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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

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  • XIX.
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XIX.

 

Il duca di Boufflers, che sì valorosamente aveva combattuto, non ebbe il contento di veder coronata l’opera da lui sì bene condotta. Le palle tedesche lo avevano rispettato, il vaiuolo lo ammazzò. Esso morì ai 2 di luglio 1747 nell’età di quarantadue anni. I Genovesi lo avevano preso ad amare assai, poichè nessuno fu mai più caritatevole verso i poveri, più generoso verso gli amici, più valoroso contro i nemici, più amante di Genova dell’estinto duca. Il popolo lo pianse, e le lagrime d’un popolo sono la più eloquente, la più bella orazione funebre cui uomo possa desiderare. Il popolo non sa fingere, il suo pianto o la sua gioia non sono menzogneri, non adulatori. Oltre alle lagrime i Genovesi diedero al Boufflers quanto Stato riconoscente può dare a chi più non viva. I collegi decretarono che una lapide alla sua memoria fosse posta nella chiesa dell’Annunciata del Guastata, precisamente nella cappella di San Luigi appartenente alla nazione francese. L’inscrizione latina incisa su quel marmo nell’italiana favella suona così:

«A Giuseppe duca di Boufflers, governatore della Fiandra, francese, a Genova venuto portatore della volontà di Luigi XV, re, per avere col senno e colla mano confortato i cittadini afflitti da lungo assedio, col riattar vecchie ed alzar nuove fortificazioni, frenato per terra e per mare i confederati inimichevolmente avventantisi, con fatiche e consunzione della vita sostentato la libertà della Repubblica da nemica forza ad ogni modo tentata, al difensore amantissimo il Senato per dargli immortalità di nome, giacchè non potè di vita».

Quindi il gran consiglio, intento ad onorare un uomo caro e benemerito alla Repubblica, statuì che il figlio dell’estinto Boufflers e i suoi discendenti fossero inscritti nel libro d’oro della nobiltà genovese, e di più che e’ potessero annestare le armi della Repubblica con quelle del proprio casato.

Gli altri morti per Genova si ebbero pure i dovuti onori. Per ordine dell’arcivescovo fu solennizzato nella cattedrale un triduo ed un funerale. Il magnifico tempio era tutto a gramaglia; nel mezzo ergevasi un catafalco, circondato da infiniti lugubri lumi, e sopra la porta maggiore leggevansi le seguenti parole:

«Ai fortissimi cittadini cui l’amore della patria spinse a morte, perchè abbiano dopo le guerriere fatiche pace e riposo eterno, questo lutto di pietà, questo ufficio di gratitudine

Altro e non men grave pensiero era pur venuto in mente dei magistrati, e fu che si rendessero grazie e voti al Dator d’ogni bene per aver conservato alla Repubblica quello che più d’ogni altro si deve apprezzare ed amare, la libertà. Il 23 di luglio, i collegi, la nobiltà, i magistrati i capi delle armi radunavansi nella metropolitana, e per loro facevasi solenne processione coll’intervento dell’arcivescovo e del clero, a cui pei loro recenti fatti in pro della patria, i popoli riconoscenti guardavano con maggior riverenza del solito. La divina presenza, la serenità dell’aria, il raccoglimento dei magistrati, il rispetto dei cittadini, l’armi lucenti ed apprestate, non più a morte, ma a vita, la ricordanza dei passati danni, il contento della presente felicità, davano a quella pompa un non so che di grave, di pietoso, di soave e di sacrosanto insieme: religione e libertà si univano. I Genovesi pregavano e ringraziavano: il mondo li ammirava. In quel solenne e ben augurato momento suonavano le campane, strepitavano ad allegrezza i fucili delle schiere, tuonavano i cannoni. La sera poi la città in ogni parte comparve illuminata, e scorgevansi altri festevoli segni, indicatori che quello era giorno memorabile e grande nei fasti della Repubblica.

Le felici novelle di Genova furono dai sopracciò partecipate a mezzo di ambasciatori agli amici sovrani. Le cose però non erano ferme ancora intieramente; imperocchè i rumori di guerra facevansi tuttodì udire ai confini della Repubblica. L’assistenza della Francia era ancora necessaria.

Il marchese di Bissy venne per sostenere le veci di Boufflers, poi, per maggiore significazione d’onore e di favore, re Luigi, in sullo scorcio del settembre, mandava il duca di Rechelieu. Presentatosi questi al Senato disse:

«Genovesi, re Luigi, mio signore, niuna cosa ha più a cuore che la salute della Repubblica, io a voi vengo portando per lei la medesima incorrotta fede, il medesimo intenso desiderio di giovarle, che in Boufflers tanto da voi sospirato e pianto avete veduto

Il doge rispose:

«Duca di Rechelieu, la Repubblica conosce e sente nell’intimo del cuore le obbligazioni che ha al magnanimo re di Francia; si rallegra, si gloria e si conforta che ad un repotente tanto sia accetta da mandare, quale esecutore della sua benigna volontà, un ministro di così alto stato e tanto amato da lui.»

Il duca di Richelieu mostrò verso Genova la medesima benevolenza del predecessore; ma l’occasione di segnalarsi che fu larga a Boufflers gli mancò. Piccoli fatti soltanto successero ancora su quello della Repubblica, perchè la guerra in altri territori incrudeliva. Tentò Savona per sorpresa, Campofreddo per forza, e non gli riuscì. Conquistò però Varaggine, cacciandone i Piemontesi e facendo molti di loro prigioni. Represse il nemico nella riviera di Levante, preservò quella di Ponente sia dov’era libera, e tale in pericolo fazioni si mostrò, che ognuno conobbe come capace fosse delle più grandi.

 




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