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XX.
I potentati erano ormai stracchi
della guerra; ma non sazi di sangue. Terminato l’assedio di Genova, i
Gallo-Ispani decisero condursi a nuove offese.
Il maresciallo Bellisle ed il marchese
Lasminas, non andavano però innanzi tratto troppo d’accordo sull’impresa che
primieramente dovevano eseguire. L’uno e l’altro volevano bensì cacciare nel
precipizio il re di Sardegna, e rompere la forza austriaca in Italia, ma
Bellisle l’intendeva ad un modo, Lasminas ad un altro. Il Francese considerava
che se si penetrasse in Piemonte per le Alpi e si domasse re Carlo Emanuele,
altro partito non resterebbe agli Austriaci che quello di ritirarsi sugli alti
monti del Tirolo. Presumeva altresì che il re, tutto intento alle cose Liguri,
avesse lasciato con poca custodia i luoghi per ove intendeva di passare. Voleva
per conseguenza che il Piemonte s’invadesse per le Alpi. Lo Spagnuolo, pel
contrario, mosso sempre dalla mira del grasso pascolo di Parma e di Piacenza,
portava opinione che si costeggiasse il mare per la riviera di Ponente, si
prendesse Savona e si riuscisse, varcati gli Appennini liguri, e sottomesso
Gavi, sulle sponde della Scrivia e della Trebbia. Le due sentenze furono
abbracciate, scemandole così del loro valore.
Una parte delle forze francesi
fu posta a stanza nella contea di Nizza per tenere in riguardo la forte
adunazione di truppe, che Carlo Emanuele aveva fatta nella provincia di
Saluzzo. Quella parte, quando l’altra, di cui ora parleremo, avesse condotto a
compimento le fazioni commessele, doveva prestamente calarsi pella valle di
Stura contro Cuneo e appoggiare così l’andata di Lasminas per la riviera.
L’altra parte francese, confidata al cavaliere di Bellisle, a cui il maresciallo,
suo fratello, desiderava meritamente con ardore di aprire l’occasione di
qualche fatto onorato, teneva ordine di passare le Alpi Cozzie e penetrare da
quel lato nella pianura piemontese per divenire l’ala sinistra del corpo
principale condotto dal fratello. Strano era il pensiero e inusitata la via che
volevano fare; imperocchè disegno loro era di evitare Icilia e Fenestrelle, e,
valicando i monti torreggiati fra l’una e l’altra di quelle fortezze e
dividenti la valle di Dora dalla valle di Chiusone, sboccare nella valle di
Sangone per scendere a Giaveno, con che avrebbero schivato l’incontro della
insuperabile Brunetta. Speravano poscia, che parte per oppugnazione, parte per
assedio non avrebbero molto penato ad impadronirsi delle fortezze, e, torcendo
la via verso la loro destra, avrebbero inondato tutto il Piemonte, rasentando
le Alpi Cozzie e Marittime e l’Appennino.
Il cavaliere di Bellisle marciò
colle sue genti, giunse a Briansone, e, tra il quattordici e quindici luglio,
passò il monte Ginevra. Al suo apparire i Piemontesi, ingrossati da qualche
nodo di Austriaci e da alcune compagnie di Valdesi, si ritirarono sul colle di
Sestriere, onde passarono a Villar d’Aumont, a Isoraus, e finalmente sul colle
del Puy di Prato Gelato, dove si accamparono. Infrattanto i soldati leggieri di
Francia si erano condotti alla Rua, piccolo villaggio posto rimpetto al Puy.
Rimaneva a superarsi il sommo giogo che separa la valle di Dora da quella di
Chiusone. La via ne è alpestre sì, ma alquanto piana sulla cima, per cui vien
detto il colle dell’Assieta.
La custodia di quelle sommità
era affidata al conte di Cacherano di Bricherasco, valoroso soldato subalpino.
Ai diciotto venendo ai diciannove, egli ebbe avviso dell’avvicinarsi del
nemico, e tosto da Puy mandò al passo dell’Assieta qualche po’ di gente a
munirlo, alloggiandole nelle trincee, o piuttosto dentro certi ripari di sassi
che vi aveva fatto innalzare con previsione di ciò che avvenne. Il numero de’
suoi non sommavano che a quattordici battaglioni, dieci piemontesi, quattro
austriaci. Ma il capitano del re di Sardegna, postosi sulla più alta cima del
monte, aveva innanzi a sè tutti i luoghi sottostanti, e signoreggiava tutte le
trincee. Il dì diciannove i Gallo-Ispani comparvero con terribile mostra verso
l’Assieta, salendo con quaranta battaglioni divisi in tre colonne, e provveduti
di nove cannoni da campo. Alla vista di quelle prevalenti forze, il Bricherasco
fu per un momento in forse della difesa. Erano tanto sproporzionati i due campi
da non lasciar quasi speranza di vittoria, e anzi da mettere in fondato timore
di essere circondati e fatti prigionieri di guerra. Senza artiglieria, senza
palizzate, senza opere difenditrici, la esitazione non era per fermo da
imputarsi negli Italiani subalpini a codardia. Però considerando l’importanza
di quella chiave delle piemontesi valli e la brama di far argine coi valorosi
corpi alla inondazione nemica, Bricherasco rinnovò su quelle vette alpine il
magnanimo proposito dei trecento di Leonida alle Termopili.
