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Testo
— Mille
fulmini! Battista, tu non hai messo la polvere dove dovevi metterla.
Queste parole di senso oscuro le
pronunciava l'elegante marchese Gili, balzando fuori dal suo carrozzino.
Battista parve comprendere
l'enormità della sua colpa, perchè balbettò umilmente qualche scusa.
— Bisogna rimediarvi, —
soggiunse il marchese, appoggiando sul selciato della via un piedino snello con
calze di seta color carnicino e scarpette lucide.
— Rimediarvi! — ripetè Battista
inarcando la spina dorsale fino a convertirla in un enorme punto
d'interrogazione, in mezzo al quale calava come un fendente lo sguardo
corrucciato del signore.
— Presto, corri a casa; il vasetto
è quello di cristallo, a destra, colle viole sul coperchio — va ad aspettarmi
nel corridoio interno dell'appartamento della baronessa. Sei pratico, non è
vero?
— Oh! sì, signore.
Di interrogativo, il punto si
fece esclamativo.
Battista si rizzò, coi piedi
avvicinati, una mano lungo la coscia, nell'altra il cappello. A un cenno del
marchese risalì sul carrozzino a fianco del cocchiere, che sferzò i cavalli e
partì di galoppo.
Il marchese entrò con passo
disinvolto in una bella casa di aspetto grandioso e imponente; infilò,
coll'aria d'un uomo che conosce la sua strada, un ampio scalone fiancheggiato
da semprevivi, a cui si aveva, per la circostanza, aggiunto delle camelie. Ma
intanto che i fatti svolgendosi nel loro ordine naturale, faranno palese questa
circostanza, schizziamo un po' di ritratto.
— Vi prego, signor romanziere,
il vostro ritratto lo conosciamo già. Bello, giovane, simpatico, spiritoso,
distinto — colla fronte intelligente, gli occhi luminosi e il sorriso
irresistibile. Venticinque anni e venticinquemila lire di rendita, oltre il
blasone. Ecco.
— Io vi ho lasciato parlare,
vivace quanto cara lettrice, perchè non si deve mai interrompere una signora;
ma lasciatemi dire che sbagliate. L'elegante marchese Gili (Armando,
Sigismondo, Maria) aveva anzitutto sessantacinque anni.
— Basta! oh, allora basta!
— Ma no, signora, moderate, vi
prego, l'impazienza dei vostri giudizii e udite il resto. Io vi assicuro che
aveva sessantacinque anni, perchè il meno che possa sapere un romanziere è
l'età de' suoi personaggi; del resto, sfido l'occhio più esercitato — il
vostro, o signora — a trovargli una ruga, un capello bianco, un dente guasto.
Egli apparteneva a quella razza
di vecchi gagliardi che formava un tipo speciale del secolo scorso — nè la sua
gagliardia (mi spiace dirlo perchè so di far dispiacere alla morale) proveniva
da una vita intemerata e casta, oh Dio, tutto il contrario! Teseo di prima
forza, conosceva i dedali del piacere e non c'era pericolo che vi smarrisse il
filo; nel caso le Arianne non mancavano a rinnovarlo.
La sua vita era stata una guerra
continua col tempo; il più splendido, il più incredibile trionfo coronava la
vittoria del marchese.
Aveva una figurina in miniatura,
piccolo e sottile, ma non magro. La sua carnagione, mista di gigli e di rose,
doveva forse qualche cosa ai meriti dell'oriza lactes e all'acqua delle
Fate — ma che serve ricercare tanto per il sottile? Se il colore delle sue
guance rifletteva i globuli del sangue, il ferro, l'albumina o il succo di
citriolo (eccellente cosmetico per la pelle), che importa?
Egli era bianco e rosa — questo
è l'essenziale.
I suoi capelli, biondi, fini,
accuratamente sollevati con un'arte piena di abbandono, circondavano un volto
ove lo spirito e la malizia urtavansi perennemente facendo scaturire le più
brillanti scintille.
Usava egli bagni di latte
d'asina come la voluttuosa Poppea? Certo, al pari di Apicio, che intraprese il
viaggio d'Africa per trovare una qualità di gamberi migliori di quelli
d'Italia, il marchese Gili sarebbe partito per le foreste vergini della Nuova
Caledonia se gli avessero detto che colà germogliava un'erba capace di
ritardare, fosse pure d'un giorno, la cadente vecchiezza. E frattanto usava le
cure più minuziose onde conservare il vermiglio delle sue labbra, lo smalto dei
suoi denti, la morbidezza della sua mano, l'elasticità giovanile dei muscoli e
delle movenze aggraziate e pronte.
Il suo sorriso era fino,
mordente; lama a doppio taglio presentava ad un tempo la galanteria e la
satira. Spiritoso e maligno, si faceva temere dagli uomini — colle donne
otteneva i più insperati successi.
Giova premettere ch'egli aveva
studiato a fondo la strategia del cuore femminile, e sapeva che il tempo ha il
suo valore, il luogo anche, ma nel modo veramente consiste il segreto delle
cittadelle vinte. Il fuoco distrugge il castello, la fame uccide i soldati; non
c'è che l'astuzia che salva tutto.
Il marchese possedeva inoltre un
gran talento — sapeva aspettare.
Che dire poi della squisita sua
eleganza, del suo tatto perfetto? Quello sguardo a tempo, quella parola in
misura, quel contegno ardito senza spavalderia e sicuro senza fatuità; quel
garbo insinuante di pigliar terreno, quello spirito di capire a volo, quella
malizia decente, quei frizzi e la politica insuperabile di approfittare
dell'occasione...
Sessantacinque anni? Ebbene,
signora, cosa sono sessantacinque anni per quell'amabile marchese Gili, sempre
giovane, sempre bello? Io sto forse per commettere una indiscrezione, ma se mi
promettete il silenzio vi condurrò nel santuario dove il sarto e il
parrucchiere contendono alla natura il privilegio di fabbricare un uomo.
Non sono più i tempi di
Eliogabalo e di Sardanapalo, di Caligola e di Nerone, quando si vedevano i muri
tappezzati di perle e lastre d'avorio mobili sul soffitto, che si aprivano in
certe ore beate per lasciar piovere fiori e acque odorose.
Siamo lungi — ma tutto quanto il
lusso moderno ha inventato per blandire i sensi e scuotere la immaginazione si
era dato convegno nel gabinetto del marchese. Le pareti, che gli antichi Romani
avrebbero ricoperte di marmi tolti dalla Fenicia, da Laconia, dalla Cappadocia,
da Numidia, da Chio, da Caristo frammezzati al legno di cedro e all'orientale
alabastro, scomparivano qui dietro le pieghe flessuose di una stoffa di seta a
colori teneri mirabilmente assortiti, ai capelli e alla carnagione del signore.
La vôlta correva in giro tutta a specchi su un cornicione dorato, e
stringendosi nel mezzo abbracciava un graziosissimo affresco rappresentante la
Danza degli Amori. Due brevi canapè di raso celeste si facevano riscontro
sdraiati su un tappeto di velluto, e sotto l'unica finestra, ravvolto in una
nube di pizzi aerei, si rizzava l'altare — di quel tempio — una tavolettina
dorata, profumata, tutt'a specchi, tutt'a fiori, ricolma di vasetti eleganti,
di ampolline artistiche, di mille ninnoli misteriosi e bizzarri.
Oh! ma davvero che noi abbiamo
perduto la via. Invece di seguire il marchese in casa della baronessa, siamo
saliti senza accorgerci nel tilbury che riconduceva Battista.
Vorrei cancellare questo
capitolo che è inutile, poichè la storia non incomincia che dopo, ma ve lo
lascio pensando che i moderni osservatori studiano l'uomo anche sugli oggetti
che lo circondano, e così potrete dire di conoscere già il marchese Gili.
* * *
La baronessa
Gualtieri-Serra, una vedova esemplare, a gran pezza migliore di Giuditta,
poichè ella non aveva mai ammazzato nessuno, e posso assicurarvi fin d'ora che
non ne ammazzerà neppure nel corso di questo romanzo — la baronessa dunque, pia
e devota, dopo aver vissuto in un ritiro quasi completo gli anni trascorsi
dall'epoca della vedovanza, apriva finalmente le sue sale per presentare al
mondo una nipote allora uscita di collegio e verso la quale aveva assunto la
missione di madre. I pochi amici intimi della baronessa non conoscevano questa
fanciulla che di nome o si ricordavano di averla veduta bambina prima della
morte del barone, e grande era la loro curiosità; gli altri accorrevano bramosi
di emozioni nuove e di pettegolezzi inesplorati, perciò vi era folla
nell'anticamera.
Il marchese apparteneva un po'
alla famiglia, se non in via di sangue, per una lunga consuetudine d'affetto.
Evitando lo strascico delle signore, in punta di piedi, col cappello sotto
l'ascella attraversò rapidamente le prime sale, non senza inchinarsi ora a
destra ora a manca per salutare una signora o per volgere un lieve cenno ad un amico. Camminava leggiadramente,
col garretto teso, mentre sull'anca asciutta e snella gli ciondolava
l'occhialino d'oro. Aveva occhi per ogni cosa; per le belle donne, per
l'appartamento e sopratutto per le sue calze di seta, dalle quali rimoveva con
un abile movimento l'orlo dei calzoni onde il collo del piede sottile ed
arcuato si disegnasse con eleganza attraverso le maglie. Pensava anche che
Battista non tarderebbe a venire colla polvere — polvere d'ireos di Santa Maria
Novella — e allora, oh allora non mancava più nulla alla felicità del marchese.
— Quante conquiste hai già fatte
questa sera, bell'Armando?
All'inflessione di voce un po'
ironica, Gili riconobbe che la persona che gli giungeva alle spalle era un suo
accanito competitore — ma quale differenza — appena cinquant'anni e già tinto,
fiacco, snervato. Il marchese sorrise benevolmente notando due grinze disgraziatissime
presso la bocca del suo amico e stimò generoso il non rispondere.
L'altro continuò:
— Non ho ancora veduta la
giovane regina della festa.
— Ed io nemmeno, arrivo in
questo punto.
— Colla intenzione di metterti
fra gli aspiranti?
— Eh! chi sa.
— (Pensare che ha quindici anni
più di me... e conserva denti così candidi!...)
Questa parentesi è la traduzione
fedele di un sospiro; il marchese la capì perfettamente, tornò a sorridere, e
lisciando coll'indice aristocratico la punta dei suoi baffi biondi, soggiunse:
— Se brami, ti cedo il posto —
io non penso ancora seriamente a prender moglie.
— Che diavolo! ma allora non la
prendi più!
— Eh! chi sa.
— (Vecchio fatuo!) Io sono
impaziente di vedere questa fanciulla; dicono che abbia un mezzo milione nel
suo panierino da educanda.
— Sotto, allora, sotto!
Passò una bella signora; Gili la
salutò con un sorriso incantevole, ed ella gli rispose con un lungo sguardo.
— Chi è? — domandò l'amico
invidioso.
— Non la conosci? È l'amabile
signora K***. Poverina! — è un po' troppo matura per la speranza, ancor giovane
per la fede e, aspettando di meglio, procura salvarsi colla carità...
— Tu sei il suo elemosiniere?
— No — sono uno de' suoi poveri.
— (Decisamente rimbambisce!)
Dopo questa terza esclamazione
interna, sfogo represso della gelosia che lo rodeva, il vecchio ritinto si
allontanò, e il bell'Armando, leggiero come uno zefiro, carezzevole come una
piuma, si diede a volteggiare intorno alle signore.
— Diteci, marchese — esclamò una
brunetta vivace chiamandolo col ventaglio — noi cerchiamo una definizione del
matrimonio; quella della tomba è troppo lugubre e quella delle catene è troppo
antica.
— Io lo proclamerei il paradiso,
se avessi l'onore di essere vostro marito...
— Oh! — fece la signora nascondendosi
con civetteria dietro il fazzoletto.
— Ma — continuò il marchese — la
mia posizione di scapolo me ne fa concepire un'idea tutta opposta.
— Qualche impertinenza!...
sentiamo.
— Ebbene, a me pare che per
decidersi al matrimonio occorra, come per l'estrema unzione, una condizione
speciale, che è quella di avere spezzate tutte le corde del proprio arco.
La brunetta trovò la frase
insolente e volle punire l'audace con un colpo di ventaglio.
Ma da quando in qua il ventaglio
di una bella donna ha fatto male ad un uomo?
Il marchese continuò,
sorridendo, a passeggiare in mezzo agli strascichi ondeggianti, e segnava il
suo passaggio con frizzi, arguzie e complimenti — complimenti talvolta più
acuti di una satira.
Un gruppo di fanciulle si apriva
il passo con innocente baldanza giovanile attraverso le gravi matrone, e
l'istinto esercitato del marchese indovinò che fra esse doveva trovarsi la
giovane ereditiera.
— Ma dove diavolo sarà andata a
cacciarsi la baronessa, che non riesco a vederla? — Così pensava adattandosi
sul naso l'occhialino.
Le fanciulle intanto si
avanzavano.
— Mille fulmini! La riconosco
bene la piccola Diana — proseguì il marchese rievocando le proprie reminiscenze
— eccola là col suo nasino di pappagalluccio elegante, sempre bionda, sempre
bianca, ma affemmia punto migliorata!
Abbassò l'occhialetto e completò
le sue osservazioni con un leggiero movimento del capo in senso negativo:
— Nulla, nulla. Non c'è nè
stoffa nè ricamo; non è una bella donna e non è neppure una donna seducente.
Oh! sua zia...
Gettiamo le redini sul collo
alla galante immaginazione del marchese, che già non si occupa più della
fanciulla, e prendiamo il suo posto per osservare un po' più attentamente la
nostra futura eroina.
Alla vigilia appena ella aveva buttato
via la divisa delle Marcelline — abito color nocciuola con un'ampia
pellegrina orlata di seta azzurra — l'aveva portata dodici anni, ed è a credere
che il nocciuola e l'azzurro le fossero diventati i colori più antipatici del
mondo.
