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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

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  • VI.
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VI.

 

Mentre Genova era in preda alle surriferite sciagure, nelle riviere andava pur precipitando il suo Stato. I Piemontesi, guidati dal conte della Rocca, si erano già avanzati nella riviera di ponente, avevano presa la città di Savona, solo rimanendo in potere della Repubblica il castello, alla cui custodia era Agostino Adorno, nobile per lignaggio ed ancor più per valore. Comechè egli si fosse avveduto che la fortuna di Genova andava cadendo in disperazione, da nessuna parte gli si aprisse speranza di soccorso, intento solamente al suo dovere, aveva risposto alle chiamate di dedizione che gli erano state fatte, che la Repubblica gli aveva dato in guardia la fortezza e alla Repubblica la voleva conservare.

Nacque da una tale opposizione un caso per parte degli Anglo-Austriaci, cui non sappiamo classificare se più iniquo o più ridicolo. Gli Inglesi, vilmente torcendo a danno del più debole il senso dell’articolo della intimazione del Botta, in cui era detto che i Genovesi non potessero commettere ostilità contro gli Austriaci e loro alleati, pretendevano che Agostino Adorno non dovesse in modo veruno sturbare i Piemontesi nelle opere che facevano contro la piazza di Savona, come se i Genovesi fossero obbligati a lasciarsi uccidere senza la menoma resistenza.

Il misero Adorno, mosso o da una fede eccessiva nei patti, o da una prepotenza, di cui non poteva conoscere, se ricusasse, gli effetti contro l’infelice sua patria, frenò la destra, e fece tacere i cannoni. I Piemontesi poterono farsi avanti a loro bell’agio nei lavori della per loro non difficile ossidione; imperocchè procedevano contro chi non voleva difendersi per rispetto ai patti stipulati, o per timore d’una incredibile prepotenza.

Quando poi le trincee, e le alzate, e le scavate, e gli spinapesci, e i gabbioni, e le fasciature, ed altre simili invenzioni di guerra furono condotte a compimento, senza che il castello dêsse segno, i Piemontesi cominciarono molto furiosamente a bersagliarlo con palle e bombe. L’Adorno, sebbene fosse sul disavvantaggio, per avere il nemico preso i luoghi più propizi all’attacco, non si smarrì punto; e poichè al fuoco si era venuto, col fuoco vigorosamente rispose. Nè cedè, come vedremo, se non quando per la rottura della muraglia era divenuto evidente che non a mancanza d’animo, ma ad una necessità di guerra obbediva.

Carlo Emanuele, geloso di ricuperare la sua Nizza, non si era punto fermato all’intoppo trovato a Savona. Lasciati ivi sufficienti manipoli di soldati, aveva più oltre proceduto, preso Finale, già bloccato dal principe di Carignano, occupato tutto il paese, e non aveva trovato impedimento che a Ventimiglia. Quivi era ancora forte mano di Francesi, i quali ricusarono di cedere alle intimazioni di Carlo Emanuele. Laonde fu necessità al re d’usare la forza per domarli. Fatte venire per mare le grosse artiglierie, battè talmente la piazza che il comandante, fatta per otto giorni onorata difesa, fu obbligato ad arrendersi.

Destino non dissimile ebbero i castelli di Villafranca e di Montalbano, i quali, venuti dopo debole contrasto in mano dell’antico padrone, gli aprirono l’adito a Nizza.

Carlo Emanuele desiderava di andare senza porre tempo di mezzo a tentare le sponde del fiume Varo; ma fu costretto di frenare il corso alcun giorno, essendo stato in Nizza colpito dal vaiuolo.

In sullo scorcio del mese di novembre, sempre fermo nel suo divisamento, accompagnato dall’austriaco Brown, passò il re il Varo, recandosi alla conquista della Provenza. Di tale invasione ebbe a soffrirne anco l’infelice Genova; imperocchè, avendo gli Austro-Sardi trovato il paese invaso spoglio affatto di viveri, da quella città traevano le provvigioni, il che la metteva in augustie tali da non potersi adequatamente descrivere. Oltre a ciò abbisognando gli aggressori di grosse artiglierie per battere le piazze forti, ed innanzi a tutte quella di Antibo, nè essendo riuscibile a Carlo Emanuele di far venire le sue in numero sufficiente per le difficoltà che un anticipato inverno aveva arrecato alle strade, decisero di servirsi di quelle di Genova; per cui scrisse al Botta che le mandasse. Il generale austriaco ne fece istanza alla Signorìa con qualche dolcezza di parole; ma però con minaccia che se non le dêsse le avrebbe prese da sè. Ebbe per risposta che la Repubblica non poteva concedere ai danni altrui quelle artiglierie che alla sua difesa soltanto erano destinate; che del rimanente essa non aveva mezzi per opporsi alla forza, qualora si fosse voluto con violenza levarle.

Forte risposta, che dimostrò non avere ancora l’estrema sventura del tutto accasciati gli animi dei patrizi genovesi.

