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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

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Era il giorno dieci dicembre. La pugna ferveva. S’udivano rimbombare i cannoni da ogni parte, strepitare gli archibugi, alzarsi grida teutoniche contro le italiane, e grida italiane contro le teutoniche; frastuono reso più orribile dal continuo martellare d’ogni campanile. Il Santissimo Sacramento era esposto in tutte le chiese; le vergini, le donne, ogni fievole per infermità e per età stavano prostrati innanzi agli altari, impetranti la benedizione di Dio sulle armi del popolo. Alcuni preti e frati salmeggiavano nei loro cupi cori, e quelle divote e dimesse voci indicavano come in quel momento stesso si giudicasse una gran causa. Altri preti e frati, in lunghe file schierati, e seguiti da stuoli di dame scalze e dolorose, recavansi per le vie recitando il rosario, e mandando preci a Maria protettrice di Genova. Altri, infine, mescolatisi col popolo, col Crocifisso in una mano, lo schioppo nell’altra, precipitavansi ove più terribile era la mischia, e si facevano animatori di guerra e del pari combattenti.

I dolci volti dei preganti, accanto ai volti severi degli andanti alla pugna presentavano in un tempo solo quanto la umanità ha di più tenero, di più venerando, di più tremendo.

 

Settecento Austriaci erano alloggiati in Bisagno, e si sforzavano di entrare in città per la porta Romana. I Bisagnini diedero loro addosso alle spalle; i Vicentini, gli abitatori cioè del quartiere di San Vincenzo che sta dicontro a quella porta, li presero da fronte; nel tempo stesso che i popolani, impadronitisi della batteria di Santa Chiara, per di sopra li fulminarono. Micidiale ed ostinato fu il combattimento, del quale rimase il popolo vincitore.

Cinquanta granatieri, riparatisi in una osteria, non volevano cedere alla forza, che d’ogni intorno li circondava. Essi si difendevano gagliardamente; lo snidarli pareva impossibile. Balilla, che sempre era ove maggiore era il pericolo, saputa la cosa, accorreva seguìto da altro ragazzo di dieci in undici anni per soprannome Pittamuli. Giunto di faccia all’osteria, sclamava: «Lasciate pur fare a noi». E senza por tempo in mezzo, prendeva una fascina e l’accendeva; Pittamuli si armava di pistola; ed entrambi animosamente correvano verso la porta assediata, bravando la morte. Piantavano una palla in petto al primo austriaco che si parava loro avanti, e poi, entrati con altri ragazzi nell’interno, ponevano fuoco ai sacconi dei letti, in guisa che, l’incendio, unito alle archibugiate ed alle cannonate che cadevano e dal Bisagno, e da San Vincenzo, e da Santa Chiara, costringevano i granatieri ad arrendersi prigionieri. I ragazzi vittoriosi li trascinarono in Genova, e dietro di loro nel fango e nella belletta le loro bandiere.

Frattanto gli altri corpi di soldati che travagliavano la città da Levante, non potendo resistere innanzi ai guerrieri della libertà, cessarono dal combattere, e si diedero tutti in balìa del popolo, che fecene una grande e lieta festa. Anco quelli che erano alloggiati in Nervi ed in Recco, non trovando scampo in mezzo a que’ furiosi villani, seguirono la fortuna dei compagni. Il quale successo, uditosi dagli Austriaci che stanziavano in Chiavari e nei luoghi vicini, pel monte delle Cento Croci, fuggirono su quel di Parma. I vinti furono condotti in città laceri e scalzi colle bandiere e gli stendardi sdrusciti.

Gl’intrepidi cittadini dopo quella vittoria s’avviavano verso il fianco occidentale della città, con intenzione massimamente di snidiare il nemico dalla porta a San Tomaso. Strada facendo, continuamente s’ingrossavano, perchè, oltre al rintocco delle campane che rombava per l’aria, e l’aspetto dei preti e dei frati armati di croce e di spada, da cui erano incitati alla lotta, fu intimato a suono di tamburo ad ognuno di qualunque condizione fosse di correre alla difesa della libertà, pena la vita. Quartiere a quartiere ciascuno si accoppiava secondo le sue insegne, con tale ordine e con maestria tale che piuttosto che uomini dati agli esercizi civili sembravano soldati da molto tempo instrutti ed avvezzi alle militari fazioni.

