Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

IntraText CT - Lettura del testo

  • XIV.
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

XIV.

 

La divisione dei capi del popolo, la cupidità di alcuni di loro col convertire in uso proprio ciò che era del pubblico, coll’appropriarsi parte maggiore di bottino di quella che a loro spettasse, l’amore del saccheggio mostrato dalla plebe, anco in occasione dell’ultimo tafferuglio, tutto concorreva a screditare affatto la loro parte. I più savi fra i popolani capivano poi come Genova per sostenere la libertà con tanta fatica e tanto sangue riacquistata, d’uopo avesse dei principi forestieri, i quali mai certo avrebbero acconsentito trattare con un reggimento tumultuario, variabile, non mai sicuro delle proprie deliberazioni. Da ciò nacque la necessità di rimettere in piena azione l’antico governo, conosciuto dai principi, ad essi spirante fiducia. Onde il doge ed i collegi in uno cogli altri magistrati tornarono nell’esercizio delle loro cariche, negoziarono colle estere potenze, amministrarono la giustizia, elessero i magistrati, regolarono le rendite pubbliche. Al quartiere generale del popolo non rimase che una certa sovraintendenza sulle militari faccende, e più per animare che per indirizzare, essendosi le milizie, come per lo passato, sottomesse all’autorità del sergente generale della Repubblica.

Dubbio non v’era che il rivolgimento delle cose in Genova non fosse per fare entrare le Corti d’Europa in nuove deliberazioni, e concepire alle medesime, circa la guerra, altri pensieri di quelli cui sino allora avevano accettati. L’Austria invece intendeva tutta al vendicarsi, e le sue mire poneva al soggiogamento della Repubblica. E tanto era il suo ardore in questo divisamento, che oltre le proprie genti di molto ingrossate e infestanti già le rive della Polcevera, instantemente domandava, e anche con qualche imperio, a Carlo Emanuele, che all’assedio di Genova buon nerbo de’ suoi soldati mandasse. Comechè il re già vivesse con qualche freddezza con Vienna, non potè tuttavia esimersi dalla fattagli inchiesta. Onde accadde che Genova, non solamente si trovò stretta da lungi, e dalla parte di ponente, ma eziandio da vicino, dalla parte di levante.

I Genovesi non s’intimorirono punto. Fatti grandi dalla precedente vittoria, invasati del santo amore alla propria patria, tutti stretti in fraterna concordia, arditamente affrontarono i numerosi nemici, e in più fazioni, sempre con estremo valore combattendoli, fecero del loro sangue rosse le rupi di Langasco, di Masone, di Ronsiglione, di Serra, d’Isoverde e di altri luoghi circostanti. Ma il valore non sempre è vincitore; esso talfiata deve dopo inaudite prove di costanza cedere al numero. Tal fu dei Genovesi, i quali altre braccia non avevano che le proprie, menomate ogni per ferite o per morti, mentre quelle del nemico ogni più s’accrescevano. Essi dovettero alfine indietreggiare per modo che già vedevano l’odiata grifagna sventolare dicontro alle mura della diletta città.

Infrattanto i fatti di Genova erano pervenuti nella loro verità alle orecchie dei re di Francia e di Spagna. Innanzi tratto erano stati mescolati con molte fole; dicevasi che in Genova signoreggiasse una plebe sfrenata e furibonda, che fossero scacciati tutti i nobili, che uno della più bassa plebaglia fosse innalzato alla suprema autorità del dogato, che lo Stato fosse ridotto al vivere, non pure popolare, ma plebeo, che nessun fondamento si potesse fare su di quella moltitudine cieca, mutabile, incomposta, sempre mossa da passione non mai da ragione, che le cose di quel paese fossero disperate, che esso si dovesse abbandonare a quel destino che da per stesso si era creato. Ma coll’andare del tempo i patrizi avevano trovato modo di far sapere che le condizioni della città non erano tanto cattive, quanto ne era andata la fama, che per verità un popolo poco regolato aveva gran parte nel maneggio delle pubbliche faccende, che però già gli antichi statuali risorgevano, e riprendevano piede ogni giorno più dell’altro, di modo che avevasi certa speranza che un assetto stabile si darebbe a tutto, e capace di poter presentare buon fondamento a chi volesse Genova soccorrere. Piegando poi i termini della Repubblica sempre più a maggior ordine, e ricuperatasi dal doge e dai collegi la consueta autorità, mandarono questi il principe Doria innanzi tratto in Provenza per informare i generali di Francia e di Spagna del vero stato delle cose, e come Genova, già aiutatasi da medesima, fosse in grado di aiutare chi a lei accorresse; indi allo stesso patrizio commisero si recasse a Parigi ed Londra per far persuasi quei sovrani delle ragioni e dei dolori della Repubblica, e per pregare il primo a mandare sussidi, il secondo a non più trattarla da nemica. A malappena schivando le navi inglesi, giunse il Doria in Provenza, e da quel buon patriota che era, fece con tutto l’affetto l’ambasciata appresso ai generali, dai quali fu accolto coi segni della maggiore onoranza. Poi mosse per a Parigi, quivi da quel re fu amicamente ed onorevolmente accolto; ma non a Londra, chè quel re lasciò capire, che quantunque l’ufficio gradisse e la persona, non poteva tuttavia in quelle emergenze di tempo udirlo, ammetterlo.

