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SCENA PRIMA
Venere in atto di scender dal suo carro.
Ascanio a lato di esso. Le Grazie, e quantità
di Geni che cantano e danzano
accompagnando la Dea. Scesa questa, il
carro velato da una leggera nuvoletta si
dilegua per l'aria.
GENI e GRAZIE:
Di te più amabile,
Né Dea maggiore,
Celeste Venere
No non si dà.
Tu sei degli uomini,
O Dea, l'amore:
Di te sua gloria
Il Ciel si fa.
Se gode un popolo
Del tuo favore,
Più dolce imperio
Cercar non sa.
Con fren sì placido
Reggi ogni core,
Che più non bramasi
La libertà.
VENERE
(al suo seguito che si ritira nell'indietro
della scena, disponendosi vagamente):
Geni, Grazie, ed Amori,
Fermate il piè, tacete,
Frenate, sospendete,
Fide colombe, il volo:
Questo è il sacro al mio Nume amico suolo.
Ecco, Ascanio, mia speme, ecco le piagge,
Che visitammo insieme,
Il tuo gran Padre, ed io. Quel tempo ancora
Con piacer mi rammento. Anco i presagi
Parvero disegnar, che un giorno fora
Del mio favore oggetto
Questo popolo eletto.
(Accennando l'altare.)
In quell'altare
Vedi la belva incisa,
Che d'insolite lane ornata il tergo
A noi comparve. Il grand'Enea lo pose
Per memoria del fatto: e quindi il nome
Prenderà la Città, ch'oggi da noi
Avrà illustre principio. Io fin d'allora
Qui de le grazie mie prodiga sono
Al popolo felice: e qui 'l mio core
Fa sovente ritorno
Da la beata sfera, ove soggiorno.
Ma qui presente ognora,
Con la mia Deità regnar non posso:
Tu qui regna in mia vece. Il grande, il pio,
Il tuo buon Genitor, che d'Ilio venne
A le sponde latine, or vive in cielo
Altro Dio fra gli Dèi:
E soave mia cura ora tu sei.
ASCANIO:
Madre, che tal ti piace
Esser da me chiamata, anzi che Dea,
Quanto ti deggio mai!
VENERE :
Già quattro volte, il sai,
Condusse il Sol su questi verdi colli
Il pomifero Autunno,
Da che al popolo amico il don promisi
De la cara mia stirpe. Ognuno attende,
Ognun brama vederti: all'are intorno
Ognun supplice cade: e il bel momento
Affretta ognun con cento voti e cento.
L'ombra de' rami tuoi
L'amico suolo aspetta.
Vivi mia pianta eletta:
Degna sarai di me.
Già questo cor comprende
Quel che sarai di poi;
Già di sue cure intende
L'opra lodarsi in te
ASCANIO:
Ma la Ninfa gentil, che il seme onora
D'Ercole invitto...? Ah dì..., la Sposa mia,
Silvia, Silvia dov'è? Tanto di lei
Tu parlasti al mio cor; tanto la fama
N'empie sua tromba, e tanto bene aspetta
Da le mie nozze il Mondo...
VENERE:
Amata Prole
Pria che s'asconda il Sole
Sposo sarai de la più saggia Ninfa,
Che di sangue divin nascesse mai.
Già su i raggi dell'alba in sonno apparvi
Ad Aceste custode
De la Vergine illustre. Egli già scende
Dal sacro albergo: e al popolo felice,
E a la Ninfa tuo bene,
Del fausto annuncio apportator qui viene.
ASCANIO:
Ah cara Madre... Dimmi...
Dunque vicina è l'ora...?
Ma chi sa, s'ella m'ami?
VENERE:
Ella ti adora.
ASCANIO:
Se mai più non mi vide!
VENERE:
A lei son note
Le tue sembianze.
ASCANIO:
E come?
VENERE :
Amor, per cenno mio,
Ordì nobile inganno.
ASCANIO:
E che mai fece?
VENERE :
Volge il quart'anno omai,
Che de la Ninfa a lato
Amor veglia in tua vece. Ei le tue forme
Veste appunto qual te. Tali le gote,
Tai le labbra e le luci, e tai le chiome,
Tale il suon de le voci. Appunto come
L'un'all'altra colomba
Del mio carro somiglia,
Tale Amor ti somiglia.
ASCANIO:
E quale, o Dea
Presso all'amata Ninfa
È l'ufficio d'Amore?
VENERE:
In sonno a lei
Misto tra' lievi sogni appare ognora.
Te stesso a lei dipinge: e tal ne ingombra
La giovinetta mente,
Che te, vegliando ancora,
La vaga fantasia sempre ha presente.
ASCANIO:
Che leggiadro prodigio
Tu mi sveli, o gran Dea! Ma che più tardo?
Voliam dunque a la Ninfa. A' piedi suoi
Giurar vo' la mia fé...
VENERE:
Solo tu devi
Ire in traccia di lei;
Me chiaman altre cure:
Non è solo un Mortal caro a gli Dèi.
ASCANIO:
Sì, le dirò ch'io sono
Ascanio suo; che questo cor l'adora;
Che di celeste Diva
Stirpe son io...
VENERE:
No, non scoprirti ancora.
ASCANIO:
O ciel! perché?
VENERE:
Tu fida.
Vedila pur; ma taci
Chi tu sei, d'onde vieni, e chi ti guida.
ASCANIO:
Che silenzio crudel!
VENERE:
Dimmi, non brami
Veder con gli occhi tuoi fino a qual segno
Silvia t'adori? a qual sublime arrivi
La sua virtù? quanto sia degno oggetto
D'amor, di meraviglia, e di rispetto?
Questa dunque è la via.
ASCANIO:
Dunque s'adempia,
O Madre, il tuo voler. Giuro celarmi
Fin che a te piace. Oggi mostrar ti voglio
Sin dove anch'io son d'ubbidir capace.
VENERE:
Vieni al mio seno. A quella docil mente,
A quel tenero core a quel rispetto,
Che nutri per gli Dèi, ti riconosco
Prole più degna ognora
E del Padre, e di me. Qui fra momenti
Mi rivedrai. De la tua Sposa intanto
Cauto ricerca: ammira
Come di bei costumi
A te per tempo ordisce
La tua felicità, come con lei
Ne la mirabil opra
E l'arte, e la natura, e il ciel s'adopra.
(In atto di partire.)
GENI e GRAZIE:
Di te più amabile
Né Dea maggiore,
Celeste Venere
No non si dà,
(Parte Venere seguita dal coro, che canta,
e le danza intorno.)
Con fren sì placido
Reggi ogni core, che più non bramasi
La libertà.
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