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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

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  • IV.
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IV.

 

Un tremendo avvenire stava per piombare sopra l’abbandonata città. Lo sentiva, lo sapeva, e non vedeva a quale partito appigliarsi. I cittadini erano costernati, costernato era il governo. Mentre ognuno già di medesimo e della patria stava in forse, arrivavano a furia in città, siccome cacciati da qualche funesto accidente, donne e fanciulli, recando le loro più portabili masserizie. Si venne tosto a sapere che gli Austriaci, assaltata Bocchetta e trovata poca resistenza in coloro che la difendevano, se ne erano impadroniti, e già facevano le viste di avanzare.

In tanto estremo i sopracciò della Repubblica, anzichè darsi a tutt’uomo a provvedimenti di guerra, si appigliarono ad un miserando partito. Mandarono in Langasco, in val di Polcevera, ove trovavansi i Borboniani, deputati a pregare l’infante don Filippo e gli altri generali a non volere abbandonare la città. Esposero i mandati non essere le cose disperate; i malagevoli monti delle propinque valli poter essere scudo e fondamento a far risorgere la fortuna caduta; doversi dar tempo al respirare dei soldati, affinchè la lena e gli spiriti riprendessero; essere Genova pronta a far tutto per difendere la sua libertà e gli interessi de’ suoi alleati; essere città forte e piena d’un popolo geloso delle sue franchigie, pronto per esso a dare il sangue de’ suoi figli; essere i villani delle valli vicine usi alle armi e deditissimi alla Repubblica, i quali, uniti alle soldatesche d’ordinanza, avrebbero potuto giovare assai alla comune difesa; domandare Genova che, siccome per lei sola non aveva combattuto, sola non fosse lasciata contro un nemico, il quale di nessun’altra cosa la imputava, se non di quella di essere stata amica di Francia e di Spagna.

I deputati toccarono poscia gl’interessi degli Stati: importare molto la salute di Genova ai confederati; lei essere chiave d’Italia; se in mano austriaca venisse col famoso suo porto, colle sue comode riviere, essere certo che il regno di Napoli sarebbe in pericolo estremo; l’Austria imbarcherebbe soldati, artiglierie, provvisioni per l’acquisto del desiderato reame; Genova amica dei Borboni essere antemurale di Napoli, serva degli Austriaci diventarne la ruina; non l’abbandonassero adunque, l’aiutassero, la preservassero.

E don Filippo e quanti generali alla presenza di lui si trovavano risposero con bellissime parole, che stessero pure i Genovesi di buon animo e sperassero bene della patria loro, perchè Francia e Spagna non avrebbero potuto in tanto momento abbandonare la fedele Repubblica. Parlarono di provvedimenti di guerra, d’un campo a Fegino sulla destra sponda della Polcevera.

I fatti dimostrarono quanto fraudolenti fossero quelle parole. Se per necessità militare era cosa tollerabile il lasciare nel fondo dell’abisso chi ci si era messo per colpa altrui, cosa intollerabile e sozza doveva reputarsi l’aggiungere l’inganno al danno, e il nutrire in uomini amici una speranza per cui dovevano, conosciuta tosto l’orribile verità, rimanere doppiamente affannosi e tormentati.

Mentre i capi borboniani le promesse riferite facevano, le truppe difilavano verso ponente, e ponevano su barche gli arnesi e le armi. Seppesi subito dopo come don Filippo già se ne fosse partito per la via di mare alla volta di Nizza, e ogni cosa fosse in moto per una totale partenza. Pretessevano i capi borboniani non sappiano quali fole: che il re di Sardegna infuriava verso Cadibuona, e minacciava Savona e Finale, come se coll’esercito ancora numeroso e coi soldati della Repubblica e colla gente del paese, nemicissima del nome savoiardo, non si fossero potuti facilmente custodire quei luoghi già di per stessi forti e guarentissimi.

L’Italia stupì della partenza de’ Borboniani; non poteva comprendere come tanto loro fracasso fosse finito in Signorìa austriaca.