Popolo e cittadini presero consiglio di spedire squadriglie armate ai posti tenuti dai soldati della Repubblica, i quali, fermi pel divieto della Signorìa, oziosamente guardavano i propri concittadini a combattere per la comune patria. Ne gettarono a terra le porte, infransero i rastelli, entrarono dentro a furia. — «Soldati, sclamarono, soldati; il suolo genovese tutto trema dal cannone; ne vanno le vite dei vostri fratelli; la servitù sta sulla soglia, e voi qui ve ne rimanete oziando, rattenuti da un timido, se non empio comando. Forse pei signori solamente, non per tutta Genova deste i nomi? Su, su; mano a quelle armi, che soggiogarono Tortona, Bassignana, Zuccarello; su, dimostrate combattendo per queste sante mura, che siete i medesimi in patria, che foste sulle terre straniere.» — In così parlare li sforzarono a marciare ai posti divisati.

Fra le grida, il calpestìo, gli scoppi degli archibugi, il rombare ed il rimbombare dei cannoni e delle campane, trascorrendo l’infierita moltitudine le vie Balbi, di Prè, di Sottoriva, s’avviava verso alla porta a San Tomaso e all’altura dei Filippini da cui il nemico fulminava in via Balbi. Agli insorti era obice il corpo austriaco alloggiato alla commenda di San Giovanni, posta a mezza strada dai luoghi in cui intendevano di andare a ferire. Provarono di sloggiarlo collo sparo degli archibugi, ma non vi riuscirono, difendendosi gli Austriaci con assai valore. A conseguire l’intento, voltarono una parte della vicina batteria dell’arsenale contro il campanile, dalla cui sommità il nemico fulminava, e lo diroccarono. Sassi, travi, campane e Tedeschi precipitarono a terra in un mucchio. Tra la rovina e lo spavento, i superstiti uscirono nella strada per ivi far battaglia. Debolmente combatterono, fortemente furono combattuti. Rimasero presi dal popolo, e condotti trionfalmente fra grida di gioia nel cortile del palazzo. I prigionieri mostrarono alla Signorìa come Genova per virtù del popolo risorgesse.

«A furia, a furia, a San Tomaso, all’altura dei Filippinigridava il popolo lieto della sua vittoria.

Fiera fu la lotta ai Filippini; più i soldati d’Austria resistevano, più i figli di Genova induravano la battaglia. In quel combattimento rimaneva morto da una scheggia di granata Giuseppe Malatesta uno dei principali capi del popolo, da noi più sopra mentovati. La morte del generoso uomo non rallentò punto il coraggio de’ suoi, anzi accrebbe a mille doppi il loro furore; tutti ansiosi di vendicare ad un tempo l’incontaminata vita.

Dopo lungo ed accanito combattimento, durante il quale i Genovesi rinnovarono atti di antico valore, riuscì a questi di smontare al nemico un cannone che più degli altri bersagliava la via Balbi, per cui le loro artiglierie cominciarono a sopravvanzare. E specialmente quelle collocate a Pietraminuta, le quali in modo terribile folgoravano sulla porta, sulla piazza principe Doria e sulla tanto contesa altura dei Filippini. Bello era il vedere come quella gente inesperta si opportunamente sapesse scegliere il bersaglio ed aggiustare i colpi.

Il generale Botta era venuto raccogliendo buon nerbo di fanti e cavalli nella piazza principe Doria a rinforzo dei difensori della porta a San Tomaso e a impedire l’irrompere del popolo, qualora giungesse a superarla. Egli stesso presiedeva alle mosse e al pericolo. Lo scoppio in aria su quella piazza stessa, dove stava cinto dal suo stato maggiore, di una granata reale lanciata da un mortaio in Pietraminuta, il fece accorto non essere quello il luogo da sostare; onde col suo seguito s’incamminò più che di passo verso la Lanterna. Sempre eguali i generali d’Austria; essi non furono giammai troppo amanti dei pericoli.

