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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

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  • VIII.
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VIII.

 

Il Botta dava opera al suo divisamento di togliere via le artiglierie di Genova per mandarle in Provenza, ove gran terrore regnava alla fama dell’esercito confederato. La Francia era lasciata a stessa. Gli Spagnuoli, rotto quasi l’accordo con essa, avevano preso la via per riguadagnare le case loro e rifarsi delle fatiche e dei danni sofferti in lunghi viaggi ed in accannita guerra. Francia sola non poteva bastare con soldati scemi per morti e diserzioni, resi deboli dalle tante fatiche, non solo a combattere lunga guerra, ma ad opporre una diga all’irrompere dei soldati vincitori di Londra e di Vienna.

La causa dei Borboni pareva perduta. «Ma, era fatale, scrive il Buonamici, che alla virtù dei Genovesi, la Francia andasse obbligata della sua salvezza, l’Italia della sua libertà

Qui ci è forza accennare come noi non accordiamo punto col Buonamici. Imperocchè è ben vero che l’eroismo genovese dalla rovina salvò colle sue le terre meridionali di Francia; ma non possiamo capire che razza di libertà salvasse all’Italia, quando la cecità del governo piemontese aveva fatta lega per riconfiggere nella Penisola il chiodo fatale dell’austriaca dominazione. La reggia di Torino non poneva punto mente alle voci di Dante e di Macchiavelli, e i suoi ministri ignoravano i bei versi di Petrarca:

 

«Ben provvide natura al nostro Stato

Quando dell’Alpi schermo

Pose tra noi e la tedesca rabbia

 

Gli Austriaci avevano cominciato col levare i più grossi cannoni dalle mura e dai posti della città; e già tredici pezzi coi loro carriaggi avevano trascinati verso la Lanterna, dove attendeva un naviglio inglese per riceverli a bordo, e portarli a destinazione. Fremeva il popolo nel vedersi involare quelle armi che erano state apprestate a sua difesa. Dalle maledizioni tacite, passava alle minacce aperte:

« — Costoro, diceva, vengono a rubarci l’oro per consumare, e anco ci disarmano per poterci a loro agio scannare

E l’indignazione, la rabbia, l’orrore andavano sempre più manifestandosi nel minuto popolo, il quale, coll’animo invasato dal furore e dalla vendetta, s’affollava e fremeva e mormorava dove qualche ingombro od intoppo nasceva intorno alle artiglierie, che per le strette e montuose vie di Genova si conducevano dall’odioso nemico verso la porta a riva il mare.

Il popolo stava per insorgere; e quando il popolo si desta, diremo col poeta soldato Goffredo Mameli, il martire di Roma:

 

«Dio si mette alla sua testa

Le sue folgori gli

 

Le grandi rivoluzioni mai sempre furono fatte dai popoli. Il popolo tant’oltre non guarda; esso non numera il nemico; non calcola: ma sorge, combatte e muore. Il patrizio pensa ed è vizio, la plebe opera ed è virtù. Gli uomini dubitosi non salvano mai gli Stati, soltanto il popolo sa eseguire i grandi rivolgimenti politici, sa distruggere d’un colpo gli artifizi lungamente combinati dalla tirannide.

Nonostante i segni del nembo che s’aggirava in aria, Botta continuava nella sua ostinazione, quasi che Iddio pel castigo degli oppressori gli avesse tolto l’intelletto. Chotek, con quella sua avidità dell’oro, non sapeva alla sua volta quello che si facesse; solo andava gridando: danaro, danaro, date qua danaro!...

E tra i cannoni e il danaro scese tremenda la vendetta di quel Dio, che i potenti atterra e gli umili solleva.

Era il 5 dicembre 1746. Il pallido sole d’una bella giornata d’inverno brillava allegro e puro su d’un limpido, azzurro cielo. Il mare increspato lene lene dalla tramontana pareva andasse a ritroso, ed era appena se una lama sottile di candida spuma si frastagliasse fremendo in sulla riva.

Genova da tempo non era paruta così bella; il suo popolo stesso sembrava vivificato, ritornato ai bei giorni gloriosi della Repubblica.

