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Giuseppe Parini
Ascanio in Alba

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  • PARTE SECONDA
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SCENA SESTA
Ascanio, Silvia, Aceste, Fauno, Coro di
Pastori e di Pastorelle, poi Venere, e
Coro di Geni.

PASTORI:
Venga de' sommi Eroi,
Venga il crescente onor.
Più non s'involi a noi:
Qui lo incateni Amor.

ACESTE
(a Silvia, che tiene graziosamente
per la mano):
Che strana meraviglia
Del tuo cor mi narrasti, amata figlia!
Ma pur non so temer. Serba i costumi,
Che serbasti fin ora. Il ciel di noi
Spesso fa prova: e dai contrasti illustri
Onde agitata sei,
Quella virtù ne desta,
Che i mortali trasforma in Semidei.
Sento, che il cor mi dice,
Che paventar non dei:
Ma penetrar non lice
Dentro all'ascoso vel.
Sai, che innocente sei,
Sai, che dal Ciel dipendi.
Lieta la sorte attendi,
Che ti prescrive il Ciel.

SILVIA:
Sì, Padre, alfin mi taccia
Ogn'altro affetto in seno.
Segua che vuol, purché il dover si faccia.

ACESTE
(ai Pastori, che raccolti intorno all'ora
v'ardono l'incensi):
Sù, felici Pastori. Ai riti vostri
Date principio; e la pietosa Dea
Invocate con gl'inni.

PASTORI e NINFE O PASTORELLE:
Scendi celeste Venere;
E del tuo amore in segno
Lasciane il dolce pegno,
Che sospirammo ognor.

SILVIA:
Ma s'allontani almen dagli occhi miei
Quel periglioso oggetto. Il vedi?
(Accennando Ascanio.)

ACESTE
(guardando Ascanio):
Il veggio.
Parmi simile a un Dio.

ASCANIO:
(Silvia mi guarda:
Che contrasto crudel!)

ACESTE:
No cara figlia,
No, non temer. Segui la grande impresa,
Vedi che il fumo ascende, e l'ara è accesa.
Osservate, o Pastori.
Ecco scende la Dea.
(Cominciano a scendere delle nuvole sopra l'ara.)
Tra quelle nubi
Si nasconde la Dea. Oh Silvia mia,
Meco all'ara ti volgi: e voi Pastori,
De le preghiere ardenti
Rinnovate i clamori.

PASTORI e PASTORELLE:
No, non possiamo vivere
In più felice regno.
Ma senza il dolce pegno
Non siam contenti ancor.
(Le nubi si spandono innanzi all'ara.)

ACESTE:
Ecco ingombran l'altare
Le fauste nubi intorno. Ecco la luce
De la Diva presente, ecco traspare.
(Si veggono uscir raggi di luce dalle
nuvole.)

PASTORI e NINFE O PASTORELLE:
Scendi celeste Venere;
E del tuo amore in segno
Lasciane il dolce pegno,
Che sospirammo ognor.

ACESTE:
Invoca, o figlia, invoca
Il favor della Diva:
Chiedi lo Sposo tuo.

SILVIA:
Svelati, O Dea,
Scopri alla fin quell'adorato aspetto
Al tuo popol diletto. Omai contento
Rendi questo cor mio.
(Si squarciano le nuvole. Si vede Venere assisa
sul suo carro. Nello stesso tempo escono di dietro
alle nuvole le Grazie, e i Geni, che con vaga
di sposizione si spargono per la Scena.)

ASCANIO
(si va avvicinando a Silvia):
(Or felice son io. Questo è il momento.)

SILVIA:
Oh Diva!

ASCANIO
(si accosta di più):
Oh sorte!

ACESTE:
Oh giorno!

SILVIA
(ad Ascanio, che si accosta):
Ah mi persegui,
Imagine crudele, insino all'ara?
(Risolutamente guardando Venere, e colla
mano facendosi velo agli occhi, per non
veder Ascanio):
Qual è il mio Sposo, o Diva?

VENERE
(accennando, e pigliando per una mano
Ascanio, il presenta a Silvia):
Eccolo, o cara.

