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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

IntraText CT - Lettura del testo

  • III.
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III.

 

Non fu che nel 1745 che Genova si risolse di chiarire le sue intenzioni e palesare al mondo gli accordi di Aranjuez. In sulla fine di giugno di quell’anno mandò fuori un manifesto col quale esponeva i danni che a lei derivavano dal trattato di Vormanzia, le inutili diligenze fatte per ischivarne le funeste conseguenze e la necessità in cui si trovava di unire un corpo delle sue truppe in qualità di ausiliarie a quelle dei Borboni e di fornirle di artiglieria, unico partito, diceva, a lei rimasto per preservarsi da quelle rovine, che le sovrastavano.

Poco dopo tal manifesto la Repubblica mandava agli alleati gallo-ispani, che si trovavano attendati tra il Panaro e la Magra, i diecimila soldati promessi, cui diedero in governo, come commissario supremo, al patrizio Gianfrancesco Brignole Sale, e, come generale, al conte di Cecil. Coi Borboniani, i Genovesi combattevano gli Austro-Sardi sulle sponde del Tanaro e della Bormida; prendevano nei primi di settembre Tortona, Piacenza, Parma, Pavia; vincevano il 27 re Carlo Emanuele in gran giornata a Bassignana, e invadevano quindi il Piemonte fino a Casale ed Asti, difendendosi solamente la cittadella d’Alessandria.

Mentre le armi della Repubblica si coprivano di gloria nella suddetta guerra, gli Inglesi, come se volessero punire Genova dell’ingiuria che a lei avevano fatta col furto di Finale, e come se loro stesse a cuore di aggiungere la violenza all’ingiustizia, vennero col loro naviglio sopra Savona e gettarono dentro la città più di cento bombe. Speravano, oltre lo strazio di cui parevano assai dilettarsi, che i Savonesi si ritrarrebbero dalla loro fede verso Genova. Ma nessuno si rimutò, e la fortezza rispose coi cannoni, obbligando gli aggressori ad andarsene.

La Repubblica, considerato il fatto di Savona, temette per la capitale; armò, rinforzò le poste, moltiplicò le batterie, mise le galere alla bocca del porto. Le prevenzioni di Genova non andarono fallite.

Il 27 settembre, il giorno stesso in cui re Carlo Emanuele era posto in rotta a Bassignana, gl’Inglesi comparvero al cospetto della Ligure città colle loro navi grosse, e colle palandre, e coi cannoni, e colle pentole. Cominciarono il bersaglio delle bombe; ma non istettero mute le batterie, e fu piuttosto giuoco che seria rappresentazione. Imperocchè per la forza dei cannoni genovesi non potè il nemico approssimarsi tanto da far danno; e poche bombe lanciò, la maggior parte delle quali creparono in aria, le altre piombarono in mare.

Ridevano i cittadini di quella inutile mostra, e si burlavano degli Inglesi. Le donne stesse, accorse in sulle mura della marina, con fischiate, risa e vituperi canzonavano gli aggressori, i quali, sfogato finalmente il capriccio, se ne andarono con una nave rotta, e le palandre fracassate, ed alcune pentole crepate.

Il capriccio però non era passato. Gl’Inglesi continuavano a tributare le terre della riviera. Vennero pure a vista del Finale; i cannoni lanciarono trecento palle, le pentole quasi altrettante bombe. La fortezza rispose con forza; le giuste palle repubblicane cagionarono non lieve danno alle navi nemiche. Pareva che quelle tranquille sedi di uliveti facessero invidia agli Inglesi, e non fossero essi contenti se non le rendessero spaventate e sanguinose.

Il giorno 30 settembre si lanciarono contro San Remo. I Sanremaschi, veduti giungere quegli uomini settentrionali, della cui dolcezza e giustizia avevano da Genova, Savona e Finale avuto novelle, furono invasi dalla paura, e vollero provare se cortesia vincesse villania. Mandarono all’ammiraglio deputati con rinfreschi; gli fecero dire che se egli fosse adirato contro la Repubblica, essi non dovevano portarne la pena, perchè non sudditi di quella erano, ma bensì popoli convenzionati. Se non che l’Inglese rispose loro: «convenzionati o non convenzionati or ora vedrete.» E fece tosto mettere in giuoco i cannoni e le pentole. Sul povero San Remo vennero gittate più di mille due cento palle di cannone e duecento bombe; l’Inglese usava maggior rabbia per le non riusciute sue imprese contro Genova, Savona e Finale: i Sanremaschi pagavano per tutti. Settanta case furono rovinate o conquassate, e parecchi cittadini morti o feriti.

Frattanto le armi della Repubblica colle borboniche invadevano il Milanese, entravano in Milano, mandando sempre più a precipizio le cose austro-sarde in Italia.

Re Carlo Emanuele aveva nel trattato di Vormanzia introdotta una clausola, insueta sì ma che accettata dall’altra parte gli dava un diritto certo ed onorato, cioè che egli potesse scostarsi dall’alleanza, avvertendo tanti mesi prima. Quindi aveva il re libertà di trattare con Francia. Trattò, e ne risultarono una prima convenzione firmata il 26 dicembre 1745 a Torino, ed un armistizio firmato a Parigi il 17 febbrajo 1746, ed un progetto di pace definitiva, per cui dovevano rimanere Parma e Piacenza con alcune terre all’intorno all’infante don Filippo; il Milanese a Casa di Savoja; ed accresciuti a Genova, a Modena, a Venezia i loro possedimenti. Toscana sola toccava a Casa d’Astria; cosicchè tutt’Italia ne sarebbe rimasta indipendente alla fine, divisa tra principi italiani o che lo sarebbero diventati; e poi tutt’Italia doveva stringersi in lega a mantenere quella indipendenza.

Quel negoziato non si conchiuse e si ruppe. Se fosse riuscito, ci sarebbe stato il fatto più bello di quella guerra. Erano dodici secoli che l’Italia mancava della sua indipendenza; ed in allora, libera di stranieri, piena di principati nazionali, avrebbe potuto mano mano venir edificando quella libertà ed unità che le costarono ad acquistarle di poi tanto sangue de’ suoi figli.

Continuò Carlo Emanuele la guerra. Sorprese in bella fazione i Gallo-Ispani in Asti; il 6 marzo 1746 ripresela, e il giorno 11 liberò la cittadella d’Alessandria. Gli Austriaci vinsero in battaglia a Piacenza i Francesi, ricuperarono Milano e Lombardia; e quindi Austriaci e Piemontesi, sotto il comando del generale austriaco marchese Botta Adorno, rigettarono i Borboniani nell’Appennino e poi nelle Alpi e si presentarono innanzi a Genova.

Tra Francesi e Spagnuoli, dopo la perdita d’Asti, era sorta un po’ di diffidenza; gli Spagnuoli accusavano gli alleati di aver fatto cedere Asti per isforzarli ad acconsentire al trattato dello spartimento; quella diffidenza venne mano mano ingrandendo fra le due parti, cioè a misura che peggiori divenivano le loro condizioni in Italia.

I maneggi politici del re di Sardegna non furono estranei a quelle gelosie. Carlo da essi maggior frutto raccolse che da’ suoi sforzi militari stessi, comechè in questa parte non abbia certamente mancato a medesimo.

Risultato di quelle discrepanze fu terribile ammaestramento pei piccoli, l’abbandono di Genova, il cui governo, preso da timore al comparire degli Austriaci, venne, come vedremo, a vergognosi patti coll’inimico.

 




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