La gente mercenaria non potrà mai vincere la gente patria. L’amore della patria, oltre all’essere gran maestro di guerra, sa infondere nell’animo del popolo tale un coraggio che non può che essere soffio di Dio. La battaglia continuava terribile. Dalle vie Balbi, di Prè e da quella di Sottoriva, e da Pietraminuta, e dal monte Galletto, e dal Castellaccio, e dalla Darsena fecero i Genovesi tale urto, e fecero piovere tale fitta tempesta di palle e mitraglia, assordando l’aria colle grida di «Viva Maria! Viva Genova! viva la libertà!» che l’odiato nemico diessi a precipitosa fuga, lasciando in potere del popolo le posizioni dei Filippini e di San Tomaso, e molti morti, feriti e prigionieri. I soldati che si trovavano schierati nella piazza Doria s’affaticarono invano di resistere alla piena che contro di loro si riversava. Il popolo, uscito fuori vittorioso dalla conquistata porta, coi cannoni a scaglia, coi fucili, coi sassi terribilmente li conquideva. Nel momento istesso da Oregina e da San Rocco, quale torrente, calò giù una furia di armati popolani, e sulla sovrastante montagna, tra le vecchie e le nuove mura, si videro correre a precipizio al basso molti armati genovesi.

Gli Austriaci, già tempestati da fronte e dai lati, temettero che i scendenti dalla montagna venissero per tagliar loro il ritorno; onde più non ressero, e si diedero precipitosamente alla fuga, avviandosi verso la Lanterna.

Tra la paura e lo scompiglio, che invano il Botta s’ingegnava di frenare, accadde che una palla di cannone scagliata dalla Darsena contro la piazza di Negro, ove il generale aveva fatto sosta, uccidesse primieramente il cavallo del suo aiutante, il cavaliere Castiglione, che stavagli allato, percuotesse poscia nella muraglia, e distaccasse una scheggia di pietra, che andò a ferire, comechè leggermente, nella guancia il generalissimo. Gli Austriaci allora non si contennero più; fu così precipitosa la loro fuga e così alto il loro terrore, che, tutti tremanti, gridavano: «Jesus, Jesus, non più fuoco, non più fuoco, siamo Cristiani!»

E per vero sembrava che tutte le bocche dei vulcani d’Italia si fossero aperte sopra que’ soldati, tanto terribilmente Genova tuonava, tanto terribile era il menare delle genovesi mani.

Il popolo vinceva, ma non era ancor compiuta la vittoria, poichè il nemico occupava ancora una parte delle mura.

Una gran calca di cittadini e di villani scese dai sovrapposti monti, e si avventò contro San Benigno, sito tenuto dagli Austriaci con estrema gelosia. Il terrore da luogo in luogo aveva invaso tutte le anime teutoniche. Ben poco i nemici ostarono in San Benigno, e lo cedettero prestamente; morti alcuni di loro, fatti prigioni altri da quelli che tanto avevano sprezzato ed irritato, e che ora non sapevano combattere. Anche in San Benigno gridavano: «Jesus, Jesus, siamo cristiani!» E cristiani erano essi, poveri schiavi trascinati al macello dal dispotismo e dalla cupidigia altrui. Erano cristiani, ma non il Botta e meno il Chotek e meno ancora gli apostolici e cristianissimi e cattolici padroni autori di tante rovine.

Perduti i luoghi più importanti, inseguiti dappertutto da stuoli d’armati, scesi anco dal poggio della chiesa degli Angeli, gli Austriaci non pensarono più ad altro che a porsi totalmente in salvo coll’abbandonare affatto una città, che, crudelmente taglieggiata ed insultata, aveva saputo infugarli, e lavare l’onta che su dessa avevano gettato i suoi vilissimi reggitori. Rotti, scemi, avviliti e sanguinosi gli Austriaci dalla ghermita, ed or perduta preda, se ne andarono.

E ben col poeta poteva gridare il forte popolo genovese ai tiranni d’oltralpe e di oltremare:

 

«Imparate da me voi che mirate

La pena mia, non violate il giusto,

Riverite gli Dei.»

 




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