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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

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  • XIII.
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XIII.

 

Volgeva l’8 gennaio 1747. Sin dall’alba Genova aveva un aspetto di festa. Mentre un popolo numerosissimo, azzimato e lieto, muoveva per il quartiere di Portoria, e i balconi e le finestre s’ornavano di tappeti e di bandiere, le campane d’allegrezza suonavano, strepitavano i mortaletti. Era quello il destinato al trasporto del mortaio.

Sopra un carro indorato, tappezzato e adornato di fiori veniva collocato il famoso bronzo. Nel tragitto il corteo era preceduto e seguito da innumerevole moltitudine, gridante Viva Maria!... Viva Genova!... Viva la libertà!... Nel volto di tutti stava dipinta un’allegrezza con un fervore sommo, e segni anco di gratitudine scorgevansi verso que’ valorosi che la Dio mercè salva avevano la patria: Genova era davvero in quel momento la più bella delle città.

Alla lieta pompa intervennero i capitani del popolo, tutti vestiti di spoglie austriache; due battaglioni di cittadini armati; sessanta giovani a cavallo, i quali, guerniti di elmo e di corazza, a terra trascinavano le insegne e le bandiere tolte all’abborrito oppressore. Seguivano anco regolari milizie, musiche e tamburi; onde più e più si rallegrava la festa.

Quando il popolo giunse alla Cava di Carignano e il mortaio si ricollocò all’antico suo posto, si rinnovarono e moltiplicarono le grida, gli applausi, le acclamazioni, ed i concenti. Cittadini d’ogni ordine s’abbracciarono fratelli: popolo e patrizi stringevansi alfine concordi la mano.

Bene avevano ragione i Genovesi di animarsi e di unirsi. Imperocchè gli Austriaci, rifattisi forti pei soccorsi venuti dalla Lombardia, erano di nuovo comparsi alla Bocchetta, e, infestando le regioni superiori della Polcevera, facevano le viste di voler calare a basso.

Schulembourg era succeduto a Botta nel comando delle squadre nemiche; esso andava concependo atroce vendetta dell’onta patita dalle armi imperiali. I popolani che s’immaginavano tal cosa, oltre i militari apprestamenti fatti dentro, avevano stimato necessarissimo di ordinar bene la difesa anco al di fuori. Non che i Polceveraschi e i Bisagnini avessero bisogno di sprone, poichè in loro l’odio contro i Tedeschi era moltissimo, ma necessaria cosa era di ridurre a qualche norma gl’incomposti moti delle masse.

Furono mandati, quali commissari generali, alla Polcevera il patrizio Gaspare Bassadonna, ed al Bisagno il patrizio Giambattista Cattaneo, e, quali commissari particolari, a Montoggio il patrizio Giambattista Raggi, e a Voltri il patrizio fra Girolamo Balbi, cavaliere di Malta. Diedero costoro ordinamento alla buona volontà dei popoli, le loro forze unirono a quelle delle milizie d’ordinanza, e colla voce e coll’esempio mostrarono quanto loro stesse a cuore la Repubblica.

Dalle nomine di tanti patrizi a custodia di luoghi gelosissimi, ognuno di leggieri può comprendere come la nobiltà principiasse ad aver piede e ad intromettersi nelle faccende. Al qual cambiamento, d’uopo è il dirlo, avevano dato luogo molte cagioni; lo zelo che i nobili allora dimostravano per la pubblica causa, l’essersi spogliati in un colle loro donne delle cose più preziose per far denaro a beneficio della patria, la prudenza dei patrizi chiamati alle consulte del quartier generale, la necessità infine che in ogni grave negozio politico spinge gli inesperti a voltarsi verso chi più vede e più sa.

La maggiore autorità che i patrizi andavano un più che l’altro acquistando, e il ridursi le cose a poco a poco sugli antichi ordini, mentre piaceva ai popolani più savi, i quali non ignoravano punto come l’infima plebe è buona a combattere non a reggere, arrecava grave disgusto a coloro che o amavano il saccheggio, od avevano il cuore acceso d’un odio inestinguibile contro i nobili. Questo verme rodeva lo Stato, ed eccitò tumulti.

