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XII.
Genova continuava a reggersi a
popolo. Il quartier generale era tuttodì nel collegio dei gesuiti in via Balbi:
da quivi partivano tutti gli ordini. I capi eletti pensavano alla quiete, alle
armi, all’annona; ordinavano quanto potesse tornare utile al paese. Rinnovarono
le proibizioni rigorose contro i ladri e fautori di scandali, e per far loro
vedere che non era da burla, piantarono nel bel mezzo della piazza
dell’Annunciata le forche, e guai a chi ci avesse provato. Mandarono le navi
più leggiere e spedite pei mari vicini, affinchè, sguizzando fra le navi
inglesi, che opprimere volevano ed affamare un popolo libero, recassero in
porto le vettovaglie. Diedero pur opera alle fortificazioni, ed a ridurre in
regolari compagnie il popolo armato. Non isfuggiva loro come Maria Teresa e
Carlo Emanuele, tanto più nemici, quanto più irritati, non avrebbero omesso di
tornare a tribolare chi con sì terribile slancio avevali scacciati lontano da
sè.
Infatti quando l’austriaca
Imperatrice venne a sapere il caso di Genova, si trasportò a grandissimo
sdegno, e, senza porre tempo in mezzo, mandò ordine allo Spinola, ministro
della Repubblica, al quale aveva già proibito di comparirle dinnanzi, che
sgombrasse tostamente da ogni terra austriaca. Nuova gente fece calare in
Lombardia: Croati, Varadini, Austriaci, Boemi, Ungari, e quanti altri mai
barbari aveva nel suo esercito, minacciando tutta l’ira sua alla Repubblica.
Gli ostaggi genovesi, il Sauli, il Cattaneo, il Veneroso e il Rivarola, che
Milano avevano per confine, furono rinchiusi e gelosamente custoditi nel
castello.
I popolani stavano con non poca
apprensione pel castello di Savona, il quale, come più sopra raccontammo, era
cinto dalle armi piemontesi, che con estremo vigore ne battevano le mura. Le
cose erano quasi condotte a termine, rotte quasi le muraglie e praticabile la
breccia: poco tempo ancora la fortezza poteva durare. Soltanto sostenevala
l’egregio valore dell’Adorno; il quale, non punto indispettito che il governo
dai patrizi suoi compagni fosse passato al popolo, continuava a difendersi
colla medesima fede, come se la Signorìa non fosse cambiata; raro esempio di
temperanza e di cittadina bontà, e tanto più commendevole in un patrizio
genovese.
Conosciuto l’imminente pericolo
del forte di Savona, il quartier generale mise fuori un bando per adunare
gente, ed inviarla al soccorso dell’Adorno. Assai uomini raccolse, ma, ad
eccezione di pochi regolari, sì di soldatesca antica come di popolo, erano
marmaglia atta piú a rubare che al combattere. Infatti giunta appena quella
gente raccogliticcia in San Pier d’Arena, e quivi scoperto un magazzino di sale
che agli Austriaci aveva appartenuto, si diede a farne bottino. La scoperta di
quel magazzino, facendole subodorare che ve ne fossero altri, si sbandò, e
Savona indarno attese il sospirato soccorso. Il dieciannove dicembre Adorno
dovette arrendersi alle armi dei Piemontesi, ricevendo la guarnigione tutti gli
onori militari, in riconoscenza del valore da lei dimostrato nel difendersi. Fu
specialmente dal Rocca molto lodato l’Adorno per la sua virtù di guerra e pel
suo amore al paese.
Erano intanto in Genova sempre
due governi, uno di diritto che non faceva niente, cioè quello dell’antica
Signorìa, l’altro di fatto, che faceva tutto, cioè quello del popolo.
Allontanatisi gli Austriaci, le cose per parte di questo non camminarono più
con quell’ordine maraviglioso per pensiero e per unità che aveva data la
vittoria. Cominciò un po’ di tumulto. Alcuni volevano che i capi fossero
cambiati, attesochè i presenti erano stati nominati durante la lotta; altri li
accusavano di volersi fra di loro dividere il bottino; altri finalmente
pretendevano che il loro numero fosse di troppo ristretto, e volevano che si
ampliasse, affinchè il governo avesse più numerose radici nel popolo
benemerito. Non mancavano, come sempre accade in tali contingenze, i susurroni,
i commettimale, che si arrabattavano a seminare invidia per ambizione. Anco fra
i nobili v’erano di quelli che non isdegnavano spargere fra il popolo i semi
della discordia, nella speranza che fra di sè dividendosi, e della divisione
divenendo insofferente, di nuovo si sarebbe sottomesso all’antica obbedienza.
Il diciasette dicembre venne in
pubblico, in sulla piazza dell’Annunciata, convocato un parlamento. In esso
furono aboliti i primi magistrati del quartiere generale, e creato un nuovo
consiglio che fu detto deputazione. Fu questa composta di trentasei persone,
escluso ogni nobile; cioè di dodici operai tratti a sorte, di otto avvocati,
notai e mercanti, di dodici fra i primi del popolo che impugnarono le armi, e
di quattro fra Polceveraschi e Bisagnini.
