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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

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  • II.
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II.

 

Ecco Genova, ecco l’antica dominatrice dei mari, la Ligure donna. Assisa sovra un letto di alghe e di coralli, col capo incoronato d’un diadema di monti, ell’è sempre bella, comechè lo scettro dei flutti le sia caduto di mano e disperso nelle acque! Ecco sublime levarsi il palagio del Comune un saldissimo monumento di libertà che Simon Cantoni riedificava; ecco il tempio di San Lorenzo dai neri suoi marmi, ove si custodisce il famoso catino che rammenta i Genovesi vincitori a Cesarea: rammenta que’ liberi petti che, ricevuta la comunione, non con altri ingegni che colle scale delle loro triremi, salivano animosi le mura dell’osteggiata città. Questo tempio, arricchito dalle spoglie dei Saraceni d’Oriente e di Spagna, fu testimonio di splendide repubblicane memorie. Imperocchè qui il popolo, geloso di sua libertà, ricusava il giuramento d’ubbidienza a Federico II; qui, armata mano, eleggeva a primo suo doge quel Simon Boccanegra cui la patrizia viltà indi a poco dava morte; qui rogavasi l’atto onde Giacomo re di Gerusalemme e di Cipro, passato dal carcere al soglio, si rendeva tributario de’ Genovesi dai quali riceveva lo scettro; qui fra la pompa d’un immenso popolo accolto un augusto Vegliardo prendeva dalla destra del doge il vessillo maggiore della Repubblica per condurre nella rubelle Corsica, soccorsa invano da Francia, le galee genovesi; e la croce vermiglia in campo d’argento, già riverita in ogni lido, nelle mani del decrepito ma generoso Andrea Doria fu ancor vincitrice. - Illustre per antiche memorie, infame per atroci delitti, ecco il tempio di San Giovanni di Prè, le cui marmoree colonne, il peregrino campanile, le ricche finestre accusano i secoli delle crociate. A tarda notte quando tace ogni lume di stella, quando il mare procelloso rompe sordamente al lido, echeggia per queste funebri arcate un lungo ululato, uno strido di catene, ed il volgo atterrito lo crede il lamento di cinque illustri infelici che quivi furono ad un tempo strozzati. Narrano concordemente gli storici che, quando Urbano VI, stretto d’ossidione in Nocera da re Carlo di Napoli fu salvo per opera de’ Genovesi, seco recasse tra’ ferri in questa città, fra gli altri molti, sei cardinali sospetti di fellonia. I quali, lacere le vesti, squallidi pei durati martirî, furono ivi tratti al cospetto dell’irato Pontefice. Invano sacramentarono la loro innocenza, invano lo disfidarono al giudizio di Dio, un solo andò salvo a petizione degli Inglesi primati: gli altri tutti fece il papa occultamente strozzare in prigione, o secondo altri, rinchiusi in cinque sacchi furono lanciati in balia dei flutti. - Ecco la chiesa di Carignano dall’eccelse sue cupole; quella dell’Annunciata, opera di una famiglia di re, decorata d’ogni più bel fregio d’arte; quella di San Matteo ove fremono le ossa del grande repubblicano; quella dei Servi, dai pregiati dipinti; quella della Consolazione ed altre molte sacre a Maria, protettrice del popolo. - Ecco il celebrato Faro; la torre di quell’Embriaco cui si dovette in gran parte la presa di Gerusalemme; l’Albergo dei poveri, opera di tre nobili artisti, ove i fortunati pezzenti sono i soli signori di sì magnifica reggia; ecco il bastione di Pietraminuta, testimonio di quanto possa l’ardore popolare. - Ecco gli ampî palagi, ove un giorno sobbollivano le più generose passioni, e che nome immortale diedero ai suoi artefici, i quali, scaldati al fuoco dei grandi geni, crearono la corona delle arti e ne cinsero Genova. Ciò che Sansovino a Venezia, fu a Genova il perugino Galeazzo Alessio, discepolo di Michelangelo. - Ecco l’ampio ospedale dalle cento sue statue; l’infermità può qui dimenticare la prima salute: il dolore non ebbe mai stanze più belle nei palagi di re. - Ecco i pensili giardini, i declivi erbosi dell’irrigua Polcevera, i ridenti poggi d’Albaro, il famoso acquedotto che levò al cielo il nome di Marin Boccanegra, l’Arnolfo di Genova. Fra tante bellezze d’arte e di natura, presso l’asilo dei patimenti sorge un monumento che ricorda una gloria del popolo, l’eroico ritorno a libertà, per opera sua. È un piccolo marmo sul lastrico; esso porta la data del 1746.

Genova fra i nomi degli Adorni, dei Fregosi, degli Spinola, dei Doria, dei Grimani, dei Dinegro, dei Colombo, e di Giulio II e di tanti altri suoi grandi, incise quello umile di un fanciullo popolano, di Giovanni Balilla.

