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XVII.
I rapidi progressi di
Schulembourg verso la parte orientale, e l’aver esso di Quezzi e di Camaldoli
fatto suo ricettacolo, non poca trepidazione cagionarono nel popolo. Siccome
sempre accade in simili casi, molti magnificavano la cosa oltre il vero, e, già
presi da sgomento, i Genovesi dubitavano della salute della patria. In tali
estremi momenti non vi è che l’energia di chi regge che possa risollevare gli
animi di chi ubbidisce. E così fu.
I collegi in permanente adunanza
vegliavano; Boufflers s’affaticava quanto e forse più di quanto potesse prode e
amorevole uomo; assicurava le fortificazioni; alzava una subitanea trincea tra
il monastero di Santa Chiara di Carignano e la porta Santo Stefano, eccitando
colla parola e coll’esempio il popolo al lavoro, e il popolo, rifatto d’animo,
accorreva; nuove opere d’alzate e di trincee faceva al minacciato posto della
Madonna del Monte, vi mandava più forte presidio, dandolo in guardia al
valoroso marchese Roquepine; infine l’instancabile capitano poneva il suo
quartiere generale alla porta Romana per essere meglio in grado di sopravedere
e di soprastare da sè medesimo a quanto occorresse per le difese. Anco la
Signorìa mostrava animo pari al pericolo. Mandava alla Madonna del Monte gran
numero di popolo e di villani guidati dai patrizi Giambattista Saluzzo, Stefano
Lomellino, Gianfrancesco Dongo. Colla loro attività e col loro coraggio que’
patrizi assai danni arrecarono agli Austriaci, specialmente il Dongo, il quale,
lasciato l’abito ecclesiastico, onninamente si adoperò nella patria causa.
Nel movimento universale
prodotto dalla prossimità del nemico, gli ecclesiastici, che del Vaticano non
seguivano le massime, mostraronsi sublimi nel loro cómpito di carità patria,
degni di essere tramandati pel ministerio delle lettere alla memoria degli
uomini. Si armarono in gran numero, ed armati si condussero a custodire notte e
giorno la muraglia della minacciata parte; ed in tali pietosi esercizi
continuarono, finchè durò il bisogno, mai venendo in loro meno l’ardore.
Monsignore Saporiti, arcivescovo di Genova, spinto anch’esso dallo zelo
medesimo, andò a farne la rivista là dov’erano accampati alle palizzate del
Bisagno, e i fatti succedentisi non diceva opera umana, ma giustizia del
Signore.
Tutto s’infervorava, nè la
lunghezza del tempo attediava gli animi o stancava i corpi. Le donne ed i
fanciulli, cui uguale amore per la Repubblica, ma non uguali forze potevano
impiegare, si adoperavano volonterosissimi nell’aiutare i più robusti ed
intrepidi uomini alle fortificazioni con portar ceste, terra, fascine, zappe ed
ogni altro oggetto o strumento atto a procurare sicurezza. Onde forti e deboli,
armati e inermi, ricchi e poveri, secolari ed ecclesiastici tutti pagavano il
debito loro alla dolce madre che avevali allevati e nutriti.
La furia di Schulembourg dovette
arrestarsi innanzi agli intrepidi petti dei difensori di Genova, innanzi alla
loro concordia. Il Tedesco non si mise più in pensiero di voler conquistare la
Madonna del Monte. Trovandosi la ligure città tutta all’intorno cinta
dall’esercito confederato e il mare chiuso dal navilio inglese, sperò che la
fame avrebbe fatto quello che non poteva la forza.
I terrazzani da difensori si
fecero assalitori. Vedendo il nemico silenzioso, si spiccarono da Quezzi,
l’andarono a snidare, e gli arrecarono grave danno con una ben combattuta
fazione; altri portatisi a San Pier d’Arena scacciarono i Piemontesi da una
casa nel borgo di Cornigliano, dove si erano fortificati. Gli Austriaci
tentarono di tener fermo il posto di San Gottardo, ma pur quivi colla peggio
furono rimandati.
Austriaci e Piemontesi, non
potendo vincere, saccheggiavano e soqquadravano il paese; nè si poteva
distinguere chi di loro più infuriasse; imperocchè gli uni e gli altri facevano
alle peggiori, nè si ristavano ai pianti ed alle supplicazioni degli inermi e
dei quieti, purchè rubassero, uccidessero, violentassero, ponessero dappertutto
la desolazione e la rovina erano contenti. Nel leggere le narrazioni sincrone
di questi fatti, non potemmo di meno di volare col pensiero alle pagine di
Vittor Hugo, e di convincerci che quando la possente fantasia egli sbrigliava a
descrivere le selvagge mostruosità d’un Han d’Irlanda fosse più storico che
poeta. Cuori di quella tempra pur troppo allignano quaggiù. Se v’ha un conforto
a ciò, egli è che le storie non sempre ci riportano di tali inumanità.
L’ammiraglio inglese che
governava l’assedio dal lato di mare, anco da quello che aveva udito dalla
bocca di Schulembourg, si era immaginato che i Genovesi morissero di fame. Per
accertarsene si mise in capo di voler fare un bel tratto; e fu questo.
