distinguere ancora
tutte le cose a cui apporre i nomi, se ve ne sono di quelle, come i principi a
cui si possono fare risalire tutte, dalle quali è possibile esaminarle di per
se stesse, e se in esse sono insite qualità come nei principi. Quando avremo
esaminato tutti questi problemi, occorre sapere ricondurre ciascun principio a
seconda della somiglianza, sia che si debba riportarne uno solo a una sola
cosa, sia che bisogni mescolarne molti a uno solo, come i pittori che quando
vogliono rendere un'immagine, qualche volta ricorrono alla sola porpora,
qualche altra volta invece a qualunque altro colore, e accade anche che
mescolandone molti, come quando si apprestano a raffigurare il colore della
carne umana e qualcos'altro di simile, a seconda che, come penso io, ciascuna
immagine sembri aver bisogno di ogni colore; così anche noi riporteremo i
principi alle cose, uno solo a una sola cosa, là ove pare che si debba fare
così , e molti insieme, facendo ciò che chiamano sillabe e poi ancora ponendo
insieme sillabe da cui vengono composti i nomi e le parole. E poi di nuovo dai
nomi e dalle parole noi metteremo insieme un qualcosa di grande, di bello e di
completo, come là l'immagine con la pittura, qua invece un periodo con l'onomastica,
con la retorica o quale che ne sia l'arte. O piuttosto non noi: ma io nel
parlare mi sono lasciato andare: infatti furono gli antichi a mettere insieme i
nomi nella foggia in cui ora sono composti. Occorre invece che noi, se sapremo
vagliarli tutti quanti con perizia, facendo così delle distinzioni,
consideriamo con attenzione, se tanto i primi nomi quanto gli ultimi sono stati
posti secondo un buon criterio, oppure no. Ma il combinarli in altro modo, caro
Ermogene, bada che non sia sciocco e fuori dalla strada giusta.
ERMOGENE: Forse, per Zeus, o Socrate!
SOCRATE: Ebbene? Hai fiducia tu di essere in grado di
per te stesso di distinguere questi nomi in tale maniera? Io, per quel che mi
riguarda, no.
ERMOGENE: Io poi ne sono ben lontano.
SOCRATE: Dobbiamo lasciare perdere dunque, o vuoi che
noi, così come possiamo, anche se siamo in grado di vedere non un granché,
facciamo una prova, premettendo però, come poco fa a proposito degli dèi, che
noi, pur non conoscendo nulla del vero, tentavamo di rappresentarci le idee
degli uomini dicendo che, se noi o qualsiasi altro dovesse distinguerli, così
come occorreva distinguerli, ora secondo il detto in voga, occorrerà che ci
diamo da fare secondo le nostre forze. Ti pare così , o cosa ne dici?
ERMOGENE: A me pare assolutamente che vada bene così
.
SOCRATE: Ci appariranno ridicoli, a mio parere, o
Ermogene, gli oggetti, una volta che ci siano ben chiari per averli imitati con
le lettere e con le sillabe. Tuttavia è necessario. E non abbiamo nulla di
meglio a cui riportarci circa la verità dei primi nomi, a meno che, come fanno
i tragici quando non hanno modo di risolvere qualche difficoltà, fanno ricorso
alle macchine 86) sollevando in alto degli dèi, non voglia anche
tu che ci sottraiamo allo stesso modo, dicendo che i primi nomi li hanno posti
gli dèi immortali e per questo vanno bene. E potrà essere per noi questo il
miglior consiglio? Oppure quest'altro: che noi li abbiamo accolti da alcuni
barbari, e i barbari sono più antichi? O perché, data la loro antichità, è
impossibile sottoporli al vaglio, come anche i nomi forestieri? E tutti questi
sarebbero espedienti, anche molto acuti, per chi non vuole dare conto dei primi
nomi se sono stati posti correttamente. E sì che chi non conosce la correttezza
dei primi nomi è impossibile che conosca quella degli ultimi che
necessariamente vengono resi chiari da quelli di cui nessuno sa nulla. Ma è
chiaro che, chi va dicendo di essere esperto di tali cose, deve mostrare di
esserlo particolarmente sui primi nomi e nel modo più chiaro, o essere ben
consapevole che sugli ultimi nomi non potrà dire che delle sciocchezze. Oppure
a te sembra diversamente?
ERMOGENE: In modo diverso, Socrate? Niente affatto.
SOCRATE: Le impressioni dunque che mi sono venuto
formando sui primi nomi mi sembrano del tutto avventate e anche comiche. Io
dunque te ne metterò a parte, se lo vuoi. Tu poi, se da qualche parte hai
qualcosa di meglio da portare avanti, tenta di metterne a parte anche me.
ERMOGENE: Lo farò; ma tu, forza, parla!
