Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

IntraText CT - Lettura del testo

  • XX.
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

XX.

 

Noi non racconteremo punto la minuta guerra che travagliò sullo scorcio del 1747 e sul principio del 1748 le due riviere di Genova, sforzandosi i generali austriaci di fare alla Repubblica ligure tutto quel male che potessero, e Rechelieu tutto quel bene che nel suo animo benevolo le portava. La narrazione di tali particolari, oltre al non essere nel limite della nostra storia, recherebbe troppo dolore ai nostri lettori. Soltanto diremo come il mondo, stremato di forze per lunga e disperata guerra, domandasse pace, e pace concludessero i potentati. I legati convennero in Aquisgrana, ed ivi il 18 ottobre 1748 fu conchiuso il patto, che ebbe nome da quella città. In forza di quel patto Genova venne rintegrata nel possesso del Finale, e così Carlo Emanuele rimase deluso di un paese, che gli era stato dato in acquisto col poco onesto trattato di Vormanzia. Gli Stati poi delle altre parti belligeranti a quasi nessuna variazione soggiacquero. I popoli respirarono alfine, pur dicendo che non francava la spesa di tanto sangue e di tanto oro per lasciare le cose poco su poco giù come erano prima. I popoli avevano ragione; ma avrebbero fatto meglio a pensarci prima di lasciarsi trascinare al macello. Quel giorno in cui la fratellanza europea sarà diventata un sentimento delle coscienze d’ogni popolo, allora di tali assassinamenti non se ne vedranno più. È cómpito santo degli Apostoli di libertà l’educare i popoli europei al principio delle nazionalità confederate. Ogni patriota di qualunque nazione sia, che ama davvero il bene della propria patria, e per essa quello dell’umanità intera, lavori indefessamente a sempre più propagarlo. Una tale confederazione è tuttora nella mente degli ideologi; bisogna perseverare, non sostare sulla via gloriosa e profittevole, e un il grande edificio sarà eretto: allora soltanto i popoli saranno ricchi e felici.

— E Balilla il generoso popolano? ci domanderanno i nostri lettori nell’accomiatarci da loro.

La storia tace di lui dopo aver narrato il suo atto eroico; anco la tradizione sembra averne perduta la traccia. I Bisagnini narrano che un pietoso romito nella seconda metà del secolo XVIII vivesse nella loro valle e che colle sue opere continuate di santità avesse saputo acquistarsi l’amore di tutti. Non aveva stabile dimora, or nell’uno or nell’altro eremo che dal Bisagno alla Cervara trovavasi, riposava. Pallido il viso, il dolore gli aveva travagliato la fronte di profondi solchi, e gli pendeva incolta sul petto la barba precocemente canuta. Era consiglio e conforto in quelle valli dove la riverenza e l’affetto lo facevano santo. Sugli ultimi anni lo aveva raccolto la solitudine dove fu prigione il re cavalleresco, e di scendeva a Camogli per le provvisioni che domandava alla carità. Per alcuni giorni non fu veduto, e i terrazzani, inquieti per la di lui vita, salirono a cercarlo. Lo trovarono inginocchiato sull’ignuda terra nell’atto di chi prega. L’anima aveva spezzate le sue catene ed erasi liberata dal carcere umano. Sotto al cilicio che gli tormentava le carni trovarono un medaglione d’argento con inciso da un lato la data 5 dicembre 1746, dall’altra un nome di donna. L’amata reliquia fu sepolta con lui nella badia di San Fruttuoso, e avvegnachè nessuno sapesse il nome del santo vecchio, sulla pietra del suo sepolcro scrissero il nome e la data del medaglione.

L’innominato romito era Giovanni Balilla, il popolano iniziatore della grande rivoluzione genovese.

 

La Signorìa, per testimoniare ai posteri che ella riconosceva dalla Madre di Dio la forza e l’energia dimostrata dal popolo nello spezzare le proprie catene, dopo di aver rimunerato in ogni maniera chi tanto si era adoperato pel bene della Repubblica, decretava che ogni anno il giorno dieci di dicembre, giorno in cui gli Austriaci erano stati vinti e cacciati da Genova, il serenissimo doge coi collegi dovesse recarsi in forma solenne sul monte di Oregina a porgere inni di ringraziamento nella chiesa che ivi sorge dedicata a Nostra Signora di Loreto, la cui festa nel giorno dieci di quel mese appunto succede. Questa solennità aveva luogo ogni anno all’epoca indicata; caduta la Repubblica, tacque la festa del popolo.

