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VIII.
Il Botta dava opera al suo
divisamento di togliere via le artiglierie di Genova per mandarle in Provenza,
ove gran terrore regnava alla fama dell’esercito confederato. La Francia era
lasciata a sè stessa. Gli Spagnuoli, rotto quasi l’accordo con essa, avevano
preso la via per riguadagnare le case loro e rifarsi delle fatiche e dei danni
sofferti in lunghi viaggi ed in accannita guerra. Francia sola non poteva
bastare con soldati scemi per morti e diserzioni, resi deboli dalle tante
fatiche, non solo a combattere lunga guerra, ma ad opporre una diga
all’irrompere dei soldati vincitori di Londra e di Vienna.
La causa dei Borboni pareva
perduta. «Ma, era fatale, scrive il Buonamici, che alla virtù dei Genovesi, la
Francia andasse obbligata della sua salvezza, l’Italia della sua libertà.»
Qui ci è forza accennare come
noi non accordiamo punto col Buonamici. Imperocchè è ben vero che l’eroismo
genovese dalla rovina salvò colle sue le terre meridionali di Francia; ma non
possiamo capire che razza di libertà salvasse all’Italia, quando la cecità del
governo piemontese aveva fatta lega per riconfiggere nella Penisola il chiodo
fatale dell’austriaca dominazione. La reggia di Torino non poneva punto mente
alle voci di Dante e di Macchiavelli, e i suoi ministri ignoravano i bei versi
di Petrarca:
«Ben
provvide natura al nostro Stato
Quando
dell’Alpi schermo
Pose
tra noi e la tedesca rabbia.»
Gli Austriaci avevano cominciato col levare i più
grossi cannoni dalle mura e dai posti della città; e già tredici pezzi coi loro
carriaggi avevano trascinati verso la Lanterna, dove attendeva un naviglio
inglese per riceverli a bordo, e portarli a destinazione. Fremeva il popolo nel
vedersi involare quelle armi che erano state apprestate a sua difesa. Dalle
maledizioni tacite, passava alle minacce aperte:
« — Costoro, diceva, vengono a
rubarci l’oro per consumare, e anco ci disarmano per poterci a loro agio
scannare.»
E l’indignazione, la rabbia,
l’orrore andavano sempre più manifestandosi nel minuto popolo, il quale,
coll’animo invasato dal furore e dalla vendetta, s’affollava e fremeva e
mormorava là dove qualche ingombro od intoppo nasceva intorno alle artiglierie,
che per le strette e montuose vie di Genova si conducevano dall’odioso nemico
verso la porta a riva il mare.
Il popolo stava per insorgere; e
quando il popolo si desta, diremo col poeta soldato Goffredo Mameli, il martire
di Roma:
«Dio
si mette alla sua testa
Le
sue folgori gli dà.»
Le grandi rivoluzioni mai sempre furono fatte dai
popoli. Il popolo tant’oltre non guarda; esso non numera il nemico; non
calcola: ma sorge, combatte e muore. Il patrizio pensa ed è vizio, la plebe
opera ed è virtù. Gli uomini dubitosi non salvano mai gli Stati, soltanto il
popolo sa eseguire i grandi rivolgimenti politici, sa distruggere d’un colpo
gli artifizi lungamente combinati dalla tirannide.
Nonostante i segni del nembo che
s’aggirava in aria, Botta continuava nella sua ostinazione, quasi che Iddio pel
castigo degli oppressori gli avesse tolto l’intelletto. Chotek, con quella sua
avidità dell’oro, non sapeva alla sua volta quello che si facesse; solo andava
gridando: danaro, danaro, date qua danaro!...
E tra i cannoni e il danaro
scese tremenda la vendetta di quel Dio, che i potenti atterra e gli umili
solleva.
Era il 5 dicembre 1746. Il
pallido sole d’una bella giornata d’inverno brillava allegro e puro su d’un
limpido, azzurro cielo. Il mare increspato lene lene dalla tramontana pareva
andasse a ritroso, ed era appena se una lama sottile di candida spuma si
frastagliasse fremendo in sulla riva.
Genova da tempo non era paruta
così bella; il suo popolo stesso sembrava vivificato, ritornato ai bei giorni
gloriosi della Repubblica.
