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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

IntraText CT - Lettura del testo

  • XVIII.
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XVIII.

 

La costanza genovese e la caponaggine austriaca continuavano ad urtarsi. La vittoria però non doveva essere ormai dubbia. Da un lato si combatteva per la libertà, dall’altro pella servitù; valore, umanità e diritto stavano pei Genovesi, viltà, crudeltà e dispotismo pegli Austriaci.

Il 30 giugno da Antibo giungeva in Genova Agostino Haumada, distintissimo generale spagnuolo, mandato da Lasminas in surrogazione del morto Taubin. Quell’arrivo rinforzò sempre più le speranze dei Genovesi; imperocchè se la Spagna mandava uno de’ più scelti suoi generali era argomento che neppur essa rallentava del suo favore verso la Repubblica. In quel torno di tempo seppesi pure che il castello di Ventimiglia si era arreso alle forze Gallo-Ispani. Ciò diede prova manifesta come essi avessero gli eserciti in buon assetto di guerra, e non restasse loro più altro impedimento per venire avanti che le difficoltà dei passi. In quanto a Leutron, che trovavasi in Oneglia, non dava timore che potesse arrestare il corso dei vincitori, poche genti avendo con .

Carlo Emanuele, veduto fallito il tentativo di impadronirsi di Genova, e udendo come l’esercito Gallo-Ispano ogni ostacolo superando si avanzasse vittorioso, ordinò al generale Della Rocca, levasse tosto il campo di Genova e andasse prestamente a congiungersi colle altre forze piemontesi destinate a preservare il Reame da un’invasione che pareva imminente.

Della Rocca, senza indugio alcuno, levò il campo e si ritrasse a Savona, donde poi fece passo in Piemonte. Tale provincia non era certamente sicura. I generali degli eserciti borbonici, non solamente sembravano di volersi prolungare per la riviera in soccorso di Genova, ma benanco di voler tentare qualche fatto di non lieve momento sulle fonti della Dora e del Chiusone, e aprirsi un varco nelle pianure subalpine, avendo mandato sotto gli ordini del cavaliere di Bellisle, fratello del generalissimo di Francia, numerosi battaglioni su pel dorso delle Alpi.

Le speranze d’Austria caddero affatto colla partenza dei Piemontesi, e vani tornarono i desideri di possessione e di vendetta. Ella, mordendosi le mani, dovè convenire che se i Genovesi avevano scritto sulle porte della loro città la parola Libertas, possedevano anche in cuore virtù capace per sostenere che altrui non la cancellasse.

La notte del 3 di luglio, Schulembourg, non potendo più fare alcuna cosa buona per la lontananza degli alleati, e trovandosi in cattiva condizione, levò con somma cautela tutti i campi che sul Bisagno aveva posti, e, con silenzio camminando, si ridusse innanzi tratto al suo alloggiamento della Torrazza; indi, varcata la Bocchetta, e più in procedendo, lasciò libero quasi tutto il territorio della Repubblica. Gli Inglesi, venuti per opprimere un popolo che voleva la sua libertà, dalle spiaggie della Sturla e di Sestri di Ponente, dove avevano il principale adunamento, spiegate nel tempo stesso le vele, s’incamminarono a Vado ed a Savona, riconducendo con le artiglierie e le provvisioni che con tanta fatica e tanta spesa avevano portato ad una impresa di così brutto proposito per le armi d’Inghilterra. Salvi se ne andarono, perchè la superiorità del loro navilio non permise alle piccole navi genovesi di danneggiarli. Bene però popolo e villani seguirono alla coda i soldati fuggenti di Maria Teresa; non pochi ne uccisero e ne ferirono, impadronendosi anco di alcune some piene di oggetti d’oro, non che di molto bestiame.

Così i nemici di Genova se ne andarono; così libera rimase quella generosa città, esempio al mondo che non si assassinano impunemente gli innocenti, e che i forti petti dei cittadini sono baluardo insuperabile a qualunque prepotenza. Il nome genovese visse, come aveva tanti secoli vissuto, rispettato ed amato, finchè, tra la fede rotta e i nuovi disegni di chi più poteva per la forza delle armi vincitrici, non fu già spento, ma fatto comune con quello che già aveva avuto nemico. Però è da credere che i despoti non avvertissero bene nel 1815 a quel che facevano, unendo forti mani e forti petti di qua e di dall’Appennino; se ci avessero pensato non lo avrebbero fatto.