Fu soltanto nel 1847 che alcuni egregi ed intrepidi cittadini genovesi, animati da quell’affetto che ogni più andava crescendo in quanti erano Italiani amanti della patria, vollero rinnovata la religiosa festa popolare, sì per isciogliere un voto fatto dai loro avi a Maria, come anche per restituire ai cittadini d’ogni ceto la dovuta e santa eredità delle loro gloriose memorie.

Il sole del 10 dicembre 1847 sorgeva bello, limpido in un cielo azzurro e trasparente, pareva che irradiasse con affetto maggiore le verdeggianti colline genovesi a festeggiare anch’esso colla brillante corona de’ suoi raggi la grande solennità diciamo, anziché municipale, nazionale. Erano appena le ore otto del mattino, e già l’amena passeggiata dell’Acquasola, luogo del comune ritrovo, era gremita di molte migliaia di persone, le quali ordinavansi in ischiere, in isquadre. Un numero immenso di bandiere sventolavano in aria, era un chiedere ansioso, un prepararsi giulivo, un fremere d’impazienza, una lietezza che traspariva d’ogni volto e che faceva più vivido l’occhio delle belle Genovesi, più espressiva la fisonomia della gente del popolo. In tutti vedevansi dipinto un insolito giubilo, in tutti una nuova energia, l’entusiasmo di un gran fatto, d’una nuova vita. Era una festa non officiale; era una festa cui il popolo doveva prendere parte, non come spettatore insciente di ciò che si stava per fare, ma siccome attore protagonista che leggeva nel passato e meditava sull’avvenire. Alle nove circa la processione prendeva le mosse ed avviavasi per il santuario di Oregina. In capo alla comitiva sventolava la famosa bandiera del 1746 che quei di Portoria in uno alla memoria del Balilla e della gran rivolta, conservano tuttodì con affetto veramente religioso, profondo. Essa era recata da un tal Nicola Bixio, cugino del generoso Balilla, vecchio di oltre novant’anni ed ottimo popolano, depositario del sacro vessillo3. Seguitava una numerosa schiera di donne povere e ricche bellamente confuse, capitanata dall’animosa signora marchesa Teresa Doria, e preceduta da uno stendardo portato da una del popolo. A questa schiera di donne, animate di un eguale sentimento, teneva dietro una rimarchevole truppa di fanciulli, i quali schiudevano il cuore, sì teneri ancora, all’affetto di patria. Questi erano seguiti da molti preti e frati, preceduti dalle loro bandiere, e dopo di essi da infinite schiere di cittadini d’ogni condizione: negozianti, mediatori, avvocati, procuratori, notai, studenti, questi ultimi aventi a duce il conte Terenzio Mamiani. Le schiere tutte procedevano in bell’ordine, facendo pompa dei loro vessilli che sventolavano festosi, o delle azzurre coccarde di cui adornavansi il petto; ciascuno aveva anche un ramoscello di quercia, simboleggiante la propria forza civile. Quelle schiere erano sempre precedute e regolate da un capo-squadra e da parecchie guide, le quali si adoperavano meravigliosamente perchè i movimenti delle schiere medesime si eseguissero con regolare e ben intesa prontezza. Venivano quindi i capitani di mare sulle cui fronti abbronzite brillava il raggio del sentimento cittadino, i marinai gagliardissimi, i cultori delle belle arti, i facchini, gli artigiani, confusi tra loro. vuolsi dimenticare che era gratissimo lo scorgere un numeroso drappello di piemontesi, tutti disposti in ordine mirabile, facenti sventolare i loro rossi vessilli con bianca croce, capitanati da un signore piemontese, il quale, in segno di gentilezza veramente cordiale ed accettissima, recava un magnifico stendardo genovese.

Il numero delle persone componenti la processione era di oltre a trentamila.