Forse perciò vestiva una
mussolina a righe bianche e rosse che stava malissimo; malissimo il rosso
perchè bionda, malissimo le righe perchè magra.
I poeti parlano spesso delle
grazie dell'adolescenza. Mio Dio! Avete mai incontrato un collegio di
fanciulle? Avete mai veduto quella lunga fila di piedi grossi, pesanti e mal
calzati che battono in cadenza sotto un corpo squilibrato, con due antenne
ineleganti al posto delle braccia, e una parodia di cappello sulle testine
ingenue e scapigliate?
Così era Diana, la nipote della
baronessa.
Io non voglio dire che natura
l'avesse fatta bella e che il collegio, pari ad un genio malefico, si fosse
preso il barbaro piacere di imbruttirla. No, ma via, fra tutt'e due erano
andati d'accordo.
Alta, magra, colle spalle aguzze
e, quel ch'è più, leggermente incurvata per l'abitudine di ricamare a telaio,
col petto depresso, colle gambe troppo lunghe, presentava un insieme così poco
armonico, così fuori delle leggi convenzionali dell'estetica, che a guardarla
correva subito sulle labbra l'aggettivo di poco vezzosa, e si capisce come il
marchese avesse usato brevemente per lei l'occhialino d'oro, poichè il suo
occhio raffinato e sensuale non aveva incontrato che delle linee spezzate o
degli angoli acuti là dove era abituato a cercare le molli curve procaci.
E che valore poteva avere il
sorriso di Diana, semplice e infantile, sbocciante sì fra due labbruzzi rosei,
ma privo di quella finezza che sottolinea l'espressione?
I suoi denti erano candidi, ma
ineguali; il profilo soverchiamente accentuato; gli occhi sereni, vivi, ma
senza un colore deciso. Si vedeva splendere un'anima in quelle pupille pallide
e tremolanti, ma non si avrebbe potuto dire se fosse un'anima di donna,
d'angelo o di bambino.
Movimenti incerti, gesti
convenzionali, una timidezza ombrosa, un fare da monachella misto
all'insofferenza selvaggia di un fanciullo cresciuto lungi dalla gente — aveva
spirito? — aveva talento? La sua fronte liscia e diafana non lasciava scorgere
alcun pensiero, e i ricciolini biondi che l'incorniciavano, scossi dal vento,
parevano spiritelli giulivi destinati a cacciare ogni ombra da quei candidi
avori.
Era lieta, era fresca. Non era
bella, ma non se ne curava.
Più tardi conosceremo il suo
cuore e il piccolo mondo di idee, di speranze e di aspirazioni che si era
raggruppato, durante i silenzi del chiostro, nel suo cervello di sedici anni.
Per ora lasciamola correre
fidente e serena — inconscia della cattiva impressione che aveva lasciato nel
marchese — felice del suo vestito a righe che disegnava spietatamente le
mancanze del busto — fiera de' suoi guanti bianchi troppo larghi e della rosa
rossa che strideva in mezzo alle tre vereconde treccie.
Dirò anche ch'ella aveva un paio
di scarpine strette che la facevano beata?...
Cara e innocente fanciulla! Il
mondo le schiudeva per la prima volta le sue porte inghirlandate di fiori e il
seducente olezzo la inebbriava.
Chi non ha gustato le delizie di
quei vergini istanti della vita? Chi non si è addormentato almeno una volta
sognando le rosee valli e gli astri d'argento?
* * *
Le esigenze
del racconto mi obbligano a ritornare sui passi del marchese.
Egli si rammentò che Battista lo
stava aspettando nelle camere appartate della baronessa — e per un motivo così
interessante!
Una sua opinione particolare
inclinava a fargli credere che le numerose conquiste del duca di Richelieu e
l'incanto da esso esercitato sulle donne dovesse qualche merito all'essenza di
bergamotto di cui faceva uso — e se mai, oltre gli aneddoti galanti del secolo
diciassettesimo, il nostro sibarita rifaceva colla mente la storia dei tempi
andati, egli era solo per tributare un tacito ringraziamento ai domatori del
mondo, che in mezzo alle guerre ed alle stragi trovarono modo di rubare gli
olezzi alle rose orientali ed ai gigli fragranti delle zolle greche.
Oh, fu con un senso di voluttà
profonda ch'egli si confidò a Battista, e dopo essersi avvolto in un'onda di
polvere che lo circonfuse di delicatissimi effluvii, congedò il domestico e
rimase assorto davanti allo specchio.
Il suo sguardo percorreva
soddisfatto la linea lievemente ondulata dei baffi biondi, quando udì
schiudersi con precauzione un uscio mascherato nel muro e la voce della
baronessa mormorare commossa:
— Non siate ingrato, Luigi; io
mi occupo del vostro avvenire.
— Sempre caritatevoli queste
care donnine! — pensò il marchese tentando allontanarsi sulla punta dei piedi;
ma l'uscio misterioso si aperse dei tutto e un giovinotto se ne fuggì
rapidamente, mentre la baronessa sbigottita arrestavasi sulla soglia.
Gili era un cavaliere
disinvolto. Si inchinò davanti alla dama, e come nulla fosse le diede la buona
sera.
La baronessa era irritata, e
paventando una indiscrezione del marchese, gli domandò con accento brusco:
— Voi mi spiate?
— Come potete supporlo, signora?
Non si spia che quando si dubita...
— Davvero la vostra impertinenza
cresce coll'età.
— Dite piuttosto colla
gelosia..., sapete bene che porto il numero due nella schiera dei vostri
adoratori.
Bisticciarsi col marchese era
cosa impossibile; ci si perdeva troppo. La baronessa lo comprese e pensò di
mettersi l'animo in pace con una seconda domanda a bruciapelo:
— Avete visto chi uscì dalla mia
camera?
— In regola generale — e questa
dichiarazione fu accompagnata da un sorriso fino fino — quando io passo davanti
alla camera di una signora faccio abnegazione volontaria degli occhi e delle
orecchie, però...
— Ebbene?
Intanto che la baronessa ansiosa
aspettava il compimento della frase, Gili le si avvicinò, e con un movimento
pieno di galanteria, di grazia, di audacia, depose un bacio sulla sua bella
mano.
Ella gettò un grido — piccolo,
poichè non è mai in queste occasioni che le donne gridano forte — ed egli
soggiunse a bassa voce, sorridendo:
— Mi compenso.
La baronessa stimò prudenza
allontanarsi senza avere sciolto il suo dubbio.
Il bell'Armando la seguì
lentamente, e ammirandone da tergo il leggiadro portamento e le linee
armoniose, borbottava:
— Chi sarà questo Luigi?
A un tratto si picchiò la
fronte, aveva trovato il suo Carneade.
Dobbiamo cercarlo anche noi,
lettrice?
Conviene anzitutto risalire il
corso di due lustri, fino all'epoca in cui la baronessa era rimasta vedova.
Aveva allora ventotto anni, senza figli, bellissima, e le male lingue non
potevano trovare un nèo nella sua condotta.
Di costumi severi e di una pietà
veramente esemplare, la vedovella pianse il compagno che Dio le aveva dato
abbandonandosi a un dolore decente, confortato da molte messe e dalla speranza
di ritrovarsi in un mondo migliore.
Sulle prime pareva disposta a
tenersi con sè la nipotina orfana, affidata alle sue cure; ma poi cambiò
pensiero, e mettendo la nipotina a convitto nel monastero delle Marcelline, si
ritirò in una villa — proprietà della fanciulla, ma di cui ella godeva
l'usufrutto in qualità di tutrice — villa splendida, quasi principesca, che
sorgeva in fondo a una remota valle bergamasca, baciata dall'Adda e accarezzata
dal venticello delle Alpi.
Questa dimora romantica,
sentimentale, in mezzo a boschi di querce, dove non giungeva soffio di vita
mondana, piaceva immensamente alla bella sconsolata, che vi passò due anni di
perfetta solitudine.
E poi?
Ah!... e poi! Qui incominciano
le dolenti note.
Trent'anni erano scoccati sulla
vaga fronte della baronessa — ella vi pensava una blanda sera di autunno,
mentre la luna folleggiava attraverso i rami sfrondati degli alberi...
Trent'anni! L'erta fiorita le
stava già alle spalle e dal culmine che ora toccava, l'occhio spingevasi
sull'opposta china, aspra, rocciosa, arida, senza fiori, senza fronde, senza
sorriso di cielo, senza bagliori di dorati orizzonti.
Nel passato la vita serena e
lieta; l'amore e la speranza, la gioventù e le illusioni — nell'avvenire
tristezza, vecchiaia, morte.
Oh, se sul margine di questo
sentiero fatale ci si presenta insperato un fiore, se una stilla di ambrosia si
ritrova ancora nelle frondi molli di rugiada, con che rabbia appassionata si
coglie quel fiore, con che smania delirante si contende alla terra quella
goccia d'acqua!
La baronessa pensava, guardando
le foglie che cadevano ingiallite a' suoi piedi, pensava guardando l'ultima
rondinella che fendeva un lembo di cielo azzurro, pensava ascoltando l'acqua
scorrere... e un brivido di terrore le gelava il sangue.
Poco tempo dopo, chiusa nel suo
salotto, discorreva col parroco — unico amico in quella solitudine — e il
parroco la intratteneva di un giovine parente, povero, dotato di talento e di
intelligenza rara, ma senza appoggi, senza conoscenza del mondo, abbandonato a
sè stesso e al caso.
La baronessa si interessò per
pura cortesia e si fece promettere di condurle il giovane, assicurando che
farebbe qualche cosa per lui.
Venne. Era pallido e
malinconico, con due occhi neri neri sembrava molto timido, molto impacciato;
vestiva male.
La baronessa notò che aveva una cravatta
celeste, stivali inzaccherati e un fazzoletto di cotone; ma parlava assai
dolcemente, nè poteva negarsi che il suo sorriso fosse di una grazia distinta.
Era tanto giovane che solo una peluria nascente ombreggiava appena il suo
labbro superiore, e le sue guance arrossivano spesso sotto l'ombra delle
palpebre abbassate. Aveva un po' dello studente, un po' dell'abatino, un po'
del filosofo di campagna.
Le sere dell'inverno
incominciarono piacevolmente per la piccola brigata. Si parlava di libri, di poeti,
di viaggi, niente di politica, e il giovane novizio smetteva a poco a poco la
sua aria impacciata. Non portava più cravatte celesti, non arrossiva tanto
facilmente — e solo quando i suoi occhi si scontravano all'impensata con quelli
della baronessa.
A mezzo gennaio il parroco si
ammalò, e per tal modo Luigi rimase solo a tener compagnia alla signora.
Si parlava ancora di libri, di
poeti, di viaggi, niente di politica e qualche cosa d'amore.
Luigi abbandonò decisamente i
fazzoletti di cotone.
Sopraggiunse il mese d'aprile.
Le rondinelle pispigliavano sui vetri, olezzavano le rose dall'aperto verone —
ondate d'aria primaverile passavano attraverso i capelli di Luigi — la
baronessa sospirava appoggiandosi al suo braccio e guardando gli alberi che si
coprivano di fiori.
Una sera...
Che serve? Saltiamo quella sera
— d'altronde non c'era luna e nessuno si era ricordato di accendere i lumi nel
salotto.
Il mesto languore vedovile
scompariva come per incanto dal volto di lei — lui raggiava.
Ma questa bella vita romanzesca
non poteva seguire a lungo; i bisogni della vita reale stringevano Luigi alle
spalle — benchè a malincuore, dovette finalmente decidersi ad iniziare la sua
carriera nel centro di una grande città.
La risorta vedovella non lo
lasciò partire senza raccomandazioni, e guidato, istruito da lei, fatto più
gentile e più disinvolto, il povero parente del parroco impresse con sicura
baldanza la sua prima orma nel mondo.
Le lettere che la baronessa gli
scriveva contenevano tutto ciò che l'amore poteva ispirare a una donna colta,
educata a tutti i sentimenti elevati, a tutte le finezze aristocratiche; ella
era un'amica molto preziosa — Luigi lo capiva.
D'accordo tutti e due però,
stabilirono che la lontananza era troppo dura a sopportarsi anche col conforto
delle lettere.
Verso quel tempo le persone
intime della signora Gualtieri-Serra l'udirono lagnarsi di dolori al petto,
accusarne l'aria vibrata dei monti, finchè qualcuno la consigliò a ritornare
nella sua casa di città.
Si fece pregare un poco; disse
di idolatrare la campagna, di non avere alcuna inclinazione oltre la pace de'
suoi boschi e de' suoi campi.
La si scongiurò allora di
prendersi cura della sua salute; insomma, tante glie ne dissero — e che era
dovere, e che doveva conservarsi per la sua nipotina, e questo e quello, che la
baronessa parve persuasa.
Con quale grazia toccante salutò
il parroco, il dottore, il maggiordomo, perfino i contadini!
Con quale dolcezza rassegnata
asciugò una piccola lagrimuccia impercettibile vedendo scomparire tra le querce
la torre del vecchio palazzo!
La commedia fu condotta con una
abilità così consumata, che ognuno vi credette.
Giova per altro avvertire che la
pia signora non tralasciò un solo istante le sue pratiche divote, ed in città
come in villa condusse sempre un'esistenza modello.
Vedeva molto di rado il suo
giovane protetto, verso il quale aveva assunto un dignitoso riserbo temperato
da una mitezza quasi materna.
A questo modo passarono cinque
anni, durante i quali Luigi si trasformò completamente.
Spinto da una forza segreta, ma
potentissima, progredì di trionfi in trionfi; la fortuna non aveva che sorrisi
per lui.
A ventotto anni occupava già un
posto ragguardevole nella magistratura; era conosciuto da tutta l'alta società,
era stimato e amato.
Della sua prima gioventù gli
restarono gli occhi neri neri, e un fare serio, malinconico, un po' astratto
qualche volta. Non gli si conosceva nessuna amante e non lo si era mai visto a
corteggiare una donna.