SOCRATE: In primo luogo mi pare che il rho sia come
lo strumento di quella kinesis ('movimento'), di cui non abbiamo detto per
quale ragione ha questo nome; ma è chiaro che vuole essere hesis ('tensione'):
infatti anticamente non facevano uso della eta (e lunga) ma dell'epsilon (e
breve). Il principio di questa parola è da kiein, vocabolo forestiero; esso
significa 'andare'. Se uno dunque volesse trovarne il nome antico
corrispondente alla nostra lingua attuale, dovrebbe chiamarla correttamente
hesis. Ora invece da questa parola forestiera kiein con il cambiamento dell'eta
e con la frapposizione del ni viene detta kinesis, mentre occorrerebbe
chiamarla kieinesis o eisis. La stasis poi ('sosta') vuole essere la negazione
dell'andare, per un fatto di abbellimento si è chiamata stasis. Il rho come
principio, lo ripeto, parve essere un bello strumento di moto a colui che
poneva i nomi per rappresentare il concetto di phora ('portare') e assai spesso
dunque egli se ne è avvalso per questo fine. E in primo luogo nello stesso rhein
('scorrere') e in rhoe ('corrente') attraverso questa lettera egli imita la
phora, e così anche in tromo ('tremito'), trechein ('correre') e ancora in
vocaboli come questi: kronein ('percuotere'), thrauein ('rompere'), ereikein
('fendere'), thryptein ('tritare'), kermatizein ('spezzettare'), rhymbein ('far
girare'): tutte queste parole per lo più raffigurano il - 23 -
23 movimento
tramite il rho. Egli infatti notava, io penso, che la lingua, in questo
frangente,87) stava ferma il meno possibile, mentre si agitava
al massimo. Per questo a me pare che egli si sia avvalso di questa a questo
scopo; dello iota si è avvalso per tutto quello che è sottile, che al di sopra
di tutte le altre può andare dappertutto. Per questi motivi l'ienai ('andare')
e lo hiesthai ('lanciarsi', 'scagliarsi') li imita attraverso lo iota, come
mediante il phi, lo psi, il sigma e lo zeta poiché queste lettere sono
spiranti, egli le ha imitate tutte quante, chiamandole con queste, quali lo
psychron ('il freddo'), lo zeon ('il bollente'), il seiesthai ('scuotersi',
'agitarsi') e in definitiva il seismon ('lo scotimento'). E quando imita
qualcosa che è pieno d'aria, ovunque in questi casi, colui che ha posto i nomi
pare servirsi per lo più di queste lettere. Al contrario la forza che al delta
e al tau deriva dalla compressione e dall'applicazione della lingua pare che
egli la considerasse utile all'imitazione del desmos ('legame') e della stasis
('sosta'). E accortosi che la lingua sdrucciola particolarmente nel lambda, per
assimilarle le denominò le cose lisce (leia), e lo stesso olisthanein
('sdrucciolare') e liparon ('untuoso'), e kollodes ('vischioso') e tutte le
altre cose di questo genere. E siccome quando la lingua scivola le fa
resistenza la forza del gamma imitò il gliskhron ('vischioso'), il glyky
('dolce') e il gloiodes ('glutinoso'). E avvertendo poi nel ni l'interiorità
della voce, chiamò endon ('interno') e entos ('dentro') come per dare immagine
alle cose con le lettere. E ancora attribuì l'alpha alla grandezza e l'eta alla
lunghezza, perché queste lettere sono grandi. E avendo bisogno di un segno o
per ciò che è tondo (gongilon), lo mescolò moltissimo a questo nome. E così
sembra che vada avanti il legislatore anche per gli altri nomi, facendo con
delle lettere e delle sillabe un segno e un nome per ciascuna delle cose
esistenti, e da questi, sempre con gli stessi nomi mette insieme tutti gli
altri, facendone l'imitazione. Questa, Ermogene, a me pare che voglia essere la
correttezza dei nomi, a meno che Cratilo, qui presente, non voglia dire qualche
altra cosa.
ERMOGENE: Davvero, Socrate, mi offre spesso molto
filo da torcere, come dicevo all'inizio, dicendo che esiste sì una correttezza
dei nomi, ma non rivelando mai chiaramente quale essa sia, tanto che io non posso
sapere, se di proposito o casualmente, egli parla così oscuramente ogni volta
di queste cose. Ora, Cratilo, dimmi, di fronte a Socrate, se a te piace quello
che Socrate dice a proposito dei nomi, o se, in qualche altro modo, hai
qualcosa da dire di meglio. E se l'hai, parla pure, affinché tu possa imparare
da Socrate oppure sia tu a insegnare a noi, tutti e due.
CRATILO: E che, Ermogene? Ti pare che sia facile
imparare o insegnare così alla svelta una cosa qualunque, e tanto meno questa
che sembra essere gravissima tra le più gravi?
ERMOGENE: Per Zeus, a me no! Ma a me pare che sia
detto bene il motto di Esiodo, che se anche uno aggiunge poco al poco è pur
sempre utile.88) Se dunque sei in grado di fare anche un po' di
più, fallo, non tirarti indietro, ma fa' questo favore a Socrate, qui presente,
ne sei obbligato, ed anche a me.
SOCRATE: E del resto anch'io, o Cratilo, non
persisterei troppo in nessuna delle cose che ho detto, ma, nel modo che a me
sembrava opportuno, le ho vagliate con Ermogene; così , proprio per questo,
fatti coraggio e se hai qualcosa di meglio dilla, che io sono pronto ad
accettarla. E se tu in realtà hai qualcosa di più bello da dire rispetto a
queste cose non me ne farei meraviglia. Mi pare infatti che tu stesso abbia fatto
ricerche su tali questioni e ne abbia appreso anche da altri. Se dunque tu
dirai qualcosa di più bello, segna pure anche me come uno dei tuoi discepoli
sulla correttezza dei nomi.
CRATILO: è vero, Socrate, io mi sono interessato,
come tu dici, di questi problemi e forse potrei farti mio
discepolo. Ma temo anche che sia tutto il contrario di
questo, perché a me, non so come, viene da dirti il discorso di Achille, quello
che nelle Preghiere 89) rivolge ad Aiace. Dice egli: Aiace,
rampollo di Zeus, Telamonio, signore di popoli in tutto secondo il mio cuore
hai saputo inviarmi parole. E a me, Socrate, pare che tu, opportunamente
secondo il mio sentire, dia il vaticinio, sia perché tu sei ispirato da
Eutifrone,90) sia perché da tempo una Musa è entrata in te, di
nascosto.