L’ardimento all’assalto fu
indicibile. Salivano i Gallo-Ispani di corsa la dirupata via verso il sommo del
colle, quantunque ad ogni passo vedessero a cadere morti o feriti de’ compagni,
avvegnachè nessun colpo i Piemontesi tiravano che non andasse a segno. Più
volte i granatieri di Francia, formanti la prima colonna, ebbero toccato il
sommo giogo, e già colle scuri abbattevano le deboli trincee, e già le
rovinavano sulla fronte, là dove il conte di San Sebastiano e il cavaliere
Caldora, capitani del reggimento delle guardie, sostenevano la battaglia, ma
sempre da que’ due valenti furono con gravi perdite risospinti indietro. Le
altre due colonne, a destra e a sinistra, non poterono mai avvicinarsi alle
trincee, sì per la malagevolezza del cammino, come pel fitto bersaglio che
facevano i Piemontesi a palle ed a sassi. Con infinito cordoglio il prode
Bellisle vedeva l’indietreggiare de’ suoi. Egli a tutto costo anelava di
mettere a fine il suo mandato, pensando all’importanza del fatto, all’onore
della Francia, alla fede del fratello, ai discorsi che in Parigi si farebbero
se vinto, dopo tanti vanti, da poca gente in mezzo ad ignorate montagne. Non
sofferendogli l’animo ad un tal pensiero, e dal proprio coraggio sospinto,
toglieva arditamente di mano ad un alfiere una bandiera, e si slanciava innanzi
per piantarla proprio sull’orlo delle fatali trincere. Così precedeva Bellisle
a Bonaparte, che, ai 17 novembre 1796, rinnovava il forte esempio nel Veneto,
al ponte d’Arcole, quantunque con più lieto successo che non il suo predecessore.
Soldati ed ufficiali lo seguitarono per punto d’onore. Accanitissima zuffa si
accalorò allora d’attorno all’onorato segno. Invano gli stessi ufficiali di
Piemonte, ammirati a tanto valore del capitano francese, lo supplicavano a
ritirarsi da quel certo pericolo. Stette fermo, chiamando e richiamando i suoi
alla pugna, finchè, ferito di baionetta in un braccio nell’atto stesso che
piantava la bandiera, e poi da due archibugiate, l’una nel petto l’altra nella
testa, cadde morto sul campo. Al cadere del prode generale, scoraggiatisi, i
soldati di Francia si diedero precipitosamente a fuggire, rimanendo a
Bricherasco e ai suoi strenui compagni la vittoria.
Il numero dei morti, feriti e
prigionieri nella parte perdente passò i cinquemila, compresi trecento e più
ufficiali uccisi. Da lungo tempo fra le nobili e più ricche famiglie di Francia
non era stato tanto lutto per parenti od amici morti in battaglie. Più di
seicento feriti, lasciati lungo le strade per mancanza di trasporto, furono
raccomandati al Bricherasco. Nel campo vennero trovate tre bandiere, le quali
furono anzichè a Torino recate a Vienna. Perchè? È vero che fra i vincitori
contavansi pochi battaglioni austriaci, ed erano i meno di lunga, ed era
battaglia combattuta e vinta in Italia. Ma Carlo Emanuele era sventuratamente
non solo re di Sardegna, sibbene, come in principio di questa storia dicemmo,
anco generalissimo di Sua Maestà Apostolica, e doveva essere a quella
sottomesso. Misera sorte di questa nostra terra dannata per tanti secoli
«A
pianger sempre vincitrice o vinta».
Degli Austro-Sardi, tra morti e
feriti, mancarono appena duecento.
La nuova della vittoria rallegrò
i popoli piemontesi, e tanto più che sperarono dalla gloria acquistata avere
alfine la tranquillità. Fu vana speranza; chè non così presto dovevano essere i
popoli appagati.
Il dì 23 di luglio nella
metropolitana di Torino se ne rendettero pubbliche grazie a Dio. Carlo Emanuele
fece distribuire in pari tempo premi a chi aveva sì ben combattuto, largire
alle truppe il soldo d’un mese con un’arrota di riso, carne, vino ed altri
commestibili e conforti di soldatesca. Al maggiore del reggimento di Casale,
cavaliere di Panizzera, che primo recò a Torino la nuova della segnalata
vittoria, fece dono della croce dei SS. Maurizio e Lazzaro e d’una pensione, e
della gran croce e di una pensione più grossa a Bricherasco, che aveva con
poche truppe, sprovvisto d’ogni argomento di guerra, vinto un nemico tre volte
più forte e munito di cannoni.
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