Il era trascorso senza fatto di qualche importanza. In sulla sera una mano di Austriaci, pel quartiere di Portoria, veniva trascinando colle funi un pesante mortaio da bombe, quando ad un tratto, sfondatasi la strada sotto l’immane peso del bronzo, rimase incagliato il trasporto. Invano i soldati s’erano affannati e colle corde e colle stanghe a sollevare l’affondato mortaio, invano avevano chiesto aiuto al popolo, che, in cerchio, man mano s’era venuto agglomerando dattorno ai Tedeschi, e ghignava alle barbariche loro bestemmie.

Un giovanetto, il figlio di un povero pescatore, bello della persona e con occhi vivacissimi, stava in fondo alla via contemplando quel tramestio, e pareva che la vampa di tutto un odio gli salisse al capo.

— Oh! i maledetti! sclamò d’un tratto. Ci rubano ogni cosa costoro; e non vi saranno genovesi mani che sorgano a vendicare l’oltraggio?

Aiutati che ti aiuterò, son parole di Dio, rispose un vecchio popolano, che era a lui vicino.

Miseri noi! miseri noi!... suonò una voce di donna, miseri noi! che solamente ci rimangono gli occhi per piangere.

— E mani per combattere, no?...

In così dire il giovanetto s’era venuto avvicinando a pochi passi dalla soldatesca, che rabbiosamente lottava per vincere la resistenza del mortaio.

— Per Iddio! urlò il sergente nel suo gergo barbaresco; per Iddio! razza di scalzacani che siete, date una mano qua!...

L’opera era infame. Nessuno si mosse. Anzi la cerchia del popolo indietreggiò; tutti abborrivano dall’empio ufficio.

Sollevatelo voi altri stessi se potete, che vi colga il fistolo! risposero cento voci alla stolta pretesa degli Austriaci.

I soldati, che non s’immaginavano punto qual grossa piena mandassero gl’indomiti cuori de’ Genovesi, si decisero ad usare il bastone contro alcuni popolani per obbligarli.

Un immenso grido di dolore e di rabbia, un fremito di furore e di vendetta sorsero come il mugghio d’un mare in tempesta. L’argine si ruppe, e cento e cento mani si levarono pronte a respingere la prepotenza colla forza.

Il giovanetto si trovò come alla testa di quella bufera. Cavato il logoro saio, e rimasto smanicato alla foggia popolaresca, mostrò le belle, giovanili sue forme, dove l’Ercole e l’Apollo si confondevano nel plastico atteggiamento della minaccia. Misurata la distanza con occhio pieno di lagrime, furioso volse il capo alla folla che stava dietro a lui, si chinò rapidamente, e colla destra dato di piglio ad uno sasso: Che l’inse! sclamò, e lo trasse. Il sasso scagliato corse a percuotere nel capo uno dei percussori, che stramazzò.

Che l’inse! parola che in quel tronco ed energico dialetto genovese significa presso a poco: «Io la rompo, la finisco, più non mi tengo.

Che l’inse! Che l’inse! Bravo Balilla, viva Balilla! chè tale era il nome del fanciullo, dappertutto si udì a gridare.

Ed ecco sorgere una sassajuola così furiosa da tutte bande contro que’ luridi soldati, mandati a pericolosa bisogna dallo stolido marchese Botta, i quali stimarono che fosse bene di dare indietro più che di passo.

Gli Austriaci, vergognosi della fuga, o rinfrancati gli spiriti da chi li comandava, tornarono indietro colle spade sfoderate, persuadendosi che a quell’atto il popolo avrebbe tremato molto e sgombrato il terreno. Ma ecco invece che dessi dovettero di nuovo indietreggiare accolti dai fieri Genovesi con un’altra pioggia di sassate peggiore della prima.

Il drappello, accortosi che quello non era più luogo da starci, a passo di corsa, tutto pesto, sanguinoso, si diresse verso la caserma. Il benaugoroso mortaio se ne stette affondato in Portoria; i ragazzi, come per festa e per vittoria, salivano su quel trofeo, che doveva essere piedestallo di libertà, mentre il popolo ne godeva.

Gli stranieri erano fuggiti all’ira prorompente del popolo, e ormai il fiotto saliva come i cavalloni dell’Oceano, quando il turbine li sospinge colla misteriosa prepotenza dei venti.