La comitiva, partendo dall’Acquasola, percorreva le strade Nuove, via Balbi, San Tomaso, ecc. e bello era il vedere le finestre d’ogni palazzo, d’ogni casa adorne di arazzi, apparamenti, bandiere, e da queste stesse finestre bello lo scorgere persone che facevano sventolare i loro bianchi fazzoletti in segno di evviva, di esultanza. Il corteggio, devoto al programma, procedeva composto a gravità religiosa, silenziosa, tranquilla; a quando a quando quel silenzio era interrotto dai lieti suoni di molti civici concerti, alcuni dei quali erano stati inviati dalle vicine città e vicini paesi della Liguria. La folla del popolo, accorso anco dalle due riviere, era immensa; stipava ogni via, accalcavasi per ogni dove, applaudiva, esultava per tutto, e da per tutto ordine ed armonia scorgevansi; quell’ordine e quella ben intesa armonia, la quale è prova di incivilimento e di progresso.

Intanto il solenne corteo ascendeva il monte di Oregina. Appena il venerato stendardo del 1746 toccò le soglie della chiesa sacra a Maria fu intuonato solenne Te Deum che quelle moltitudini cantarono con tutta l’enfasi di cui è capace chi è animato dall’amore della patria, dalla religione. Dopo di che, inginocchiatisi gli astanti, fu data la benedizione del Venerabile. E qui si aprì una nuova scena quanto altra mai commoventissima e grande. L’egregio abate di San Matteo, Pio Nepomuceno Doria, collocatosi al sommo della gradinata del tempio, con intorno un corteggio di frati, preti e cittadini, benediceva ai vessilli che i passanti abbassavano dinanzi a lui, mentre quello del 1746 gli stava al fianco come simbolo della memoranda vittoria e dello splendido festeggiamento. Il verde degli allori, l’affluenza straordinaria del popolo, i suoni dei musicali istrumenti facevano di quel colle un luogo di magico incanto; ma la commossa persona dell’abate, sulla cui mitra dorata il sole vibrava i suoi raggi, in quell’atto maestoso e solenne, riempiva l’anima di profondo rispetto e di religiosa compunzione. E sfilava, sfilava il corteggio dinanzi all’ abate; e, sciolto il voto, intuonavasi da tutti l’inno popolare: «Sorgete Italiani - A vita novella». Fra i suoi evviva e i suoi canti e la sua ebbrezza indicibile, il corteggio schiudeva pure il cuore alla carità; imperocchè nell’attraversare la villa Elena, gentilmente aperta dall’egregio proprietario, offeriva a quattro distinte signore, collocate all’ingresso e all’uscita della villa anzidetta, una obblazione generosissima pel cugino del valoroso Balilla, pei poveri della città e per una cadente vecchia, dimorante in Oregina, la quale rammentava alcuni fatti della popolare vittoria del 1746. Attraversata la villa Elena, la comitiva, sempre in ordine ammirabile, discendeva dal piano di Rocca, mentre dal soprastante colle di Pietraminuta udivansi continuati spari di mortaretti, i quali accrescevano notabilmente la comune festività. Sboccato il corteggio sulla piazza dell’Annunziata, gremita di gente, inoltravasi in via Carlo Alberto, San Lorenzo, Carlo Felice, via Giulia, e finalmente nella gloriosa strada di Portoria, ove non è a dire quante persone si fossero adunate. Quivi era stato eretto un grand’arco, tutto a festoni, a bandiere, ad arazzi e ad emblemi, e alla cui sommità era la statua di Balilla in atto di scagliare il sasso fatale. Mano a mano che i drappelli passavano, dove è venerata la pietra del famoso mortaio, si abbassavano su questa i vessilli, ed alzavasi il più generoso e gagliardo evviva che mai puossi proferire da labbro: Viva l’indipendenza italiana! «Attraversata Portoria fra i viva ed i canti, la comitiva, reduce all’Acquasola, scioglievasi in bellissimo ordine, senza che il più lieve sconcerto alterasse mai nel lungo tragitto la dignitosa calma e la gioia suprema di tutti.

Ecco la festa del popolo. — V’ha festa al mondo che possa mai pareggiarla? Le feste nazionali del popolo sono la scena più imponente, lo spettacolo più grande che possa porgere una città; imperciocchè negli evviva, nei canti, nelle grida che egli solleva, v’ha il sentimento profondo della sua dignità e de’ suoi diritti; v’ha l’eco delle sue glorie, la grandezza de’ suoi giuramenti; le feste del popolo, destinate a solennizzare un gran fatto, una grande vittoria, sono la più gran prova della gagliardia cittadina. Il popolo che canta con tanto ardore e con tanto entusiasmo le sue vittorie, sente la propria forza. Sublimi sempre saranno le feste del popolo, ed eterne dureranno; imperciocchè le vittorie come quelle di Genova, di Milano, di Como, di Brescia, di Bologna, di Palermo, non facilmente ponnosi dai popoli dimenticare.