SOCRATE: O buon Cratilo, mi sorprendo anch'io, da
tempo, della mia sapienza e ne ho diffidenza. Mi pare dunque che occorra che io
torni ad esaminare di nuovo quel che vado dicendo. Infatti il lasciarsi trarre
in inganno da solo a solo è la cosa peggiore fra tutte. Poiché quando colui che
sta per ingannarti non se ne sta lontano neanche un pochino, ma ti sta sempre
al fianco, come potrebbe non essere una sciagura? Occorre perciò, come pare,
tornare ancora sulle cose già dette in precedenza, e tentare, secondo il detto
del famoso poeta, di vedere "avanti e indietro contemporaneamente".91)
Dunque, ora soprattutto, guardiamo quel che è stato detto. Noi diciamo dunque:
la correttezza del nome è quella che riesce a dimostrare quale è la cosa.
Possiamo sostenere che è stato detto a sufficienza?
CRATILO: Certamente: a me par molto, Socrate.
SOCRATE: E i nomi dunque si dicono al fine di
insegnare?
CRATILO: Certo.
SOCRATE: Possiamo affermare dunque che questa è
un'arte e che ci sono artefici di essa?
CRATILO: Sicuro.
SOCRATE: E quali?
CRATILO: Quelli che tu ricordavi in principio: i
legislatori.
SOCRATE: E possiamo sostenere che quest'arte si
incontra negli uomini come anche le altre, o no? Intendo dire
questo: di pittori ce ne sono in qualche modo: quali
peggiori e quali migliori.
CRATILO: Certo.
SOCRATE: Dunque i migliori rendono più belle le loro
opere, i loro dipinti; gli altri invece le fanno più brutte? Allo stesso modo
quelli che costruiscono le case: alcuni le fanno più belle, altri invece più
brutte?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: E dunque anche i legislatori, alcuni rendono
più belle le loro opere, altri più brutte? - 24 -
24
CRATILO: Questo ancora non mi pare proprio.
SOCRATE: E non ti pare, dunque, che le leggi alcune
siano migliori, altre peggiori?
CRATILO: No, certamente.
SOCRATE: E neppure i nomi, probabilmente, a te pare
che l'uno sia stato posto peggio e l'altro meglio?
CRATILO: No, sicuramente.
SOCRATE: Dunque tutti i nomi sono stati posti bene?
CRATILO: Quanti almeno sono nomi.
SOCRATE: Ebbene? Ciò che si diceva poco fa, a
Ermogene, qui presente, possiamo dire che neppure sia stato posto questo nome
se a lui non riguarda neppure un poco 'la stirpe di Ermes' (Hermou genesis),
oppure è stato posto sì , ma non giustamente?
CRATILO: Che non sia stato posto, Socrate, a me pare,
ma sembra anche che gli sia attribuito e che questo sia il nome di un altro,
del quale è anche la natura che il nome non rivela?
SOCRATE: E non dice il falso neppure chi sostiene che
costui è Ermogene? E infatti neppure questo potrebbe essere, il dire che costui
è Ermogene, se non è.
CRATILO: Come dici?
SOCRATE: Che affermare il falso, dunque, non è
assolutamente possibile, se questo vale il tuo discorso; sono in parecchi, o caro
Cratilo, a sostenere questo, e ora e da tempo.
CRATILO: E infatti, Socrate, uno, dicendo ciò che
dice, come può non dire ciò che è? E non è dunque questo dire il
falso, cioè dire quel che non è?
SOCRATE: Questo è un discorso troppo fine e per me e
per la mia età, o amico. Tuttavia rispondimi in questo: forse non ti sembra
possibile dire il falso, ma sostenerlo sì ?
CRATILO: A me non pare neppure il sostenerlo.
SOCRATE: E neppure dire né rivolgere la parola in
modo falso? Per esempio, se uno incontrandoti in terra straniera, stringendoti
la mano ti dicesse: "Salve, o straniero Ateniese, figlio di Smicrione
Ermogene", costui queste cose le direbbe, oppure le sosterrebbe, o le
indirizzerebbe o le rivolgerebbe non a te, ma a questo Ermogene qui, o a
nessuno?
CRATILO: Costui, o Socrate, a parer mio, farebbe in
questo modo degli strepiti e non altro.
SOCRATE: Anche questa è bella: ma chi facesse di
questi strepiti griderebbe il vero o il falso, oppure parte di vero e parte di
falso? Perché anche questo potrebbe bastare.
CRATILO: Direi che fa del chiasso costui, scuotendo
invano se stesso come uno che agiti un recipiente di bronzo battendovi sopra.
SOCRATE: Orsù, Cratilo, mettiamoci d'accordo in qualche
modo: non diresti tu che altro è il nome altro quello di cui è nome?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: Dunque sei d'accordo che il nome è una
imitazione della cosa.
CRATILO: Soprattutto di questo.
SOCRATE: E dunque non sostieni che le pitture in
qualche altro modo sono imitazioni di certi oggetti?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: Orsù, dunque. Forse io non riesco ad
afferrare quello che tu intendi dire, ed è facile che tu parli correttamente: è
possibile spartire ambedue queste imitazioni, le pitture e quei nomi e attribuirle
a quegli oggetti di cui sono imitazione, o no?
CRATILO: è possibile.
SOCRATE: Ora, per prima cosa, rifletti su questo: è
possibile l'immagine di un uomo attribuirla a un uomo e quella di una donna a
una donna e le altre così ?
CRATILO: è possibile anche questo.
SOCRATE: E dunque queste attribuzioni sono giuste
tutte e due o soltanto l'una delle due?
CRATILO: L'una delle due.
SOCRATE: Quella, a mio parere, che conviene a
ciascuna cosa e ne riproduce la somiglianza.
CRATILO: A me pare così .
SOCRATE: E dunque, per non polemizzare a parole, io e
te che siamo amici, riconoscimi quello che dico. Codesta, o amico, io la chiamo
attribuzione per l'una e l'altra di queste imitazioni, per le figure e per i
nomi, giusto, e per i nomi poi, oltre al fatto di essere giusta, anche vera,92
l'altra invece, l'attribuzione e il conferimento del dissimile non è corretta,
ed è anche falsa quando sia inerente ai nomi.