Schulembourg, il nuovo capitano austriaco, era uomo destro non solo per la guerra, ma anche per maneggiare accortamente gli uomini. Esso non ignorava come la discordia serpeggiasse fra i Genovesi; e volle farne tesoro. Con sobillamenti e con accorte intelligenze giunse a guadagnare a alcuni fra coloro che si dimostravano più aderenti alla causa popolare. Colle insinuazioni, colle calunnie, colle accuse, cercò di contaminare gli animi: arte vecchia della tirannide di vincere colla divisione dell’inimico. Divide et impera, è detto antico e vero. Si spargevano con maestria voci che i nobili tradivano il popolo, che se la intendevano cogli Austriaci, che stati essi primieramente oziosi, quando cioè si combatteva, ora prevalevano della salute procurata loro per far rovinare di nuovo la Repubblica, che più che alla Bocchetta i principali nemici del popolo erano al palazzo pubblico, che sino a quando quel nido di tiranni e di traditori non era disfatto, invano potevasi sperare di giungere a salvamento. Dicevasi che poichè il popolo da solo aveva incominciato, da solo dovesse pur finire, che le insidie occulte dei traditori son più funeste alle imprese generose dei popoli che la forza manifesta. Per quanto i patrizi colla prudenza e la dolcezza cercassero sventare quelle disseminate insinuazioni, non ne venivano a capo. Temevasi dai buoni, e con ragione, che ad una data occasione la mina sarebbe scoppiata.

Un del gennajo 1747 udissi come gli Austriaci si fossero spinti sino alla Madonna della Vittoria. Senza porre tempo di mezzo vennero suonate le campane a martello per sollecitare i cittadini ad accorrere prontamente al pericolo. E senza farsi attendere, una immensità di gente d’ogni età e condizione recossi in Polcevera, e arditamente affrontati i nemici, dopo corto combattere li respinse.

Fra gente affollata, armata ed ardente, passato il pericolo, non potevano non riscaldarsi gli animi, rinfiammarsi le passioni; l’opera latente del nemico doveva operare.

D’un tratto fu visto uscire fuori di sua casa, e correre per le vie un vilissimo uomo, per nome Gianstefano Noceto, bargello di professione, epperò assuefatto colla belletta della società. A costui si unì anco un Gianfrancesco Garbino, pescivendolo, per colmo di infamia anco un figlio del boia; uomini tutti sfrontati, di mala vita, insolentissimi. Andavano gridando essere giunto il tempo di castigare debitamente i traditori; avere i patrizi macchinato di dare il misero popolo in preda agli Austriaci, affinchè ne facessero aspra vendetta; doversi opprimere chi opprimere voleva, ne esservi altro modo di salvezza che questo. Dalla mala opera di que’ tristi suscitossi un gran tumulto. I plebei, a cui ballava in tasca la tedesca moneta, fra loro si accostarono, si confusero, concordemente gridarono: a palazzo, a palazzo! e a quella volta con prave intenzioni s’incamminarono. I furenti erano armati di pietre e di bastoni e di armi da essi rubate nella pubblica armeria, ma pur anco traevano seco un cannone per abbattere le imposte della sede del governo. Era un baccano d’inferno, e davvero pareva che l’inferno avesse vomitata quella schifosa e cenciosa orda di gente.

A chi nulla nulla abbia vissuto in mezzo alle umane rivoluzioni questi fatti non giungeranno nuovi. Sempre succederanno, finchè il mondo, camminando innanzi, non per la via dei patiboli, ma per quella delle scuole, perverrà a distruggere la plebe. E qui è da fare una distinzione che si deve pure avvertire fra popolo e plebe. Narrano del demonio che abbia uno specchio, il quale invertisca ogni cosa da bene a male, da virtù a vizio. Quand’è così deve dirsi che il popolo è creazione di Dio e la plebe plagio del diavolo. Ed è poi certamente con diabolico artifizio che l’una all’altro si mescola, e, mascherando il suo vero essere, compie le nefande opere, e satisfà, agli istinti perversi col nome altrui; per cui, non raro, l’uno è accusato e infamato di quello che l’altra compie. Col popolo non possono vivere e grandeggiare che la libertà, che le opere generose, soltanto colla plebe gavazzano gli osceni saturnali, la sbrigliata licenza.

I furenti, giunti che furono innanzi all’antica e splendida sede del governo, ponevano il cannone sulla piazza detta volgarmente dei Pollaiuoli, e ne volgevano la bocca contro il palazzo, dov’erano il doge e i venerandi consessi della Repubblica. Quindi ad alte voci domandavano armi, mostravano di voler entrare negli appartamenti, lo che era loro negato col chiudere le guardie il rastrello. Ciò essi veduto vieppiù inviperivano. Scagliavano assai orribili imprecazioni contro la Signorìa, minacciavano di trarre col cannone. Noceto, Garbino e il figlio del carnefice ai più estremi fatti incitavano la pazza turba. I senatori che al palazzo andavano, insultavano con vilissime parole, e in ciò sopra ogni altro mostravasi accanito il figlio del boia. A tanto di sventura era giunta Genova, che un disceso dal più abietto fra i mestieri osava oltraggiare il fiore delle sue famiglie.

Una grande sciagura sovrastava quella città che colle patrie mani aveva testè versato il sangue forestiero, prossima allora a bruttarsi del sangue proprio.