Il dì era trascorso senza fatto
di qualche importanza. In sulla sera una mano di Austriaci, pel quartiere di
Portoria, veniva trascinando colle funi un pesante mortaio da bombe, quando ad
un tratto, sfondatasi la strada sotto l’immane peso del bronzo, rimase
incagliato il trasporto. Invano i soldati s’erano affannati e colle corde e
colle stanghe a sollevare l’affondato mortaio, invano avevano chiesto aiuto al
popolo, che, in cerchio, man mano s’era venuto agglomerando dattorno ai
Tedeschi, e ghignava alle barbariche loro bestemmie.
Un giovanetto, il figlio di un
povero pescatore, bello della persona e con occhi vivacissimi, stava in fondo
alla via contemplando quel tramestio, e pareva che la vampa di tutto un odio
gli salisse al capo.
— Oh! i maledetti! sclamò d’un
tratto. Ci rubano ogni cosa costoro; e non vi saranno genovesi mani che sorgano
a vendicare l’oltraggio?
— Aiutati che ti aiuterò, son
parole di Dio, rispose un vecchio popolano, che era a lui vicino.
— Miseri noi! miseri noi!...
suonò una voce di donna, miseri noi! che solamente ci rimangono gli occhi per
piangere.
— E mani per combattere, no?...
In così dire il giovanetto s’era
venuto avvicinando a pochi passi dalla soldatesca, che rabbiosamente lottava
per vincere la resistenza del mortaio.
— Per Iddio! urlò il sergente nel
suo gergo barbaresco; per Iddio! razza di scalzacani che siete, date una mano
qua!...
L’opera era infame. Nessuno si
mosse. Anzi la cerchia del popolo indietreggiò; tutti abborrivano dall’empio
ufficio.
— Sollevatelo voi altri stessi
se potete, che vi colga il fistolo! risposero cento voci alla stolta pretesa
degli Austriaci.
I soldati, che non
s’immaginavano punto qual grossa piena mandassero gl’indomiti cuori de’
Genovesi, si decisero ad usare il bastone contro alcuni popolani per
obbligarli.
Un immenso grido di dolore e di
rabbia, un fremito di furore e di vendetta sorsero come il mugghio d’un mare in
tempesta. L’argine si ruppe, e cento e cento mani si levarono pronte a
respingere la prepotenza colla forza.
Il giovanetto si trovò come alla
testa di quella bufera. Cavato il logoro saio, e rimasto smanicato alla foggia
popolaresca, mostrò le belle, giovanili sue forme, dove l’Ercole e l’Apollo si
confondevano nel plastico atteggiamento della minaccia. Misurata la distanza
con occhio pieno di lagrime, furioso volse il capo alla folla che stava dietro
a lui, si chinò rapidamente, e colla destra dato di piglio ad uno sasso: Che
l’inse! sclamò, e lo trasse. Il sasso scagliato corse a percuotere nel capo
uno dei percussori, che stramazzò.
Che l’inse! parola che in
quel tronco ed energico dialetto genovese significa presso a poco: «Io la
rompo, la finisco, più non mi tengo.
— Che l’inse! Che l’inse!
Bravo Balilla, viva Balilla! chè tale era il nome del fanciullo, dappertutto si
udì a gridare.
Ed ecco sorgere una sassajuola
così furiosa da tutte bande contro que’ luridi soldati, mandati a pericolosa
bisogna dallo stolido marchese Botta, i quali stimarono che fosse bene di dare
indietro più che di passo.
Gli Austriaci, vergognosi della
fuga, o rinfrancati gli spiriti da chi li comandava, tornarono indietro colle
spade sfoderate, persuadendosi che a quell’atto il popolo avrebbe tremato molto
e sgombrato il terreno. Ma ecco invece che dessi dovettero di nuovo
indietreggiare accolti dai fieri Genovesi con un’altra pioggia di sassate
peggiore della prima.
Il drappello, accortosi che
quello non era più luogo da starci, a passo di corsa, tutto pesto, sanguinoso,
si diresse verso la caserma. Il benaugoroso mortaio se ne stette affondato in
Portoria; i ragazzi, come per festa e per vittoria, salivano su quel trofeo,
che doveva essere piedestallo di libertà, mentre il popolo ne godeva.
Gli stranieri erano fuggiti
all’ira prorompente del popolo, e ormai il fiotto saliva come i cavalloni
dell’Oceano, quando il turbine li sospinge colla misteriosa prepotenza dei
venti.