CRATILO: Attenzione però, Socrate, che questo, il non
fare giuste attribuzioni, capiti nelle figure, ma non nei nomi, quando è
necessario attribuire sempre in maniera corretta.
SOCRATE: Come dici? In che cosa è differente questo
da quello? Non può essere che uno, fattosi vicino a un altro uomo, gli dica:
"Questa è la tua immagine" e gli mostri, se gli viene a tiro,
l'immagine di lui, ma se gli capita, pure quella di una donna? Quanto a
mostrare io voglio dire, proporre un qualcosa alla sensazione degli occhi.
CRATILO: Certamente.
SOCRATE: Ebbene? Non è dato ancora che questo,
avvicinatosi allo stesso uomo, dica: "Questo è il tuo nome". Anche il
nome è un'imitazione come la figura. Voglio dire questo: non sarebbe possibile
a costui dirgli "Questo è il tuo nome", e dopo ciò proporre alla
sensazione dell'udito, se gli capita, la imitazione di lui, dicendo che è un
uomo, ma se - 25 -
25 gli capita pure, quella dell'elemento femminile del
genere umano, dicendo che è una donna? Non ti pare che questo sia possibile e
talvolta avvenga?
CRATILO: Io voglio, Socrate, concordare con te: sia
così .
SOCRATE: E fai bene caro, se questo sta così ; e non
occorre certo polemizzare su questo argomento. Ma se anche in questo caso è
dato di fare una tale regola, l'una di queste noi vogliamo chiamarla dire il
vero, l'altra invece dire il falso. E se la questione sta così è anche
possibile non attribuire correttamente i nomi e non riportare a ciascun
elemento i nomi che gli convengono, ma a volte quelli che non gli si addicono e
sarebbe possibile che avvenisse lo stesso anche a proposito delle parole. E se
è possibile porre in questo modo parole e nomi, è necessario anche per i
discorsi. I discorsi infatti, come a me pare, non sono una composizione di
quelli. O come dici tu, Cratilo?
CRATILO: Così : mi sembra infatti che tu dica bene.
SOCRATE: Dunque se ancora una volta confrontiamo i
primi nomi alle lettere, può essere, come nelle pitture, attribuire tutti i
colori e le forme che sono confacenti con esse, e non tutti poi, ma alcuni
lasciarli indietro, altri invece aggiungerli, e parecchi di più e più grandi. O
non è forse possibile?
CRATILO: è possibile.
SOCRATE: Dunque chi mette in opera bene tutte queste
risorse rende belli i disegni e le immagini, chi invece ne aggiunge o ne porta
via crea egli pure delle immagini, ma brutte.
CRATILO: Sì .
SOCRATE: Ma cosa dire di colui che mediante sillabe e
lettere tenta di imitare la sostanza delle cose? E forse, secondo lo stesso
criterio, se riporta tutto ciò che si addice, l'immagine, cioè il nome, sarà
bella, ma se invece talvolta tralascerà o aggiungerà anche poco, sarà pure una
immagine, ma non bella? Tanto che dei nomi ce ne saranno alcuni combinati bene,
e altri male? 93)
CRATILO: Forse sì .
SOCRATE: E dunque forse vi sarà un buon artefice di
nomi e uno cattivo?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: Dunque costui non aveva il nome di legislatore?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: E dunque forse, per Zeus, ci sarà, come
nelle altre arti, un buon legislatore e uno cattivo, se si è d'accordo con noi
su quelle cose di prima.
CRATILO: è così . Ma vedi, Socrate, quando queste
lettere come l'alpha e il beta e ciascuno dei principi, noi li attribuiamo ai
nomi in conformità dell'arte grammatica, se poi togliamo, aggiungiamo o
cambiamo un qualcosa, da noi non viene scritto il nome, o almeno non nella
maniera corretta, ma non lo abbiamo scritto affatto, ma diventa subito un'altra
cosa, solo che subisca uno di questi cambiamenti.
SOCRATE: Attento che a condurre la ricerca così noi
non abbiamo a condurla male, Cratilo.
CRATILO: E come?
SOCRATE: Forse quanto tu dici può avvenire in tutte
le cose le quali necessariamente sussistono o non sussistono per un dato
numero, come, ad esempio, nello stesso dieci o qualunque altro numero tu
voglia, che se togli o aggiungi qualcosa, subito diventa un altro. Ma attento
che la correttezza di un qualcosa di qualità e di tutta l'immagine non sia
proprio questa, ma, al contrario, essa non debba riproporre del tutto quale è
la cosa alla quale vuol rendere somiglianza, se deve essere un'immagine.
Osserva dunque se io dico qualcosa. Potrebbero dunque essere due cose queste,
poniamo, Cratilo e l'immagine di Cratilo, se un dio non solo rappresentasse il
tuo colore e il tuo aspetto come i pittori, ma rendesse anche tutto quello che
si trova nell'intimo, come il tuo e poi riproducesse le tue morbidezze e gli
stessi colori e il movimento e l'anima e il pensiero vi iscrivesse all'interno
come sono in te, e in una parola tutto quello che tu hai, questa e altre cose
ponesse vicino a te? E tutto questo allora sarebbe Cratilo, o l'immagine di
Cratilo, oppure due Cratili?
CRATILO: A mio parere, Socrate, due Cratili.
SOCRATE: Tu capisci dunque, amico, che occorre
ricercare un'altra correttezza di immagine rispetto alle considerazioni che
dicevamo poco fa, e non considerare necessario che se qualcosa manchi o sia in
eccesso, questa non sia più immagine. O non ti rendi conto di quanto le
immagini siano lontane dall'avere le stesse cose che hanno quelle di cui sono
le immagini? 94)
CRATILO: Io sì .
