Si sente spesso
citare il fatto di uno che impazzisce in seguito ad una sventura, che muore
disperato o che si suicida. Ma queste non sono prove contro il dolore.
Nessuna sventura può far girare
la testa a chi l'ha saldamente attaccata alle spalle. Niobe, non si è suicidata
e Respha ha difeso fino agli estremi, ritta e forte, i cadaveri dei suoi figli
minacciati dagli avoltoi.
Questi miti della favola antica,
come il principio di tutte le religioni del mondo, si appoggiano ad una
profonda esperienza realista.
Chi diventa matto, qualunque sia
la causa apparente, è perchè sortì nascendo il cervello di un matto; lo stesso
dicasi del suicida.
Il Fattore del mondo, dando
all'uomo il dolore, gli ha pur dato la facoltà di sopportarlo.
Siamo noi che a furia di accidia
paralizziamo le nostre forze, riducendole pressochè tutte allo stato di un
meccanismo irrugginito. Stoltamente egoisti, facciamo muovere solamente quei
congegni che ci dànno un immediato diletto, e non si pensa che in natura tutto
è collettivo, tutto è necessario; il dolore al pari del piacere.
A ben riguardare, il dolore è in
certo modo una forma eccessiva del piacere; forma elevata, ignota al volgo, che
ha fascini possenti, misteriosi come quelli dell'abisso.
Chi pensa e chi ama va incontro
al dolore, così come affronta volontariamente la morte l'esploratore dei mari.
Salomone lasciò scritto: avanzarsi nella sapienza è avanzarsi nel corruccio.
Colui che studia lo sa e non indietreggia davanti a questo dolore necessario
all'anima sua.
Ma se appaiono libere ed ampie
le vie del dolore, non è così della gioia. Erra assai l'egoista che fuggendo il
dolore si immagina di prepararsi un letto di rose; il dolore lo coglierà
impreparato, fiacco, e allora, sì, farà di lui uno scimunito, un pazzo od un
suicida.
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