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Giuseppe Parini
Ascanio in Alba

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SCENA TERZA
Pastori, Ascanio e Fauno.

PASTORI:
Venga de' sommi Eroi,
Venga il crescente onor.
Più non s'involi a noi:
Qui lo incateni amor.

ASCANIO
(ritirandosi in disparte):
Ma qual canto risona?
Qual turba di Pastor mi veggio intorno?

FAUNO
(non badando ad Ascanio):
Qui dove il loco e l'arte
Apre comodo spazio
Ai solenni concili, al sacro rito,
Qui venite o Pastori. Il giorno è questo
Sacro a la nostra Diva. Al suo bel nome,
Non a Bacco, e a Vertunno,
Render grazie volgiamo
Presso al cader del fortunato Autunno.
Il Ministro del cielo, il saggio Aceste,
Sembra, che tardi. In gran pensieri avvolto
Pur dianzi il vidi. A lui splendea ridente
D'un'insolita gioia il sacro volto.
Forse il dono promesso è a noi vicino;
Forse la Dea pietosa
Del fido Popol suo compie il destino.

PASTORI:
Venga de' sommi Eroi,
Venga il crescente onor.
Più non s'involi a noi:
Qui lo incateni Amor.
(Il coro siede lungo le serie degli
alberi disponendosi vagamente.)

FAUNO
(volgendosi ad Ascanio):
Ma tu chi sei, che ignoto
Qui t'aggiri fra noi? Quel tuo sembiante
Pur mi fa sovvenir, quando alcun Dio
Tra i mortali discende. E qual desio
Ti conduce fra noi?

ASCANIO
(accostandosi a Fauno):
Stranier son io.
Qua vaghezza mi guida
Di visitare i vostri colli ameni,
I puri stagni, e per il verde piano
Queste vostre feconde acque correnti.
Tra voi, beate genti,
Fama è nel Lazio, che Natura amica
Tutti raccolga i beni
Che coll'altre divide.

FAUNO:
Ah! più deggiamo
Al favor d'una Diva: e non già quale
Irreverente il volgo
Talor sogna gli Dèi, ma qual è in cielo
Alma figlia di Giove. Il suo sorriso,
Dall'amoroso cerchio, onde ne guarda
Questo suol rasserena. Ella que' beni,
Che natura ne diè, cura, difende
Gli addolcisce, gli aumenta. In questi campi
Semina l'agio, e seco
L'alma fecondità. Ne le capanne
Guida l'industria; e in libertà modesta
La trattien, la fomenta. Il suo favore
È la nostra rugiada: e i lumi suoi
Pari all'occhio del sol sono per noi.
Se il labbro più non dice,
Non giudicarlo ingrato.
Chi a tanto bene è nato
Sa ben quanto è felice,
Ma poi spiegar nol sa.
Quando a gli Amici tuoi
Torni sul patrio lido,
Vivi, e racconta poi:
Ho visto il dolce nido
De la primiera età.

ASCANIO:
(Quanto soavi al core
De la tua stirpe, o Dea
Sonan mai queste lodi!)

FAUNO
(guardando da un lato nell'interno
della scena):
Ecco, Pastori,
(Il Coro si alza, e si avanza.)
Ecco lento dal colle
Il venerando Aceste; al par di lui
Ecco scende la Ninfa...

ASCANIO:
Oh ciel, qual Ninfa?
Parla, dimmi, o Pastor...

FAUNO:
Silvia, d'Alcide
Chiara stirpe divina.

ASCANIO:
(Ahimè cor mio
Frena gli impeti tuoi:
L'adorata mia Sposa ecco vicina.)

FAUNO
(accennando ad Ascanio, il quale
pure sta attentamente guardando
dallo stesso lato):
Mira, o Stranier, come il bel passo move
Maestosa, e gentile: a le seguaci
Come umana sorride
Come tra lor divide
I guardi, e le parole. In que' begli atti
Non par, che scolta sia
L'altezza del pensiero, e di quell'alma
La soave armonia?

ASCANIO:
vero, è vero.
Più resister non so. Se qui l'attendo,
Scopro l'arcano, e al giuramento io manco.
Partasi omai.)

FAUNO:
Garzone, a te non lice
Qui rimaner, che la modesta Silvia
Non vorria testimon de' suoi pensieri
Un ignoto straniere. E se desìo
D'ammirarla vicino, e al patrio suolo
Fama portar de' pregi suoi t'accese,
confuso ti cela.
(Accennando il Coro de' Pastori.)

ASCANIO:
S'adempia il tuo voler, pastor cortese.
(Si ritira, e si suppone confuso fra il Coro.)
(Il Coro s'avanza da un lato alla volta
di Aceste, e di Silvia.)




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