Botta, veduto come fosse mestieri fare da sè, andava nell’arsenale visitando i depositi delle artiglierie, dei mortai e degli attrezzi, come pure i cannoni che in più felici tempi erano stati in sulle mura piantati a difesa della patria. Questo e quel pezzo sceglieva; e già aveva dato principio a trasportarli alla volta della Lanterna, donde intendeva inviarli sulle navi a Carlo Emanuele, il che fu presto cagione di quel furore di popolo che or ora narreremo.

Non meno di Genova e della riviera di Ponente era in lagrimevole stato la riviera di Levante. Quivi erano venuti colle loro genti austriache i generali Piccolomini e Kai, e l’avevano occupata in tutta la sua lunghezza da Nervi sino alla Spezia, nel quale golfo soggiornarono a loro arbitrio i vascelli inglesi e le galere sarde. Le insolenze, le rapine, le violenze soldatesche anche qui andarono al colmo: le estorsioni erano incredibili; il più basso uffiziale esigeva, sotto titolo di quartiere d’inverno, di quieto vivere, o d’altro pretesto, ciò che più venivagli pel capo. Gl’infelici abitanti cercavano alla meglio di soddisfare alla cupidigia degli ospiti rapaci; tuttavia non andavano esenti dagli strapazzi. Coi più acerbi modi venivano le comunità sforzate a dare grosse provvisioni di carni e di altri generi che dal paese non erano prodotti. Gli uffiziali dicevano: «Dateci il denaro, e ci provvederemo da noi medesimi.» Davano i Riveraschi anco il denaro, e tuttavolta le molestie e le vessazioni continuavano. E guai a chi si fosse indugiato all’impazienza austriaca. Le sconcie parole non solo, ma gl’immani fatti e le battiture stesse e le mortali ferite avrebbe dovuto soffrire.

Tutto il corpo della Repubblica era rotto e sanguinoso; tutto stretto dalla forza nemica; eppure i suoi tiranni avevano ancor paura che si riscuotesse. Domandarono gli statici, come se il più puro sangue degli onesti cittadini dovesse stare per la mallevadoria della schiavitù.

Sono ben schifosi gli oppressori dei popoli!

Al periglioso sacrificio furono scelti ed a Milano mandati, Giannicolò Santi e Carlogrillo Cattaneo, senatori, Giambernardo Veneroso e Negrone Rivola, patrizi.

Nel colmo di tanti affanni giungeva in Genova un conte Cristiani, gran cancelliere di Milano. Nato suddito della Repubblica, scritto nel libro d’oro, il suo arrivo diede qualche speranza a chi già più non ne aveva. Ma non più tenero verso la patria che il Botta, veniva egli a molesto cómpito. Non si tosto in Genova, egli stabiliva un ufficio di posta per Milano e paesi austriaci, non si fidando delle poste genovesi. Una rappresentanza della città si presentava a lui, raccomandandogli che sospendesse quell’istituzione. Rispondeva il cancelliere che non poteva nulla, e se ne partiva colle sue tasche e le sue bolgette.

Infrattanto lo spietato generale Botta andava sempre più aggravando la mano sulla sventurata Repubblica. Nè meglio rispettava la sua sovranità che la possibilità del pagare. Sforzava i magistrati a mettere in libertà i figli di un tal Domenico Rivarola, ladro e ribelle, il quale incitava allora a ribellione la Corsica ad istigazione di Carlo Emanuele. Questo re non si vergognava di servirsi di quell’impuro e vile uomo per turbare alla Repubblica lo Stato quieto in quell’Isola.

L’aspetto di Genova mostravasi squallidissimo; ad ogni momento grida d’uomini tormentati da crudeli aguzzini sorgevano ora in questa, ora in quella via; le botteghe si chiudevano per paura, per violenza si aprivano; i generali, gli uffiziali, gli stessi gregari usavano verso i cittadini asprezze sopra ogni credere, i più barbari trattamenti. S’accostavano alle botteghe per comperare generi; facevano o pesare, o versare, o tagliare ciò che loro piaceva, eppoi pagavano come saltava loro pel capo, senza riguardo di giustizia e di onestà, adoperando persino il bastone contro que’ meschini che prontamente non soddisfacessero alle loro richieste.

I deputati Grimaldi e Fieschi lamentavansi a nome della città col Botta delle insoffribili violenze. Il Tedesco rispondeva stringendosi nelle spalle, e dicendo, che quella era guerra, e che pure, ripetè, avevano i Genovesi gli occhi per piangere.

La giustizia era sospesa, i magistrati più non esercitavano gli uffici. Offendeva massimamente gli occhi del popolo il vedere il doge, l’uomo in cui era raccolta tutta la dignità della Repubblica, e che allora era Gianfrancesco Brignole Sale, chiaro per virtù e per costanza pari alla disgrazia, uscirsene senza onore di palazzo, mentre al tempo lieto sempre l’accompagnavano e la comitiva del grado ed i soldati attenti a fargli onoranza. Ciò era forse arte in Gianfrancesco, oppure dolore, o rispetto verso le pubbliche calamità. Se non che il popolo l’attribuiva a proibizione dell’Austriaco, e d’infinito sdegno se n’infiammava.

 




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