 

Al partire delle detestate insegne si rallegrarono assai i Genovesi, gli uni e gli altri si abbracciarono, le passate calamità si raccontarono quasi come un orribile sogno, e il valore mostrato nella lotta con quel bell’entusiasmo d’un popolo che sa di aver fatto un’opera santa. E il popolo genovese aveva ben ragione di andar glorioso. Senza di esso Genova sarebbe stata sotto il giogo austriaco chi sa per quanto tempo ancora, angariata, concussa in sino all’estremo. Senza il popolo, il patriziato genovese non avrebbe saputo trovare l’antica energia, stabilire alleanze fruttevoli alla patria. «Che l’inse!» sclamò il popolano Balilla, parole che meglio di lunghi discorsi esprimono la terribile disperazione di un popolo che non poteva più sopportare sul capo la ferrea mano dell’usurpatore; e quel popolo, alla magica pietra lanciata contro i superbi e mal accorti Golia, si accese, insorse e vinse; vinse perchè lo volle con fermo e costante proposito. Le rivoluzioni non si fanno come un atto qualunque della vita individua o sociale. Iddio nella sua giustizia ne decreta il giorno e l’ora. E quando il giorno è sorto, quando l’ora è scoccata, la goccia d’acqua fa traboccare il calice, il sasso lanciato impegnare la guerra, mentre la voce dei secoli grida al mondo: «Lasciate passare la giustizia di Dio». Grido democratico di popolo fu quello di Balilla, allarme di rivoluzione, quello allarme che tuttora minaccevole e tremendo suona alla tirannide e alla prepotenza. Grido magnanimo, che precede la eterna giustizia, che i codardi Eunuchi invano presumono soffocarne il prorompere. Silenzio, vi diciamo coll’inspirata parola di Mameli, silenzio, Eunuchi:

 

«Stolti, o venduticredono

Guidar tremando i fati,

Che il lor terror adorino

I popoli prostrati;

Della viltà profeti,

Sui fremiti secreti

Che l’avvenir racchiudono

Spargon blandizie e oblio,

Dicon, mentendo Iddio,

Empio chi tenta oprar.

 

Se Balilla avesse consultato uno di costoro innanzi gettare il sasso, avrebbe avuto l’appellativo di pazzo o di peggio; sarebbe stato deriso, se fallito il colpo, da quelli stessi, che, riuscito a bene, ne sublimarono il nome, gridandolo grande e generoso figlio di Genova. Sempre eguali costoro, anco ai nostri ne avemmo esempi. Milano sorge nel 1848, vince, ed è gridata eroica città; nel 1853 alcuni arditi patrioti tentano sollevarla per cacciarne il nemico, sono perdenti, e quelli stessi che cinque anni prima erano eroi, grandi, vengono appellati pazzi dai fratelli, assassini dai nemici. I fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, ed altri furono derisi, perchè con pochi compagni tentarono generose imprese e fallirono; grande invece è chiamato Garibaldi, che, pur con pochi compagni, riesce nella redenzione di Sicilia e di Napoli. Se una nave borbonica lo avesse gettato nel fondo del mare innanzi sbarcare a Marsala, esso pur ora s’avrebbe la taccia di pazzo. Gli Eunuchi non adorano che la forza materiale, che i fatti compiuti, e pur questi a loro modo. Malgrado i molti esempi non vogliono riconoscere la potenza del popolo, non ammettere che Dio lo protegga nelle sante sue imprese.

Per debito di giustizia dobbiamo ora un cenno alla Francia e alla Spagna, le quali per salvare Genova dalla perdizione, a cui la chiamavano due principi vicini ed uno lontano, quella Genova che grande mostravasi, furono liberali d’uomini e di denaro. La Francia sopratutto è degna di grandissima commendazione; imperocchè nessuna spoglia per serbò, solo intenta a proteggere il giusto. Così se la ingiustizia trovò avvocati ed armi, la giustizia pur trovò, e tanto più che il popolo aveva saputo meritarli col suo amor di patria, col suo coraggio.

 




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