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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

IntraText CT - Lettura del testo

  • XI.
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XI.

 

Il popolo era vincitore. La furiosa tempesta aveva cacciati i barbari dalla bella Genova, e le soldatesche croate, varadine, ungare, iloti del dispotismo, che Botta e Chotek per Maria Teresa e Carlo Emanuele avevano condotte all’eccidio di una generosa città, fuggivano collo sgomento nell’animo.

La ligure regina era libera, libera per la virtù delle sue braccia, de’ suoi figli, capaci di romano ardimento, perchè amavano la loro terra, perché sopra ogni altro affetto stava in loro l’amor santo di patria.

L’onda vivente, che aveva cogli impetuosi cavalloni rotto l’argine della schiavitù, si diffondeva per le vie della patria liberata, ed era un suono concorde di letizia, un grido unanime di riconoscenza a quel Dio che cogli oppressi combatte, e protegge i magnanimi ardimenti della conculcata innocenza. La natura istessa pareva sorridere al trionfo della giustizia, e il sole dardeggiando dal sereno cielo sul mare tranquillo faceva scintillare in grembo al mobile azzurro milioni di gemme. Le campane suonavano, ma non era più il tremendo rintocco delle battaglie, ma la voce maestosa dei festivi bronzi che l’eco delle vicine convalli recava sui passi del nemico fuggente.

Nella gloriosa impresa tutti i popolani fecero il loro dovere. Ma ogni altro sopravanzò quel capo quartiere Giovanni Carbone già da noi citato.

Esso era nato in bassa condizione, era un povero servitore nell’osteria della Croce Bianca, e non aveva che ventidue anni di età, ma era dotato di un gran cuore. Non solo colla mano, ma anco col senno molto si adoperò per la patria; imperocchè, quantunque ferito, fu sempre fra i primi ove più ferveva la lotta. Questo coraggioso e dabben popolano, pugnando a San Tomaso, corpo per corpo, venutegli fra le mani le chiavi di quella porta, così grondante di sangue come era, si condusse a nome del popolo al palazzo, ove stavano i collegi radunati, e, al doge presentandole, disse queste memorande parole gravi di profondissimo senso:

« — Signori, queste sono le chiavi che con tanta franchezza, loro serenissimi, hanno dato ai nostri nemici: procurino in avvenire di meglio custodirle, perchè noi col nostro sangue le abbiamo ricuperate

Terribile ammonizione data da un umile garzone di osteria a tanti patrizi di antico e chiaro sangue.

Accrebbe la comune allegrezza la poca perdita fatta dai popolani nella terribile mischia, tanto essi seppero bene avvantaggiarsi colla celerità nelle mosse e col coprirsi nell’andare avanti. Nel giorno della compiuta vittoria otto soltanto mancarono per morte, trenta per ferite; qualche numero più rilevante perì nei fatti precedenti, ma non tanto che il danno del nemico non fosse di gran lunga maggiore.

Oltre a mille nelle sole giornate di Genova rimasero uccisi di Austriaci, e oltre a quattromila prigionieri; i reggimenti Andreasi e Pallavicini furono i più danneggiati. Combatterono degli Austriaci quattordici compagnie di granatieri, quindici battaglioni di veterani, oltre millecinquecento Varadini, Panduri e Croati.

Il generale Botta erasi ritirato in San Pier d’Arena. Ma pur quivi non si credette in luogo sicuro, temendo che i Polceveraschi, uditi i casi di Genova, si levassero in armi, e gli facessero qualche mal giuoco sul fianco e alle spalle. Ordinò che prontamente l’esercito partisse. Gli Austriaci raccolsero quanto era permesso nell’angustia del tempo, massime i monti delle estorte genovine, che ancor loro rimanevano. Caricata ogni cosa, così di contanti, come d’arnesi, sopra carri, muli e sulle spalle dei soldati più fedeli, col favore della notte, buzzi buzzi, silenziosi, s’incamminarono per alla volta della Bocchetta.

Qual fosse l’aspetto del nemico fuggente può adequatamente giudicarlo i nostri lettori. Il Botta non sapeva darsi pace per l’orgoglio, il Chotek per l’avarizia. Sospiravano il perduto onore, ma più di tutto le perdute genovine. Andando, temevano sempre di essere danneggiati da qualche levata di villani. Per ovviare a quel pericolo sparsero voce che ogni differenza era stata accomodata colla Repubblica, e che partivano in buona pace per tornare negli Stati della loro padrona e sovrana, divenuta amica di Genova. Ingannate da tali voci quelle alpestri popolazioni, e dai danari che gli ufficiali donavano loro, e di più assecondati da un Carlo Casale, detto il Bachelippa, mulattiere di professione, poi impresario dei viveri pegli Austriaci, il quale fu in Genova arrestato per questo fatto, i nemici poterono condursi a salvamento sino alla Bocchetta. Solamente verso la fine della ritirata, accortisi dell’inganno, i Polceveraschi diedero addosso in Pontedecimo ad un corpo di retroguardia, e gli tolsero il danaro rapito ai Genovesi.

Gli Austriaci non fecero sosta che oltre Gavi non riputandosi sicuri neppure alla Bocchetta.

La notte che successe al glorioso giorno dieci i popolani diedero ogni buon ordine in città. Intimarono a suon di tamburo che si tenessero lumi accesi alle finestre, che tutte le case dovessero rimanere aperte; minacciarono la pena della forca a chi avesse fatto il minimo rubamento. Il giorno 11 poi si spinsero fino a San Pier d’Arena, dove non dubitavano che gli Austriaci andandosene, avrebbero per la gran fretta lasciato molto bagaglio.

Passato ogni pericolo, le porte dei palazzi dei nobili si aprirono, e fuori ne uscirono i loro paggi, staffieri e servitori d’ogni fatta, i quali, lasciata la custodia dei padroni, accorrevano al bottino che i popolani stavano facendo nelle case e nei magazzeni precipitosamente abbandonati dal nemico; indi, seguendo i popolani stessi, i quali non sappiamo perchè non cacciassero lungi da loro quella bordaglia che s’era cansata al pericolo, con essi gridando Viva Maria! s’intrusero nel sacco delle case abitate dagli Austriaci in San Pier d’Arena, dividendo così i frutti delle altrui fatiche. Bandiere, tamburi, viveri, armi, munizioni, carri, calessi, carrozze, utensili, mobili d’ogni sorta, quanto l’avarizia aveva raccolto, quanto la paura aveva lasciato, quanto alla guerra serviva, od al vitto, od al piacere dei cacciati tiranni, tutto divenne preda di quel popolo che prima col valore si era vendicato, ed ora colle spoglie si confortava.

I fatti di Genova risuonarono con onore ovunque erano uomini generosi. Fortezza e amor di patria mai si erano accoppiati più fraternamente. Rimase sempre più provato come le giuste cause sieno dal cielo benedette, e come non senza pericolo si possano torturare e spolpare i popoli. Di sommo momento poi ne furono le conseguenze pei principi in guerra; imperocchè dall’improvvisa alzata di Genova ne venne la salute di quelli che perdevano, e la perdita di quelli che vincevano.

 




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