SOCRATE: E sarebbe proprio ridicolo, Cratilo, quello che
a causa dei nomi potrebbe toccare alle cose delle quali i nomi sono i nomi, se
i nomi fossero in tutto simili a esse. Tutte le cose dunque assumerebbero un
duplice aspetto, e nessuno avrebbe più la possibilità di dire di alcuna di
esse, quale è la cosa stessa e quale il nome.
CRATILO: Dici la verità.
SOCRATE: Coraggio dunque, valent'uomo! E consenti che
un nome si adatti a puntino e un altro no e non pretendere per forza che abbia
tutte le lettere, perché sia esattamente tale e quale l'oggetto di cui è il
nome, ma consenti pure che gli si aggiunga la lettera che non gli è confacente;
e se una lettera, anche un nome in una frase; e se un nome, anche una frase in
un discorso consenti che venga aggiunta, anche se non e confacente alle cose, e
nondimeno venga nominata e detta la cosa, purché vi sia dentro l'impronta
dell'oggetto sul quale verte il discorso, come nei nomi dei principi, se
ricordi le cose che poco fa dicevamo io ed Ermogene.
CRATILO: Me ne ricordo bene.
SOCRATE: Bene, dunque. E quando questa impronta vi
sia dentro, anche se il nome non possiede tutti quegli elementi che gli sono
propri, l'oggetto verrà ben denominato se ha tutti gli elementi, male se ne ha
pochi. Ammettiamo dunque che sia detto, o brav'uomo, per non dover pagare una
pena come gli abitanti di Egina 95) che vanno in giro di
- 26 -
26 notte tardi per la strada, e perché non sembri
che anche noi, un presso a poco così , giungiamo alla verità più tardi del
dovuto, oppure cerca un'altra correttezza del nome e non concedere che il nome
sia una dimostrazione di un oggetto con lettere e sillabe. Se infatti dirai
l'una e l'altra di queste cose, non potrai più essere d'accordo con te stesso.
CRATILO: Ma a me, Socrate, sembra che tu parli
adeguatamente, e così la penso.
SOCRATE: Bene, dato che su tali questioni andiamo
d'accordo, dopo questo punto, esaminiamo il seguente. Se sosteniamo che il nome
deve essere posto bene occorre che egli abbia le lettere che gli sono
confacenti?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: E gli si adattano quelle uguali agli
oggetti?
CRATILO: Certamente.
SOCRATE: Dunque i nomi che sono stati apposti bene
sono apposti in questo modo. Ma se qualcuno non fu dato bene, la parte più
cospicua di esso, forse, consterà di lettere che gli si addicono e che sono
simili, se pur deve essere un'immagine, ma avrà pure un qualcosa che non gli
conviene, a causa del quale il nome non è bello e non è neppure composto bene.
Dobbiamo dire così , o in altro modo? CRATILO: Non penso, Socrate, che
occorra farne una polemica; perché a me non soddisfa dire che è nome, ma che
tuttavia non è posto bene.96) SOCRATE: Forse non ti
soddisfa questo: che il nome sia dimostrazione di un oggetto?
CRATILO: A me questo sta bene.
SOCRATE: Ma i primi nomi se devono essere
dimostrazioni di certi oggetti, hai tu un modo più bello per cui diventino
dimostrazioni, altro che il formarli quanto più è possibile tali e quali alle
cose che essi devono dimostrare? O ti soddisfa di più il modo che sostiene
Ermogene con molti altri, che i nomi sono convenzioni e hanno un senso per
quelli che sono d'accordo e conoscono da prima gli oggetti, e che questa è la
correttezza del nome, cioè l'accordo, e che non fa alcuna differenza se uno
concorda come ora i nomi sono posti, oppure anche al contrario, di chiamare
grande quel che ora è chiamato piccolo e piccolo quel che ora vien chiamato
grande? Di questi due modi quale ti soddisfa?
CRATILO: Ma, Socrate, fa differenza in modo assoluto
tra il dimostrare ciò che uno intende dimostrare con la somiglianza e non con
il modo che capita.
SOCRATE: Dici bene: dunque se il nome deve essere
simile all'oggetto è necessario che per natura siano simili agli oggetti i
principi mediante i quali uno dovrà comporre i primi nomi? Intendo dire così :
forse che qualcuno avrebbe mai composto un dipinto (ciò che dicevamo poco fa),
simile a qualcuna delle cose che sono, se per natura non vi fossero stati
colori mediante i quali vengono compiute le pitture, simili a quelli che l'arte
pittorica imita? Oppure è impossibile?
CRATILO: è impossibile.
SOCRATE: Dunque allo stesso modo, non vi sarebbero
mai nomi simili a nulla, se non vi fossero prima, con una certa somiglianza,
quei principi mediante i quali si compongono i nomi, con quelle cose di cui i
nomi sono imitazioni? E non sono i principi quelli da cui devono essere fatte
le composizioni?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: E dunque anche tu prendi parte, ormai, al
discorso che facevo poco fa con Ermogene. Ti pare dunque che noi diciamo bene
che il rho si addice a phora ('portare, essere portato'), a kinesis ('movimento')
e a sklerotes ('durezza'), o non bene?
CRATILO: A me par bene.
SOCRATE: E il lambda al leion ('liscio'), al malakon
('glutinoso') e alle altre caratteristiche delle quali dicevamo or ora?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: E sai tu che a quella stessa cosa noi
diciamo 'sklerotes', gli Eretriesi invece skleroter?
CRATILO: Certo.
SOCRATE: Dunque il rho e il sigma si trovano a essere
simili entrambi alla stessa cosa, ed esprimono la stessa cosa sebbene per loro
il vocabolo termini col rho e per noi col sigma, oppure per noi o per loro non
esprimono la stessa cosa?
CRATILO: Esprimono la medesima cosa per entrambi.
SOCRATE: Perché rho e sigma sono simili o perché non
lo sono?