Balilla, salito sopra al mortaio, alzando le sue braccia bianche di giovinezza, gridò: «— Animo, animo, fratelli! a palazzo, a palazzo, a prender armi

« — A palazzo, a palazzo! andiamo a prender l’armi, andiamorispose ad alta voce il popolo.

« — Viva Maria santissima

« — Armi, armi»

Se Tomaso di Aquino fosse stato al mondo e presente, avrebbe al certo confermate le parole scritte nel suo libro: «Quando il popolo si leva in massa è Iddio che lo chiama

Pigmei dell’umanità, tisici e paurosi intelletti, contemplate questi sublimi impeti del popolo e poi negate, se vi basta l’animo, la vita che anima questo grande essere collettivo. Che ponno mai i teoremi di gabinetto, i calcoli, con cui presumete confinare il mondo dentro alle brevi angustie del vostro cranio, di fronte a quel Briareo dalle mille braccia, a quell’Idra dai mille capi e dalle mille bocche, a quelle mille menti concepenti un solo pensiero, a quelle mille bocche levanti un concorde grido di guerra, a quelle mille mani pronte a combattere? Come l’immenso Oceano prova la vanità dell’umana potenza, così l’irresistibile onda del popolo prova la debolezza dei troni. Stolto chi crede infrenare l’impeto del popolo. Non v’ha diga che il possa. Simile alla bufera imperversante del mare, passa, e scettri e troni, imperatori e re, tutto travvolge sotto di e precipita.

Annottava; la pioggia si era messa a cadere a secchie; non per questo il popolo di Portoria si ristette. Calò pel borgo dei Laneri, per la via dei Servi, per la piazza del Molo, e, qual valanga che più s’ingrossa precipitando, ad ogni passo raccoglieva furia di gente simile a : garzoni da taverna, pattumai, ciabattini, pescivendoli, fruttaiuoli, fognai, facchini, da formare una considerevole folla.

Tra il buio della notte, gli scrosci dell’uragano, le grida che assordavano l’aria, i lumi che mano mano s’andavano accendendo nelle vie e per le finestre, formavasi uno spettacolo cui penna non potrà adequatamente descrivere, spettacolo degno dell’immaginazione di Dante.

Giunto il popolo a calca innanzi al palazzo pubblico, cominciò con urli e schiamazzi a chiedere le armi.

Erano in quel punto congregati i collegi per deliberare sulle tristi condizioni in cui versava la patria. Udito il rumore e le strida del popolo, mandarono i più prudenti padri in una stanza contigua all’interno cortile, acciocchè, fatti quivi venire i capi del tumulto, intendessero a calmare quel furore, che poteva, secondo i loro paurosi intelletti, mettere la città al bersaglio d’un sacco, e precipitarla in un abisso di irreparabili mali.

I signori del Governo, non volendo essere sforzati a qualche precipitosa risoluzione, fecero intanto chiudere le porte del palazzo, raddoppiare le guardie, a cui ordinarono che, anco colle armi, contenessero fuori del cancello la folla.

I pacificatori, abboccatisi coi popolani, quantunque mettessero loro innanzi le calamità, gli stenti ed i pericoli conseguenti necessariamente alla loro impresa, nulla poterono da quelli ottenere, perchè stettero sempre ostinati nel volere le armi e nel far guerra cogli Austriaci.

La moltitudine, accresciuta sempre più di numero pel sopraggiungere continuo di popolani di altri quartieri, specialmente di quel di Prè, fermossi a rumoreggiare fino alle cinque della notte innanzi a palazzo, incessantemente chiedendo armi. I sopracciò ricusarono sempre. Indignati i reclamanti cominciarono a mormorare contro i reggitori dello Stato, malgrado del solito rispetto che ognuno nutriva per loro.

Fra la notte tempestosa e piena di pioggie e di tenebre, e la stanchezza dei cittadini, e l’incertezza con cui i non bene conosciuti capi comandavano, la folla mano mano si sparpagliò, ritraendosi ognuno alla fine a casa sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un bussare e un aprir di porte, un apparire e uno sparire di lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalle vie. Tornate queste deserte e tacite, i discorsi continuarono nelle case, e non morirono certamente negli sbadigli; chè gli animi de’ Genovesi erano di troppo concitati.