Ecco il segreto che il marchese
Gili aveva metà scoperto, metà indovinato colla sua lunga pratica di intrighi
amorosi.
E quando, tornato in sala, vide
il giovinotto gravemente appoggiato allo stipite di un uscio e la baronessa dal
lato opposto che faceva gli onori di casa con un contegno pieno di riserbo,
lui, il vecchio scapolo, sorrise sotto i suoi baffi arricciati e fini.
* * *
— «Tutto veh?
proprio tutto!» Questa fu la tua ultima raccomandazione quando ci siamo
abbracciate, te ne ricordi? davanti al cancello di ferro — ed io risposi: sì, proprio
tutto!
C'era un gattino che ci guardava
attraverso le sbarre, e tu lo hai spaventato colla punta del parasole — giudica
come ho in mente quell'istante.
Penso sempre a te, al nostro
dormitorio, alla sala di ricevimento piena di fiori di carta, a suor Carolina,
a suor Orsola, cui piacevano tanto le immagini del mio libro da messa — e ti
ricordi quell'immagine sulla quale abbiamo scritto coll'inchiostro azzurro
della superiora: amicizia eterna?
Oh! dimmi che mi ami ancora,
dimmelo, ho una smania di essere amata.
Per raccontarti proprio tutto,
come siamo d'accordo, ti confesserò che mi piace a esser fuori di collegio. Non
ho più, sai, quell'antipatica divisa color nocciuola! Mia zia è tanto buona che
mi ha permesso di gettarla via, e mi regalò invece un vestitino di mussola a
righe bianche e rosse che mi sta bene, bene! — almeno mi pare. Sono un po'
imbarazzata perchè le maniche sono tanto trasparenti... e tu conosci le mie
braccia. Oh! se avessi le braccia di mia zia! Io la guardo ammirata quando ella
calza i suoi guanti a otto bottoni, che le salgono fino al cubito senza fare
una grinza — basta, non tutti sono obbligati ad esser belli, e che importa a me
della bellezza? Questi sono discorsi da vanerella.
Ti dirò che abbiamo una casa
molto piacevole, elegante, e la mia cameretta ha una tappezzeria di mughetti e
di rose.
L'altro giorno vi fu invito;
perchè la zia volle presentarmi a tutti i suoi amici; mi sono divertita assai.
C'era, a dir vero, un vecchio
signore impertinente che mi guardava coll'occhialino e sembrava farsi beffe di
me, ma tutti gli altri mi accolsero con una gentilezza e con una sovrabbondanza
di complimenti da rendermi quasi confusa.
Non mi sembra che la società sia
quel miscuglio di imposture che diceva suor Carolina; io mi vedo circondata da
persone buone e compiacenti, incominciando da mia zia; e sono felice di essere
al mondo — quantunque il nostro catechista lo chiamasse qualche volta un baratro...»
Qui finisce il brano d'una
lettera che Diana scriveva ad una sua amica, e che io ho creduto bene di
riportare nella sua completa ingenuità; è questo un mezzo sicuro per conoscere
il suo cuore, che nella fidente espansione della giovinezza si abbandona al
diletto di scrivere le proprie impressioni come le sente.
Trovo anzi questo mezzo così
opportuno a delineare il carattere della fanciulla, che non mi faccio scrupolo
a servirmi di un altro brano di lettera scritta un mese dopo.
«Non sono più a Milano.
Domenica abbiamo lasciato il
nostro bell'appartamento di Borgonovo e siamo partite per questa campagna.
Anche qui ogni cosa è tale da sedurre una povera educanda, abituata come me a
non vedere altro che i sassi coperti d'erba di via Quadronno e le cuffiette
bianche e nere delle suore.
Alberi giganteschi, boschi
romiti, verdi declivii, sentieruzzi misteriosi sul dorso della montagna,
freschi ruscelli nel grembo della valle; fiori, farfalline, usignuoli... eh,
che te ne pare? Non manca nulla.
La casa poi è magnifica — te lo
dico con un certo amor proprio, perchè appartiene proprio a me, a me sola. La
zia può abitarla finchè le piace — oh, pensa se vorrei che fosse il contrario,
cara e buona zia! — ma mi fa un certo effetto quel sapermi padrona di
muraglioni così alti, di tante camere, di portici, di colonne e di un parco che
misura sette chilometri...
Vuoi che lo confessi? Ho paura
d'aver un briciolo di orgoglio in fondo al cuore — non sono davvero quella
timida che tutti credono.
A volte mi sento un non so che,
una specie di forza latente, di coraggio addormentato che aspetta l'ora del
cimento, e una voglia matta di agire, di combattere, di soffrire perfino!
Mio Dio, se v'offendo,
perdonatemi.
Tu che ne dici? Sono molto
ingrata o senza cervello affatto a desiderare le lotte, le ansie, i martirii
della vita, io che posso trascorrere giorni placidi in mezzo a tutte le gioie!
Ebbene, cosa vuoi? non mi
piacerebbe una vita assolutamente pacifica, una vita senza tempeste, senza
amore e senza lagrime. Temo che il destino abbia a volermi troppo bene. Che
gusto c'è ad accettare una felicità che non costa nulla?
Guarda; il primo giorno che sono
arrivata qui, scorrazzando per il parco, ho trovato un giovine salice spezzato
dal vento; io lo raccolsi, lo raddrizzai, lo feci puntellare dal giardiniere e
vi strascinai sotto colle mie mani un tronco d'albero, sul quale vado a sedermi
spesso e dove mi compiaccio più che nella gran sala del palazzo.
È tutto orgoglio, sai?
L'idea che io ho raccolto quel
povero salice, che l'ho salvato da una morte certa, che deve a me sola di poter
bevere ancora le ondate d'aria libera e agitarsi al sole; questa idea
esclusiva, egoistica è quella che me lo fa amare.
Non lo direi a suor Orsola, veh?
Ma per te non ho segreti; ti racconto tutto, proprio tutto.»
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«Non puoi lagnarti di me. Quando
ti ho scritto l'ultima lettera? non più di quindici giorni al certo. Ora eccomi
di nuovo a farti le mie piccole confidenze, come quando eravamo sulla panchina
di legno del dormitorio e che la suora d'ispezione, passeggiando cogli occhiali
sul naso (quegli occhiali che avevano un vetro rotto), ci gridava: —
Coricatevi, ragazze!
Adesso non c'è nessuno che mi
mandi a letto, e posso vegliare la sera scrivendo a te. Ho appunto una graziosa
lucernina di porcellana rosea a filetti dorati, che è un piacere a vedermela
davanti accesa.
La zia è proprio un angelo.
Tutte le mattine va a messa; conduce qualche volta anche me, e bisogna vedere
con quanto raccoglimento si inginocchia sul cuscino della sedia e solleva al
cielo i suoi occhi così belli, mentre di sotto lo scialle stretto intorno alla
persona cadono ondeggianti sul suolo le pieghe del ricco vestito. Pare una
santa — ma una santa regina.
Alla porta poi vi è un nuvolo di
poverelli che l'aspettano e ai quali distribuisce denari, immagini e libri
devoti.
Però — io certo m'inganno, non
essendo possibile che la zia abbia torto — ti dico soltanto una mia opinione di
ragazza senza giudizio, se fossi in lei mi piacerebbe fare l'elemosina, ma non
vorrei immischiarmi di quelle altre cose...
Ho ancora osservato che la zia
non rimanda mai un povero nel tempio, e rimanda sempre a mani vuote coloro che
— ella dice — non sono figli della chiesa.
Perchè ciò? — forse che non sono
figli di Dio?
Ecco, questa carità condizionata
non la mi entra.
Ma sono una cervellina, come
sai, e certe cose non arrivo a capirle.
Ti dirò che abbiamo compagnia.
Una di queste mattine appunto, ritornando dalla messa, incontrammo il vecchio
curato che si appoggiava al braccio di un giovane assai distinto; la fisonomia
di questo giovane non mi riusciva nuova, e stavo pensando se lo avevo forse
veduto a Milano la sera del ricevimento; quando mia zia lo salutò con un
accento marcatissimo di meraviglia e gli disse che lo credeva in viaggio per la
Svizzera.
— Era mia intenzione — rispose
il giovane, abbassando gli occhi con una modestia che mi piacque infinitamente
— ma la salute cagionevole del mio vecchio zio mi fece rimuovere da tale
progetto e preferisco trascorrere l'autunno vicino a lui.
La baronessa approvò una
risoluzione che faceva l'elogio del suo cuore, e il vecchio curato,
interrompendola commosso, l'assicurò che i meriti del giovane erano opera della
sua illuminata protezione: Ah! che sarebbe riuscito — esclamò colle lagrime
agli occhi — se ella non lo avesse costantemente guidato, sorretto,
consigliato!
Mia zia, visibilmente turbata
nella sua modestia, troncò quelle lodi con un dolce sorriso, e disse al
giovane:
— Signor Luigi, volete offrire
il braccio a mia nipote? — ho qualche cosa da dire al signor curato.
Ci avviammo davanti noi due, e
ti confesso che non fui mai tanto imbarazzata in vita mia.
Egli incominciò a parlare del
tempo, delle belle giornate, del gusto di stare in campagna; ma il suo pensiero
era altrove, e i suoi occhi distratti mi pareva che guardassero le maniche del
mio vestito, dove le mie braccia fanno una sì meschina figura. Immaginai
ch'egli dovesse sentire la puntura de' miei gomiti nelle sue coste... Questo
pensiero mi tolse lo spirito affatto. Sciolsi il braccio — egli non vi pose
ostacolo, e giungemmo a casa senza aver detto più una parola.
Non credevo di essere così
sciocca.
Sul punto di separarci, mia zia
disse al signor Luigi:
— Ci rivedremo, non è vero?
Quando non sapete come passare il tempo, ricordatevi dei vecchi amici.
Giudico che l'impiego delle ore
debba pesare molto al signor Luigi, perchè egli è sempre qui. Anche ora che ti
scrivo, sento la sua voce in salotto; ma io non sono tentata di andare a
raggiungerlo — la sua presenza mi imbarazza, perchè non so dove nascondere i
gomiti...
Oh! di' pure che sono una
fanciullona priva di senno.»
* * *
Diana aveva
scritto: sento la sua voce in salotto: ma non è totalmente esatto.
Luigi, a cui si riferisce il
pronome, se ne stava quella sera sulla terrazza inghirlandata di glicine e di
caprifoglio, e la baronessa, col dorso appoggiato al parapetto, gli teneva
tutte e due le mani sulle spalle.
Erano serii e mesti.
Quali pensieri si volgevano in
mente a quella donna? Quale idea fissa, insistente, segnava con tre solchi verticali
la sua ampia fronte?
— Luigi, — ella diceva a voce
bassa e carezzevole; — persuadetevi che agisco per il vostro bene; il mio unico
scopo è quello di rendervi felice.
— Ma lo sono! — interruppe il
giovane con una leggiera tinta di amarezza.
— Oggi, amico mio, ma domani?...
— Domani come adesso, come
sempre, io non chiederò altro che il vostro amore. Cristina, dieci anni di
fedeltà non vi stanno garanti?
Un guizzo fuggevole rischiarò la
fronte della baronessa, che rispose con calma:
— La vita è fatta per
operare, non per sognare; è fatta per il dovere, non per la passione.
— Ah! — esclamò il giovane con
fuoco, — non citate le parole di un gesuita. Ripetete con me, che la vita è
l'amore!
— Fanciullo!
— Mi avete amato però. Io ho
sentito il vostro cuore battere sul mio, e dalle mie labbra non si cancellerà
mai l'impronta dei vostri baci. Qui, su questa medesima terrazza, giuraste le
mille volte d'amarmi — e perchè non possono parlare questi fiori, queste
fronde, questo cielo, testimonio delle nostre ebbrezze? Perchè tutto tace,
Cristina, quando io chiedo la carità del vostro amore?
Ella lo accarezzava dolcemente
passandogli la mano nelle chiome, come si fa con un bambino irritato; egli si
impadronì di quella mano e la strinse sulla sua bocca.
— Fanciullo! Non sapete che ogni
giorno strappa una rosa dai nostri capelli? Non sapete che ogni ora scioglie un
anello della catena che ci avvince? L'amore, voi dite, ma cos'è l'amore oltre
una fuggitiva delizia dei sensi, un eccitamento dell'immaginazione? L'amore delirio,
l'amore poesia, l'amore oblio... larve brillanti! fragili farfalle! Ah! vi è un
altro sentimento più forte, più durevole, più onesto; ed è l'amicizia profonda
di due anime congiunte nel medesimo intendimento, è l'unione di due esseri
nobili e immortali che sdegnano i fiori della terra per innalzarsi agli astri
del cielo. Voi mi rammentate troppo spesso che fui debole... Luigi, siate
generoso. Stendiamo un velo sul passato; lasciatemi questa speranza di poter
purificare il nostro amore e renderlo degno di voi e di quel Dio che dovrà
usarci misericordia. Amiamoci come fratelli, io sarò egualmente vostra, tutta
vostra, ve lo giuro!
Una pausa, rotta appena dai
sospiri di Luigi, permise alla baronessa di riprendere con maggior vigore:
— Vedete quanto il mio amore,
svincolandosi dai ceppi materiali, si purifica e si idealizza fino quasi a
raggiungere la santità dell'amore materno! Perchè dovrei amarvi da egoista,
perchè sacrificare la vostra fiorente giovinezza alla mia vita stanca? O Luigi,
voi noi, comprendete dunque tutto il sublime di una passione che vi vuole
felice e libero? Io vi dico: Spiegate le ali, il mondo vi è aperto davanti,
l'avvenire vi aspetta carico di promesse... che indugiate? Movetegli incontro
sereno, e vi sia compagna questa fanciulla che ho cresciuta per voi. Essa vi
parlerà di me senza peccato, e contemplando il nido che io stessa vi avrò
apparecchiato colle mie mani, crederò che Dio mi perdona.