Genova rimase atterrita; si empieva di pianto, di querele e di spavento. Il generale Escher fu mandato al conte Brown, comandante dell’avanguardia austriaca, per vedere se si avesse a fare con uomini discreti. Portò seco rinfreschi squisiti e delicati camangiari. Se non che l’Austriaco li ricusò, più crudo che ingannatore. Escher espose, che la Repubblica non aveva guerra coll’Imperatrice regina, e sperava che l’oste tedesca solo venisse per inseguire l’inimico non per trattare Genova da nemica.

Diede il conte di Brown con fiero cipiglio una dura risposta; egli disse che veniva come nemico, e userebbe con Genova da nemico.

I reggitori provarono mandargli i patrizi Ranieri, Grimaldi, Lomellini coi medesimi discorsi che Genova non era punto in guerra coll’Imperatrice, e che per la necessaria sua difesa solamente era stata costretta a prendere le armi in qualità d’ausiliaria.

Vana prova fu questa pure. Venne finalmente domandato a Brown quali fossero le sue intenzioni. Ei rispose che tosto lo saprebbero; e mandò in Genova il conte Gerani con un foglio. Crudele era il foglio; ma presto ne giunse altro più crudele ancora.

Gli Austriaci frattanto avevano occupato San Pier d’Arena. Improvvisamente e a dismisura crebbe la Polcevera per piogge copiose cadute sui monti, che con molte bestie, arnesi e provvisioni trascinò via quasi mille soldati, che rimasero annegati.

Pareva che il cielo volesse aiutare i reggitori genovesi, ma essi non sapevano aiutarsi.

Il marchese Botta, rinnegato italiano, sentiva come Genova non fosse preda da lasciare ad altri, e venne prestamente da Novi. Agostino Lomellini e Marcello Durazzo andarono a lui, e con mesti accenti gli rappresentarono l’innocenza di Genova, la necessità inevitabile che le aveva messo le armi in mano, il diritto incontrastabile che ella aveva avuto di usarle in quel modo. Gli raccomandarono finalmente una città famosa al mondo, città piena di maravigliosi edifici, appartenenti alla civiltà ed alla religione, città infine che era tanto sua, quanto di loro medesimi; imperocchè il nome dei Botta Adorno trovavasi numerato fra le famiglie patrizie ed inscritto nel libro d’oro.

Le voci miserande d’una eletta patria, d’un’inclita città, anziché muovere a mansuetudine, non fecero che vieppiù indurare l’intrattabile capitano austriaco. Disse che da nemico era venuto, da nemico voleva trattare Genova; che vincitore era, e contro Genova vinta userebbe la vittoria; obbedissero tutti ed eseguissero quanto era detto nel foglio che in mano teneva. Sincroni scritti narrano che Botta portasse odio a Genova per essere stato suo padre quarantottanni prima dalla Repubblica, per attentato commesso da lui nel territorio di Ovada, d’ogni cosa spogliato e dannato nel capo, promettendo perfino una taglia a chi l’avesse ammazzato. Ma oltre a ciò il muovevano il suo mal animo, gli ordini dell’Imperatrice, forse anche la cupidigia dell’oro.

Volgeva il 6 settembre 1746 quando succedeva quanto abbiamo narrato.