CRATILO: Perché sono simili.
SOCRATE: E sono simili sotto ogni aspetto?
CRATILO: Forse, almeno, a significare la phora.
SOCRATE: E anche il lambda che vi è frapposto? Non
significa questo il contrario di sklerotes?
CRATILO: Forse vi è stato frapposto non
correttamente, come anche tu dicevi poco fa a Ermogene, sottraendo e
aggiungendo lettere ove si doveva, e mi sembrava a ragione. E ora, forse,
invece del lambda occorre dire rho.
SOCRATE: Dici bene. Cosa dunque? Così come diciamo
ora non ci capiamo tra di noi, quando uno dice skleron ('duro') e neppure tu
intendi cosa dico ora io?
CRATILO: Io sì , per l'abitudine, carissimo.
SOCRATE: Parlando di abitudine 97)
pensi di dire qualcosa di diverso da accordo? O quando parli di abitudine
intendi qualche altra cosa rispetto a quel che dico io che quando pronuncio
questo termine penso a quello e tu capisci che proprio a quello io penso? Non
dici questo?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: Dunque, se tu comprendi quando io pronuncio
una parola, ti giunge da parte mia una segnalazione - 27 -
27
chiara?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: Ma ti è chiara a causa del dissimile da
quello che pensando io pronuncio, se è pur vero che il lambda è dissimile a
quella che tu chiami la sklerotes. E se la cosa sta così , che altro significa
se non che tu ti sei accordato con te stesso e la correttezza del nome per te è
una convenzione, poiché esprimono chiaramente un significato sia le lettere
simili quanto le dissimili, che hanno raggiunto parimenti abitudine e
convenzione? Che se poi l'abitudine non è affatto convenzione, starebbe meglio
dire che non la somiglianza è dimostrazione, ma l'abitudine, invece; è questa
infatti, come pare, che significa per mezzo del simile e del dissimile. E
siccome noi siamo d'accordo su questo, Cratilo - io porrò il tuo silenzio come
assenso -, è necessario in qualche modo che convenzione e abitudine giovino in
qualche modo alla dimostrazione di quello che diciamo pensando. Giacché, uomo
eccellentissimo, se vuoi giungere al numero, da dove pensi che potresti avere
nomi simili da riportare a ciascuno dei numeri, se tu non acconsenti che il tuo
accordo e la convenzione abbiano la padronanza circa la correttezza dei nomi?
Anche a me certo dà particolare soddisfazione che i nomi, per quanto è
possibile, siano simili agli oggetti. Ma facciamo attenzione che questa
trazione della somiglianza non sia veramente, secondo il detto di Ermogene,
vischiosa, e che non sia poi necessario avvalersi di questa goffaggine,
l'accordo, per la correttezza dei nomi?98) Giacché probabilmente
ci si esprimerebbe nella maniera migliore, qualora si parlasse con elementi o tutti
o in massima parte simili, cioè convenienti agli oggetti, e nella maniera
peggiore al contrario. Ma dopo queste cose dimmi ancora questo: quale
importanza hanno per noi i nomi e cosa diciamo che essi compiono di bello?
CRATILO: Insegnare: a me pare così , Socrate. E
questo è molto semplice: chi conosce i nomi conosce anche gli oggetti.
SOCRATE: Probabilmente, Cratilo, tu intendi questo:
che quando uno conosce il nome qual è - ed è quale l'oggetto - egli saprà anche
l'oggetto, poiché si trova a essere simile al nome, e una sola arte è questa di
tutte le cose simili tra loro. In questo modo mi pare che tu voglia dire che
chi conosce i nomi conoscerà anche gli oggetti.
CRATILO: Dici cose molto vere.
SOCRATE: Fermati un po': vediamo qual è mai questo modo
di insegnare le cose che tu ora dici, e se ne esiste anche un altro, ma questo
è il migliore, o se non ve ne è altro all'infuori di questo. In che modo la
pensi tu?
CRATILO: Così io la penso: che non ce n'è affatto un
altro e questo è il solo e il migliore.
SOCRATE: E ritieni che questa stessa sia la scoperta
delle cose, cioè che colui che scopre i nomi ha scoperto anche quelle cose di
cui essi sono i nomi? O che altro modo debba essere cercare e scoprire, e
questo, invece, quello di imparare?
CRATILO: Fra tutti particolarmente, e cercare e
scoprire il modo è questo stesso secondo le stesse cose.
SOCRATE: Dunque, Cratilo, riflettiamo: se uno
cercando gli oggetti tiene dietro ai nomi, ricercando quale ognuno vuole
essere, non pensi esista un rischio non piccolo di essere ingannati?
CRATILO: Come?
SOCRATE: è chiaro che colui che primo assegnò i nomi
quali riteneva che fossero gli oggetti, tali, come noi sosteniamo, poneva anche
i nomi. Non è così ?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: Ma se colui non la pensava correttamente e
poneva i nomi così come pensava, cosa pensi che potrà accadere a noi che gli
teniamo dietro? Cos'altro se non essere ingannati?
CRATILO: Ma non è così la questione, Socrate. è
semmai necessario che chi pose i nomi li assegnasse perché conosceva le cose.
Altrimenti, cosa che vado dicendo da tempo, non sarebbero
nomi. E la prova più grande che non ha mancato il vero colui che ha posto i
nomi sia questa per te: mai gli sarebbero riusciti tutti così in armonia tra di
loro. O non la pensavi tu stesso così , sostenendo che i nomi erano stati
combinati allo stesso modo e per lo stesso fine?