Le esortazioni dei prudenti non valevano punto; anzi chi esortava, e della salute della patria ammoniva, era chiamato traditore e minacciato nella vita. In quel pericoloso momento uscì dal palazzo pubblico Giacomo Lomellini, disposto o di sedare quella forsennata rabbia, o di morire. Con voce calma, voltosi alle turbe: « — E dove andate, e che volete, o cittadinisclamò. «Questo non è il campo austriaco, ma la sede da tanto tempo riverita dei vostri padri. Farete voi, atterrando queste sante mura, ciò che gli Austriaci non hanno fatto? Farete voi ciò che essi vorrebbero fare? Sarete più nemici della vostra patria che i nemici stessi? Voi vi lamentate dei nobili, voi li chiamate traditori. Credete voi, che chi ha creato questa patria, ed a tanto splendore innalzata, la voglia ora distruggere? Credete voi che chi l’ha fatta libera, ora la voglia far serva? Credete voi ch’essi sieno tanto snaturati, tanto di loro medesimi nemici, che amino meglio servire ad un padrone lontano che reggere un popolo libero? Voi li chiamate traditori! E non vi sovviene dei doni gratuiti da loro fatti, non delle loro mani unite alle vostre in Polcevera, in Bisagno, in questa scena stessa della travagliata Genova, che felice e libera sarà, quando non sarà divisa e parteggiante! Voi li accusate di avere intelligenza coll’Austria! Badate a quel che dite. Voltate gli occhi, ed osservate nei feudi imperiali, presentemente ingombrati da soldati austriaci, aguzzate la vista ed osservate fumare le proprietà dei nobili genovesi con maggiore furore di ogni altra incenerita da quegli uomini tedeschi. Venite, e prestate ora l’orecchio ad una fama vera, e sentirete, come la regina d’Ungheria abbia confiscato i capitali cantati ne’ suoi Stati, e che ai nobili genovesi appartengono. Queste sono le primizie d’Austria verso i nobili, che voi ora perseguitate, questi gli allettamenti, queste le carezze. Orsù, tornate in voi medesimi ed in calma vi rimettete, posciachè i divini oracoli hanno pronunziato, che i regni divisi periscano; tornate e calmatevi, che la nobiltà v’inganna, amante com’ella è al pari di voi di questa nobile patria, io parole vi recherei, in ciò credo che mi conosciate, da parte di chi a voi infenso ed amico del nemico fosse

Così parlava Lomellini per ridurre alla ragione la gente mentecatta. Alle affettuose parole del patrizio, che era grato al popolo per essersi con ardore e con fede adoperato per la causa della patria, alcuni si rimettevano della loro ferocia; ma il furore dei più non si calmava. Mossi da malvagi, che gridavano essere quello un nuovo tranello, non davano ascolto a quanto dicesse l’onesto cittadino, e volevano accontentare il fiero talento che li trasportava. Già le cose si avvicinavano agli estremi danni. Un plebeo più degli altri crudele ed empio, colla miccia accesa in un mano, si accostava per sparare il cannone e far strage del sovrano palazzo. Ma il Lomellini, con pericolo della propria vita, non permise quello scandalo inaudito. Esso, postosi innanzi alla micidiale bocca da fuoco:

« — Non fia, sclamò, che quell’augusta sede offendiate, se prima non avrete lacerate queste mie membra; in me, in me sfogate tutta la rabbia vostra: saziatevi del mio sangue; meno rei sarete per l’uccisione d’un cittadino solo che per l’eccidio di quel primo presidio della patria, ed io felice morrommi, se gli occhi miei una tanta scelleratezza non vedranno

Alle parole, al generoso atto e magnanimo del Lomellini gli empi persecutori della patria si ristettero. I circostanti per tenerezza non poterono trattenere le lagrime, il popolo, il vero popolo che comprese l’inganno con cui era stato trascinato, già mormorava, e voleva dare una seria lezione ai dispregiatori d’ogni legge divina ed umana. Ma costoro, conosciuto come corressero pericolo, si fecero piccin piccini, e chi di qua, chi di , tutti sgattaiolarono. Il cannone, lasciato libero, fu ricondotto al luogo donde era stato levato. E la giustizia, che raro non raggiunge i colpevoli, prese tostamente Noceto, Garbino e il figlio del boia, e tutti e tre fece appiccare al gibetto.

Genova fu salva, e la sua salvezza dovette al patrizio Giacomo Lomellini, del cui nome con onore mai sempre parleranno le storie. Il nome di Lomellini non andrà disgiunto da quello del giovane Desilles, il quale, in sul principio della rivoluzione francese, in Nanci, con atto simile e per la medesima cagione, medesimo votò alla patria, e pervenne lo spargimento di sangue cittadino.

 




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