Luigi, eccitato e commosso dalle
parole, dalla voce, da quel dolce raggio di luna che pioveva come un'aureola
sui capelli della baronessa; inginocchiato a' suoi piedi, estatico fissandola
negli occhi, non trovava nulla di più eloquente dei baci e delle lacrime.
Sommesso, sommesso, più che un sospiro e meno che un accento, gli uscì
finalmente dai labbri questa preghiera:
— Deh! soffrite che io passi la mia
vita accanto a voi... non chiedo altro bene.
— Ma non mi abbandonerete —
esclamò la baronessa cingendo teneramente la testa del giovane. — la vostra esistenza
si svolgerà sotto i miei occhi; avrete due persone che vi amano invece di una
sola.
— E sia! — disse Luigi dopo
qualche istante di silenzio, — fin da quando mi accoglieste povero, timido,
sconosciuto; fin da quando voi, bella e ricca, non sdegnaste mettere la vostra
mano in quella di un rozzo giovinetto di campagna, e di lui faceste colla magia
dell'amore un uomo rispettato e onorato; fin da allora, Cristina, io presi
l'abitudine di obbedirvi ciecamente. Comandate, sono vostro. Torturate pure questo
cuore che avete reso beato, straziatemi, uccidetemi, dite pure che siete stanca
di me!
Ella non si scosse.
Placidamente, ma in atto di sommo affetto, trattenne il giovane che stava per
alzarsi:
— Udite, Luigi. V'ho io mai
ingannato? V'ho mai lasciato ombra di dubbio, che il mio contegno a vostro
riguardo non fosse dettato dall'amore più vero? Posso cambiare ora? ora che
l'età mi ribadisce più tenaci gli affetti e mi crea il bisogno di vedervi
sempre al mio fianco? Che cosa vi offro? La felicità e la pace. Pensate quali
vantaggi ha per voi quest'unione che vi assimila alla mia famiglia e getta
nuove basi di prosperità nel vostro avvenire. Se non accettate, io crederò che
avete altri progetti.
La voce della baronessa divenne
tremante — un lampo balenò nella sua pupilla; ma fu subito spento, e col più
blando dei sorrisi soggiunse:
— Luigi, Luigi mio...
guardatemi!
Stettero così qualche istante,
muti.
Sotto il verone, nel parco,
stormivano le querce, e la pallida luna di settembre le inondava di una luce
fredda, cristallina, che faceva scintillare la superficie lucida delle foglie.
Un'alta quiete si stendeva nei
boschi, giù nella valle fino ai confini delle montagne, che si staccavano nette
e taglienti sul cielo sereno.
— Non avete mai pensato — disse
la baronessa alzando gli occhi alle stelle — che questi mondi luminosi sospesi
sulle nostre teste hanno veduto il primo uomo e vedranno l'ultimo di noi?
Chiedete ad essi perchè il fiore sboccia ed appassisce, perchè la neve cade e
si scioglie, perchè si rinnova il mare, perchè muore la creatura, perchè
l'amore non può essere eterno! Chiedete ad essi il segreto degli olezzi, dei
colori abbaglianti, dei morbidi profili, dei palpiti, dei delirii, delle
lagrime; chiedete ad essi la parola del gran mistero, e vi risponderanno...
Luigi trovò a suo modo la
conclusione:
— Risponderanno che voi siete
bella e che io vi amo!
Non si sentiva un zittio.
Solo nella camera di Diana
ondeggiava la fiamma della lucernetta rosea. La fanciulla aveva terminato la
sua lettera e si disponeva ad andare a letto.
Prima di levarsi il vestito
chiuse i vetri e sporgendosi sul davanzale contemplò per un momento la notte
tranquilla.
Luigi e la baronessa, dal verone
oscuro, videro disegnarsi alla incerta luce la sua graziosa testolina.
— L'avete voi guardata? —
domandò la baronessa.
— No.
— Ebbene, fatelo. Sono io che ve
ne prego.
* * *
Chi era la
baronessa?
In società, fra amici, non si va
tanto per il sottile. Si incontra, si stringe la mano, si simpatizza o si
allontana e si tira dritto.
Ma nei romanzi noi vogliamo
sapere positivamente con chi si ha a fare.
Non basta il nome e la figura;
gli autori moderni ci resero esigenti — a noi abbisogna il passato del
personaggio, la sua educazione, la sua nascita, se poppò latte naturale od
altro, se a cinque anni preferiva la mosca cieca o i birilli, se gli avvenne
mai di cadere da una scala e pestarsi il cranio.
Dietro questi dati poi si svolge
l'analisi minuta del cuore, del carattere, degli istinti — e si discute sulle
cause che li svilupparono o li ritardarono, aggiungendovi un po' di psicologia,
di frenologia, di metafisica — e bazza se ci sta anche la patologia e
l'anatomia — tenendo l'ostreticia per i casi riservati.
Ma non vi aspetterete tutto
questo da me, signore mie lettrici.
Non intendo occuparmi del
passato remoto della baronessa, trovando già abbastanza da fare nel passato
prossimo di quei dieci anni, durante i quali ella aveva dato un successore al
buon Sicheo...
Parliamo in metafora, poichè si
tratta di una signora conosciuta assai favorevolmente e nota a tutti per la sua
vita intemerata.
Chi sarebbe stato audace al
punto di immaginare un amante alla baronessa Gualtieri-Serra?
Chi sopratutto lo avrebbe
cercato sotto le apparenze gravi e tranquille del giovane Luigi?
Questo amore frattanto
ingigantiva occulto, e la riconoscenza, l'abitudine, il bisogno, lo
avviluppavano di sì intricate radici, che pareva nessuna forza umana potesse
svellerlo giammai.
Perchè dunque Cristina voleva
ammogliare Luigi?
Siete voi che me lo domandate,
lettrice di quindici anni?... Chiudete il libro, cara inesperta, e andate nella
vostra cameretta a leggere Prati, Dall'Ongaro, Regaldi, che vi faranno
conoscere l'amore in mezzo alle nubi rosee; leggete Lamartine, che vi solleverà
in un mondo di visioni ideali con que' suoi versi che paiono fatti apposta per
entusiasmare le fanciulle:
«A la molle clarté de la voûte sereine.
«Nous chanterons ensemble assis sous les
jasmins...
E come, se non incoronato di
gelsomini, deve apparire l'amore a voi, o angiolette?
Ma ditemi, cos'è l'amore, donne,
che dell'amore provaste tutti i martirii, tutte le umiliazioni, tutti i
disinganni? Ditemi, cos'è l'amore che vi ha solcato le guance e ha fatto
impallidire le rose delle vostre labbra?
Vi fu un giorno terribile nella
vita della baronessa, e fu quello in cui, seduta davanti allo specchio, le
apparve per la prima volta un capello bianco.
È dunque vero che si invecchia? Chi
di noi lo crede, chi lo teme, se non legge la fatale sentenza sul proprio
volto?
Quel giorno Cristina domandò con
maggiore tenerezza del solito: — Luigi, mi ami?
Luigi giurò d'amarla, e per
qualche tempo nessun pensiero importuno venne sotto candida veste a turbare la
serenità olimpica di quella fronte.
Ma un altro giorno, attaccando
la goccia di perla al lobulo rosato delle sue orecchie, la baronessa osservò
una piccola ruga, un solco; pareva l'impronta di un'ala... l'ala rapida del
tempo che le aveva sfiorato le guance delicate. Uno sgomento profondo si
impadronì di lei, e una lagrima rovente cadde, di fianco alla perla, entro il
solco ingrato.
Luigi compiva allora i
ventisette anni.
Ella non si faceva illusione. Il
giovane l'amava per abitudine — avrebbe continuato ad amarla un poco per
riconoscenza, ma anche la riconoscenza può diventare un fardello, e nulla è
così grave a portarsi come un amore che non si ricambia più.
La virilità attiva e potente
avrebbe trovato Luigi incatenato a una vecchia femmina, e chi sa se spezzando i
ceppi dell'amante, l'amico le sarebbe rimasto fedele!
Ella paventava nell'avvenire una
tremenda rivale, che doveva rapirle l'ultima, l'unica affezione della sua vita
— l'uomo al quale aveva sacrificato una virtù forte di trent'anni di gloria.
Tutte le corde degli umani
affetti vibravano nel suo cuore e mettevano capo a Luigi — sposo, fratello,
amico, figlio — sì, ella lo amava come figlio, e pur di non perderlo
acconsentiva a dimenticare più dolci diritti.
L'esperienza le suggeriva che
così non si poteva durare a lungo; continuando a cullarsi in oziose illusioni,
urterebbe inconsapevole contro uno scoglio, più o meno lontano ma certo, il
futuro di Luigi — di questo giovane sorto appena alla vita e che non poteva
accontentarsi eternamente di un amore nato per caso come tutti i primi amori.
Con quali armi avrebbe ella
combattuto? Che argine opporre all'invadere di una passione nuova e bollente di
giovinezza, ella, prossima ai quarant'anni?
Era il caso di prevenire, non di
attendere il nemico.
Fu tra queste malinconiche
riflessioni che venne in mente alla baronessa di saldare l'anello che la
congiungeva a Luigi.
Un matrimonio fra loro due le
era ognora sembrato impossibile; ora poi ridicolo. Sposando invece il giovane a
Diana, se ne assicurava il dominio per sempre.
Infatti, che aveva ella a temere
da quella goffa educanda senza spirito e senza bellezza? Un corpo di vergine
che poteva bastare alle aspirazioni materiali del fanciullo fatto uomo — non
altro — quanto appunto voleva la baronessa.
Luigi avrebbe avuto una moglie,
dei figli, una casa, un talamo autentico e legittimo; ma l'anima, il fiat,
la molla di questi congegni restava lei, ancora lei, sempre lei!
Il piano della baronessa era
egoista e cinico.
L'amore basta forse a scusarlo?
— non so.
Ella disponeva dell'esistenza di
Diana, del suo avvenire, della sua fortuna, fiera di mettere nuovi doni ai
piedi del suo idolo, che riesciva per tale matrimonio ricchissimo — felice di
legarselo indissolubilmente al fianco.
Ma conveniva agire con somma
cautela; guai se i due si fossero accorti del tranello!
Un interesse spassionato, la
cura della loro felicità, una rinuncia spontanea dei propri diritti da una
parte, una materna sollecitudine dall'altra — ecco come doveva presentarsi
l'idea di quel connubio.
Con Diana la parte era meno
difficile. Un filo di seta dorato doveva bastare per condurre questa ingenua
pecorella. Un bel marito e il vestito da sposa è l'esca di tutte le fanciulle.
Luigi offriva maggiori ostacoli
all'attacco.
Il suo amore ombroso e un po'
selvaggio si trovava in un momento di crisi. Il fuoco vero incominciava a
rallentarsi, e, come avviene a tutte le fiamme moribonde, ne sprizzava una luce
effimera e grandiosa che poteva parere incendio.
Ma Cristina leggeva chiaro nel
cuore del suo amante; quella effervescenza, quell'ardore non la illudevano:
ella nascondeva ancora bene i suoi capelli bianchi sotto le sue treccie nere,
ma aveva il coraggio di guardare in faccia gli anni che si avanzavano, e il suo
colpo di Stato le appariva d'una urgenza estrema.
La religione, ch'ella non aveva
mai abbandonata, non l'abbandonava a sua volta, e già vedemmo in quale modo se
ne serviva per i suoi progetti.
Uno scrupolo a tempo, una
reticenza, un granellino di rimorso; le belle parole di redenzione, di
riparazione; il pentimento, l'immortalità dell'anima, tutto ciò nelle abili
mani della baronessa si fondeva in un armonico concerto d'amore e
d'abnegazione, che poteva alla fine commuovere il cuore di Luigi.
D'altronde, quale sacrifizio gli
si domandava? — il sacrifizio era per lei — lui non doveva far altro che
sposare una fanciulla di diciotto anni con quattrocentomila lire di dote.
Il povero nipote del parroco non
possedeva nulla sotto il sole; nulla di ciò che è inscritto sul libro delle tasse;
ma aveva per capitale una buona posizione nel mondo, un impiego lucroso e una
figura simpatica, geniale.
Non era un Apollo, non era un
Narciso, ma il raggio tranquillo de' suoi occhi neri penetrava dolcemente nei
cuori femminili, e la serietà naturale in lui lo rendeva interessante presso il
bel sesso, che si compiaceva di attribuirgli una mente superiore.
Aveva dei meriti reali, una
istruzione solida; ma non pensate, vi prego, che fosse un genio.
Immaginatelo un bravo giovinotto
un po' grave, un po' astratto, più profondo che brillante, e fatto per piacere
in un colloquio a due di preferenza che nel circolo chiassoso d'una società
elegante.
Sotto la vernice disinvolta
dell'uomo di mondo traspariva a intervalli la timidezza imbarazzata e ingenua
del giovane campagnuolo cresciuto all'ombra del campanile, nella biblioteca
ascetica di un vecchio prete — e mentre gli altri uomini piacciono generalmente
per quello che sono, il fascino di Luigi proveniva da un non so che sparso in
tutta la sua persona, da un'aria misteriosa, che lasciava supporre nuovi
orizzonti oltre l'orizzonte ostensibile della sua pupilla bruna.
L'amore intelligente della
baronessa aveva operato miracoli dirozzando quella natura incolta, ma restava
qualche cosa di inesplorato, un angolo arcano, dove rifugiavasi l'animo di
Luigi nei lunghi soliloqui con sè stesso.
Se in quegli istanti di
raccoglimento accadeva che la voce di Cristina lo chiamasse all'improvviso,
egli sobbalzava come ragazzo colto in fallo, e l'antico rossore ricompariva sulla
sua faccia pari al riflesso di una fiamma domata ma non spenta.
