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XV.
Ai due di febbraio 1747 entrò
nel porto di Genova una nave francese. Da essa discesero a terra otto
ufficiali, fra cui due ingegneri, che il maresciallo Bellisle mandava in
servigio della Repubblica. A quel tratto d’amicizia della Francia, tutta la
città si commosse. Cittadini d’ogni età, d’ogni sesso e condizione a calca
correvano per vedere gli ufficiali mandati da un re benevolo in aiuto della
patria di nuovo minacciata; salutavano con infinita allegrezza le insegne
francesi, e nel rivederle sentivano rinverdirsi in loro ogni speranza.
Gli ufficiali di Francia, oltre
la presenza, il valore, il consiglio, tutte cose di importanza non lieve,
portavano seco ottomila luigi d’oro, somma molto opportuna, comechè fosse
insufficiente per sollevare la Repubblica dalle angustie in cui versava. Le
comuni allegrezze vennero accresciute dalle novelle dagli stessi ufficiali
recate di non lontani soccorsi per parte di Francia e di Spagna, e della
ritirata degli Austro-Sardi dal Varo.
Vana non riuscì l’aspettazione
dei Genovesi; chè in sullo scorcio del mese di marzo e nei primi di aprile
approdarono nei porti liguri i soldati soccorritori delle due potenze. Gli
Spagnuoli, oltre l’aiuto d’armi, recavano anco quaranta casse di denaro.
Gli era ben tempo. Schulembourg
era venuto frattanto cingendo Genova d’ogni intorno, e non più a piccoli
affronti in sulle montagne, ma si cimentava a vere ed effettive oppugnazioni
delle opere esteriori e delle mura stesse della città. A prima giunta
s’impadroniva del monte dei Due Fratelli, che domina lo sperone, ultima
parte delle mura; poi del convento del monte; ma quello veniva ricuperato dai
Francesi, questo dai Genovesi.
Le operazioni degli Austriaci
non procedevano con quella prestezza che avrebbe fatto di mestieri. Innanzi
tratto non erano essi abbastanza numerosi per accerchiare una grande città, non
giungendo il loro numero che a ventimila combattenti; poscia perchè il popolo e
i presidiari acremente si difendevano, ed infine perchè i Bisagnini e i Polceveraschi,
tutti in arme, continuamente tribulavano gl’ingiusti aggressori della loro
patria. I Bisagnini, in particolar modo con altri popoli della riviera di
Levante, avevano fatto una grossa accolta, la quale, sotto la condotta del
patrizio Piermaria Canevari, postasi alla Scoffara, serviva quasi d’antemurale
dalla parte del Bisagno. Così la guerra sino allora sparsa e vaga erasi ridotta
sotto le mura.
Schulembourg, dal suo quartier
generale alla Torrazza, mandò un aiutante di campo alla Repubblica, significandole
che ancor era tempo pei Genovesi di ricorrere alla clemenza dell’Imperatrice
pronta a perdonare ogni eccesso; che clemenza e perdono da parte di lei egli
loro offeriva, ma che se intendessero aspettare gli estremi e le artiglierie,
che già erano in cammino, riponessero bene in mente che avendo l’Austria
giustissima collera contro di Genova, sarebbero allora, malgrado ogni
preghiera, saccheggiate le campagne, inceneriti i villaggi, mandata sossopra la
capitale, e sepolti sotto le sue rovine i cittadini tutti. Solito linguaggio
codesto de’ capitani austriaci non peranco mutato ai giorni in cui viviamo;
mentre in altri è tutto incivilimento e moderazione; in essi è barbarismo ed
iracondia.
La Signorìa, ritemprata
dall’eroica azione del popolo, come a uomini liberi s’addice, rispose allo
stolto tedesco:
«Genova non aver per volontà
preso le armi, non per offendere, ma per difendersi, non per torre ad alcuno il
suo, ma per conservare il proprio; avere per Maria Teresa ogni rispetto, ma più
cara la propria libertà; essere pronti i suoi popoli a mettere e beni e vita, e
quanto amano e quanto possedono per mantenere quella libertà salva ed intatta;
confidare che la gran Madre di Dio e Dio stesso non le sarebbero scarsi del
loro sussidio, ond’ella potesse tener fermo lo Stato, resistere ad una ingiusta
aggressione, e condurre a buon fine un proposito di cui niuno era nè più
generoso, nè più santo.»