 

I reggitori del governo, temendo che dal moto popolare potesse derivare un gran male, mandarono al Botta il patrizio Nicolò Giovio coll’incarico d’informare quel generale dello scompiglio, d’avvertirlo dell’imprudente contegno dei conduttori del mortaio, di pregarlo a desistere dal pensiero di più farlo trasportare, se pur desiderava che il popolo si rimettesse in calma, e non sorgesse qualche strano accidente. Vollero che il Giovio gli mettesse in considerazione essere impossibile a porre termine alla vendetta di molti, quando sono accesi dallo sdegno. Il rinnegato Italiano rispose al messo che non temeva punto del popolaccio, che avrebbe nella seguente mattina mandata per prendere il mortaio altra soldatesca, condotta da prudente ufficiale per evitare scandali. Giovio ripregò, dimostrò come maggiori sconcerti succederebbero, ove ancora si toccasse allo sprofondato bronzo. Il Botta non si rimosse dalla sua risoluzione.

In fatti la mattina del giorno sei, verso le ore quindici italiane, si videro entrare per porta a San Tomaso cento granatieri austriaci colla baionetta in canna, scortanti una compagnia di guastatori destinata a levare il mortaio. Per la via di Prè erano quasi giunti presso a Fossello, il mercato dei commestibili, quando vennero accolti da una furia di sassate, lanciate loro di fronte dal popolo, che numeroso s’era venuto affollando al mercato, di fianco dalle finestre gremite di donne e di ragazzi, in guisa che, udito lo strano ronzio e sentite le disadatte percosse, più frettolosamente che non erano venuti, se ne tornarono al loro alloggiamento.

Fuggiti gli Austriaci, il popolo, fatto ancor più numeroso per l’agglomeramento di nuova gente accorsa dagli altri rioni, era tornato al pubblico palazzo, minacciosamente chiedendo armi. Ad ogni senatore, che entrava, assordava le orecchie dicendo: « — Armi, armi ci vogliono, non parole. Dateci armi; se non vi volete salvare da voi altri, vi salveremo noi, e noi con voi.»

Ma i padri, che avevano paura di essere salvati, saldi continuarono nel disdire la richiesta. Per non essere sforzati, fecero circondare il palazzo da doppie guardie, colle baionette in canna. Allora il popolo portò scale per salire alle alte finestre dell’armeria; ma i sopracciò fecero quelle scale portar via dalla soldatesca. Infrattanto mandarono nuovamente il Giovio al Botta per assicurarlo che essi non entravano per nulla nella sommossa.

Strana contesa; vigliacca da un lato, eroica dall’altro!

Non potendo avere le armi da chi avrebbe dovuto senza domanda offrirle pel bene della patria, il popolo, acceso da un santo entusiasmo, si voltò a cercarle altrove. Corse alle varie porte e ai vari posti della città, e per forza strappò di mano alle guardie i fucili, dicendo loro che se ne facessero dare degli altri. Quindi pensando che ne potessero essere nelle case dei particolari, specialmente degli ufficiali, si portò la moltitudine a precipizio verso di quelle, e o sforzandone le porte, o scalandone le finestre, vi irruì, e si provvide. Adocchiò altresí le botteghe degli armaiuoli, e spezzandone le toppe s’impossessò di quante armi vi potè ritrovare, senza portar via alcuna altra cosa, o fare la minima violenza.

Armato che fu alla meglio, si divise a squadriglie: una qua, una , macchinando ciascuna a suo modo la meditata impresa.

Gli Austriaci frattanto si erano fatti forti alla porta a San Tomaso. Vi avevano verso la città guardie raddoppiate e numerosissime, ed in particolare i due reggimenti Piccolomini e Andreasi. Fuori della porta, specialmente sulla piazza principe Doria, stavano attelate grosse forze, massime di Croati, Panduri e cavalleria.

Due squadre di volontari della libertà, l’una per la strada di Prè, l’altra per l’Acquaverde, vennero contro San Tomaso, e quando furono a portata degli Austriaci, mandarono loro un saluto con una ben diretta scarica di archibugiate.

Questo fu il primo segno di fuoco che accennava alla salute di Genova.