Venuta la notte fuvvi in Genova generale luminaria. I segni di vera esultanza non solo mostravansi per entro la città, ma anche sui mille colli che la incoronano; imperocchè ardevano sovr’essi un numero infinito di falò, le cui fiamme, agitate dal vento, parevano confondersi fra loro e formare attorno a Genova una ghirlanda di fuoco. Era un incanto magico e nuovo; uno spettacolo indescrivibile. in quella sera tacquero gli spari dei mortaretti. Il colle di Pietraminuta, quello stesso su cui, come abbiamo narrato, in onta alla rapidissima salita, la furia del popolo trascinava nel 1746 un grosso mortaio per battere di gli Austriaci a San Tomaso e nella piazza principe Doria, ora alla sua volta voleva ricordare il celebratissimo fatto; ed a tal uopo alcuni animosi signori, dimoranti sopra l’amenissimo colle, ordinarono gli spari di un numero sterminato di mortaretti, i quali echeggiavano rumoreggiando per l’aere, quasi accompagnando col loro frequente tuonare gli acuti evviva dei cittadini.

Mentre dai monti, dai colli, da ogni luogo circonvicino si appalesavano quei segni di giubilo, nelle popolosissime vie della città scorrevano molti e molti drappelli di cittadini, cui prendevano parte anco gentili signore, preceduti da vessilli, e alcuni accompagnati da torce. Il canto, voce dell’anima, risuonava dappertutto: ogni via era stipata di popolo e rischiarata da lumi; ogni viottolo aveva i suoi tripudi; ogni bocca il suo inno; ogni cuore il suo voto. Il quartiere di Portoria però era il centro della gioia, il luogo del trionfo; ivi le grida di festa erano continuate; i giuramenti profferti sul sasso del mortaio, infiniti; era un non interrotto abbracciarsi di nobili e plebei, di ricchi e poveri; un chiamarsi replicatamente fratelli. La generale commozione eragrande, sì profonda, sì vera, che ogni ciglio versava lagrime di arcana indicibile contentezza.

Dal 1847 in poi, il glorioso anniversario della grande sconfitta austriaca è con più o meno pompa religiosamente celebrato in Genova ogni anno nel decretato giorno 10 dicembre. Il popolo sempre vi accorre numeroso: è dessa una sua festa, una sua gloria. — Ormai anco altri fratelli di Italia vi prendono parte, sciolgono coi Genovesi un voto che, se fu fatto dalla Repubblica, è voto nazionale, voto di tutta la generosa Penisola. — Iddio conservi sempre ai popoli le loro feste.

 

Oltre alla pietra che in strada di Portoria copre la fossa ove sfondò l’avventuroso mortaio e addita l’epoca in cui il sasso scagliato dal Balilla produsse quella popolare rivolta che abbiamo descritta, santificando nel cuore d’ogni buon Italiano le caldissime parole del giovinetto del popolo, venne eretto nella vicina piazza dell’Ospedale di Pammatone un monumento rappresentante il Balilla in atto che lancia la pietra. Quel monumento fu dono della città di Torino, alla quale Genova, in attestato di sentita gratitudine, fece alla sua volta presente della statua di Pietro Micca, il semplice soldato minatore, nato pur dal popolo in Andorno Sagliano, il quale, col sacrificio della propria vita, il 30 agosto 1706, faceva salva Torino.

Balilla e Micca; ecco i due liberatori del secolo decimottavo4.

 




3 Prima del 1847 erano state offerte al venerabile cugino del Balilla parecchie migliaia di lire per quello stendardo, ma l’onesto e nobile artigiano, che tanto era altero di tenerlo in deposito, rifiutò l’ingente somma, dicendo che per qualunque tesoro non avrebbe ceduto mai il tesoro della sua casa e del suo quartiere.



4 Il monumento di Balilla è alto circa cinque metri e mezzo, la base ne è di marmo, la statua del popolano in bronzo. Quel monumento venne posto anzichè in Portoria, nell’attigua piazza dell’Ospedale di Pammatone per non ingombrare la strada, essendo alquanto stretta come molte ve ne sono in Genova.






Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License