SILVIA
(volgendosi ad Ascanio):
Oh Cielo! Perché mai Nasconderti così?

ASCANIO
(a Silvia):
Tutto saprai.

SILVIA
(accorrendo ad Ascanio):
Ah caro Sposo, oh Dio!

ASCANIO
(accorrendo a Silvia):
Vieni al mio sen, ben mio.

SILVIA:
(ad Aceste)
Ah ch'io lo credo a pena.
Forse m'inganno ancora?

ACESTE
(a Silvia):
Frena il timor, deh frena:
E la gran Diva adora.

ASCANIO:
Che bel piacere io sento
In sì beato dì.

ACESTE
(a Silvia, e ad Ascanio):
De la virtù il cimento
Premian gli Dèi così.

SILVIA:
Numi! che bel momento!
Come in sì bel contento
Il mio timor finì!

ASCANIO:
Ah cara Sposa, oh Dio!

SILVIA:
Ah caro Sposo, oh Dio!
(Abbracciandosi rispettosamente.)

SILVIA, ASCANIO e ACESTE:
Più sacro nodo in terra,
Più dolce amor non è.
Quanto pietosa Dea
Quanto dobbiamo a te.

VENERE:
Eccovi al fin di vostre pene, o figli.
Or godete beati
L'uno nel cor dell'altro ampia mercede
De la vostra virtù.
(A Silvia):
Mi piacque o cara
Prevenire il tuo core. Indi la fama,
Quindi Amore operò. Volli ad Ascanio
Così de la sua Sposa
La fortezza, il candor, l'amor, la fede
Mostrar sugli occhi suoi. Scossi un momento
Quel tuo bel core; e ne volar scintille
Di celeste virtude a mille a mille.
Ma voi soli felici
Esser già non dovete.
La stirpe degli Dèi, più ch'al suo bene,
Pensa all' altrui.
(Ad Ascanio):
Apprendi, o Figlio apprendi,
Quanto è beata sorte
Far beati i mortali. In questo piano
Tu l'edificio illustre
Stendi della città. La Gente d'Alba
Sia famosa per te. De le mie leggi
Tempra il soave freno:
Ministra il giusto: il popol mio proteggi.
In avvenir due Numi
Abbia invece d'un sol; te, qui presente;
Me, che lontana ancora,
Qua col pensier ritornerò sovente.

ASCANIO:
Che bel piacer io sento
In sì beato di!

SILVIA:
Numi! che bel momento!
Come in sì bel contento
Il mio timor finì.

ASCANIO, SILVIA e ACESTE:
Più sacro nodo in terra
Più dolce amor non è.
Quanto pietosa Dea,
Quanto dobbiamo a te.

VENERE:
Ah chi nodi più forti
Ha del mio core in questi amati lidi?
I Figli, le Consorti, il Popol mio...

SILVIA:
Oh Diva!

ASCANIO:
Oh Madre!

VENERE:
Addio, miei figli, addio!

ACESTE:
Ferma pietosa Dea, fermati.
Almeno Lascia, che rompa il freno
Al cor riconoscente un popol fido.
Io son, pietosa
Dea, Interprete di lui. Questo tuo pegno
(accennando Ascanio e abbracciandolo
rispettosamente).
Fidalo púre a noi. Vieni; tu sei
Nostro amor, nostro ben, nostro sostegno.
(A Venere, la quale sparisce, chiudendosi:
ed alzandosi le nuvole):
Adoreremo in lui
L'imagine di te: di te, che spargi
Su i felici mortali
Puro amor, pura gioia: di te, che leghi
Con amorosi nodi
I Popoli tra lor; che in sen d'amore.
Dài fomento a la pace, e di questo orbe
Stabilisci le sorti, e l'ampio mare
Tranquillizzi, e la terra. Ah, nel tuo sangue,
D'Eroi, di Semidei sempre fecondo,
Si propaghi il tuo core:
E la stirpe d'Enea occupi il Mondo.

GENI, GRAZIE, PASTORI e NINFE:
Alma Dea tutto il Mondo governa,
Che felice la terra sarà.
La tua stirpe propaghisi eterna,
Che felici saranno l'età.

FINE




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