Balilla, salito sopra al
mortaio, alzando le sue braccia bianche di giovinezza, gridò: «— Animo, animo,
fratelli! a palazzo, a palazzo, a prender armi.»
« — A palazzo, a palazzo!
andiamo a prender l’armi, andiamo!» rispose ad alta voce il popolo.
« — Viva Maria santissima!»
« — Armi, armi»
Se Tomaso di Aquino fosse stato
al mondo e lì presente, avrebbe al certo confermate le parole scritte nel suo
libro: «Quando il popolo si leva in massa è Iddio che lo chiama.»
Pigmei dell’umanità, tisici e
paurosi intelletti, contemplate questi sublimi impeti del popolo e poi negate,
se vi basta l’animo, la vita che anima questo grande essere collettivo. Che
ponno mai i teoremi di gabinetto, i calcoli, con cui presumete confinare il
mondo dentro alle brevi angustie del vostro cranio, di fronte a quel Briareo
dalle mille braccia, a quell’Idra dai mille capi e dalle mille bocche, a quelle
mille menti concepenti un solo pensiero, a quelle mille bocche levanti un
concorde grido di guerra, a quelle mille mani pronte a combattere? Come
l’immenso Oceano prova la vanità dell’umana potenza, così l’irresistibile onda
del popolo prova la debolezza dei troni. Stolto chi crede infrenare l’impeto
del popolo. Non v’ha diga che il possa. Simile alla bufera imperversante del
mare, passa, e scettri e troni, imperatori e re, tutto travvolge sotto di sè e
precipita.
Annottava; la pioggia si era
messa a cadere a secchie; non per questo il popolo di Portoria si ristette.
Calò pel borgo dei Laneri, per la via dei Servi, per la piazza del Molo, e,
qual valanga che più s’ingrossa precipitando, ad ogni passo raccoglieva furia
di gente simile a sè: garzoni da taverna, pattumai, ciabattini, pescivendoli,
fruttaiuoli, fognai, facchini, da formare una considerevole folla.
Tra il buio della notte, gli
scrosci dell’uragano, le grida che assordavano l’aria, i lumi che mano mano
s’andavano accendendo nelle vie e per le finestre, formavasi uno spettacolo cui
penna non potrà adequatamente descrivere, spettacolo degno dell’immaginazione
di Dante.
Giunto il popolo a calca innanzi
al palazzo pubblico, cominciò con urli e schiamazzi a chiedere le armi.
Erano in quel punto congregati i
collegi per deliberare sulle tristi condizioni in cui versava la patria. Udito
il rumore e le strida del popolo, mandarono i più prudenti padri in una stanza
contigua all’interno cortile, acciocchè, fatti quivi venire i capi del tumulto,
intendessero a calmare quel furore, che poteva, secondo i loro paurosi
intelletti, mettere la città al bersaglio d’un sacco, e precipitarla in un
abisso di irreparabili mali.
I signori del Governo, non
volendo essere sforzati a qualche precipitosa risoluzione, fecero intanto
chiudere le porte del palazzo, raddoppiare le guardie, a cui ordinarono che,
anco colle armi, contenessero fuori del cancello la folla.
I pacificatori, abboccatisi coi
popolani, quantunque mettessero loro innanzi le calamità, gli stenti ed i
pericoli conseguenti necessariamente alla loro impresa, nulla poterono da
quelli ottenere, perchè stettero sempre ostinati nel volere le armi e nel far
guerra cogli Austriaci.
La moltitudine, accresciuta
sempre più di numero pel sopraggiungere continuo di popolani di altri
quartieri, specialmente di quel di Prè, fermossi a rumoreggiare fino alle
cinque della notte innanzi a palazzo, incessantemente chiedendo armi. I
sopracciò ricusarono sempre. Indignati i reclamanti cominciarono a mormorare
contro i reggitori dello Stato, malgrado del solito rispetto che ognuno nutriva
per loro.
Fra la notte tempestosa e piena
di pioggie e di tenebre, e la stanchezza dei cittadini, e l’incertezza con cui
i non bene conosciuti capi comandavano, la folla mano mano si sparpagliò,
ritraendosi ognuno alla fine a casa sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un
bussare e un aprir di porte, un apparire e uno sparire di lucerne, un
interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalle vie. Tornate queste
deserte e tacite, i discorsi continuarono nelle case, e non morirono certamente
negli sbadigli; chè gli animi de’ Genovesi erano di troppo concitati.
