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Felice Venosta
Balilla o la cacciata degli austriaci da Genova

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  • XVI.
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XVI.

 

Infrattanto che i fatti suaccennati accadevano, venivano giungendo mano mano intorno a Genova manipoli di soldati piemontesi, i quali si mettevano a campo cogli austriaci. Schulembourg assai si doleva del modo rilento impiegato da Carlo Emanuele nello spedirgli non solo i suoi, ma benanco le provvigioni di cui tanto abbisognava. Non è che quel re sentisse rimorso di dare aiuto allo straniero per debellare una città italiana. Egli oltre al temere l’eccessiva potenza di Vienna in Italia ove di Genova s’impadronisse, provava dispetto per non essere stato messo a parte del bottino di Piacenza, come aveva con istanza domandato.

Il generale austriaco che non ignorava come alla sua Imperatrice stesse a cuore la presa di Genova, e desideroso essendo egli medesimo di acquistar gloria in quella ossidione, instava presso Carlo Emanuele affinchè sollecitasse i soccorsi. Mandava anco a Torino il barone di Plunker, il quale abboccatosi coi ministri del re li trovò che volevano bensì aiutare, ma con nuovo vil prezzo, oltre ai già pattuiti. Trovato il prezzo, non ebbe ad impiegare molta fatica a persuaderli.

Dopo i soliti ragionamenti, si convenne fra le parti di fare uno spartimento della Repubblica. Genova doveva rimaner libera, ma soltanto come città anseatica, la riviera di Ponente doveva toccare a Carlo Emanuele, quella di Levante a Maria Teresa, eccettuato il golfo della Spezia ed il Sarzanese che sarebbero caduti in potere del Granduca di Toscana.

Così Piemonte ed Austria facevano fra di loro il conto, il quale, come in appresso vedremo, ricorda l’antico proverbio che non occorre rammentare.

Tosto, comandati dal conte Cacherano della Rocca, partirono alla volta del campo austriaco dodici battaglioni di fanteria con altre milizie, e la proporzionale accompagnatura di cannoni. A Sestri cacciarono Anfrano Sauli ed il capitano Barbarossa, lodatissimi guerrieri, i quali avevano in que’ luoghi dato prove di straordinario valore. Non potendo i due Repubblicani reggere all’impeto del nemico di molto più grosso, si ritrassero ai monti verso Masone per inquietarlo da quelle balze quanto più potessero.

Le fazioni militari si accalorarono. Dalla parte del Bisagno gli Austriaci tentarono parecchi assalti, ma con esito infelice; imperocchè quelle intrepide popolazioni, confortate anche da qualche compagnia di soldati regolari di Francia, Spagna e Genova, valorosissimamente sostennero i vari scontri.

Sulle rive della Polcevera gli Austro-Sardi avevano posto piede sul poggio della Madonna della Misericordia, da cui signoreggiavano la costa di Rivarolo. Quella comparsa fece stupire i Genovesi, e a Bouffiers dimostrò come non si dovesse tentennare. Fece suonare la raccolta in città; in gran numero accorsero le milizie cittadine, si unirono colle francesi, e, sotto la guida del cavaliere di Chauvelin, intrepide andarono all’assalto del poggio. Per divisamento di Boufflers, che dalla porta di Granarolo su ogni cosa vegliava, uscì in pari tempo, il conte di Lannion dal monte de’ Due Fratelli, ed investì da quel lato gli Austriaci.

Il combattimento dalle due parti durò più di tre ore d’assai ostinato. I Franco-Italiani si erano già condotti sino al convento della Misericordia, dov’era il grosso degli Austro-Sardi, e ogni speranza di vittoria avevano, quando, sopraggiunta la notte, dovettero porre fine al combattere, e tornarsene.

In quel fatto gli Austro-Sardi ebbero a soffrire una perdita di circa ottocento uomini tra morti e feriti, i Genovesi intorno a quattrocento. Fra questi eravi quell’Andrea Uberdò, detto lo Spagnoletto, uno dei capi-popolo da noi citati in sul principio della sommossa; egli morì col nome di patria sulle labbra. Perì pure di mortale ferita il marchese della Faye.

Tutti piansero l’Uberdò, generoso in vita, generoso in morte per la sua patria. Nella comune lode i Genovesi accoppiarono il di lui nome con quello di Canevari, quantunque l’uno patrizio, popolano l’altro; felice connubio da cui speravano la salute della Repubblica.

