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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

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  • V.
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V.

 

Il generale Botta aveva detto ai Genovesi che ben loro rimanevano occhi per piangere. Ora vedremo come rimanessero loro pur mani per battere. L’abbiam detto nel primo capitolo, la tirannide ha pure un limite. Raro i popoli danno come Roma sotto Domiziano esempio di solenne pazienza, tollerando il colmo della servitù a cui la tirannide li ha condotti. Quando il giogo si è fatto insopportabile basta una parola, un atto a far sorgere il popolo contro l’oppressore.

Il Botta instava, e il Chotek più di lui, perchè presto Genova pagasse il primo milione. In caso contrario minacciavano l’esecuzione militare, non rendendosi garanti di quanto potesse in città accadere per parte delle soldatesche sguinzagliate.

Non soltanto que’ due inumani uomini si alzavano su colle acerbe domande per pagare e pascere l’esercito, ma benanco per procacciare ogni fornimento necessario alla spedizione che intendevano di fare contro la Provenza e contro Napoli.

Invano i deputati pregarono Chotek divenisse più umano; invano il pregarono a non voler la rovina della città, ad accontentarsi di una minore somma, od almeno a dare respiro sufficiente per trovarla. Volle la somma intera, accordando soltanto un breve indugio.

Il Senato, oppresso da una ferrea necessità, prese una risoluzione insolita e spaventosa, e fu di por mano nel sacro deposito di san Giorgio, dov’erano i capitali, non dello Stato, ma di uomini particolari, i quali, avendo fede in Genova, avevanli investiti, mai immaginando, fra avvenimenti possibili di quaggiù, una irruenza di Austriaci, noti per la loro fame degli altrui averi. Si fecero i sacchi, si aprirono le porte, si caricarono le some, e l’illibato denaro fu portato all’avidissimo Chotek. Ei ne gongolava tutto per la gioia; ma i Genovesi ebbero a provarne sommo dolore; molti avrebbero desiderato di non essere mai venuti al mondo anzichè vedere quel denaro cadere in mani austriache.

I barbari nordici aspettavano senza remissione il tempo prefisso per l’estinzione delle altre due rate. cessavano con tutto questo le domande del Botta per nuovi attrezzi militari, le molestie dei soldati contro li cittadini, cui per la più frivola cagione, e talfiata senza cagione veruna, disonestamente bistrattavano così fuori, come nelle case. «Non mai, scrive lo storico Botta, si vide un soldatesco furore simile a quello. Certamente se i Genovesi fossero stati, non uomini, ma bestie, con tanta rabbia non si sarebbe incrudelito contro di loro».

L’esecrabile fame dell’oro genovese andava ogni piú che l’altro moltiplicandosi nell’empie gole austriache; per essa i soldati di Maria Teresa avevano dimenticati perfino gli interessi del re di Sardegna.

Il banco di san Giorgio turbava i sonni di Carlo Emanuele, il quale, oltre l’avere il marchesato di Finale, voleva pur partecipare in que’ monti di genovine. Il ministro di lui conte Bogino il sollecitava, ed egli per ci andava assai volentieri. Il re si lamentò cogli Inglesi, i quali, essendo ancor più teneri di lui che degli Austriaci, molto efficacemente lo favorivano.

Villet, ambasciatore inglese, e Townshend, ammiraglio, trovarono che Carlo Emanuele aveva tutte le ragioni, e mandarono una nave con uno sciambecco2 nel porto di Genova. Fu lasciata entrare, chè, come abbiamo letto nelle intimazioni del Botta, doveva il porto essere libero anco alle navi delle potenze alleate. Il capitano si ancorò alla bocca, non per semplice stazione, ma per commissione crudele. Quanti legni arrivavano, tanti faceva venire a bordo, poscia li metteva in preda, arnesi di guerra o non di guerra, vettovaglie o non vettovaglie portassero.

I Genovesi alzarono grida dolorose, poichè ben scorgevano come alla rapacità soldatesca si sarebbe presto aggiunta l’inesorabile fame. Non era punto da dubitarsi, che, sparsasi la voce dell’infame condotta degli Inglesi, nave nissuna più non si sarebbe indirizzata a Genova.

I deputati della città andarono dal Botta, gli rappresentarono che se quegl’Inglesi non se ne fossero andati, o non avessero cambiato modi, la fame avrebbe consumato non solamente i Genovesi, ma anco gli Austriaci; che il pretendere che la città pascesse l’esercito, ed il torle il mezzo di far venire i viveri, era un volere cose contradditorie; che poichè pei capitoli dell’accordo si era statuito non potessero i cannoni della Repubblica discacciare gl’insolenti, facesse almeno opera egli che cessassero. Rispose, che farebbe; eppure la rapacità continuava. Instarono di nuovo, e di nuovo rispose che farebbe. Ma era nulla di nulla; imperocchè l’Inglese continuava; porto e città erano desolati.

I reggitori della Repubblica fecero domandare al capitano stesso della nave nemica, perchè contro Genova in quella guisa operasse. Rispose ipocritamente dolergli tal cosa, ma esservi astretto dagli ordini superiori; condannare egli pel primo come ingiusto il suo operare e di pochissimo onore per la sua nazione, ma essergli giuocoforza obbedire.

Botta non rimediava, pretessendo ragioni che per comando di Maria Teresa nulla poteva imprendere che potesse arrecare disgusto a Carlo Emanuele o contrariare le sue intenzioni.

Gli storici non dubitano a credere come tra Austriaci ed Inglesi fosse una sola bottega.

Una terza volta i Genovesi si lamentarono col Botta. Dopo lunga discussione il generale concluse col promettere che avrebbe dato alle navi che sarebbero giunte in porto passaporti che l’Inglese rispetterebbe. Quei passaporti si davano in apparenza gratis, ma in sostanza no; chè anzi costavano grassi beveraggi.

In mezzo a congerie tale di danni e di disastri e sul timore di maggiori, avevano i cittadini concepito tanto terrore, che, dimentichi della patria e forse di loro medesimi, abbandonavano le proprie case e l’antica sede delle proprie famiglie, si dannavano all’esilio volontario, e andavano cercando se nel mondo fosse qualche regione in cui ancora si pregiasse il giusto e l’onesto, e trovasse la sventura compassionevoli cuori. Molti dei principali negozianti erano già partiti, già partivano alcuni dei primari patrizi, portando seco quanto di prezioso era asportabile. Nasceva il pericolo che, seguitandone altri l’esempio, si venisse finalmente a tale da mancare nel minore consiglio il numero dei suffragi necessario per andare a partito e fare le deliberazioni; cosa che sarebbe riuscita di totale esterminio in tanta necessità di provvisioni subite ed importanti. Con una legge si ordinò agli annoverati nel minor consiglio a non scostarsi per un anno dalla città o dalle vicinanze sotto pena del pagamento d’una multa di quattromila scudi d’oro e di essere mandati a confine per dieci anni.

 




2 Nave alla foggia di quelle dei corsari.






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