I cannoni ricominciarono allora
a tirare; Austriaci, Ungari, Boemi, Croati, Varadini vennero alle prese contro
i Genovesi, Francesi e Spagnuoli. Ai monti, al piano, alla Polcevera, al
Bisagno, facevansi scaramuccie alla mescolata, seguivano zuffe accanite, in cui
popolo e valligiani menavano le mani non meno aspramente delle soldatesce
regolari.
Pel mondo si sparse famoso grido
dell’assedio di Genova; il valore e la causa dei Genovesi erano nei cuori di
tutti gli uomini onesti e generosi.
Mentre ostinazione e generosità
fra loro si contendevano, ecco giugnere a Genova, quale legato di re Luigi, il
duca di Boufflers, pari di Francia e governatore generale delle Fiandre.
Il 4 di maggio l’illustre
personaggio, accompagnato dai deputati della Repubblica, preceduto dagli
ufficiali sì francesi che spagnuoli, circondato dalla nobiltà, che l’aveva
atteso vicino alla chiesa di San Siro, seguito da una calca innumerabile di
popolo, andò a palazzo, ove, introdotto nella sala del minor consiglio in
presenza dei collegi radunati, postosi a sedere di rimpetto al trono, dove
stava seduto il doge Brignole Sale, così prese a favellare:
«Avete, o Genovesi, colla
medesima grandezza d’animo restituito alla patria la libertà, procurato
salvezza alle provincie nostre, e quel nemico stesso che dai vostri colli via
levaste, pur dai confini della Francia allontanaste. Voi adunque prima per
beneficio e fama di virtù conoscemmo che per aspetto e conversazione; a voi
venendo, mi pare di venire al cospetto dei Marcelli, dei Fabi, e degli
Scipioni, di cui voi a niun modo scorati per le estreme calamità, per un
miracolo quasi non credibile dai posteri, rinnovaste col senno e colla mano gli
altissimi fatti. Al famoso grido del valor vostro si commosse il re di Francia,
quel re di Francia fido in guerra, fido in pace, e statuì di dare soccorso alla
benemerita Repubblica; ed io qui sono testimonio e mallevadore della regia
volontà. Ite adunque adesso, che un gran re vi accompagna; ite, combattete,
prostrate quel nemico, che da voi soli già cacciaste e da voi soli rintuzzaste.
M’avrete, così comanda il re, nei consigli compagno, nelle battaglie capitano,
ne meglio crederommi provare al mondo che francese io sono, che col dimostrarmi
per amore e per fede verso la Repubblica Genovese».
Il doge commosso rispose: «I
Genovesi hanno la libertà più cara della vita, non mai di lei dubitarono,
quando un acerbo nemico sulle loro generose cervici stava, nemico venutovi, non
per forza di lui, ma per un impaccio di fatale destino, ma ora più cara l’hanno
ancora, e più sicura la stimano, che il possente re Luigi sotto l’ombra del suo
patrocinio l’accoglie, e lei di sostenere, lei di difendere promette, e cura e
pensiero ne prende. Da così degno portatore delle sue promesse argomentano il
grado della sua benevolenza, e superbi ne vanno, e se ne rallegrano
sovrabbondevolmente. Molte cose fauste, molte infauste provò nel corso dei
secoli la Repubblica, ma niuna più infausta della occupazione Tedesca, niuna
più fausta di avere rivolto in sè il benigno animo di un re di Francia; ciò
ella giudica essere il più desiderabile compenso delle passate disgrazie, il
più prezioso frutto dei sudori e del sangue sparso. Non dubitate, o duca di
Boufflers, e fatene certo il vostro alto signore, che Genova tale sarà, quale
fu, e con tanta maggiore costanza combatterà, quanto che al desiderio di
conservarsi libera si aggiunge quello di mostrarsi riconoscente.»