Gli Austriaci furono presti a chiudere la porta. Poco dopo ne uscì una mano di granatieri, i quali respinsero i popolani, prendendo loro un cannone, cui una turba di ragazzi, ancor più inferociti dei loro padri, avevano colle tenere braccia aiutato a condurre. I nemici usarono tostamente del vantaggio; onde, fattisi innanzi con alcuni cavalli, prima con una scarica, poi ponendosi a corsa colle sciabole nude, facilmente sparpagliarono quell’incomposta moltitudine. Giunsero sino alla piazza della Nunziata; ma poco vi si trattennero; poichè i popolani, ripreso animo, avevano voltata la fronte, e tirata tal furia di archibugiate che tutta la squadra degli aggressori impaurita, a gran fretta, si riparò nella sicura stanza di San Tomaso, lasciando due morti in mano del popolo.

Principale intento dei sollevati era di scacciare innanzi tratto gli Austriaci da quella porta; e’ s’accorsero come a tale proposito fossero mestiere forza, ordine, armi migliori. Il numero dei zelatori di patria venne sempre crescendo, e con essi l’impeto. Trovate le braccia cercarono le armi, non più solamente sciabole ed archibugi, ma cannoni, mortai e colubrine.

Pegli amatori di quella libertà insidiata da uno spietato nemico, e malamente difesa da deboli patrizi, era bello il vedere il fremito, il bollore, l’ardore del popolo nel ricercare le armi, il durare contro la fatica di chi le trasportava. A forza di sole braccia, senza alcun aiuto di bestie da tiro, uomini, donne, fanciulli, preti, frati, trascinavano i pesantissimi cannoni con una velocità assai incredibile per le ineguali e perciò assai malagevoli vie che dovevano attraversare per giungere a fronte del nemico. Sembrava impossibile che per luoghi così disastrosi potessero essere condotte quelle macchine fatali. Narrano gli storici come in pochissimo tempo fosse montato a forza di sole braccia un grosso mortaio su per la rapida, angusta e difficilissima salita detta di Pietraminuta, cui molto importava di guadagnare per battere di contro gli Austriaci a San Tomaso e nella piazza principe Doria.

Anco oggidì chi esamina quel luogo così erto, malagevole e stretto, e col fatto il paragona, non può rimanere capace della verità. Iddio infonde molta forza a chi difende la patria da fargli eseguire incredibili cose.

Spezzate con violenza le porte delle pubbliche polveriere, i facchini dentro vi entrarono; ed era una gara nel trasportare chi una cesta di palle da cannone, chi una bomba, chi altro arnese di distruzione; i ragazzi stessi si aiutavano a portare una palla, o un piccone da romper terra, o altro oggetto bisognevole all’intento.

«Maria Teresa, scrive lo storico Botta, che, col bambino in braccio, aveva eccitato così fervido moto fra gli Ungari, avrebbe dovuto ammirare l’ardente zelo del generoso popolo di Genova, non volere soffocarlo con le sue barbare soldatesche. Pacieri bisognava mandarvi, non Panduri e Varadini

Ai popolani non era nascosto quanto danno arrecar loro poteva la cavalleria, di cui abbondavano i nemici, perchè entrando, ed a furia correndo per le vie facilmente poteva mettervi ogni cosa in iscompiglio. Per avvisare al pericolo asseragliarono con botti, panche, tavole ed altri impedimenti le tre vie dell’Acquaverde, di Prè e di Sottoriva, verso dove mettono capo in prossimità di porta a San Tomaso, assicurando poi le serraglie con tagliate ed alzate di terreno. Inoltre pensando all’assalire non che al difendersi, vi condussero due cannoni in fronte della contrada dell’Acquaverde, uno in quella di Prè da Sant’Antonio, un altro nell’imboccatura di Sottoriva. Ordinarono poi le guardie; provvidero le sentinelle, avvicendarono ogni esercizio di custodia, osservarono in tutto gli ordini militari. Tanto più maravigliosa era tal cosa, in quantochè quegli uomini inesperti, nessuno o poco ammaestramento guidava, ma soltanto il natural talento di preservare quanto di più caro avevano in terra, la libertà della patria.