 

Un vecchio potente, Carlo VI d’Austria, era sceso nell’avito sepolcro, lasciando dietro di la sua corona, pomo fatale di discordia lanciato in mezzo al mondo. Invano una lunga guerra aveva preceduta quella prammatica per la quale l’estinto aveva creduto di avere pacificamente assicurata alla figlia, Maria Teresa, la sua vasta successione. La morte dell’Imperatore, svegliando le cupidigie di tutti, fece che il turbine imperversasse folgoreggiando per tutta Europa, e Maria Teresa si vedesse ridotta alle forze degli eserciti che il principe Eugenio di Savoia soleva ben a ragione chiamare la migliore delle prammatiche.

Federico di Prussia, Luigi di Francia, Filippo di Spagna, il re di Baviera e quello di Sardegna si erano collegati contro la nuova imperatrice, e il 18 di maggio 1741 avevano conchiuso un contratto, per cui, smembrata la monarchia austriaca, la bassa Silesia colla città di Neiss e la contea di Glatz restavano assegnate al re di Prussia; l’alta Silesia e la Moravia al re di Polonia; la Boemia, il Tirolo e l’Austria Superiore all’elettore di Baviera. Quanto all’Italia si doveva spartire tra la casa Borbone e quella di Savoia. Così coll’appoggio di testamenti, matrimoni, fedi di battesimo, parentele più o meno prossime acconce in begli alberi genealogici, cavillazioni senza fine, i principi di Europa rinnegavano ciò che avevano consentito, e preparavano ai popoli una delle maggiori tragedie che la straziata umanità abbia viste.

Maria Teresa era stata infrattanto, in virtù della prammatica, con pubblica solennità chiamata in Vienna regina d’Ungheria e di Boemia, arciduchessa d’Austria, e sovrana di tutti gli Stati, che, per titolo ereditario, appartenevano all’Imperatore suo padre. Poi, condottasi a Presburgo nel mese di giugno 1741, vi fu gridata con grandissimo calore, così dai magnati, come dal popolo regina d’Ungheria. La sua gioventù, la bellezza, le dolci ed affettuose maniere, legarono così fattamente i cuori degli Ungari che non mai regina fu più amata da nessun popolo. Cacciata più tardi da Vienna pel rumore delle armi bavare e francesi, fra i suoi forti e generosi Ungari si affrettò a ritirarsi. Chiamò in Presburgo la dieta, vennevi portando in grembo il suo figliuolo ancor bambino, che fu poi l’Imperatore Giuseppe II, di tanta gloriosa memoria, s’atteggiò in grazia e dignità, e latinamente con fuoco affascinante in tal modo parlò: « - Vedete i mancatori di fede, la cupidigia delle austriache spoglie li tira contro una donna e un fanciullo! ma un Dio è in cielo proteggitore dell’innocenza, punitore degli spergiuri, e sono in terra gli Ungari fedeli, cui la perfidia sdegna, cui la sventura commove, cui il valore inspira. Questo è mio figlio, ed ecco che è vostro: adottatelo, difendetelo; crescerà amandovi e difenderavvi un giorno, come ora voi lo difenderete.  »

Taciti ed ansi l’ascoltarono i magnati. Poi, come ebbe posto fine al parlare, proruppero in lagrime, in applausi in segni di fortissima volontà per salvarla. Toccavano il figliuolo, s’inchinavano alla madre, un incredibile entusiasmo li possedeva, mai più santo fervore di questo si manifestò a voce di re fra le commosse nazioni. Sguainate quindi le spade, fieramente e unanimamente, in latina favella, fecero il famoso giuramento:

 

«Moriamur pro rege nostro Maria Theresia!

 

giuramento che fu la salvezza dell’austriaco dominio; fatale vittoria, fatale ai vinti e ai vincitori insieme.

Le sorti rapidamente mutarono; e Carlo Emanuele di Sardegna, vedendo come la fortuna di Maria Teresa prendesse vigore, rompeva il trattato conchiuso colla lega e accordava all’Imperatrice il suo aiuto in Italia, mercè la carica di generalissimo delle armi austro-piemontesi. Il 1 di febbrajo 1742 l’Austria e la Sardegna, pel mezzo del conte di Schulembourg e del marchese d’Ormea, concludevano una convenzione.

Re Carlo Emanuele continuava la politica della sua casa, aiutandosi ora dell’uno ora dell’altro straniero, che si combattevano il dominio dell’Italia, per aggiungere qualche brano di terra al suo regno.

Se non quanto può risguardare la nostra istoria noi terremo dietro alle fierissime guerre in allora combattute, guerre che gravemente travagliarono l’Italia.