SOCRATE: Ma questo, buon Cratilo, non è affatto una
difesa. Se dunque chi poneva i nomi, fallito nel primo, forzava anche gli altri
dietro a questo e li costringeva a essere in armonia con sé, non è strano, come
accade talvolta delle forme geometriche, che avvenuto un primo piccolo e anche
invisibile errore, le rimanenti che seguono, anche se sono molte, siano in
consonanza tra di loro. Occorre dunque che sul principio di ogni cosa ogni uomo
abbia molta considerazione e molta attenzione se sia stato posto correttamente
o no; e quando questo sia stato vagliato a sufficienza, tutto il resto apparirà
fare seguito proprio a questo. E io non mi meraviglierei certamente se anche i
nomi si trovassero d'accordo tra di loro. E di nuovo dunque esaminiamo quelli
che abbiamo passato in rassegna prima. Noi sosteniamo che i nomi ci rivelano la
sostanza come se il tutto vada, si muova, scorra. E non pare anche a te che la
significhino così ?
CRATILO: Proprio così : e la significano in modo
corretto.
SOCRATE: Riprendendo dunque da questi nomi, anzitutto
esaminiamo questo: l'episteme ('la scienza, conoscenza') come è ambiguo, e
assomiglia più a quel che significa la histesin 99)('ferma')
sugli oggetti la nostra anima più che essa venga portata in giro; ed è più
corretto dire l'inizio di questa parola come ora, piuttosto che, frammettendovi
un epsilon e dire hepeisteme e fare l'inserzione anziché nell'epsilon nello
iota. Per il termine bebaion ('sicuro') che è un'imitazione di basis ('base') e
di stasis ('stasi') ma non di phora ('movimento'). E poi historia ('ricerca')
che significa un press'a poco che istesi ton rhoun ('ferma la corrente') e
piston ('credibile') che significa del tutto histan ('che sta'). Poi la mneme
('la memoria') vale per ognuno che la mone è 'indugio' nell'anima e non phora
('movimento'). E se vuoi l'hamartia ('l'errore') e la symphora ('la
disgrazia'), se qualcuno terrà dietro al nome appariranno essere la stessa - 28 -
28
cosa con la synesis ('comprensione') con l'episteme ('scienza') e con tutti gli
altri nomi che riguardano cose serie. E ancora l'amathia ('l'ignoranza') e
l'akolasia ('intemperanza') sembrano molto simili a questi. E l'amathia sembra
essere il cammino di 'chi va insieme al dio' (hama theoi iontos) e l'akolasia
sembra del tutto akolouthia tois pragmasin ('seguito alle cose'). E così quelli
che noi stimiamo nomi per le cose peggiori, parrebbero molto simili a quelli
per le cose migliori. E credo anche che uno, se si desse molto da fare, ne
troverebbe molti altri, dai quali sarebbe spinto a ritenere che chi pose i nomi
intendeva significare al contrario che le cose non vanno, né si muovono ma se
ne stanno immobili.
CRATILO: Però, Socrate, tu vedi che la maggior parte
significavano a quel modo.
SOCRATE: Cos'è questo, Cratilo? Dovremo contare i
nomi come voti e in questo sarà la loro correttezza? Quello che la maggior
parte dei nomi sembra significare, sarà questo il vero?
CRATILO: Non sarebbe verisimile.
SOCRATE: No, assolutamente, amico. Ma abbandoniamo a
questo punto tali questioni e ritorniamo di nuovo là donde siamo arrivati qui.
Poco fa, nelle tue precedenti argomentazioni, se te ne ricordi, sostenesti che
era pur necessario che chi poneva i nomi conoscesse bene le cose a cui doveva
dare i nomi: ti sembra ancora così , o no?
CRATILO: Ancora.
SOCRATE: E anche chi attribuisce i primi nomi dici
che li attribuisce conoscendo?
CRATILO: Sì , conoscendo.
SOCRATE: Da quali nomi dunque aveva imparato o scoperto
gli oggetti, se i primi nomi non erano stati ancora attribuiti, mentre noi
sosteniamo che è impossibile imparare o scoprire gli oggetti se non per averne
appreso i nomi o per averli scoperti quali essi sono?
CRATILO: Mi pare, Socrate, che tu dica qualcosa di
importante.
SOCRATE: In qual modo dunque possiamo sostenere che
essi sapendo attribuissero i nomi o fossero legislatori, prima che fosse stato
assegnato qualunque nome ed essi ne fossero a conoscenza, se non è dato
imparare gli oggetti se non attraverso i nomi?
CRATILO: Io credo che sia il discorso più vero
intorno a questi problemi, Socrate, che una potenza più grande rispetto a
quella umana fu quella che assegnò i primi nomi agli oggetti, tanto che è
necessario che essi siano posti correttamente.
SOCRATE: E credi tu che chi pose i nomi, lo fece in
contraddizione con se stesso, fosse egli un demone o un dio? Oppure ti sembra
che poco fa non dicessimo nulla?
CRATILO: Può anche essere, attento, che alcuni tra
essi non fossero nomi.
SOCRATE: E quali, o valent'uomo? Quelli che conducono
alla quiete o quelli che portano al moto? Infatti, secondo quanto si è detto
poco fa, non si giudicherà dal numero.
CRATILO: Non sarebbe giusto, Socrate.
SOCRATE: E dunque, se c'è contesa tra i nomi, e
alcuni affermano di essere proprio loro simili alla verità, gli altri invece
che lo sono essi, con quale modo giudicheremo o a cosa faremo ricorso? Di
sicuro non ad altri nomi differenti da questi, perché non è possibile, ma è
chiaro che bisogna fare ricerca verso qualche altra cosa all'infuori dei nomi,
che ci dimostri, senza i nomi stessi, quali di questi sono veri, mostrandoci
con chiarezza la verità delle cose.
CRATILO: Pare proprio così .
SOCRATE: è possibile dunque, Cratilo, come pare, imparare,
senza l'apporto dei nomi, la realtà delle cose, se la questione sta in questo
modo.
CRATILO: Pare.