Nonostante la grossissima pioggia, che incessante cadeva, e ogni cosa, così gli uomini come la terra, fosse molle, sdrucciolevole e guazzosa, si facevano le guardie, vegliavano le sentinelle, niun servizio veniva negletto, e colla più immobile costanza duravano i volontari della libertà. E sì che la imperversante pioggia era più penosa a loro che ad altri, come quelli che in maggior parte erano dotati di povere facoltà. Misere vestimenta avevano, ricovero alcuno. È d’uopo il dire come i nobili, o che temessero che il popolo fosse per venire a qualche atto sfrenato contro di essi, o che, dubbiosi dell’esito, amassero temporeggiare per comparire in caso di rotta del popolo medesimo incolpabili, avessero egoisticamente fatto chiudere con gran cura le porte, e ostinatamente negassero di aprirle, quantunque ne venissero richiesti e pregati reiteratamente dai combattenti per trovare riparo contro la tempesta del cielo. I vili, mandate le mogli e le figliuole nei monasteri, si erano appiattati nei più intimi penetrali dei loro palazzi, con tutti i piani terreni chiusi, le finestre stoppate, i servitori armati; essi avevano prese tutte quelle precauzioni come quando si tema il sacco.

I popolani, malgrado quell’ingrato trattamento, e il grande bisogno che avessero di ripararsi contro il rovinío dell’acqua, non si portarono ad atti ostili, niuna porta sforzarono. Una sola ne aprirono, e fu quella de’ gesuiti in via Balbi, ponendo quivi il seggio dove si adunarono poscia le consulte e si resse la guerra.

Per dare buon indirizzo ad un moto di tanta importanza, si passò alle nomine dei capi. A presidente del quartier generale venne creato Tomaso Assereto, detto l’Indiano, e Carlo Bava a mediatore generale delle milizie di campagna. Poi gli altri destinati per ciascun quartiere, e tutti subordinati al quartier generale, furono eletti Giambattista Ottone, paramentaro; Giuseppe Comotto, pittore; Giuseppe Tezzoso, merciaio; Camillo Marchini, scritturale; Duval e Muratti, mercanti; Francesco Lanfranco, mercante di formaggio; Carlo Parma, merciaio; Andrea Urbedo, detto lo Spagnoletto, calzolaio; Stefano e Domenico fratelli Costa, detti Grassini, tintori; Domenico e Francesco Sicardi, impresari de’ forni; Giuseppe Malatesta, detto il Cristino, facchino; Giovanni Carbone, aiutante di locanda; Lazzaro Parodi, calzolaio; Alessandro Gioppo, pescivendolo e Bernardo Cartassi. Avevano essi balía di fare quanto richiedesse la salute della Repubblica.

Quegli oscuri uomini coi forti intelletti, colle callose mani, ma con cuori caldi ed anime sviscerate della libertà, si adoperavano e mettevano la vita a pericolo per la patria, mentre i tronfi patrizi, accovacciati nell’interno dei loro palazzi, lasciavano che la fortuna volgesse a suo talento quello Stato in cui essi avevano tanti onori e tanta potenza.

Non solo combattere, ma comandare anco sapevano i popolani. Ottimi furono i provvedimenti da loro presi. Ordinarono pattuglie di giorno e di notte per ovviare ai furti e ad ogni altro disordine; emanarono editti rigorosissimi sotto pene estreme ad ogni genere di persone, perchè accorressero alla comune difesa; disposero squadriglie ai capi delle vie, perchè invigilassero e accettassero chi avesse voglia di combattere, sforzassero i neghitosi.

In tanto tramestío di cose, in tanta concitazione di animi nessun inconveniente notabile successe. Il popolo si mostrava furioso contro il nemico, continente verso i cittadini, e perchè esso sempre mite si stesse, i capi fecero in abbondanza distribuire pane a chi, cessati i lavori e gli esercizi, colle non avvezze, ma devote mani difendeva la patria.

Odiosa era al popolo quella posta di lettere per Milano che il Cristiani aveva ordinata in Genova. Corse in calca alla casa overa collocata, e la mise in preda con far suo tutto quanto apparteneva agli impiegati della medesima. I predatori avendo ivi trovate certe argenterie da patrizi genovesi postevi come in luogo sicuro dal sacco, che, per ordine del Botta, si temeva, le presero e prontamente le restituirono ai proprietari, tosto che li conobbero.

 




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