Mentre in Genova succedevano le
dette cose, i nemici andavano insultando. Partiti dal campo di Creto,
assaltarono monte Cornaro. Ivi s’appiccò una zuffa, come in un giusto fatto
d’arme. I posti furono innanzi tratto ben difesi dai terrieri bisagnini,
quindi, giungendo il patrizio Canevari con mille terrieri scelti, gli Austriaci
vennero sì furiosamente caricati che dovettero a precipizio ricoverarsi nel
loro primo alloggiamento di Creto.
In quel fatto glorioso, fu
mortalmente ferito il Canevari, colpito da una archibugiata nemica nella gola.
Era un giovine di venti anni, da ognuno amato pel suo valore e pella sua virtù.
Sopravisse brevi momenti, e comechè si sentisse mancar la vita, non cessava con
instanti voci di pregare i suoi a combattere, finchè avessero compiuta la
liberazione della patria. Morì felice, udendo la vittoria del popolo, e la fuga
degli Austriaci dal monte Cornaro.
Nella cattedrale si fecero
solenni esequie al caro estinto. V’intervennero Boufflers con tutti i capi più
ragguardevoli delle armi e del governo. Lodarono l’onorata persona,
l’esaltarono, la mostrarono quale esempio agli altri. Il Senato ordinò che una
statua le s’innalzasse nella sala senatoria.
I volontari della libertà non
rimasero punto avviliti per la morte dell’egregio e prode cittadino; anzi le
esangui spoglie, infiammando i loro cuori, li fecero entrare in maggior furore
che mai, e le già pronte mani vieppiù sospinsero contro gli avidi conculcatori
della patria. Guidati da Agostino Pinelli, sostituito al Canevari, quanti
Austriaci capitavano loro alle mani, tanti sacrificavano all’anima del diletto
capitano. Rimasero su per quei monti segni terribili del valore e del
risentimento dei forti terrazzani.
Non migliore esito per il nemico
avevano le battaglie dal lato della Polcevera; imperocchè i Genovesi non
trascuravano in parte alcuna la difesa di que’ luoghi.
Schulembourg, che non poteva
superare i forti petti degli Italiani, lasciava che i suoi soldati infierissero
sugli inermi, solito andazzo austriaco che l’Italia dovrebbe sapere a prova e
non dimenticar mai. Le crudeltà, i saccheggi, gl’incendi dalle truppe
dell’apostolica Imperatrice commessi non ponno credersi. Non perdonavano le
truculenti, nè a sesso, nè a età, nè a condizione; chi ferivano, chi
contaminavano, chi trucidavano con barbari modi. Campane, vasi sacri, ornamenti
di chiesa, marmi, statue, quadri, ferriate, vetri, suppellettili, mobili, tutto
depredavano i saccomanni, e dalla spiaggia di Sestri di Ponente tutto
imbarcavano su navi inglesi per Livorno e Savona. I sepolcri stessi non
andavano esenti dalla loro rapacità; imperocchè li aprivano, e se vi trovavano
alcun ornamento d’oro o d’argento posto ai morti dai congiunti o dagli amici,
quale segno di riverenza od amore, tutto essi rubavano, ed insaccato mandavano
ai sicuri lidi.
Eppure erano quelli soldati di
una regina, di una donna che diceva seguire la religione del Nazareno, che si
faceva chiamare imperatrice apostolica. Ma l’Austriaco del divin Maestro non
segue già le dottrine, sibbene quelle del Papa, e come questo della religione
fa istrumento di barbarie e di dispotismo.
Un colonnello austriaco, un tal
Franquin, uomo più che bestiale, vera bestia, dopo tante immanità commesse da
non ridire, fe’ a Sestri evirare un cappuccino, perché il meschino frate non
aveva saputo appuntino ragguagliarlo dello Stato di Genova. Ma il castigo di
Dio non doveva tardare a colpire l’inumano uomo; chè, tirando gli Italiani coi
cannoni dal poggio di Belvedere contro gli Austriaci alloggiati all’Incoronata,
una palla vendicatrice lo percosse nel petto, e lo stramazzò cadavere nel
fango.
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