SOCRATE: E attraverso quale altro mezzo pensi tu di
potere apprenderli? Forse con un altro criterio che non sia questo, ma adatto e
giustissimo, e cioè vagliarli tra loro se sono congeneri ed essi stessi
mediante loro stessi?100) Infatti ciò che è altro e diverso da
quelli può avere il significato di altro e di diverso, ma non quelli.
CRATILO: Mi sembra che tu dica il vero.
SOCRATE: Piano, per Zeus! Non abbiamo già tante volte
ammesso che i nomi posti bene sono rassomiglianti agli oggetti di cui sono nomi
e sono l'immagine delle cose?
CRATILO: Sì .
SOCRATE: Se dunque è possibile conoscere gli oggetti
attraverso i nomi, ma lo è anche attraverso loro stessi, 101)
quale è l'apprendimento più bello e più chiaro? Imparare dall'immagine, e
l'immagine in se stessa se è stata ben rappresentata, e la verità di cui è
immagine, o imparare dalla verità sia la verità stessa e l'immagine sua se è
stata compiuta a dovere?
CRATILO: è necessario dalla verità, a mio parere.
SOCRATE: In qual modo dunque occorre imparare e
scoprire le cose reali, probabilmente, se la si conosce, è cosa più grande sia
rispetto a me che a te. Ci si deve però accontentare di aver riconosciuto
almeno questo: che non dai nomi ma molto di più da se stesse le cose vanno
imparate e ricercate.
CRATILO: Pare, o Socrate.
SOCRATE: E dunque dobbiamo ancora vagliare questo
punto, perché tutti questi nomi che tendono verso la stessa direzione non
abbiano ad ingannarci, se in realtà coloro che li hanno attribuiti li abbiano
assegnati con questa convinzione che tutte le cose andavano e scorrevano, e
anche a me pare che essi ne fossero convinti, e se questo, per - 29 -
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caso, non sta proprio così , ed essi stessi, precipitando come un turbine, ne
sono sconvolti e trascinandosi dietro anche noi, ci buttano dentro. Fa'
attenzione, o ineffabile Cratilo, a quello che spesso io vado sognando.
Possiamo sostenere dunque che sono un qualcosa il bello in sé, il buono in sé e
così anche ciascuna delle cose reali, o no?
CRATILO: A me pare che sia così , Socrate.
SOCRATE: Allora poniamo sotto esame quello stesso
fatto in sé, non già se un volto è bello, o qualcosa di simile, son tutte
queste cose che sembrano scorrere; ma possiamo affermare che il bello in sé non
è sempre tale qual è?
CRATILO: Necessariamente.
SOCRATE: Allora dunque è possibile dire giustamente
questo bello per sé, se sempre si sottrae, è anzitutto dire che esso è, poi che
è tale, oppure è necessario dire che nel momento in cui parliamo egli diventa
subito un altro e sfugge e
non è più così ?
CRATILO: Per forza.
SOCRATE: Come potrebbe dunque essere qualcosa, ciò
che mai si trova nella stessa condizione? Infatti se una volta mai sta fermo
nello stesso modo, è chiaro che in quel tempo non passa avanti. E se sta sempre
nella stessa condizione ed è lo stesso, come potrebbe cambiare o innovarsi non
spostandosi affatto dalla propria idea?
CRATILO: In nessun modo.
SOCRATE: Ma allora non potrebbe essere conosciuto da
nessuno. Infatti, avvicinandosi a lui chi volesse conoscerlo, diverrebbe altro
e diverso, tanto che non potrebbe essere conosciuto quale è, come è.
CRATILO: è come tu dici.
SOCRATE: Ma neppure conviene sostenere che c'è
conoscenza, Cratilo, se tutte le cose cambiano e nulla resta fermo. Se infatti
questa stessa cosa, la conoscenza, non cambia dall'essere conoscenza, la
conoscenza potrebbe restare ferma ed essere conoscenza; ma se l'idea stessa
della conoscenza cambia, e insieme cambiasse in una idea diversa dalla
conoscenza, non sarebbe conoscenza. Ma se cambia sempre, sempre non sarebbe
conoscenza e secondo questo ragionamento non vi sarebbero più né quel che deve
conoscere né quello che deve essere conosciuto. Ma se c'è sempre quel che
conosce e quello che viene conosciuto, c'è anche il bello, il buono e c'è
ciascuna delle cose reali; e non mi pare che tutte queste cose di cui ora
parliamo siano simili né alla corrente, né al movimento. Ora se tali questioni
stiano in questo modo o in quelio che dicono Eraclito 102) e i
suoi seguaci e molti altri, non è facile da osservare, e non è neppure da uomo
che abbia senno volgerlo a curare se stesso e la propria anima con dei nomi, e
confidando in essi e in coloro che li hanno posti, sostenere fermamente, come
uno che sa qualcosa e riprendere se stesso e le cose reali come non vi fosse
nulla di sano, ma che tutte le cose come vasi di terracotta fluiscono, e
pensare che come gli uomini che soffrono di catarro nella stessa situazione
versino anche le cose e che il tutto sia preso dalla corrente e dal catarro.
Forse, Cratilo, la questione sta così , o così non è. Bisogna dunque fare
ricerca con coraggio e bene e non accettare facilmente. Tu sei ancora giovane e
hai l'età che si presta, e dopo aver riflettuto, se tu trovi, metterne a parte
anche me.
CRATILO: Lo farò. Sappi però, o Socrate, che anche
ora non sto senza meditare; ma quando ci penso e mi do da fare mi pare che la
questione stia molto di più nella maniera che sostiene Eraclito.
SOCRATE: Me lo insegnerai in altra occasione, amico,
quando tu ritorni qui. Ma ora, come ti eri preparato a fare, va pure in
campagna. Ti accompagnerà anche il nostro Ermogene.
CRATILO: Sarà così , Socrate, ma anche tu tenta
ancora di meditarla la questione, ormai.
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