* * *
Noi sappiamo
che Diana aveva in fondo al giardino un albero di predilezione; un giovane
salice niente più bello degli altri, ma a cui ella voleva bene perchè credeva
di averlo salvato da una prematura morte. Le fanciulle, quando sono proprio
fanciulle e non caricature di donna, amano sempre con trasporto o un canarino o
un fiore o un ricamo o una poesia; hanno degli entusiasmi lirici per un punto
di vista, delle simpatie convinte per un certo posticino recondito, per una
seggioletta bassa, per l'ombra di una tenda, per il luccichio di un cristallo.
Piangono nel cantare: Verranno a te sull'aura, e conservano per dei mesi
fra il cartone pesante dell'Antologia una viola del pensiero.
Ne conosco di quelle che
ciarlano spigliatamente, motteggiando sull'amore e facendo pompa di uno
scetticismo alla moda — ma permettetemi di non pensare a loro. Lasciatemi
studiare il mio tipo in quella falange che va sempre più restringendosi di
fanciulle pure, innocenti, un tantino grulle, che non sanno stringere la mano
all'inglese, nè misurare i gesti, nè parlare a bocca chiusa, o mettere in
mostra il piedino con garbo fingendo di evitare una pozzanghera.
Lasciatemi studiare la fanciulla
nella sublime poesia della sua ignoranza, bella de' suoi stessi difetti, grande
nella sua semplicità — la fanciulla che arrossisce, che balbetta, che si turba,
che non sa cosa rispondere a un complimento e che allaccia il suo cappellino di
traverso per correre incontro ad una amica.
Se si bandisse anche dal romanzo
questo ideale di fanciulla, dove la troveremo mai?
Diana aveva preso seco il suo
canevaccio, e lieta come un'allodola che si slancia per i cieli, correva
saltellando in mezzo al giardino, nella direzione del piccolo salice.
Era una mattina fresca e
scintillante sull'orizzonte sereno, nel sole splendido, negli alberi, dai quali
cadeva imperlata la tarda rugiada dell'autunno.
Al limite del giardino
incominciava il parco, e sotto quelle folte querce, ricche d'ombra e di
mistero, compiacevasi immensamente la fantasia di Diana.
Ella ne accresceva per giovanile
vaghezza le tinte cupe, immaginando di essere in una foresta del nuovo mondo; e
fino a un certo punto l'illusione era possibile. I ragni, gettando da un ramo
all'altro i loro fili d'argento, vi avevano improvvisato, durante la notte, una
specie di verginità che Diana distruggeva a colpi d'ombrello, pensando di
abbattere tralci di liane e d'edera secolare; e poichè, prima di partire da
Milano, sua zia l'aveva condotta a sentire il Guarany, non era lontana
dal supporre che in mezzo a quelle fitte piante potesse comparire da un momento
all'altro un elegante Perì, coll'arco in mano e l'yatagan alla
cintura.
Senza accorgersi, stendendo sui
ginocchi il suo canovaccio, ella incominciò a cantare con una vocina da mezzo
soprano: Sento una forza indomita...
Ma invece del Perì,
comparve la baronessa.
Diana balzò in piedi rossa
rossa, non perchè credesse di aver fatto qualche cosa di male, ma i cuori
innocenti e giovani alla vita hanno impressioni subitanee, la sorpresa pronta,
e si sbigottiscono facilmente come i puledri, i conigli e gli uccelletti.
La baronessa sorrise con bontà;
poi raccogliendo lo strascico della sua vestaglia di cachemir, sedette
sulla panchina abbandonata dalla fanciulla e sulla quale non si poteva stare in
due.
— Seguita pure, carina; ti
ascolto con piacere.
Diana, che al sorriso di sua zia
aveva ripreso i colori naturali, si rifece vermiglia sentendo questa proposta,
e mormorò:
— Ma io non so cantare, zia.
— Ti piace però la musica?
— Oh! sì.
— E questa romanza del Guarany
come la trovi?
— Ma... bella. Non è vero?
— Certamente. Esprime così bene
l'ardore e la timidezza di un selvaggio dominato da un sentimento profondo... La
figura del tenore corrispondeva perfettamente al personaggio. Snello, pallido,
bruno... come sarebbe stato male biondo!
— Non era un po' troppo serio? —
domandò Diana.
— I sentimenti veri si esprimono
seriamente. Diffida, figlia mia, dei volti ilari e giocondi, nascondono quasi
sempre un gran vuoto. La serietà in una fisionomia maschile aggiunge pregio
alla bellezza e forza all'espressione. Il genio è per sua natura grave, e cantò
con ragione un poeta:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . non ride
Con soverchia lievezza alma che sente.
Dopo questa conclusione recitata
con accento autorevole, la baronessa troncò il discorso; metodo superlativo per
ottenere effetto nella gioventù, dove la sospensione lascia un solco di
desiderio e di curiosità, intorno al quale poi lavora il fervido cervellino.
Se veramente era questa
l'intenzione della baronessa, dovette restare molto soddisfatta, la sera di
quel medesimo giorno, quando venne Luigi come al solito, e Diana più del solito
parve osservarlo — e partito che fu si lasciò sfuggire questa ingenua domanda:
— È un giovane di talento il
signor Luigi? Ha l'aria molto seria.
La baronessa rispose:
— Immenso talento; ma ciò che
più monta, gran cuore.
Luigi non spiegava troppa fretta
nel conformarsi alle istruzioni della sua amata tiranna.
Aveva bensì guardato la fanciulla, ma il risultato
di tale esame lo lasciava freddo.
— È magra: — disse una volta
alla baronessa, che lo istigava a dire la sua opinione.
— Volete che una ragazza abbia
le forme di Giunone?
— Vorrei che avesse le vostre.
— Basta, Luigi, non parlate così
senza giudizio. Mia nipote è leggiadra.
— Ha le mani rosse.
— Effetto di gioventù.
— Ha un dente fuori di posto.
— Che inezie!
— Veste male; non ha garbo, non
ha distinzione.
— Meglio di chiunque, voi
dovreste sapere che tutte queste doti si acquistano coll'esperienza.
Ella non aggiunse di più, ma il
giovane capì l'allusione a' suoi stivali coperti di mota, alle sue cravatte e
a' fazzoletti d'un tempo.
Stette muto un poco e poi disse:
— E se non potessi amarla?
— Non incominciate a farvi una
idea romantica dell'amore che un marito deve portare alla moglie, e poi
osservatela meglio, senza prevenzioni, senza confronti.
— E senza reminiscenze?... —
interruppe Luigi fissandola teneramente.
Cristina gli chiuse la bocca
nell'unico modo che sogliono adoperare le donne coi loro amici intimi — nè per
allora si discorse altro.
Ma più che col giovane,
l'accorta signora guadagnava terreno presso la fanciulla.
Ella era in quell'età nebulosa
ed incerta, dove, come un cielo sull'albeggiare, mutano le tinte e si fondono
ad ogni nuovo raggio che le rischiara. Prima bianco, poi rosato, poi il pallido
azzurro, e finalmente l'oro e la porpora smaglianti.
Mille atomi incandescenti,
pulviscoli infuocati nuotano confusamente in quel nimbo di luce. Saranno raggi
o scintille? saranno stelle o vulcani?
In quella prima incantevole
irradiazione della vita, l'anima si schiude fiduciosa e serena ignara di sè e
di quanto la circonda; facile alle credenze, pronta agli affetti, e come la
nuvoletta leggiera del mattino imbevendosi dei riflessi del sole, piegando al
soffio della brezza, sempre cangiante di forma e di colore.
Diana assorbiva avidamente e
faceva sue le parole, in apparenza distratte, che la baronessa gettava qua e là
a proposito delle qualità vere, dei meriti reali, delle fisionomie simpatiche,
delle persone distinte, e a questo modo venne formandosi un'ideale che
somigliava di tutto punto a Luigi.
Luigi, trasformato in ente
astratto, aspirazione, divagazione, tipo, fluttuava in ogni dialogo. Non
pronunciavasi mai il suo nome, anzi la baronessa si faceva uno studio per
evitarlo; ma quando egli compariva, un turbamento visibilissimo indicava che
Diana faceva de' confronti fra lui e l'ente suscitato a bella posta nella sua
immaginazione.
La tattica della baronessa
trionfava al di là de' suoi desiderii.
La povera fanciulla, avviluppata
nella rete seducente che le tesseva intorno colei che aveva in conto di madre;
contemplando ogni giorno nella perfetta solitudine in cui viveva quel giovane
gentile dagli occhi neri; ripensandovi all'ombra romanzesca del salice, nel
silenzio profondo dei boschi, nella sua camera al lume blando della lucernetta,
e animando tutto ciò il soffio poetico dei diciotto anni, le si era schiuso nel
cuore uno di quei soavi amori come devono provarli nel loro nido di gigli e di
rose le mattutine farfalle o la raminga rondine quando lascia a primavera le
palme greche per ritornare al memore verone.
Tutto oro e zaffiri, tutto
splendore, tutto profumi, volo d'angelo e sogno di poeta le parve, nella sua
santa innocenza, l'amore, e spasimò di giubilo e pianse d'ebbrezza quando
Luigi, premendo sul petto un fiorellino che le era caduto da' capelli, disse:
— Lo conserverò eternamente.
* * *
Un mese dopo,
ritornando a Milano per il Natale, la baronessa annunciò pubblicamente il
matrimonio di sua nipote con Luigi.
Tutti gli amici e i lontani
parenti (prossimi non ve n'era) furono invitati per la firma del contratto; le
nozze poi dovevano celebrarsi a porte chiuse e in abito da viaggio — si
anticipava la festa perchè gli sposini volevano restar soli nel gran giorno.
Tutte le signore trovarono
questo sistema d'ottimo gusto, e le lodi, com'è naturale, ridondarono sulla
baronessa.
Ella le accolse dignitosa e
benigna, schermendosi con modestia e assicurando che si conformava al desiderio
dei due giovani.
La sera del contratto venne
fissata per il venti gennaio, e alle nove precise una lunga fila di carrozze si
seguivano in via Borgonuovo, affluendo dalla Croce Rossa e dai Fiori Oscuri.
Tra la folla chiacchierina che
si versava nell'atrio piene di luce, noi sceglieremo per compagno l'elegante
marchese Gili.
Eccolo, giovane e bello, con una
cardenia sul petto, coi biondi baffi ingommati, le scarpe lucide, le calze di
seta, i guanti color cielo. Eccolo, sorridente e maligno, scandagliare
coll'occhialetto d'oro le belle signore che passano avvolte nei loro bianchi bournous.
Una lascia cadere il ventaglio.
Il marchese pronto a
raccoglierlo, ma la bella osserva con dolore che si staccano alcune stelle
d'acciaio.
— Di che vi lagnate, contessina?
È ben naturale che le stelle cadano davanti ai vostri occhi.
Il complimento fa dimenticare il
guasto del ventaglio, e uno sguardo seducentissimo ricompensa l'arguto galante.
Siamo nelle sale riboccanti di
fiori e di doppieri; non si sa quale sia in maggior coppia se luce o profumi.
Una gaiezza insolita, qualche
cosa di vivo e di spigliato anima i crocchi. Tutti ciarlano, molti ridono,
nessuno si annoia.
Il marchese intraprende un
viaggio circolare intorno a tutte le belle donne. Annunciando questo progetto,
egli soggiunge: — Spero mi bonificheranno i paesi non visitati.
Diana e Luigi sono l'argomento
di tutti i discorsi; si profetizza loro una vita di gioje; si fanno commenti,
induzioni, supposizioni. Un poco d'invidia offusca molte serene fronti di
fanciulle; i giovanotti non invidiano completamente lo sposo, ma trovano che la
dote è attraente.
In mezzo a tutto questo, Luigi
serba il suo contegno abituale; un po' più serio forse, un po' più pensoso — ma
la cosa sembra naturalissima.
Diana è raggiante e confusa
nello stesso tempo.
— Peccato sia così magra e abbia
il naso soverchiamente pronunciato — susurravasi — l'espressione della sua
fisionomia è immensamente dolce e graziosa, peccato!
Entra il notajo, si avanzano i
testimoni; le signore siedono e fanno il possibile per non ciarlare. Gli uomini
si addossano agli usci, alle finestre, dietro certe poltrone privilegiate.
Si forma circolo intorno al
tavolino dove scintilla il calamajo d'argento e dove posa inconsapevole della
sua importanza la penna che deve scrivere tutto un avvenire.
Il colpo d'occhio è lieto e
imponente; ma la figura principale, quella che si distacca in tono più
risentito da tutte le altre, la padrona, la regina non è Diana, è la baronessa.
Mai era apparsa così bella.
I suoi amici, abituati a vederla
nei mesti abiti vedovili, l'ammiravano quella sera splendente e superba con un
vestito di velluto viola, di cui la scollatura, pudica e sapiente, rivelava,
fra una nube di candide trine, tesori tenuti sepolti per dieci anni.
Sul limite della giovinezza si
dànno di quei giorni di abbagliante fulgore, lampi di una potenza moribonda, e
che concentra ne' suoi ultimi raggi le sue forze estreme.
Se vi è qualcuno che sia
sensibile alle calde bellezze dell'autunno, che abbia assaporato sotto i grandi
alberi frondosi la morbidezza di un frutto maturo; se qualcuno ha mai seguito
con occhio d'artista le curve sinuose delle valli coperte di muschio, ora dorate,
ora cangianti in porpora; se mai cuore di poeta ha fantasticato davanti a una
rosa semisvenuta sotto i petali esuberanti d'amore, quell'artista, quel poeta
comprenderanno le seduzioni di una donna che ha vissuto, che ha pianto, che ha
amato; che rosa feconda e valle muscosa ebbe già la sua parte di fremiti e di
palpiti nella grande epopea della natura.
Il volto della baronessa, di
contorni purissimi aveva quell'aria patita, quel pallore languido e vaporoso
che parla tanto al cuore.
Il bianco marmoreo della sua
fronte, stemperandosi presso agli occhi in una tinta azzurrognola, presentava
uno sfondo appassionato alla pupilla e ridiscendeva lievemente abbrunato sulle
gote.