I nuovi magistrati, che però
sovente variarono pei capricci delle moltitudini, emanarono altri ordini per la
quiete e per la sicurezza pubblica; crearono nuove regole militari, affinchè
ognuno fosse armato, e all’uopo potesse subitamente congiungersi ai compagni, e
ordinarono infine una solenne festa nella chiesa della Provvidenza per
ringraziare Iddio della ricuperata libertà.
Un immenso popolo trasse a
quella festa; quel popolo che sa Dio e patria essere uno, muoveva volonteroso i
passi al tempio del Signore, come Israele muoveva nei giorni della vittoria.
Fra i popolani cominciarono in quell’occasione a vedersi alcuni nobili, certo
per far ricordanza di loro, e dimostrare che approvavano l’avvenuto, e che
ancor essi erano gelosi della libertà.
In strada Balbi, al quartier
generale, venne inalberato il grande stendardo del popolo con in mezzo la croce
rossa in campo bianco, in un angolo il nome ed il cuore di Gesù, con sotto il
motto: Viva Gesù, e nell’altro angolo il nome di Maria, con sotto il
motto: Viva Maria. I capi nei loro atti pubblici si intitolavano: difensori
della libertà.
Gli Austriaci, condotti dai
generali Andelaw, Marcelli e Woster, andavano frattanto infestando Sarzana e il
paese circostante. I fatti di Genova avevano acceso di santo entusiasmo ogni
terra ligure. I Sarzanesi, guidati da Giambenedetto Pareto, commissario della
Repubblica, e da Paolo Petralba, comandante di Sarzanello, mossero intrepidi
contro le genti nemiche, combatterono con molto ardimento, vinsero, fugarono
gli Austriaci, obbligandoli a fuggirsene, a lasciar libero tutto il territorio
genovese sin oltre la Magra.
Dopo questo fatto successero
rumori in Genova. Il popolo tumultuariamente chiedeva se gli rendesse conto del
bottino raccolto durante la lotta. E dálle dálle venne a scoprire che Tomaso
Assereto e Carlo Bava, già capi del quartier generale, avevano, acconciando i
propri fatti convertito in proprio prò quelle argenterie e quei denari che
erano stati nelle loro mani depositati. Il popolo aveva verso i due colpevoli
tanti obblighi per la loro instancabile opera alla ricuperazione della libertà,
tuttavia fremette di sdegno. Assereto e Bava tentarono fuggire innanzi
all’aspetto minaccevole del popolo, il quale, vieppiù infuriato per quel
tentativo, li cacciò in prigione, con quasi tutti gli altri primi capi.
Infrattanto i patrizi stavano in
sulle velette. Godevano delle dissezioni. Sapevano che il popolo, solito a
darsi della zappa sui piedi, sarebbe da per sè medesimo tornato a loro. Infatti
fra le accuse date, vere o false che si fossero, cominciò a rinascere nel cuore
dei popolani il desiderio dei personaggi dell’antico reggimento. Una
rappresentanza del popolo andò dai due senatori Piermaria Canevari e Girolamo
Serra, e per forza li condusse al quartier generale dicendo: «Vi vogliamo come
galantuomini alla testa del nostro governo.» Questo fu un primo appicco per la
nobiltà, e come un capo di fune che tirò con sè il restante. Più tardi furono
chiamati a consultare coi due senatori altri nobili.
Intanto le arti si erano
ordinate in compagnie per parrocchie, ciascuna colla propria divisa; era un grato
spettacolo quando si univano ed armeggiavano. Le quattro compagnie di castello
elessero per loro colonnello il doge e per cappellano l’arcivescovo. In esse si
arrolarono indistintamente i patrizi in qualità di semplici soldati o di
ufficiali, cercando con zelo presente di far dimenticare la debolezza passata.
La compagnia denominata dei cadetti fu la prima ad innalzare nel cortile del
palazzo le antiche insegne della Repubblica, il che fu tosto imitato dalle
altre; grande avviamento quello all’antica consuetudine.
Gli ecclesiastici dell’uno e
dell’altro clero dimostrarono il medesimo zelo, essendosi i preti ordinati in
diverse compagnie, le quali, finchè durò il bisogno, si adoperarono
valorosamente in pro’ del pubblico. Anco i regolari di ogni ordine, così di
cappuccio, come di berretta, prestarono un ottimo militare servizio, o alla
guardia delle porte, o alla custodia della sontuosa fabbrica dell’Albergo, dove
erano rinchiusi gli Austriaci prigionieri.
I mezzi divini non si
omettevano. Vedevansi frequenti e divote processioni, sì d’uomini che di donne,
andare visitando ora questa, ora quell’altra chiesa, o recitando per le vie
preci fervorose ad invocare l’aiuto di Dio, e l’assistenza di Maria, a cui
Genova era devotissima.
A perpetua memoria della riacquistata
libertà, e ad onore di coloro che per essa avevano versato il proprio sangue,
il popolo dell’abitatissimo quartiere di Portoria decise che l’avventuroso
mortaio da cui era nato il primo rumore, il principio della liberazione, fosse
solennemente riportato all’antica sua sede della Cava di Carignano, là donde le
ladre mani austriache lo avevano levato.
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