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VII
Chotek andava intanto domandando
il pagamento del secondo milione di genovine, e minacciava se non fosse
eseguito, sacco, ferro e fuoco. All’avara e feroce intimazione Grimaldi e
Fieschi andarono dal Botta, lamentandosi della gravezza della domanda e
dimostrando l’impossibilità di soddisfarla. Ma tanto il generale, quanto il
commissario avevano l’animo indurato ai patimenti degli infelici. Ei venne
fuori con un proverbio tedesco assai usitato in Vienna e che significa: «La
cosa deve essere così.» Instarono i deputati, e il generale allora
pronunciò questa parabola: «C’era una volta Thamas Kulikan, il quale voleva
intraprendere la guerra contro il Signore dei Turchi. Era entrato senza ragione
alcuna nell’imperio del Mogol e ne aveva trasportato immensi tesori e ricchezze
immense, di cui si servì per sopperire alle spese delle meditate conquiste.»
Tirando indi la cosa a Genova, il Botta soggiunse «che l’Imperatrice, regina
d’Ungheria, faceva la guerra contro i Francesi e che lo stato di Genova
considerava come il suo Mogol.»
Così un Italiano per conculcare
Italiani si serviva dell’esempio d’un Tartaro.
Non trovata pietà veruna in
uomini spietati, Genova si apprestava a cercare il milione. Creossi un
magistrato di tredici membri, uno decorato della toga senatoria, il quale a
tutti presiedeva, due della toga procuratoria, cinque eran patrizii ed
altrettanti cittadini o popolani dei migliori, acciocchè ad un tristo, ma
inevitabile ufficio attendendo, con un balzello ad arbitrio, ma con equità
posto sui più facoltosi, raggranellasse il secondo monte di genovine. Ma vedendosi
il denaro di gran lunga inferiore al bisogno, e maggior tempo richiedendosi per
raccoglierlo di quello fissato da Chotek, il quale già minacciava sacco e
rovina, fu forza di compire la somma col denaro estratto una seconda volta
dalla cassa di San Giorgio.
Al veder riaprire le porte del
luogo che sacro a tutti doveva essere, immenso dolore s’aggiunse al dolore che
già sì grave era nel cuore dei Genovesi.
Benedetto XIV, alle inaudite
oppressioni ed angustie della Repubblica, si commosse. Scomunicare un generale
apostolico sarebbe stata marchiana davvero; ma il pontefice, che al postutto
non era tristo uomo, volle mettersi di mezzo tra Austria e Genova. Ordinò al
suo nunzio in Vienna che caldamente si adoperasse presso Maria Teresa, affinchè
si mostrasse clemente verso la Repubblica ligure. Il nunzio ebbe per risposta
dalla bocca stessa dell’Imperatrice, che, in grazia delle preghiere del
pontefice, si contentava di desistere dalla domanda del terzo milione. Il
nunzio scrisse a Benedetto; questi alla Repubblica.
I Genovesi già se ne
rallegravano, quand’ecco Chotek, senza cui non era bene far conti, domandare
colle solite minaccie il terzo milione; più un quarto milione per gli
alloggiamenti invernali; più ducento cinquantamila fiorini per prezzo
«clementissimamente» come disse, valutato dalla sua Imperatrice e padrona, di
que’ magazzini di viveri che pel mantenimento delle soldatesche della
Repubblica avrebbe dovuto essere in Genova all’arrivo degli Austriaci.
Invero quegli appicchi militari
per estorcere denaro erano cose incredibili e spaventose.
I Genovesi, ingannati
crudelmente, vennero allora in forse di loro medesimi, e temettero del totale
sterminio della loro patria. I deputati tornarono da Botta, lo pregarono a
muoversi a giustizia verso la desolata città, e gli dimostrarono
l’impossibilità di soddisfare alle insaziabilità del commissario. Il generale
lasciò capire che se in Genova non si trovava oro ed argento a sufficienza,
mettessero i cittadini mano nei capitali che possedevano in Inghilterra, in
Francia, in Olanda, in Italia, in Alemagna, e con essi soddisfacessero.