Il suo collo e le sue spalle
avevano delle tinte di madreperla e d'opale. Rubens vi avrebbe trovato un'orgia
di colori, e Tiziano il tripudio della carne nella sua manifestazione più
divinamente terrena.
Diana diceva che i guanti di sua
zia «salivano fino al gomito senza fare una grinza,» ma il lettore completerà
la descrizione pensando che nessun abito poteva far grinze su quel corpo,
poichè la stoffa sembrava abbracciarlo amorosamente secondandone i morbidi
profili. La linea del suo dorso scendeva con un ondeggiamento serpentino e
flessibile che rammentava la Galatea antica, e le sue braccia staccandosi
vigorose dal busto andavano morendo in curve delicate fino alla radice di una
mano piccola e paffuta.
Intorno alla scollatura
dell'abito girava un pizzo di Fiandra, ombreggiando il collo di sì abbagliante
candore, che vedevasi sulla superficie rasata della pelle il chiaroscuro del
disegno a fiorami. Una doppia fila di brillanti scintillava serpeggiando fra
deliziosi ondeggiamenti fino a smarrirsi nella regione delle nevi perpetue, e
chi avrebbe pensato, dopo tutto ciò, che la baronessa contava quarant'anni?
Gili, in vedetta ai posti
avanzati, non perdeva una tinta di questo quadro incantevole, e strofinando
l'occhialino d'oro col suo fazzoletto di batista, mormorava:
— Come si conserva bene questa
cara donnina!
A contratto finito, mentre si riannodavano
i gruppi e più vivo scoppiava il represso chiacchierio, il marchese si avvicinò
alla padrona di casa dicendole, con quel garbo di due secoli fa che egli
riproduceva a meraviglia:
— È tutta sera che vi ammiro,
baronessa. Cosa faranno le nipoti se le zie si permettono di essere così belle?
La baronessa, che dopo quella
certa volta, teneva Gili in sospetto, lo guardò con un poco di diffidenza; ma
l'elegante marchese pensò bene dissipare la nube, e soggiunse:
— Cosa faranno, sopratutto, i
vostri vecchi adoratori?
La baronessa, rinfrancata, disse
con amabile gravità:
— Quando smetterete la celia,
peccatore impenitente? Vi pare che la vostra sia età da parlare d'amore?
— Ah! se volete proprio la mia
opinione, vi dirò che trovo meglio farlo — per non perdere tempo.
Disse e salutò, mentre la
signora lo minacciava col dito.
Diana vide il marchese staccarsi
da sua zia e venirle incontro; cercò evitarlo, perchè temeva il suo sorriso
mordace e la sua parola galante o maligna, ma sempre pungente. Quella sera tuttavia
dovette modificare il suo giudizio.
Il marchese l'incrociò mentre
stava per sfuggirgli dietro un gigantesco vaso d'azalee, e le disse con accento
sincero:
— Signorina, permettete che un amico
di vostro padre venga a rallegrarsi con voi in questo giorno di liete speranze.
Io vi auguro ben di cuore un avvenire felice.
La povera fanciulla, che non
aveva fatto altro da due ore, ringraziò anche questa volta, ma le parve che lo
sguardo del marchese non fosse sarcastico come di consueto, e che un barlume di
affettuosità schietta tenesse posto sulle sue labbra al ghigno beffardo.
Del resto, le dissero tante
belle cose in quella sera, la colmarono di tante carezze, di tanti voti, che la
sua testa si trovava veramente confusa, e il suo cuoricino timido aveva appena
il tempo di sospirare tratto tratto pensando a Luigi.
Luigi, da parte sua, circondato
e festeggiato, colse un momento per avvicinarsi alla sua futura sposa,
scusandosi di non poter occuparsi abbastanza di lei...
Era gentilezza e parve amore.
Diana gli rispose con uno
sguardo castamente appassionato.
L'amante della baronessa arrossì
e gli venne sulla fronte il sudore del colpevole — forse in quell'istante
domandò a sè medesimo se non aveva obbedito troppo ciecamente — ma era tardi!
Il notajo, arrotolando le sue
carte, diede un'occhiata premurosa all'orologio. La baronessa non trattenne
quelli che già incominciavano a prendere commiato; a poco a poco la società si
sciolse; prima gli indifferenti, poi gli amici, uno fra gli ultimi Gili, e
finalmente Luigi; che non osò guardare in viso la fanciulla.
Ella gli stese la manina
tremante, si dissero: Buona sera, lui soggiunse: A rivederci; e poi fuggì senza
nemmeno salutare la baronessa.
Diana si gettò al collo di sua
zia, piangendo, come piangono tutte le fanciulle quando hanno il cuore gonfio
d'amore.
* * *
I due sposi
non avevano cercato un appartamento.
— Mia nipote è così giovane —
diceva la baronessa — così inesperta e senza pratica di famiglia, che non può
assolutamente regolare una casa. Vivranno con me: faremo un nido solo.
Alcune camere appartate furono
messe a loro disposizione, e la baronessa presiedette ad un arredamento
ricchissimo e pieno di eleganza. Scelse di suo gusto i mobili, i quadri, i
bronzi, i tappeti, i colori, e perfino i più minuti ninnoli.
— Mia nipote non ha un senso
artistico molto sviluppato, poverina, non è colpa sua!...
La sala di ricevimento restò
comune, ancora quella della baronessa, in raso color melagrana.
— Mia nipote non sa ricevere; da
sola si troverebbe molto imbarazzata... — diciamolo in confidenza, la cara
ragazza non brilla per lo spirito.
La baronessa fece tutto, ordinò
tutto, stabilì tutto.
Diana, impacchettata come un
oggetto fragile e messa a fianco di Luigi, fu spedita col diretto a Parigi.
La baronessa aveva pensato
lungamente se poteva trovare un pretesto plausibile per seguire i due sposi nel
loro viaggio o per sopprimere il viaggio — ma non trovò nè l'uno nè l'altro.
Allora si rassegnò a stabilire un tempo relativamente breve per la durata,
poichè — diceva — le si spezzava il cuore a vedersi portar via la sua
fanciulla. Riflettè poi che un viaggio di nozze non è mai molto pericoloso per
gli effetti della luna di miele, e che Diana resterebbe più sbalordita che
incantata da quell'improvviso mutamento di abitudini.
Intanto che i due sposi
attraversavano il Moncenisio, la previdente e pia signora fece accendere una
lampada all'altare del Crocifisso in San Marco, onde invocare la divina protezione
sul loro viaggio — e tutte le mattine, inginocchiata sul gradino di marmo
coperto di legno, vi ascoltò divotamente la messa.
Si prese poi cura perchè una
Madonna d'autore celebre stendesse il suo manto pietoso al disopra del letto di
Diana — e a questo proposito, noto qui per incidenza che le camere da letto
furono divise.
Anzitutto il talamo nuziale,
come si usava ai tempi di Teodolinda e di Cunegonda, è omai una cosa plebea,
senza garbo, senza senso, incomodo, fuori di moda — e poi non si trovò proprio
una camera abbastanza vasta e che presentasse i requisiti indispensabili di
esposizione, di ventilazione e di disimpegno — infine, nè Diana nè Luigi, per
motivi diversi, si preoccuparono molto di questo dettaglio.
Il gabinetto particolare di
Diana fu ricolmo di fiori, di gabbie elegantemente verniciate con entro i più
bei uccelletti del mondo, cardinali dalla testa rossa. cardellini verdi del
Brasile, fanelli, lucherini.
V'ebbe posto una libreria colle
intere collezioni di madama Froment e dei romanzi tanto singolari che
edificanti del padre Bresciani e del padre Filippo Balzofiore — tutti rilegati
in marocchino, coi tagli dorati e un bel nastro azzurro per segno.
Due pregevoli incisioni appese alle
pareti in ricche cornici rappresentavano: una, l'arrivo di un parroco nel suo
villaggio in mezzo alla folla plaudente, e l'altra alcuni ragazzi che
appendevano ghirlande ad una rustica cappelletta. Soggetti semplici e severi,
che dovevano esercitare una salutare impressione sulla mente della sposa.
La cameriera addetta al servizio
della giovane signora fu scelta secondo tutte le regole della prudenza e
vagliata, come si suol dire. Mezza età, brutta, scrupolosa, bigotta; un orso di
virtù; per la fedeltà uno svizzero.
Così preparato il terreno, la
baronessa aspettò il ritorno della coppia più o meno felice, col sorriso
tranquillo del domatore che ha lasciato un momento di libertà a' suoi leoncini,
ma che si prepara a richiamarli sotto la sferza.
Essi tornarono, una sera, un po'
più tardi dell'epoca fissata, e l'occhio profondo della baronessa investigò il
volto di Diana per di sotto il velo grigio che lo ravvolgeva. Le parve fresca,
rosea — troppo fresca e troppo rosea.
— Ma tu stai bene dunque?...
— Me lo domandi in un certo
modo, zia! — esclamò Diana ridendo — si direbbe che credevi di trovarmi ben
male. Io sto a meraviglia, davvero. Il moto e la varietà mi giovano. Avevo un
appetito, di' Luigi?
Luigi si trovava alquanto
imbarazzato — non rispose. Cristina gli lanciò uno sguardo, che se fosse stato
un pugnale lo attraversava da parte a parte.
Una corrente di malumori, di
dispetti, di sottintesi e di non intesi agghiacciò a poco a poco l'entusiasmo
del rivedersi. Luigi si pose a guardare le nuove fotografie dell'albo; la
baronessa, impettita nella sua poltrona, taceva. Soltanto Diana continuò a
ciarlare per un pezzo delle cose vedute, dei divertimenti, delle avventure,
degli incontri, finchè accorgendosi di sostenere da sola le spese della
conversazione, propose di andare e letto.
Accese la bugia d'argento, e
facendovi paralume colla manina scintillante di anelli, diede la buona notte
alla zia, poi disse:
— Vieni, Luigi?
Luigi si alzò.
— Vi siete occupato di
quell'affare che tanto vi raccomandai? Vedeste a Parigi il dottor K***?
Queste parole caddero lente e
marcate dai labbri di Cristina.
Il giovane rispose:
— Lo vidi, e il colloquio che
ebbimo insieme confermò pienamente le speranze che...
— Diana — interruppe la
baronessa — va pure a coricarti, figlia mia. Non vi è nulla che stanchi come un
viaggio in ferrata. E voi pure, Luigi, non fate complimenti..., vi ho domandato
perchè l'argomento mi preme tanto, ma, del resto, saprò sacrificare la mia
curiosità fino a domani.
Fu Diana che rispose questa
volta.
— Ti pare, zia? Io mi ritiro
subito e ti lascio Luigi, così discorrerete a vostro comodo.
Rinnovò la buona notte, mandò un
bacio a sua zia sulla punta della dita, uno sguardo furtivo a Luigi, e sparve
leggiera di sala in sala canticchiando.
Quei due rimasti erano da
dipingere.
La donna, corrucciata, fiera,
coll'ira negli occhi, e studiando sulle labbra un mendicato sorriso.
Il giovane, ritto in piedi, a
capo chino, immobile.
Nessuno parlava.
— E così? — disse finalmente la
baronessa nascondendo male sotto l'orlo fluttuante della gonna il piede che si
agitava irrequieto e nervoso.
— Così — mormorò lui — sono
quello che voi voleste ch'io fossi.
— Un uomo felice!...
Luigi non volle rilevare
l'accento marcatissimo di ironia, e ripetè con calma:
— Un uomo felice.
Nuovo silenzio, interrotto
ancora dalla baronessa.
— Vivete già come due colombe,
non è vero?... scommetto che è la prima volta che amate!
La procella si avvicinava
romoreggiante e minacciosa. Luigi, che non si sentiva disposto a fare da
parafulmine, tentò allontanare il nembo e placare gli irati dèi con un
olocausto d'amore.
Si inginocchiò, e prendendo la
bella mano di Cristina senza però baciarla, disse:
— Io non ho amato che una volta,
lo sapete... voi che mi vedete ai vostri piedi innamorato e sommesso.
Nel suo interno pensava che
sarebbe stato un po' difficile l'equilibrio fra l'amore e il dovere; ma forse
non era quello che l'urto di una macchina al primo momento che si mette in
moto.
— Come trovate Diana? — domandò
improvvisamente la baronessa.
— Una buona ragazza... — e
intanto Luigi arrossiva — una cara sorella.
La fronte di Cristina accentuò
vivamente i tre solchi che l'attraversavano dall'alto al basso.
Luigi soggiunse:
— Credo che il suo cuore non
arrivi a comprendere altra affezione — è semplice ed ingenua.
— Basta.
Un fuoco repentino aveva
colorito le guance della baronessa, che si alzò e si pose a passeggiare a passi
concitati. Ella si accorse che la passione prendeva il sopravvento sui piani
tracciati dalla prudenza. Paventando sopratutto il ridicolo che avrebbe
annientato ogni suo potere, ricacciò in fondo al cuore le aspirazioni violente
che le tumultuavano nel sangue, e costrinse la sua fisionomia ad assumere
un'espressione scherzosa e serena.
— Parlatemi dunque de' miei
affari — esclamò — come abbiamo fatto ad allontanarcene? Dio vi perdoni, Luigi,
io temo che arriviate ancora di tanto in tanto a farmi perdere la testa.
— Non così spesso come io
bramerei — mormorò il giovane a voce bassa ed esitante.
— Andiamo, fanciullo. Che cosa
vi ha detto il dottor K***?
La relazione di quello che aveva
detto il dottore occupò non più di dieci minuti, dopo di che la baronessa tese
la mano a Luigi invitandolo a ritirarsi.
Il giovane depose un bacio su
quella zampina vellutata e formidabile, e si può supporre che allontanandosi
tirò un sospiro di sollievo.
Cristina rimase per lungo tempo
ancora sola, meditando nella sua poltrona al lume vacillante della lucerna che
si spegneva. Alcune lagrime sfuggivano dalle sue palpebre e andavano a morire
nell'angolo della bocca.