I reggitori del governo, temendo
che dal moto popolare potesse derivare un gran male, mandarono al Botta il
patrizio Nicolò Giovio coll’incarico d’informare quel generale dello
scompiglio, d’avvertirlo dell’imprudente contegno dei conduttori del mortaio,
di pregarlo a desistere dal pensiero di più farlo trasportare, se pur
desiderava che il popolo si rimettesse in calma, e non sorgesse qualche strano
accidente. Vollero che il Giovio gli mettesse in considerazione essere
impossibile a porre termine alla vendetta di molti, quando sono accesi dallo
sdegno. Il rinnegato Italiano rispose al messo che non temeva punto del
popolaccio, che avrebbe nella seguente mattina mandata per prendere il mortaio
altra soldatesca, condotta da prudente ufficiale per evitare scandali. Giovio
ripregò, dimostrò come maggiori sconcerti succederebbero, ove ancora si
toccasse allo sprofondato bronzo. Il Botta non si rimosse dalla sua
risoluzione.
In fatti la mattina del giorno
sei, verso le ore quindici italiane, si videro entrare per porta a San Tomaso
cento granatieri austriaci colla baionetta in canna, scortanti una compagnia di
guastatori destinata a levare il mortaio. Per la via di Prè erano quasi giunti
presso a Fossello, il mercato dei commestibili, quando vennero accolti da una
furia di sassate, lanciate loro di fronte dal popolo, che numeroso s’era venuto
affollando al mercato, di fianco dalle finestre gremite di donne e di ragazzi,
in guisa che, udito lo strano ronzio e sentite le disadatte percosse, più frettolosamente
che non erano venuti, se ne tornarono al loro alloggiamento.
Fuggiti gli Austriaci, il
popolo, fatto ancor più numeroso per l’agglomeramento di nuova gente accorsa
dagli altri rioni, era tornato al pubblico palazzo, minacciosamente chiedendo armi.
Ad ogni senatore, che entrava, assordava le orecchie dicendo: « — Armi, armi ci
vogliono, non parole. Dateci armi; se non vi volete salvare da voi altri, vi
salveremo noi, e noi con voi.»
Ma i padri, che avevano paura di
essere salvati, saldi continuarono nel disdire la richiesta. Per non essere
sforzati, fecero circondare il palazzo da doppie guardie, colle baionette in
canna. Allora il popolo portò scale per salire alle alte finestre dell’armeria;
ma i sopracciò fecero quelle scale portar via dalla soldatesca. Infrattanto
mandarono nuovamente il Giovio al Botta per assicurarlo che essi non entravano
per nulla nella sommossa.
Strana contesa; vigliacca da un
lato, eroica dall’altro!
Non potendo avere le armi da chi
avrebbe dovuto senza domanda offrirle pel bene della patria, il popolo, acceso
da un santo entusiasmo, si voltò a cercarle altrove. Corse alle varie porte e
ai vari posti della città, e per forza strappò di mano alle guardie i fucili,
dicendo loro che se ne facessero dare degli altri. Quindi pensando che ne
potessero essere nelle case dei particolari, specialmente degli ufficiali, si
portò la moltitudine a precipizio verso di quelle, e o sforzandone le porte, o
scalandone le finestre, vi irruì, e si provvide. Adocchiò altresí le botteghe
degli armaiuoli, e spezzandone le toppe s’impossessò di quante armi vi potè
ritrovare, senza portar via alcuna altra cosa, o fare la minima violenza.
Armato che fu alla meglio, si
divise a squadriglie: una qua, una là, macchinando ciascuna a suo modo la
meditata impresa.
Gli Austriaci frattanto si erano
fatti forti alla porta a San Tomaso. Vi avevano verso la città guardie
raddoppiate e numerosissime, ed in particolare i due reggimenti Piccolomini
e Andreasi. Fuori della porta, specialmente sulla piazza principe Doria,
stavano attelate grosse forze, massime di Croati, Panduri e cavalleria.
Due squadre di volontari della
libertà, l’una per la strada di Prè, l’altra per l’Acquaverde, vennero contro
San Tomaso, e quando furono a portata degli Austriaci, mandarono loro un saluto
con una ben diretta scarica di archibugiate.
Questo fu il primo segno di
fuoco che accennava alla salute di Genova.