Sembra scritto che, come annovi uomini che la fortuna si piace a combattere e a stremare, sienvi nazioni che debbano piangere, e a cui Dio numerò non a giorni ma a secoli le pene della cattività e del tormento. Niobe delle nazioni, l’Italia doveva più d’ogni altra vedere i suoi figli condannati alle lagrime e ai tormenti.

Il giorno 13 settembre del 1743 erasi a Vormanzia stabilito un trattato segreto fra la Sardegna, l’Austria e l’Inghilterra a danno di Francia e di Spagna. Secondo ragione e secondo giustizia, la Repubblica di Genova, che viveva neutrale tra le parti, non per nulla ci doveva entrare; ma la scoperta di un patteggiamento iniquo la trascinò.

Quella Repubblica aveva da molto tempo, mercè lo sborso d’un milione e duecento mila pezze, comprato dall’Imperatore Carlo VI le sue ragioni di sovranità sul marchesato di Finale. Ora la figliuola dell’Imperatore per gratificare il re di Sardegna, di cui aveva bisogno, cedeva col trattato di Vormanzia la cosa venduta e legalmente comprata, senza partecipazione del compratore e con promessa solamente di restituzione del prezzo a carico di chi non aveva voglia, possibilità di pagare, cioè del re di Sardegna medesimo.

Lo storico Carlo Botta, discorrendo di questo fatto, esclama: «Bene era serbarsi la montagna delle pezze, ma sarebbe stato meglio serbar la fede con conservare al compratore. Misera Genova, che era picciola! Il pianto più forte che presto faremo di lei, proverà sempre più che la miglior ragione è quella dei cannoni e che han fatto bene a scrivervela su.»

Il patrizio Gian Francesco Pallavicino, legato in Allemagna, ebbe sentore della vendita e ne avvisò il Senato. Non poteva questo darsi a credere una cosa tanto enorme, posciachè la Repubblica non aveva offeso nessuno, standosene scrupolosamente neutrale; tuttavia mandò comando a Giuseppe Spinola e a Giambattista Gastaldi, il primo inviato straordinario presso la regina d’Ungheria, il secondo ministro presso il re d’Inghilterra, affinchè scrutassero ed informassero. I ministri di Vienna negarono con fronte ferrea; esclamarono non essere vero niente. Quei di Londra non istettero assolutamente sulle negative, ma parlarono per ambagi. La conclusione delle parole loro era che quando il trattato fosse comparso in cospetto del pubblico, si vedrebbe che non ci era poi quel tanto male, che si supponeva. L’un più che l’altro però divenendo palese il fatto e che la vendita era stipulata, Vienna e Londra non poterono più negare.

Gli Austriaci dissero «che la regina avendo ceduto a Carlo Emanuele pel trattato una parte considerabile de’ suoi Stati nel milanese, non era, in grado di negare a quel re ciò che di quello di altri egli mostrava di tanto desiderare; che del resto ella non avevagli ceduto che quelle ragioni che ella stessa aveva sul marchesato, e che se nessuna ce ne fosse tanto meglio per Genova

La qual cosa, oltre alla derisione, veniva a dire palesemente che Maria Teresa o aveva ingannato Carlo Emanuele con vendergli cosa che non era, o frodati i Genovesi dando ad altri ciò che loro apparteneva.

Gli Inglesi si spiegarono con derisione più pietosa; dissero che compativano proprio la disavventura della Repubblica, ma il re di Sardegna essere molto premuroso di possedere il marchesato di Finale e non lo si voler scontentare, perchè ne avevano bisogno.

Da bella prima quando si era subodorata la convenzione di Vormanzia, ma innanzi che se ne avesse certezza, la Francia e la Spagna avevano fatti tentativi presso la Repubblica perchè si unisse a loro promettendole aiuto e protezione. Alle quali insinuazioni non aveva allora prestato orecchio, sperando di indurre a migliore e più grato consiglio i tre confederati. Ma quando dalle risposte date ebbesi certezza dell’indegno mercato, si cominciò a trattare la cosa nel consiglietto, che era il minore consiglio politico dello Stato.

La materia era di somma importanza per Genova; si trattava di entrare o no in una guerra contro potenti nazioni, con pericolo di pagarne un troppo doloroso scotto. Alcuni consideravano fiorire la Repubblica pel commercio e per le pacifiche arti, che hanno amica la pace e nimicissima la guerra; vedersi sempre incerto l’esito delle armi, e se i Borboni avessero la peggio, quali sarebbero i destini dell’imprudente Genova? Pace convenirsi a chi non può far guerra da solo, a chi per eseguità delle forze debba essere secondo o terzo nella partita.