Una tristezza insolita si era
impadronita dell'animo suo così forte, uno sgomento pauroso che le faceva
intravedere pericoli non avvertiti prima; e quel disgusto, quell'amarezza che
fermentano sempre nel fondo di una coscienza che non si sente pura.
Quattro volte suonò la
mezzanotte ai diversi orologi della città. La lucerna priva d'olio diede il suo
ultimo guizzo — nè Cristina mostrava accorgersene.
Fu picchiato in quel mentre
all'uscio; era la cameriera della baronessa che veniva a prendere gli ordini.
Ella si scosse, e mostrando di
essersi addormentata e di avere un gran freddo, gettò una sciarpa sul viso per
nascondere le traccie del pianto.
All'indomani, quando Diana
apparve con una veste da camera color perla e i biondi capelli diffusi
rattenuti appena da un nastro azzurro, osservò con meraviglia la faccia
sbattuta della baronessa, e chinandosi all'orecchio di Luigi, susurrò:
— Non ti pare che la zia sia un
po' invecchiata?
* * *
Ma alla fine,
Luigi amava o non amava Cristina?
Io vi confesserò, lettrice, che
mi aspettavo questa domanda, e aspettandola vi mulinai sopra lungamente una
risposta che potesse appagare la vostra legittima curiosità.
Oimè, io sono a corto
d'argomenti, e mi trovo impacciato nel mezzo di questo cuore umano, sempre
vario alla superficie, sempre eguale nel fondo.
Ci vorrebbe un metafisico
tedesco per isvolgervi l'analisi psicologica di questo viscere interessante, e
provarvi che dato A × B ne segue per logica deduzione C.
Io ho conosciuto Luigi. Era un
giovane piuttosto chiuso, e se volete che mi serva per lui di una regola
generale, dirò che apparteneva fisicamente alla categoria dei
nervosi-linfatici; moralmente a quella degli idealisti.
La sua mesta infanzia, le letture ascetiche, le
fantasticherie solitarie, le lunghe veglie, gli studii precoci, tutto il genere
di vita condotto fino ai diciotto anni avrà contribuito moltissimo a renderlo
un sognatore piuttosto che un soldato; ma io ritengo (poichè sono materialista,
e la combinazione delle molecole mi persuade più che la teoria delle anime) che
messo a scuola da Bonaparte o da Cambronne, sarebbe nondimeno riuscito una
raffazzonatura di Jacopo Ortis — senza le sue smanie, senza i suoi ardori, ma
con tutte le suo utopie e le sue debolezze.
Sul primo limite della gioventù,
proprio quando il cuore esuberante trabocca in calde aspirazioni, quando la
mente come vergine cristallo non ha ancora riflesso nessuna immagine e il
prisma iridescente dell'amore vi condensa fasci di luce, incontrò allora quella
donna dalla bellezza procace, dalla volontà energica, e fu suo — suo perchè
giovane, suo perchè debole, suo perchè nè una madre nè una sorella vegliavano
su di lui, ed egli aveva bisogno di essere amato.
Luigi si abbandonò interamente,
completamente, come fanno le nature deboli ed infingarde — questi erano appunto
i difetti del suo carattere. La sommissione non gli pesava; si addormentò sotto
il giogo dorato, e i suoi sogni continuarono meglio; la realtà fino ad ora non
aveva urtato il suo mondo astratto — come un sonnambulo egli viveva in due
mondi.
Aveva amato certamente la
baronessa; l'amava ancora, tuttavia si sposò a Diana senza una ripugnanza
decisa; poteva essere ubbidienza, ma non mi meraviglierei che fosse invece un
principio di indifferenza, una vaga lusinga di emancipazione.
In questo caso egli aveva
calcolato senza l'intervento della baronessa, che non si sarebbe lasciata
sfuggire tanto facilmente la sua preda, e che fin dalla prima sera si accorse
che il giovane si rassegnava con troppa buona grazia.
Le furie gelose di Cristina
andavano, come sempre, più in là del vero, poichè mentre ella già studiava i
mezzi per combattere l'influenza di Diana, la povera ragazza non aveva fatto un
passo nel cuore di Luigi. Non era l'amore che il giovane cercava per il momento
— era la libertà.
Felice di trovarsi padrone del
suo tempo, di correre lontano in paesi nuovi, di gustare nuove emozioni,
divideva, volentieri la sua gioia colla giovane compagna che il destino gli
aveva dato.
La considerava come un camerata
allegro, pieno di salute e di entusiasmi; scorrazzavano insieme tutto il
giorno, pranzavano coll'appetito famoso della loro età e delle loro gambe
esercitate; ammiravano insieme, insieme ridevano — non riusciva poi tanto
difficile il vivere di buon accordo — e alla sera, posando la testa sul
medesimo guanciale, sfiorando con un bacio quella fronte ingenua, Luigi pensava
che la sua parte non era affatto impossibile.
Storditi, inebbriati, montati un
po' più alto del diapason ordinario, queste due tortorelle, che un padrone
dispotico aveva legato con un filo, non si erano ancora trovate di fronte in
una di quelle situazioni che fanno sentire il peso dei vincoli, e che solo
l'amore, la stima, la virtù hanno il potere di rendere care e sublimi.
Passati pochi giorni appena dal
loro ritorno, sbollito l'ardore delle reminiscenze, anche ciò che sembrava
amore in Luigi, e non era altro che desiderio di novità, parve scemare — parve
— la baronessa almeno se ne compiacque e credette scorgervi il suo trionfo.
Erano gradazioni insensibili che
Diana, novellina alla vita, non comprendeva; siccome poi di smanie Luigi non ne
aveva mai fatte. Diana s'era già formata di lui il concetto di un carattere
poco espansivo, così non ci abbadò neanche, e se qualche nuvoletta offuscava a
intervalli la sua fronte, la metteva in conto di naturale.
Gaia, aperta, sempre ridente,
ottimista per indole e inclinata a vedere tutto color di rosa, ella sorvolava
come un angelo sereno sull'orizzonte torbido della famiglia, e tra la fronte
corrucciata della baronessa e lo sguardo pensoso di Luigi, faceva risuonare lo
scoppio argentino della sua voce.
Intelligentissima — comunque
fosse a tal proposito l'opinione di sua zia — Diana aveva quello spirito vero
ed essenzialmente femminile, che non consiste nell'improvvisare de' bei motti,
ma che osserva tutto e fa tesoro dentro di sè. Sotto una veste di semplicità
infantile, dietro il raggio dolcemente ingenuo de' suoi occhi si celavano un vigore
ed una forza straordinaria. Ella era di quelle donne timide e soavi che si
battono ridendo e vincono senza che nessuno se ne accorga, tanto hanno
l'apparenza semplice, il candore in ogni atto.
La baronessa, con tutta la sua
esperienza, non aveva capito — o forse non voleva capire — che nelle vene di
quella docile fanciulla scorreva il suo sangue stesso, energico e vigoroso. Le
parve cosa facilissima mettere un bavaglio su quella bocca, che non sapeva far
altro che cinguettare, e due redini di seta su quel colto flessibile e sottile.
Ella non si era preoccupata
abbastanza dei sentimenti, delle aspirazioni di Diana.
Dà forse noia in cima alla sua
pertica dorata il vago uccello di America che ciarla e fa chiasso? Chi vi
prende un interesse vivo? Lo si stuzzica scherzosamente col dito, gli si
imbecca uno zuccherino e si passa avanti. Tale doveva essere in casa sua la
posizione di Diana.
Abilmente rincarando sulla
incapacità giovanile, la baronessa l'aveva esclusa da ogni ingerenza di
famiglia. Quando si trattavano gli affari diceva:
— Sta zitta, Diana, parla piano
co' tuoi canarini, e aspetta dopo a suonare i tuoi valzer.
Diana non se n'aveva a male;
accettava ridendo la sua inferiorità; ma ciò che dispiaceva alla zia era la
poca religione della nipote, lo spirito soverchiamente libero e il criterio
debole, vacillante, come chiaro lo addimostrava la spensieratezza dei discorsi
e la franchezza oltremodo ingenua del contegno — ella non supponeva certo che
tutto ciò potesse indicare svegliatezza d'ingegno — nel suo disprezzo lo aveva
battezzato ignoranza, e non si usciva di lì.
In mezzo ai cartoncini eleganti
di marocchino rosso che ornavano la libreria di Diana, la baronessa aveva
scoperto un libriccino gualcito, vecchio, stampato male, che portava per
titolo: Viaggio sentimentale di Yorik — traduzione di Didimo Chierico.
Si vede che, ad onta dei romanzi
storico-morali-buffi, sotto cui gemevano i suoi scaffali, Diana ricorreva ad
altre fonti.
Quel libriccino le era balzato
fuori curiosando nello studiolo di Luigi, e siccome l'aveva colpita, e le
piaceva lo stile acuto e bizzarro, non le venne scrupolo a portarlo via per
leggerlo con maggior agio.
Ne successe un mezzo scandalo, e
Cristina pensò che conveniva mettere prontamente un argine a quella breccia da
cui entravano sì perniciose divagazioni. Ammonì Diana, pose in guardia Luigi, e
stese all'ingiro una specie di cordone sanitario per arrestare i progressi del
morbo.
Sul tavolino di Diana comparve La
donna cattolica del prete Ventura; su quello di Luigi un esemplare della Campana
di San Pietro.
A pranzo la baronessa fece una
bella dissertazione sulle letture perniciose, e consigliò la giovane sposa a
cercare più in alto un pascolo per la mente.
Disse che la vita è un agone, dove
chi combatte per la verità — e la verità non occorre ripetere qual sia —
trionfa immancabilmente. Aggiunse molte belle parole sulla purità dei pensieri,
sulla santità della missione di donna, tanto che Luigi, che aveva in animo di
offrire per quella sera un palco in teatro — si rappresentava Serafina la
devota — non osò.
Luigi non era bigotto, ma
nell'organismo calmo delle sue fibre non aveva mai trovato una forza da opporre
alla baronessa, e ne subiva, benchè a malincuore, l'influenza, resa ancor più dispotica
sotto il velame della religione.
Diana invece, più viva, più
agile, guizzava accanto agli ostacoli; pari a una molla d'acciaio, piegava
talora, ma per rimbalzare un momento dopo.
La sua semplicità l'aiutava a
meraviglia. Dove gli altri mancavano d'argomenti, ella suppliva con un bacio, e
se l'orizzonte caricavasi di nubi, le dissipava spesso con una delle sue
franche e sonore risate, la cui eco prolungavasi come uno squillo di campanello
per il vasto e austero appartamento.
* * *
Un fatto
rimarcato da tutti e commentato in parecchie guise, secondo l'uso, è questo:
che dopo il matrimonio di sua nipote, la baronessa era diventata ancor più
devota.
Di fianco alla fresca allegria
di Diana stendevasi come un manto funebre la scrupolosa sorveglianza di
Cristina.
Tutti i giorni, o coll'uno o
coll'altro pretesto, conduceva la giovane sposa in chiesa; l'iniziava alle
novene, alle congregazioni, alle confraternite. Il suo nome fu scritto nella
lista delle pie mogli cristiane, coll'obbligo di dieci lire all'anno, la
frequenza dei santi Sacramenti e una preghiera quotidiana secondo l'intenzione
della società.
— Zia, perchè devo pregare per
uno scopo che non conosco?
Questa domanda Diana la faceva
con tutta disinvoltura arrotolando gli angoli del suo libro da messa. Ella
aveva la logica terribile dei fanciulli che sono guidati dal solo buon senso.
Non si rifiutava mai a seguire sua zia in chiesa; metteva di buona voglia il
velo nero sui suoi capelli biondi, si inginocchiava e pregava un poco colla
fronte raccolta nelle mani, ma poi scappava fuori con cotesta razza di
osservazioni che facevano impazientire la baronessa.
Fu ben peggio quando la
cameriera zelante e beghina ch'ella aveva messo al servizio di Diana, venne a
raccontarle piagnucolando che la signora l'aveva congedata.
— È egli possibile che Diana
abbia fatto questo? — esclamò la baronessa — sconcertata in tutte le idee
ch'ella erasi fabbricate sulla timidezza della nipote. La fece chiamare in
tutta fretta e:
— Tu hai licenziata Caterina?
— È vero. L'impertinente mi ha
mancato di rispetto ed io ho creduto mio dovere di non soffrirlo.
A sentire quella ragazza parlare
di dovere e di rispetto con una fermezza tranquilla che non ammetteva
discussioni, la baronessa si chiese in cuor suo se era la medesima Diana
inesperta e goffa, che non sapeva dirigere una conversazione e che perdeva la
bussola per un complimento.
Bisognava pur convenire che in
quella testina succedevano cambiamenti rapidi e meravigliosi.
Uscendo dalle incertezze
nebulose della adolescenza, Diana imprimeva il piede sicuro sulla via che le
era tracciata davanti. La baronessa incominciò a diffidare di quel perpetuo
sorriso, di quella ingenuità da fanciulla —
la donna si spiegava energica e completa nello sviluppo di un organismo sano e
vigoroso.
Ma fedele al suo sistema di
dissimulazione, Cristina non lasciò trasparire i suoi timori, nè eravi persona
a cui potesse confidarli.
Luigi cercava ancora
l'equilibrio studiando il volto severo della baronessa, schivando l'intimità di
Diana, verso la quale usava un contegno di fratello maggiore, affettuoso e
parco — o meglio di marito vecchio, che ha finito la luna degli entusiasmi e a
cui resta una solida amicizia.
Diana non soffriva di questa
calma un po' fredda — aveva in lei tanta effervescenza di vita che ne spargeva
su tutto quanto la circondava. Ella era un bell'astro splendente di luce
propria che illuminava la buia cerchia in cui si muove. Bella non di linee
corrette o di procace venustà di forme; ma bella perchè giovane perchè ardente,
perchè aveva negli occhi il raggio della bontà e la grazia ingenita nel
sorriso.
