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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

IntraText CT - Lettura del testo

  • IX.
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IX.

 

Il marchese Botta s’era messo nel fermo proposito di voler domare il popolo insorto. Esso lo credeva più scomposto e meno coraggioso di quello che realmente fosse. S’era preparato alla guerra, aveva ingrossato le guardie alla porta a San Tomaso ed all’altura dei Filippini. Dalla prima infestava coi cannoni la strada di Prè, dalla seconda l’Acquaverde e la via Balbi. Aveva anco richiamate in Genova le genti che teneva sguinzagliate nelle riviere, ed in Novi ed in Varone, e alcune di quelle che erano in viaggio per la Provenza per averle tutte ad ogni emergenza pronte.

Prevalendosi poi la notte del giorno sette d’un po’ di riposo preso dal popolo, occupava la commenda di San Giovanni di Prè, posta nella via dello stesso nome, e vi si fortificava.

Chi dava molto a temere al generale austriaco erano gli abitanti delle valli di Bisagno e di Polcevera, uomini belligeri e deditissimi alla Repubblica. Spediva colà tostamente un proclama colla parola imperiale di non più esigere i due milioni di fresco intimati, e di sgravarli da ogni peso di guerra, purchè facessero promessa di non prender parte al moto della città e di fedelmente obbedire alla regina. Oltre a ciò instava presso la Signorìa affinchè per ridurre i Genovesi all’obbedienza ordinasse ai soldati regolori di assalire gli insorti alle spalle, mentre le genti austriache li urterebbero di fronte, dal qual movimento egli teneva certa la vittoria. Più volte avevano i padri ricusato all’instare del Botta, e per troncare molestia gli fecero alfine risolutamente capire, che non mai la Repubblica avrebbe acconsentito di volgere contro i propri sudditi quelle armi che soltanto alla tutela dei medesimi erano destinate. Risposta lodevole, ma sarebbe ancora stata migliore, se avessero comandato ai propri soldati: «Ite, al popolo unitevi, e i tiranni della patria sperperate.» Ma o per paura di sconcerti maggiori, o per fede nei disonorevoli patti, nol vollero fare. E quasi quella loro negativa volessero mitigare in faccia al Botta, vigliaccamente mandarono ordini ai due capitani delle valli di Bisagno e di Polcevera che tenessero quiete quelle popolazioni, e comminassero la pena della galera a chiunque prendesse le armi.

Il marchese Alessandro Botta, fratello primogenito del generale, provando increscimento dell’eccidio della nobile città e che il fratello si tirasse addosso il carico d’uomo crudele e spietato, presentavasi a lui, cercando di ammollirne il duro cuore. Anco il principe Doria, pietosissimo inverso la patria, in compagnia del padre Porro, teatino, recavasi dal generale, esponendogli le domande del popolo, e dimostrandogli come difficile cosa fosse il domarlo, pericoloso il cimento, in forse la riputazione delle armi austriache. Per parte della Repubblica vi andava il patrizio Agostino Lomellini. Infine per patria carità traeva dal generale pure il gesuita Visetti. Si convenne un armistizio di alcune ore, domandato dal nemico con innalzare bandiera bianca al posto dei Filippini. Botta il faceva con arte, e dava intrattenimento di parole, perchè aspettava i rinforzi di soldatesche. Il popolo accettò per meglio armarsi. Le pratiche fra il generale e i deputati e gl’intercessori della Repubblica, riducevansi in ciò che il primo acconsentiva ad abbandonare porta a San Tomaso, ma non quella della Lanterna, mentre i Genovesi le volevano ambidue, e di più che gli Austriaci intieramente sgombrassero dalla città. Botta mostravasi assai cocciuto; per cui Doria, disperando della concordia, sdegnoso erasene fuggito dalle conferenze, e andava dicendo al popolo: «Il Botta ha la testa dura, ed il popolo più del Botta

Il padre Visetti, desiderosissimo di aggiustare le discrepanze, aveva nuovamente visitato il generale nemico, notiziandogli che al popolo si erano uniti i cittadini d’ogni condizione, e che tutti erano risoluti di vincere o di morire per la libertà della patria. Il Botta rispose che avrebbe date le porte. Ma fu inganno; chè già il cannone nemico rimbombava, e scuoteva le falde del travagliato Appennino. Genovesi contro Austriaci, Austriaci contro Genovesi, già si erano di nuovo avventati, e ciascun faceva l’estremo di sua possa per vincere.

A quel fiero spettacolo, quanti animo pietoso avevano, preci innalzavano al Dio delle vittorie, affinchè rendesse felice la causa di un popolo, che era sorto a difesa della propria libertà.

Furibondi correvano i popolani contro l’odiato oppressore, quando incontrossi in loro il padre Visetti. Tra l’affanno, la meraviglia, la speranza, la disperazione, egli disse che il generale Botta acconsentiva al rilascio delle porte.

«Non è più tempo, rispose con voce tremenda il popolo; non vogliamo limosine, vogliamo guerra

Il gesuita allora soggiunse: «Ho fatto quanto ho potuto; aiutatevi, aiutatevi, non vi è più rimedio

E i Genovesi si aiutavano veramente.

 




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