Gli Austriaci furono presti a
chiudere la porta. Poco dopo ne uscì una mano di granatieri, i quali respinsero
i popolani, prendendo loro un cannone, cui una turba di ragazzi, ancor più
inferociti dei loro padri, avevano colle tenere braccia aiutato a condurre. I
nemici usarono tostamente del vantaggio; onde, fattisi innanzi con alcuni
cavalli, prima con una scarica, poi ponendosi a corsa colle sciabole nude,
facilmente sparpagliarono quell’incomposta moltitudine. Giunsero sino alla
piazza della Nunziata; ma poco vi si trattennero; poichè i popolani, ripreso
animo, avevano voltata la fronte, e tirata tal furia di archibugiate che tutta
la squadra degli aggressori impaurita, a gran fretta, si riparò nella sicura
stanza di San Tomaso, lasciando due morti in mano del popolo.
Principale intento dei sollevati
era di scacciare innanzi tratto gli Austriaci da quella porta; e’ s’accorsero
come a tale proposito fossero mestiere forza, ordine, armi migliori. Il numero
dei zelatori di patria venne sempre crescendo, e con essi l’impeto. Trovate le
braccia cercarono le armi, non più solamente sciabole ed archibugi, ma cannoni,
mortai e colubrine.
Pegli amatori di quella libertà
insidiata da uno spietato nemico, e malamente difesa da deboli patrizi, era
bello il vedere il fremito, il bollore, l’ardore del popolo nel ricercare le
armi, il durare contro la fatica di chi le trasportava. A forza di sole braccia,
senza alcun aiuto di bestie da tiro, uomini, donne, fanciulli, preti, frati,
trascinavano i pesantissimi cannoni con una velocità assai incredibile per le
ineguali e perciò assai malagevoli vie che dovevano attraversare per giungere a
fronte del nemico. Sembrava impossibile che per luoghi così disastrosi
potessero essere condotte quelle macchine fatali. Narrano gli storici come in
pochissimo tempo fosse montato a forza di sole braccia un grosso mortaio su per
la rapida, angusta e difficilissima salita detta di Pietraminuta, cui molto
importava di guadagnare per battere di là contro gli Austriaci a San Tomaso e
nella piazza principe Doria.
Anco oggidì chi esamina quel
luogo così erto, malagevole e stretto, e col fatto il paragona, non può
rimanere capace della verità. Iddio infonde molta forza a chi difende la patria
da fargli eseguire incredibili cose.
Spezzate con violenza le porte
delle pubbliche polveriere, i facchini dentro vi entrarono; ed era una gara nel
trasportare chi una cesta di palle da cannone, chi una bomba, chi altro arnese
di distruzione; i ragazzi stessi si aiutavano a portare una palla, o un piccone
da romper terra, o altro oggetto bisognevole all’intento.
«Maria Teresa, scrive lo storico
Botta, che, col bambino in braccio, aveva eccitato così fervido moto fra gli
Ungari, avrebbe dovuto ammirare l’ardente zelo del generoso popolo di Genova,
non volere soffocarlo con le sue barbare soldatesche. Pacieri bisognava
mandarvi, non Panduri e Varadini.»
Ai popolani non era nascosto
quanto danno arrecar loro poteva la cavalleria, di cui abbondavano i nemici,
perchè entrando, ed a furia correndo per le vie facilmente poteva mettervi ogni
cosa in iscompiglio. Per avvisare al pericolo asseragliarono con botti, panche,
tavole ed altri impedimenti le tre vie dell’Acquaverde, di Prè e di Sottoriva,
verso dove mettono capo in prossimità di porta a San Tomaso, assicurando poi le
serraglie con tagliate ed alzate di terreno. Inoltre pensando all’assalire non
che al difendersi, vi condussero due cannoni in fronte della contrada
dell’Acquaverde, uno in quella di Prè da Sant’Antonio, un altro
nell’imboccatura di Sottoriva. Ordinarono poi le guardie; provvidero le
sentinelle, avvicendarono ogni esercizio di custodia, osservarono in tutto gli
ordini militari. Tanto più maravigliosa era tal cosa, in quantochè quegli
uomini inesperti, nessuno o poco ammaestramento guidava, ma soltanto il natural
talento di preservare quanto di più caro avevano in terra, la libertà della
patria.