In quel medesimo fatto fra altri rimase prigioniero Francesco Grimaldi, il quale, stretto dalle forze austriache, andava gridando: «Della mia cattività non mi dolgo, se non perchè ella mi toglie la possibilità di più adoperarmi in pro della patria.»

Grandi pericoli sovrastavano ancora a Genova dalla parte del Bisagno, sino allora difesa con sì prosperi successi.

Schulembourg o che fosse mosso sul principio dalla necessità di aspettare i Piemontesi, o che il determinasse la maggior facilità di far venire dalla Lombardia le provvisioni, aveva anteposto l’attaccarsi alla parte verso la Polcevera, comechè Genova fosse ivi meglio munita che verso il Bisagno. Il suo sforzo aveva già assai tempo durato, nè si vedeva che presto dovesse aver fine, difendendosi quei di dentro con egregio valore. Anzi in loro crescevano ogni giorno gli spiriti guerrieri e la esperienza delle armi, mercè principalmente le cura di Boufflers, il quale nè giorno, nè notte riposava, nè ricusava alcun ufficio, ora capitano, ora soldato. Fortificava i luoghi più deboli, muniva maggiormente i più forti, indirizzava i movimenti, s’intendeva ottimamente col governo. «Se Genova, scrive lo storico Botta, fosse stata sua patria propria e fra quelle mura fosse nato, più amorevole volontà non avrebbe potuto dimostrare, nè con più attento o forte animo la causa genovese procurare.» Il valoroso duca egregiamente eseguiva il suo mandato; e tanto più perchè trovava negli uomini cui presiedeva valore e abnegazione.

Se Boufflers bene rispondeva al popolo che l’amava, bene pur rispondeva il popolo a Boufflers, e bene il governo ad ambedue. Tale concordia, tale vicendevole operare dovrebbero sempre essere seguiti in pari circostanze. Il non assecondare gli sforzi di chi regge le armi, gl’impacci frapposti dal governo, la sfiducia degli animi non danno certo giammai la vittoria.

Schulembourg, considerate tutte le esposte cose, prese consiglio d’avventarsi contro la fronte del Bisagno, nella speranza che la sorpresa e la qualità delle fortificazioni gli avrebbero aperto più facilmente la via al conseguimento del suo desiderio.

La notte che susseguì al giorno dodici di giugno, pose in esecuzione il suo disegno. Lasciati i Piemontesi a guardia degli alloggiamenti e trincee fatte sulle rive della Polcevera, e a Piemontesi mescolati con Austriaci data la custodia del quartier generale della Torrazza, il supremo capitano col maggior nerbo dei soldati dell’impero s’incaminò per alla volta del Bisagno. Marciava col favore della notte pei sentieri montuosi che sono attorno a Genova, silenzioso, colle schiere sciolte dalle artiglierie, cui intendeva di far venire da Sestri di Ponente alla Sturla col mezzo delle navi inglesi. Aveva diviso i suoi in tre drappelli, l’uno a guida del generale Spreker, l’altro del barone di Sant’Andrea, il terzo di lui stesso. Silenzioso partì, silenzioso giunse. Per fare che i Genovesi non si accorgessero del piano che poneva in opera aveva lasciato ordine al generale Della Rocca, come se sul solito piano della Polcevera volesse battere, che in sul far del dì assaltasse, come eseguì, il ponte di Corvigliano per far vista di entrare in San Pier d’Arena, al generale Piccolomini che rumoreggiasse più su verso Rivarolo, e al generale Andelaw che investisse il monte dei Due Fratelli.

Gli Austro-Sardi trovarono dappertutto i difensori pronti, ed altri che accorrevano, perchè credevano essi che quivi i nemici volessero sforzare la città; il disegno di Schulembourg riusciva a seconda.

Infrattanto egli passava il Bisagno nelle parti superiori, e in sul far del giorno era ivi alcun poco molestato dai villani che custodivano i passi di San Gottardo, ma fu un nulla. Proseguendo il cammino diligentemente, giungeva senza muovere sospetti alla serra dei Bavari, ove i paesani non avevano pernottato in quel numero che dai vigilanti capitani era stato prescritto. Per cui soltanto una leggiera avvisaglia qui succedeva, in conseguenza della quale Galeotto Pallavicino, che là reggeva le armi, doveva ritirarsi con andar a prender posto al basso, in prossimità di Albaro. Via celeremente seguitando, il duce austriaco, quasi senza difficoltà di sorta, superava il monte vicino denominato Castellazzo, e l’animo e l’armi voltava contro il poggio detto per la sua eminenza la Bocca dei Ratti.