Luigi di Francia, che conosceva l’importanza della liberazione di Genova, non contento delle informazioni avute dal principe Doria, quantunque concordassero pienamente con quelle del signor di Guimont, ambasciatore francese presso la Repubblica, volle mandare in città apposta un uomo, coll’incarico di attentamente osservare e fedelmente ed esattamente riferire. Le relazioni del mandatario si uniformarono colle precedenti, e dileguossi allora nella mente di Luigi ogni dubbio, e per comunione anco in quella di Ferdinando di Spagna.

Que’ due monarchi pensarono che siccome Genova era stata forte e generosa nel vendicarsi in libertà, così ancora forte e generosa sarebbe nel conservarla, e non si commetterebbe a debole appoggio chi l’aiutasse. Per tanto si restrinsero le pratiche, e Luigi di Francia acconciò l’animo a far opera soccorritrice a favore della Repubblica. Innanzi tratto scrisse una lettera al doge, in cui, esaltando con magnifiche parole la nobile condotta del popolo genovese, il chiamava non punto degenere da quegli antichi Liguri che sì gloriosa fama di avevano lasciata nel mondo. Ciò ci dimostra chiaro come vero sia quel proverbio che suona così «Aiutati che ti aiuterò!» E Genova che si era aiutata, raccoglieva adesso il frutto del suo magnanimo ardimento, stringendo profittevoli alleanze.

È una ragione politica codesta di cui gli uomini di Stato italiani dovrebbero avere costante memoria, onde fra la ossequiosa osservanza ai maggiori e la iniziativa dei forti propositi non esitar mai. Siate forti e le alleanze saranno patti proficui ed onorati; ma deboli essendo e paurosi nel cercare amicizie, non troverete che protettori e padroni.

Prima che le narrate cose si facessero, in Provenza erano già succedute grandi mutazioni. Nel timore che se l’Austria s’impadronisse di Genova tutta Italia sarebbe sotto al giogo, Carlo di Napoli in pericolo, Filippo senza speranza di Stato, la Spagna s’era riconciliata colla Francia, verso la quale aveva avuto poco innanzi non lieve materia di dispiacenza. La Francia vittoriosa nei Paesi Bassi si era rifatta di gente sulle sponde del Varo con un forte rinforzo di veterani. E l’una e l’altra potenza si erano risolute di venire di nuovo al paragone dell’armi sui duri gioghi delle Alpi e degli Apennini.

L’austriaco Brown e re Carlo Emanuele provavano di già quello, di cui avrebbero dovuto rimaner capaci fin da prima, cioè che la Francia è una terra che non facilmente si lascia conquidere.

La rivoluzione di Genova diede il tracollo e la guerra perduta pegli Austriaci e pei Piemontesi in Provenza; imperocchè Brown non solo non poteva più trarre da quella città le artiglierie per rinforzare Antibo, ma eragli in pari tempo tolta ogni speranza di ricevere nuovi rinforzi da Schulembourg, il quale a malappena poteva colle truppe, che sotto i suoi comandi stavano, frenare i valenti Repubblicani. Disperata ormai l’impresa, e ogni più che l’altro crescendo la forza dei Gallo-Ispani, Carlo Emanuele e Brown si trovarono costretti a ripassare il Varo, e a ricondurre le soldatesche, sceme d’assai dalle fatiche, dai freddi e dalle pioggie invernali, l’uno in Piemonte, l’altro in Lombardia. In tale maniera seguì vana l’impresa di Provenza, e un tal fine ebbero gl’intendimenti d’Austria e di Sardegna contro di quella francese provincia, comechè gl’Inglesi si fossero impossessati delle isole di Sant’Onorato e di Santa Margherita, cui per breve tempo conservarono, tornate tosto in potere del primo signore per la ritirata degli Austro-Sardi.

Le truppe spagnuole destinate all’impresa d’Italia erano capitanate dal marchese Lasminas, sotto l’impero di don Filippo; le francesi dal maresciallo Bellisle, piuttosto bel parlatore di guerra che buon intendente, prode però della persona, generoso, e di gloria cupidissimo. Bellisle, che per proprio impulso e per volontà del suo re, procedeva con assai zelo in favore di Genova, attendendo l’istante propizio di mandare soldati in quella città, vi faceva precedere generose parole e segni del buon animo della Francia.

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License