È fatto; lo abbiamo provato nel 1859, e tutto lo proviamo, che il vantaggio ricavato dalle alleanze colle potenze maggiori non è il più lusinghiero. O il maggiore alleato è vincitore, allora il minore è a sua discrezione e deve soggiacere a tutti quei patti od a tutte quelle umiliazioni che gli sono dopo la vittoria imposti; o è perdente, più dannosa pel minore è la conseguenza della sconfitta.

Quei della parte contraria rispondevano sopravvenire nella vita degli Stati congiunture straordinarie che li spingono, se non vogliono perire, a pigliare vie nuove e non consentanee alla cheta prudenza. L’ambizione di casa Savoia tirarla ai danni della Repubblica, sicchè pessimo evento sarebbe stato l’avere il re di Sardegna accampato da padrone sul prossimo marchesato di Finale. La cupidità dei Savoini essere ben nota, e avere il re medesimo, dopo l’acquisto di Piacenza, messo fuori voce e pubblicato per le gazzette che il golfo della Spezia era suo come dipendenza del Piacentino; andare di più mendicando ragioni or su questo or su quel feudo della Lunigiana; voler lui pertanto stringere co’ suoi artigli tutta l’ampiezza del territorio genovese; voler distruggere non solamente la potenza ma anco il nome della Repubblica. Soggiungevano conoscersi l’incertezza di casi della guerra, ma grandi forze avere i Borboni, e grandi eserciti in Italia, e supremo loro desiderio essere il procurarvi una Signorìa a don Filippo; se saranno da Genova rifiutati, si volteranno al re di Sardegna, e la sua amicizia e la sua alleanza di certo acquisteranno; così Genova, volendo perseverare in neutralità e pace, andrà incontro ad una guerra terribile e alla rovinosa tempesta l’esser suo e la libertà tutta perderà.

L’ultima sentenza prevalse. Il primo di maggio 1744 in Aranjuez fu convenuto tra la Repubblica, la Francia, la Spagna e la corte di Napoli che Genova nelle imprese che stavano preparando gli eserciti borbonici, darebbe un sussidio di diecimila soldati ed un treno di artiglieria, obbligandosi le potenze federate alla loro volta a guarentirle il presente dominio e segnatamente il marchesato di Finale.

Nel tempo istesso che i sopracciò della Repubblica stavano provvedendo a mettere in atto il trattato, pensavano anche a munire per la propria difesa i luoghi più minacciati. Mandarono cinque mila soldati al Finale, duemila a Savona; fecero rompere le strade che portavano al Piemonte, munire con serraglie tutti i passi pe’ quali rimaneva aperto l’adito ai Sardi; e aspettarono la tempesta che non doveva tardare a scagliarsi su loro violentissima se non improvvisa.

Le voci di guerra, il rumore dei cannoni che si trainavano or qua, ora , i soldati, che s’ingrossavano, e mutavano le stanze, avevano molto sollevato gli animi in Genova, e fatti solleciti e pensosi delle cose avvenire. S’aggiunsero portenti. Un sacerdote, celebrando la messa all’altare di San Giovanni Battista nella metropolitana, vide per ben tre volte, come corse fama, scuotersi il tabernacolo con grande ammirazione dei circostanti. Chiamati i preti e i sacristani videro e paventarono; sparsasi la voce dell’accidente, tutta la città rimase compresa da stupore e da terrore, funesto annunzio dei mali della Repubblica. Il terrore e l’ubbia popolare accrebbe una cometa crinita con coda a modo di scopa, che in sullo scorcio del gennaio era sopra la città comparsa, facendovi per un mese intero terribile mostra di . Non sapevano quali, ma certo i Genovesi si aspettavano mortali disgrazie.

I presi auguri cominciavano a verificarsi per le insolenze inglesi. L’ammiraglio Mathews, come se non sapesse del turpe mercato e come se gli innocenti dovessero lasciarsi spogliare senza neppure muovere dito o mettere fuori voce, scrisse con modo altero alla Signorìa, che non conoscendo nessun nemico a Genova, non sapeva capire perchè armasse e che quell’attelarsi in guerra gli dava sospetto. Il Senato rispose che Genova non armava per altro che per fare rispettare la sua neutralità, e non per dipartirsene; che il trattato di Vormanzia le aveva insegnato quanto fosse pericoloso lo stare inerme; che gli apparecchi guerreschi non miravano ad altro che al rendersi sicura dagli insulti di chi le portava mal animo. La sincerissima risposta spiacque all’Inglese; esso quindi metteva ad abusare della sua forza. Sotto colore di chiudere il mare ai soccorsi spagnuoli, predava le navi genovesi, insultava i littorali, e talfiata, quasi a sollazzo, gettava bombe nelle innocenti città.

Genova tra la Sardegna e l’Inghilterra non aveva riposo. Presto vedremo venire l’Austria a sobbissarla.

 




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