Le intimazioni di Botta erano le seguenti: «Che alle ore ventitre di quello stesso giorno si consegnassero le porte della città alle truppe della regina d’Ungheria; che la guarnigione rimanesse prigioniera di guerra; che i disertori fossero dichiarati con promessa però di perdono; che si consegnassero tutte le artiglierie, armi e munizioni sì da guerra che da bocca raccolte per cagione di guerra; che la Repubblica comandasse a’ suoi popoli, soldati e milizie a non commettere ostilità contro i soldati della regina, contro i suoi alleati e dipendenti; che fossero liberi l’accesso e l’uscita del porto alle navi delle potenze alleate; che fossero notificate le persone e le proprietà dei Francesi, Spagnuoli e Napoletani; che il castello di Gavi si desse subito e rimanesse la guarnigione prigioniera di guerra; che durante quella guerra le soldatesche austriache avessero libero passaggio per tutti gli Stati e piazze della Repubblica; che il doge e sei senatori fossero spediti a Vienna dentro lo spazio d’un mese per implorare la clemenza cesarea e domandare perdono dei passati errori; che si liberassero tutti gli ufficiali e soldati austriaci od alleati d’Austria presi in guerra; che la Repubblica sborsasse incontanente cinquanta mila genovine1 da dispensarsi ai soldati a titolo di rinfresco e pel quieto vivere, oltre le contribuzioni di guerra, circa le quali ella dovesse intendersi col commissario Chotek; che con ciò gli Austriaci si terrebbero in disciplina e pagherebbero ogni cosa in contante; che la convenzione valesse fino a ratifica o cambiamento da Vienna; che intanto quattro senatori si mandassero ostaggi nella capitale dell’Impero

Tali intimazioni vennero accolte dai deputati con orrore e dolore. Il Botta ciò scorgendo disse: « Dovete rimanermi obbligati che vi apro la strada da poter riscattare la libertà e la vita, le quali se non vi tolgo, vi sia d’argomento, che d’umanità sono spoglio, dimentico di quella patria che chiamate mia. Se poi ad alcuno gravi ed acerbe condizioni parranno, costui pensi, quanto più grave ed acerbo sarebbe il vedersi sforzare le case, involare le sostanze, trarre in servitù, e ferro e fuoco e sacco sofferire, ed ogni più dura cosa sostenere di quelle, con cui i vincitori sogliono i vinti ricalcitranti punire. »

Lomellini e Durazzo si provarono nuovamente a condurre a più miti sensi l’animo del Botta. Dissero dell’impossibilità di eseguire le imposte cose; come nel breve tempo prescritto non potessero i consigli deliberare, essendo statuito dalle leggi della Repubblica che quando si trattava di cose gravi, come quell’era, nulla si dovesse nello stesso giorno deliberare.

L’Italiano, fatto austriaco, per niente commosso, rispose, non esservi più altra legge che la sua volontà, e le condizioni eseguissero perchè così voleva.

La mezza notte era già scorsa, quando fu posto fine al tremendo colloquio. I deputati s’affrettarono a rapportare al doge le parole di Botta. Si convocò in ora straordinaria il consiglio; vi si trattò dell’inesorabile volontà dell’inumano generale. Genova avrebbe avuto d’uopo in que’ supremi momenti d’uomini energici, di quegli uomini che a difesa della libertà, anzichè tergersi colle mani gli occhi bagnati di pianto, non istanno un istante in forse ad armare la mano d’un ferro ed a chiamare il popolo tutto contro il nemico. Ma erano mutati i tempi per Genova. I suoi reggitori non sapevano trovar fiamma al pensiero dell’opere grandi che i grandi Genovesi avevano operate. I nomi degli Adorni, dei Fregosi, dei Doria ed altrettali non giungevano ad iscuoterli. Una sol donna antica genovese valeva per tutti quei padri; quelle donne che, serrate in unità di falange, animose volavano al conquisto del sepolcro del Nazareno; facevano gitto de’ loro gioielli e dorerie per cingere la città di baluardi; pugnavano, ministravano le armi; quella bellissima figlia di Fulcone Guercio che, ferita la mammella di strale, cadeva a lato de’ combattenti suoi padri, incitandoli all’ire.

Gli uomini dell’oggi, al racconto delle sciagure che soprastavano alla Repubblica, in atteggiamento mesto e doloroso rimangono, come coloro che, sopraffatti dalla paura, non sanno a qual partito appigliarsi.

Per ordine dei supremi consigli si chiamò alfine un consiglio di guerra. Vi assistettero gli ufficiali generali, i brigadieri e i colonnelli. Degni servi degli uomini fiacchi che reggevano la Repubblica, essi opinarono che la città per la poca soldatesca non poteva resistere alla forza superiore degli Austriaci; che non v’erano vittovaglie se non per pochi giorni; che la folla delle popolazioni della Polcevera e del Bisagno, venute a ricoverarsi dentro le mura, oltre il consumo dei viveri, cagionerebbe maggiori confusioni e minore difesa; che il contrastare con guerra non ridonderebbe in altro che in un totale esterminio.