Una mattina con bandiera
parlamentaria presentavansi al porto due ufficiali inglesi, i quali chiedevano,
a nome del loro capo, di essere presentati al doge. Allorchè furono innanzi
alla suprema carica della Repubblica, trassero un foglio e lo sporsero. In quel
foglio da parte della Corte di Torino si domandava una cantatrice che in Genova
tutt’altro mestiere faceva di quello di cantare. Aveva proprio la Corte di
Torino da pensare in quel tempo alle cantatrici. Si conobbe la sciocca pretesa,
e agli ufficiali venne detto andassero pure, secondo il piacer loro, cercando
la chiesta persona, e visitassero liberamente la città. I due inglesi videro
dappertutto perfetta quiete, le botteghe de’ fornai piene di pane, tutte le
piazze provviste di commestibili d’ogni genere, non solo i più necessari, ma
benanco di quelli che allettano alla gola. Boufflers li invitò a pranzo; la
tavola fu imbandita con tale abbondanza e squisitezza, che ne avrebbe
disgradato le più sontuose in tempo della più perfetta pace. In fine di tavola
l’arguto francese disse loro: «Vedete, signori, ai Genovesi non manca che un
po’ di neve per mitigare il calore contro dei loro nemici». Bisticcio da
secentista, ma pure espressivo.
Allorchè i due messi se ne
tornarono all’ammiraglio, e gli riferirono quanto avevano veduto ed udito, il
superbo figlio d’Albione sbassò alquanto la sua arroganza per modo che non
sapeva più che dirsi dello Schulembourg.
L’abbondanza dei viveri in
Genova proveniva dall’ardire e dall’arte, con cui i legni della Repubblica:
gondole, gusci, saettie, liuti, schifetti, trapassavano, malgrado gli sforzi
supremi dei nemici, le navi inglesi, ed entravano nel porto recando ogni sorta
di provvigioni.
Narrasi di una galeotta,
chiamata la San Luigi, di bandiera francese, ma da Genovesi governata, la
quale, carica di polveri, nella più chiara luce del giorno sguizzò attraverso
della fila brittanica, e, comechè dalle due bande i cannoni inglesi la
fulminassero, salva si condusse nel porto. Esempio questo raro di sommo
ardimento.
Boufflers si studiava
continuamente a moltiplicare gli ostacoli al nemico e a prolungare colla difesa
la vita di Genova. Gli fu suggerito, ed accettò il pensiero di armare un
pontone, tarda e grossa nave, fatta solamente per uso di trasportar pietre. Lo
afforzò tutto all’intorno di gomene, stoppe, lane, di quanto infine il potesse
rendere impenetrabile alle artiglierie. Lo munì di due grossi cannoni in poppa,
di due minori ai lati, di due mortai nel mezzo. Così armato lo mandò alla
marina della Sturla, scortato da due galere e rimorchiato da una quantità di
battelli. Colà giunto, il pontone si diede a tirare contro gli Austriaci, molti
ne uccise, indusse in tutti timore e stupore per l’apparizione di sì strana e
potente invenzione. Incominciarono i cervelli alemanni a pensare, e capirono
che i Genovesi non erano poi gente da potersi soggiogare così alla prima. Gli
alleati principiarono pure a vacillare nei loro consigli, e dell’evento non
pronosticarono troppo bene.
In quel mentre giunsero ai
Genovesi desideratissime novelle. L’esercito Gallo-Ispano, passato il Varo, ed
occupato il paese di Nizza, si era accinto all’assedio di Ventimiglia, mentre
l’avanguardia condotta da don Francesco Pignatelli, già era pervenuta in San
Remo. Più dubbio veruno non eravi che Carlo Emanuele, temendo pel suo reame,
non fosse per richiamare i suoi soldati dal campo di Genova per inviarli ai soliti
e naturali baluardi del Piemonte. Non fu così nondimeno, chè quel re, credendo
forse che Genova fosse in maggiori angustie di quante veramente ne provava,
oppure stimando che pei luoghi rotti della riviera il nemico non potesse così
presto approssimarsi, aveva manifestato al generale austriaco l’intenzione di
vieppiù stringere Genova, attaccarla con maggior sforzo, onde averla tosto
nelle mani.
Schulembourg e Della Rocca si
affrettarono ad aderire al desiderio del re di Piemonte; essi non cercavano di meglio
che prevenire le nuove combinazioni di guerra che con sè portava l’esercito
alleato.
Genova però non dormiva.
Cittadini, popolo, contadini, soldati e milizie, Boufflers, la Signorìa e
l’Arcivescovo stesso co’ suoi preti e frati, tutti zelatori di libertà, tutti
vegliavano perchè la Repubblica non ricevesse danno. Mani forti avevano i
campioni di Genova, ed animo ancor più forte. Scacciarono essi i Piemontesi e i
Croati dalla Madonna della Incoronata sulle rive della Polcevera, respinsero
gli Austriaci da San Gottardo sulle rive del Bisagno, e comechè in un assalto
dato al monte delle Fasce rimanessero perdenti, tuttavolta vi ebbero combattuto
così ferocemente che il nemico si accorse che in loro non era punto scemato il
vigor primitivo.
In questo fatto fu ferito, preso
e barbaramente trucidato dai Tedeschi fra Paris, fratello di Agostino Pinelli,
cavaliere di Malta, il quale, udito il pericolo della patria, era prestamente
accorso per giovarle e col consiglio e col braccio, in entrambi valentissimo. Il
cadavere di lui, tutto lacero, e indegnamente tronco da uomini inscienti d’ogni
legge divina ed umana, venne ricompro a contanti e trasportato in Genova. Nella
cattedrale, come a quella del Canevari, vennero alla cara salma fatti gli
ultimi onori con solenni esequie. V’intervennero i magistrati, la nobiltà e il
popolo, ed i primi ufficiali di guerra.
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