Tale località era di estrema importanza, imperocchè per ivi si passa a Camaldoli, a Quezzi, a Santa Tecla, a San Martino d’Albaro, luoghi tutti vicini, e per dove si poteva far forza contro le trincee, che, per maggior sicurezza, i Genovesi avevano fatto sulla sinistra del Bisagno, e che si distendevano dalla Madonna del Monte sino a San Francesco d’Albaro. Un reggimento composto di Svizzeri ai servigi di Spagna con qualche nodo di paesani tenevano in custodia quel passo, da cui poteva dipendere la salute o la rovina di Genova. Ma se la passavano quegli molto alla spensierata, e senza quella vigilanza che si conveniva, negligenza da far meraviglia da parte degli Svizzeri che in quel tempo tenevano il primato delle armi.

Gli Austriaci assalirono improvvisamente, e quando gli altri meno se l’aspettavano. Gli Svizzeri e i Genovesi punto si sgominarono per ciò; ma, afferrate prestamente le armi, al certame corsero intrepidi, e ressero per ben tre ore, con uccidere molta gente al nemico, massime dei granatieri. Se non che la ognora crescente calca degli aggressori li fece indietreggiare. Al rumore e alle funeste novelle accorse sul luogo il generale spagnuolo Taubin, a cui, alloggiato dentro il recinto delle nuove mura, era commessa la custodia di quelle parti. Esso sovvenne gli Svizzeri, incoraggiò i villani, e già faceva certa per sè la vittoria, quando, ferito mortalmente in una gamba, fu trasportato via dal campo di battaglia, e tradotto nella propria abitazione in Genova, dove in capo a dodici giorni morì.

Impossessatisi gli Austriaci prima della Bocchetta, poscia del monte dei Ratti, colla loro ala sinistra scesero per le rive della Sturla sino alla marina, colla destra occuparono l’eremo di Camaldoli e la montagna di Quezzi, dove attesero a fortificarsi e a spingere guardie sino a tiro del cannone della piazza.

Colla perdita della Bocca dei Ratti non rimaneva ai Genovesi che un punto importante, quello del convento della Madonna del Monte, sito assicurato con qualche opera di trincee dal marchese di Roquepine. Se ivi giungevano ad annidarsi gli Austriaci, le fortificazioni esteriori divenivano pei Genovesi inutili. Il nemico si sarebbe facilmente insinuato fra le fortificazioni medesime e le mura del recinto, e, avvicinatosi così al Bisagno, avrebbe potuto e battere coi cannoni le mure e lanciare bombe nella città. Il sapeva Schulembourg; e a tutt’uomo vi si sforzò.

Nel convento della Madonna del Monte eravi il marchese di Leyde, spagnuolo, il quale, vedendo venire alla sua volta tanta moltitudine di nemici, e considerando la debolezza delle trincee, che lo cingevano, aveva fatto pensiero di ritirarsi e già, ottenutone il consentimento di Boufflers, si ritirava. Se non che il maresciallo di campo Sickel, svizzero, al soldo di Genova, insistette con sì efficaci parole sulla necessità di conservare quel posto, se pur si voleva che la Repubblica trionfasse, che Boufflers mandò ordine si difendesse ad ogni costo. Leyde, compreso che se si allontanava la vittoria per fermo sarebbe pegli Austriaci, i quali ferocemente venivano all’assalto, tornò prestamente indietro, ed appiccò la zuffa, e nel fatale cimento, accorsero e si mescolarono villani, popolo e borghesi.

Crudele e lunga fu la battaglia. Finalmente fra il resistere unito di tanti, si rallentò l’impeto dei nemici, i quali, lasciando sul campo circa duemila tra morti e feriti, ritiraronsi nei loro alloggiamenti di Camaldoli e di Quezzi. Fra i morti si numeravano il marchese Clerici e quattro colonnelli. Gli Austriaci, scesi più abbasso, avevano anco tentato le trincee di San Francesco d’Albaro, ma pur quivi senza frutto. Così Schulembourg, che aveva preso quartiere nel palazzo di Gianagostino Pinelli in San Martino d’Albaro, scorgeva le mura della bramata città, ma non le poteva battere per la distanza.

La battaglia della Madonna del Monte volse in bene le sorti di Genova; oltre alla strenua difesa devesi pure l’esito della giornata all’opportunità delle trincee innalzate e degli interriati fatti dai Genovesi oltre il Bisagno.

 




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