La Signorìa si credette stretta da una ineluttabile necessità a piegare il collo, e vergognosamente il piegò. Acconsentì alle condizioni, il minor consiglio le approvò; venne sottoscritto il foglio fatale e lo si rimandò a Botta; il quale, non sì tosto l’ebbe ricevuto, ordinò ad una banda di granatieri prendessero possesso della porta della Lanterna. In sull’annottare del 7 mandò a dire ai Genovesi che voleva anco la porta san Tommaso. I deputati recaronsi a lui, e rappresentarongli come avesse a voce detto s’accontenterebbe di una sola. Il tristo Italiano a quelle parole, con un ghigno infernale, rispose che se dessi non avevano cervello lo aveva ben lui; che col domandare una porta, non aveva punto inteso un mucchio di sassi in arco, ma sibbene un adito aperto e libero per Genova, e che voleva porta san Tommaso. Ei se la ebbe; come pure per ordine della Signorìa ebbesi il castello di Gavi; ma non senza sdegno di Gianluca Balbi, che lo governava.

Occupate le porte Lanterna e san Tommaso, occupazione che era la servitù di Genova, la Signorìa, postergando insino all’estremo ogni dignità, mandava copiosi rinfreschi e cibi preziosi al Botta. Ma questi che di ben altri rinfreschi che di gola aveva voglia, ricusò il tutto. I sopracciò, temendo che il popolo, veduto il rifiuto in uno all’inaspettata consegna delle porte, potesse uscire in atti «imprudenti» - così i governi deboli chiamano la libera manifestazione del popolo contro ai nemici - ordinarono che i canestri prelibati fossero lasciati nella casa della missione di Fazzuolo. Quei religiosi godettero parte di quei doni, parte ne diedero ai poveri.

Il giorno 8 settembre arrivava in San Pier d’Arena l’annunciato commissario Chotek. Furono tosto dalla Signorìa mandati a lui Giambattista Grimaldi e Lorenzo Fieschi; a questi il duro Tedesco disse che la regina d’Ungheria era clementissima; che lasciava lo Stato ai Genovesi, ed in libertà di governarsi colle proprie leggi, cose di cui ella avrebbe potuto giustamente privarli per diritto di guerra e di confisca; che per cagione loro i Gallo-Ispani avevano trovato aperto il varco per introdursi in Lombardia, cui avevano sino in fondo desolata e guasta; che la regina aveva ogni ragione per domandare ai Genovesi il rifacimento dei sofferti danni; ma che siccome clemente era e buona così si accontentava soltanto di tremilioni di genovine, uno de’quali fra quarantotto ore, il secondo fra giorni otto, il terzo fra quindici. Concluse colle sue intimazioni, e disse badassero bene che se non pagavano i milioni avrebbero ferro, fuoco e sacco.

I deputati genovesi rimasero attoniti e pieni di spavento all’udire di quell’enorme contribuzione, che sarebbe stata insoffribile ad una ricca provincia, non ad una città sola. S’aggiunga che il Botta, il quale aveva ricevuto le cinquantamila genovine a titolo di primo sollievo pei soldati, e per cui, secondo la promessa, doveva contenerli in disciplina, e pagare ogni cosa in contante, andava moltiplicando in nuove e gravose richieste di tende, farine, biscotti, bastimenti da trasporto, in somma in tutto ciò che poteva abbisognargli, senza fare pagamento veruno. I deputati erano andati a trovarlo, lamentandosi e protestando che i Genovesi perivano sotto il peso di tanti balzelli e di tante avanie; ed egli aveva risposto «che bene restavano loro gli occhi per piangere». Così Genova pagava ad uno spietato nemico il fio del suo Finale, che esso stesso le aveva ingiustamente ritolto.

 




1 Andava la genuina sette franchi con qualche soldo di più.






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