Soggiunse ironicamente parlando che, poichè tanto amavano la patria, non
dovevano ritrarsi dal fare l’indicata deliberazione per salvarla. Ma quasi
subito ritirandosi dalla sua proposizione, forse perchè aveva parlato con
Chotek, riprese dicendo che voleva vedere oro e non carte, e tornò in sul
volere che si pagassero in contanti il milione delle genovine colle due
aggiunte sopra accennate.
Governo e cittadini erano
costernati; ma Botta e Chotek non si curavano punto della costernazione e dei
dolori altrui: essi si fondavano sulle baionette e sui cannoni. Chotek anzi
venne apertamente in sul dire, come se Thamas Kulikan fosse lui stesso, che
quanto era in Genova e quanto possedevano gli abitatori, tutto all’Imperatrice
apparteneva, e che qualsivoglia cosa avessero voluto serbare, dovevano
ripeterla dalla di lei generosità e clemenza. Con ipocrito dolore poi andava il
commissario dicendo che gli ultimi mali sovrastavano a Genova, ignara che cosa
realmente fossero gli estremi della guerra; ch’egli però lo sapeva, e, comechè
avesse il cuore indurato fra l’armi, al solo pensarvi ne sentiva raccapriccio
ed orrore. Diceva che avrebbe lasciate le truppe per le esecuzioni, ma in
quanto a lui sarebbe uscito dalla città per non vederne cogli occhi propri
l’eccidio e la desolazione. Replicatosi dai deputati che qualunque trattamento
non poteva indurre Genova a pagare, il truculento Chotek soggiunse che essi
parlavano in quella guisa, perchè mai non avrebbero potuto figurare, nè
concepire nell’animo i mali che li minacciavano, i quali di gran lunga
avrebbero superato ogni immaginativa.
Per mostrare poi come fosse
risoluto di eseguire ciò che aveva minacciato, diede ordine che gli uffiziali e
i soldati vieppiù insolentissero. Laonde si videro questi bentosto girare
baldanzosi per la città, ed insultare ai pacifici cittadini e ai tranquilli
soldati della Repubblica. Visitavano le porte ed i posti dove ancor erano
truppe genovesi, e bravavanle, e da loro imperiosamente richiedevano qual
numero di gente abbisognasse per provvedere le necessarie sentinelle,
affermando che presto sarebbero venuti a prenderne possesso.
Soldati od uffiziali
incontrandosi per le vie con soldati od uffiziali della Repubblica superbamente
e con atti del maggior disprezzo li riguardavano. Notavano a voce alta gli
Austriaci le case cui designavano al sacco. Alcuni uffiziali, portando al sommo
la loro impertinenza, cavalcavano con barbarica iattanza nel chiuso ricinto di
Porto Franco, dove, all’ombra del diritto comune delle genti e sotto la fede
della Repubblica, stavano raccolte le ricchezze del commercio fra le nazioni,
vantandosi che tutto quel tesoro era loro roba e che presto ne avrebbero
pigliato possesso. Altri apposta andavano spargendo funeste voci, e
profetizzavano che non passerebbero otto giorni che il sangue inonderebbe
Genova, e che i mucchi dei cadaveri farebbero mostra ancor più terribile del
sangue.
«Furore che più non pensa,
scrive lo storico Botta, furore che più non regge, gonfiava gli animi poco
sofferenti dei Genovesi.» Era il caso in cui i versi immortali di Petrarca si
dovessero tradurre in fatto:
«Virtù
contro furore
Prenderà
l’arme e fia ’lcombatter corto;
Chè
l’antico valore
Nell’italici
cor non è ancor morto.»
Sì, era giunto l’istante in cui
un popolo oppresso, ma non domato, doveva fiaccare l’orgoglio a chi con tanta
insolenza lo insultava e lo rubava.
Il popolo genovese ha anima, è
vero popolo italiano; non poteva esso più a lungo sopportare il terribile
giogo.
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