Nonostante la grossissima
pioggia, che incessante cadeva, e ogni cosa, così gli uomini come la terra,
fosse molle, sdrucciolevole e guazzosa, si facevano le guardie, vegliavano le
sentinelle, niun servizio veniva negletto, e colla più immobile costanza
duravano i volontari della libertà. E sì che la imperversante pioggia era più
penosa a loro che ad altri, come quelli che in maggior parte erano dotati di
povere facoltà. Misere vestimenta avevano, ricovero alcuno. È d’uopo il dire
come i nobili, o che temessero che il popolo fosse per venire a qualche atto
sfrenato contro di essi, o che, dubbiosi dell’esito, amassero temporeggiare per
comparire in caso di rotta del popolo medesimo incolpabili, avessero
egoisticamente fatto chiudere con gran cura le porte, e ostinatamente negassero
di aprirle, quantunque ne venissero richiesti e pregati reiteratamente dai
combattenti per trovare riparo contro la tempesta del cielo. I vili, mandate le
mogli e le figliuole nei monasteri, si erano appiattati nei più intimi
penetrali dei loro palazzi, con tutti i piani terreni chiusi, le finestre
stoppate, i servitori armati; essi avevano prese tutte quelle precauzioni come
quando si tema il sacco.
I popolani, malgrado
quell’ingrato trattamento, e il grande bisogno che avessero di ripararsi contro
il rovinío dell’acqua, non si portarono ad atti ostili, niuna porta sforzarono.
Una sola ne aprirono, e fu quella de’ gesuiti in via Balbi, ponendo quivi il
seggio dove si adunarono poscia le consulte e si resse la guerra.
Per dare buon indirizzo ad un moto
di tanta importanza, si passò alle nomine dei capi. A presidente del quartier
generale venne creato Tomaso Assereto, detto l’Indiano, e Carlo Bava a
mediatore generale delle milizie di campagna. Poi gli altri destinati per
ciascun quartiere, e tutti subordinati al quartier generale, furono eletti
Giambattista Ottone, paramentaro; Giuseppe Comotto, pittore; Giuseppe Tezzoso,
merciaio; Camillo Marchini, scritturale; Duval e Muratti, mercanti; Francesco
Lanfranco, mercante di formaggio; Carlo Parma, merciaio; Andrea Urbedo, detto
lo Spagnoletto, calzolaio; Stefano e Domenico fratelli Costa, detti Grassini,
tintori; Domenico e Francesco Sicardi, impresari de’ forni; Giuseppe Malatesta,
detto il Cristino, facchino; Giovanni Carbone, aiutante di locanda; Lazzaro
Parodi, calzolaio; Alessandro Gioppo, pescivendolo e Bernardo Cartassi. Avevano
essi balía di fare quanto richiedesse la salute della Repubblica.
Quegli oscuri uomini coi forti
intelletti, colle callose mani, ma con cuori caldi ed anime sviscerate della
libertà, si adoperavano e mettevano la vita a pericolo per la patria, mentre i
tronfi patrizi, accovacciati nell’interno dei loro palazzi, lasciavano che la
fortuna volgesse a suo talento quello Stato in cui essi avevano tanti onori e
tanta potenza.
Non solo combattere, ma
comandare anco sapevano i popolani. Ottimi furono i provvedimenti da loro
presi. Ordinarono pattuglie di giorno e di notte per ovviare ai furti e ad ogni
altro disordine; emanarono editti rigorosissimi sotto pene estreme ad ogni
genere di persone, perchè accorressero alla comune difesa; disposero
squadriglie ai capi delle vie, perchè invigilassero e accettassero chi avesse
voglia di combattere, sforzassero i neghitosi.
In tanto tramestío di cose, in
tanta concitazione di animi nessun inconveniente notabile successe. Il popolo
si mostrava furioso contro il nemico, continente verso i cittadini, e perchè
esso sempre mite si stesse, i capi fecero in abbondanza distribuire pane a chi,
cessati i lavori e gli esercizi, colle non avvezze, ma devote mani difendeva la
patria.
Odiosa era al popolo quella
posta di lettere per Milano che il Cristiani aveva ordinata in Genova. Corse in
calca alla casa ov’era collocata, e la mise in preda con far suo tutto quanto
apparteneva agli impiegati della medesima. I predatori avendo ivi trovate certe
argenterie da patrizi genovesi postevi come in luogo sicuro dal sacco, che, per
ordine del Botta, si temeva, le presero e prontamente le restituirono ai
proprietari, tosto che li conobbero.
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