Si era alquanto ingrassata, così
che la curva ardita del suo naso faceva migliore effetto sulle guance pienotte.
Il cattivo gusto della collegiale scompariva insensibilmente nel contatto della
società elegante, e poichè ella aveva sviluppatissimo il talento
dell'osservazione, imparò a tenersi più dritta, a muoversi con garbo, a vestire
con arte distinta.
Sotto l'effetto d'un colore
omogeneo, la sua carnagione acquistava delle tinte più delicate; pettinata con
gusto, i suoi capelli sembravano più lucenti e più folti; le sue mani, di cui
ella incominciava ad avere cura, diventavano bianche quasi come quelle della
zia.
La crisalide si schiudeva a poco
a poco e ne usciva radiante la farfalla.
Ogni giorno recava una sorpresa
alla baronessa; ogni giorno i solchi della sua fronte si approfondivano...
L'orgoglio le suggeriva di nascondere le sue torture, ma la passione le tradiva
qualche volta nell'ansia dello sguardo, nel tremito delle labbra smorte.
Luigi, che si trovava nella
posizione più falsa, più difficile in cui possa cadere un uomo, ripiegavasi
maggiormente in sè stesso, muto, pensieroso, distratto.
Invano la primavera si avanzava a
gran passi — quella primavera che tante care memorie ridestava nel cuore di
Cristina.
Sovente nel guardare i giacinti
e le viole che sbocciavano dentro i vasi di cristallo al dolce tepore del suo
salotto, ella cercava negli occhi di Luigi una scintilla che rispondesse a'
suoi segreti pensieri, che le dicesse: — io ricordo come te i giorni del nostro
amore sorto nelle pallide sere d'inverno e fiorito fra i giacinti e le viole in
una azzurra notte di primavera.
Ma gli occhi di Luigi seguivano
con accanimento le oscillazioni politiche dei giornali, e mostrava non
accorgersi di quel romanticismo retrospettivo.
Una volta — era la fine di
maggio — Diana venne a dare il buon giorno alla baronessa con un'aria così
diplomatica, così misteriosa ed insolita, che la zia non potè a meno di
interrogarla.
Dopo molti giri e rigiri, Diana
mise fuori una parola, poi diventò rossa e vi appiccicò la seconda, finalmente
mormorò la terza cercando un rifugio sulla spalla della baronessa.
Questo enigma, sciolto in lingua
volgare, significava: — Credo di essere incinta.
Se Diana avesse guardato sua
zia, l'avrebbe vista mutarsi nel viso e scolorirsi tutta, ma ella in quel punto
la teneva abbracciata, e sentì appena i complimenti e i mirallegro fatti con
tutta l'apparenza di un sentimento sincero, senza che la voce palesasse l'urto
degli interni affetti.
Oh! come aveva potuto la
baronessa ingannarsi a tal punto da credere il suo cuore abbastanza vecchio per
dividere con altri l'amore? Ella aveva detto: — Io ho quarant'anni, pochi giorni
ancora mi restano di bellezza. Luigi mi sfuggirà; — prima che sia d'altri
voglio incatenarmelo al fianco per sempre.
Ma perchè non aveva pensato che
i ceppi di cui volava cingere lui sarebbero poi entrati nella sua carne,
dilaniandola? No, il suo cuore non era vecchio; no, il suo cuore non era stanco
d'amore — che importa l'età? Poichè si vedono dei suicidi amorosi a
settant'anni, si deve pur convenire che non vi sono limiti di tempo, e Cristina
nuotava ancora nel pelago tempestoso, ove la passione è in tutta la sua forza,
ove la giovinezza morente raccoglie, come un gladiatore ferito, il suo coraggio
estremo e si slancia furibondo nella lotta.
Ella si era illusa di poter
amare Luigi come un figlio, come un fratello; ma il tumulto del sangue che le
affluiva dal cuore alla testa accendendovi vampe di gelosia, ma la sua
crescente ripugnanza per Diana, ma la scossa che risentì all'impensato
annuncio, tutto contribuiva ad aprirle gli occhi e farle scorgere l'abisso in
cui si era volontariamente gettata.
Or come escirne?
Che poteva ella rimproverare a
Luigi? — nulla.
Che poteva ella rimproverare a
Diana? — nulla.
La conseguenza naturale della
posizione che ella aveva creata ai due giovani, ripiombava su di lei. Non vi
pare esatto il paragone di un minatore che, dopo aver scavato una montagna,
rimane sepolto sotto le rovine?
Pure la baronessa non si diede
per vinta.
Luigi era freddo, ma questa
freddezza si divideva in parti eguali fra Diana e lei — dunque Luigi, se non
amava più Cristina, non amava ancora sua moglie.
E sia, pazienza. Non so se la
baronessa aveva letto Massimo d'Azeglio là dove dice: «Ho sentito dire che
qualche morto è risorto — ma che sia risorto un amore spento, questo non lo
udii mai».
Non so s'ella sperava di far
rivivere le antiche scintille, ma ad ogni modo ella voleva avere da Luigi tutto
quello che poteva dare.
Quando egli arrivò, all'ora del
pranzo, il piano di Cristina era già tracciato.
Con una occhiata semicircolare
Luigi prese in un attimo cognizione del campo; capì che Diana aveva parlato;
capì che la baronessa lo osservava, e sedette in disparte coll'aria di un reo
che tenta sottrarsi all'interrogatorio.
Per quanto fu lungo il pranzo,
come avviene in tutte le tavole dei ricchi che soggiacciono alla schiavitù dei
domestici, non si parlò che di cose indifferenti; ma quando, deposte sulla
tavola le frutta e i dolci, il servitore si ritirò, la baronessa respinse prima
di tutto il suo piatto — poichè non solo correva il mese di Maria, ma era anche
la vigilia dell'Ascensione, ed ella si asteneva dai cibi superflui (l'esempio,
noto tra parentesi, fece poca impressione su Diana, che si pose ad addentare
lietamente un mazzetto di ciliege) — la baronessa dunque respinse il piatto:
— Mi congratulo — disse
volgendosi a Luigi con una tranquillità piena di unzione, sotto la quale
orecchie più esercitate di quelle dei due giovani avrebbero solo scoperto un
leggiero tono di sarcasmo. — Diana mi ha partecipato le vostre speranze, ed io,
come potete crederlo, divido ampiamente la gioia di così lieto avvenimento, ma,
lasciatemelo dire, se vi mostraste assai premuroso di stabilire la vostra
discendenza, non vedo uno zelo eguale per quanto riguarda la vostra carriera,
la vostra posizione nel mondo. Il presidente della Società la Vera luce
aspetta da un pezzo il discorso per la riunione del prossimo mese: un successo
fra quella eletta schiera vi aprirebbe le porte agli onori più ambiti, il
municipio prima, indi il ministero. La buona causa ha bisogno di giovani attivi
ed intelligenti; su, fatevi avanti.
— Il mio impiego — interruppe
Luigi, cercando un mezzo termine perchè non osava contraddire apertamente la
baronessa — mi tiene molto occupato, d'altronde... io non sono ambizioso.
— Una nobile e ben diretta
ambizione è il distintivo dell'uomo di talento; permettetemi di non credere
alla vostra rinuncia; vi lascio piuttosto il tempo di riflettere.
— Guarda, zia, com'è fresca e
vermiglia questa ciliegia piccoletta! — somiglierà la bocca del mio bambino.
Così esclamò Diana approfittando
della pausa che aveva seguìto le parole della baronessa.
Era la sua una spensieratezza
intempestiva, come parve accennarlo il sorriso di sprezzo che inarcò le labbra
di Cristina, o era piuttosto un ripiego della sposa pietosa che soffriva per
l'imbarazzo di Luigi?...
* * *
Ho paura — e
nell'esprimere questa paura credo dar prova di una grande sincerità — che il
mio Luigi non debba incontrar molto il gusto dei lettori.
Essi sono abituati a trovare
negli eroi da romanzo un carattere tutto d'un pezzo, riproduzione in
sessantaquattresimo di Bajardo il cavaliere senza macchia.
E difatti, volendo affidarsi
all'immaginazione, è pur bello dare la vita a un essere perfetto, che ci faccia
sperare nell'esistenza dei semidei, e che sollevandoci dal mondo materiale ci
lancia nelle nuvole ipotetiche della fantasia. L'animo nostro inclina alle
forti cose, spazia volontieri al di sopra della realtà; ci par di essere più
grandi e più sublimi.
Ma perchè tacerei, o lettori? Io
non mi sento l'ardire d'Icaro; amo i raggi del sole, ma non mi tenta l'idea di
dargli la scalata.
Ape modesta; volo di fiore in
fiore, di frutto in frutto, succhio e fo mie le dolcezze che vi profonde
natura, e lascio stare il cielo.
Mettete dunque il cuore in pace,
o lettori, o sentimentali lettrici, che stavate aspettando un eroe. Il mio
Luigi ve lo presento tal quale lo conobbi, e se non è il tipo modello, è però
un tipo umano.
L'umanità, la verità — ecco le
mie muse ispiratrici.
Luigi era buono, aveva ingegno,
non gli mancava neppure lo spirito; solo l'abitudine di ubbidire alla
baronessa, di considerarla più che amica, benefattrice, paralizzava i suoi
mezzi d'azione.
Appunto perchè era buono, una
ribellione gli sembrava ingratitudine; appunto perchè aveva ingegno,
riconosceva che l'alto ingegno della baronessa era stato il suo faro — dopo
aver camminato dieci anni colla scorta di quella fiamma sicura, non osava
spegnerla, non osava lanciarsi nel buio.
Lo diremo merito? lo diremo
difetto?
Come discernere se più abbonda
il vizio o la virtù in quel crogiuolo dove tutte le passioni si decompongono,
si amalgamano, cambiano forma, sostanza e scopo — dove l'amore diventa odio,
dove i più generosi sentimenti costeggiano la viltà?
«...ivi raccolte
«Del leone le febbri, ivi
celate
«Le viltà della iena; è uno
scompiglio,
«È il più superbo dei vulcani
quando
«Tempestano gli affetti.»
E tempestavano davvero nel cuore
di Luigi fatto ogni giorno più insofferente del giogo, avido di indipendenza,
eppure vincolato da quella sua strana debolezza.
Cadendo a poco a poco le rosee
bende dell'amore, restavano le catene nude, ed egli le squassava in segreto
come una belva impotente.
Il suo letto solitario era
testimonio di lotte bizzarre, dove la fierezza prendeva le sue rivincite, dove
l'orgoglio, gridando come esso solo sa gridare, schiaffeggiava con insulti
roventi la dignità codarda.
Ma il cuore di Luigi era sì
delicatamente temprato, che queste scosse lo prostravano invece di infondergli
energia. Forse, caduto come il primo uomo per opera di una donna, doveva per
opera di una donna risorgere...
Una sublime filosofia, una
morale veramente divina sta racchiusa in questo fatto: Maria redime Eva.
Dopo il dialogo incominciato con
Cristina e finito a mezzo per iniziativa di Diana, il giovane capì (poichè
quando amore leva dagli occhi quella tal benda, si capisce ogni cosa) che lo si
voleva prendere in una rete clericale destinata a sostituire le maglie
sdruscite del cinto di Citera — e martellando dentro di sè come uomo che non
può sfogare l'interna collera, si ritirò nella sua cameretta, senza che la
baronessa avesse potuto scorgere un'ombra di corruccio sulla sua faccia
abitualmente seria.
Alla eccelsa scuola aveva egli
pure imparato a fingere — un pochino.
Ma dove non giunse la vecchia
esperienza della baronessa, arrivò la perspicacia della giovane sposa.
Luigi stava immerso ne' suoi
brutti pensieri, davanti alla scrivania, col capo fra le mani, quando la molla
dell'uscio girò adagino adagino e il viso sorridente di Diana comparve
attraverso la fessura.
— Ti disturbo? — domandò colla
sua vocina graziosa.
— No, vieni avanti: — rispose
Luigi.
E come mi dispiace, lettrici
poetiche, a dovervi dire che la voce di Luigi risuonò piuttosto aspra e
concitata!
Egli temeva — povero giovane —
che anche costei venisse ad aggiungere il suo anellino alla catena.
Una visita di Diana, a
quell'ora, poteva, dopo tutto, suscitargli qualche sospetto, e va compatito.
Soltanto quelli che si sono
scottati sanno cosa vuol dire aver paura del fuoco.
Diana tuttavia, se apparteneva al
fuoco, era una fiammellina così dolce e soave, blandamente azzurra e volgentesi
in spire così sfumate che non poteva seriamente incutere spavento.
Ella si avvicinò a suo marito in
punta di piedi — ma se aveste veduto che piedi! Piccoli, sottili, incurvati al
collo come l'arco di un ponticello elegante e vestiti di due babbucce cremisi
che rubavano gli sguardi.
La bricconcella diventava
proprio civettuola.
Abbracciò Luigi, e gettando
indietro con garbo ingenuo alcuni ricci che si svolgevano da' suoi capelli per
metà disciolti:
— Vuoi che ciarliamo un poco? —
disse. — Vedo che tu non dormi e anch'io non posso dormire. Sono scappata dal
salotto perchè avevo voglia di ridere, di folleggiare, di discorrere di cose
liete, e la zia è sempre sì scura, sì imbronciata!... Non glie ne faccio
carico, sai? Ogni età ha i suoi gusti; ma noi che siamo giovani...
— Tu forse. Quanto a me non sono
più giovane! — interruppe Luigi alzando gli occhi al soffitto, quasi volesse
inseguire sulle ali del tempo le illusioni che fuggivano.
— Senti!! — esclamò Diana
dandogli uno scappellotto alla scolaresca e soffermando poi la mano tra le nere
ciocche lucenti che ornavano la testa di suo marito. — Un po' vedere se c'è
qualche capello bianco? — e i denti in bocca li hai tutti? — un po' vedere!
Luigi si schermì arrossendo e
ridendo suo malgrado.
La pazzarella volle insistere —
lui si alzò e lei dietro — intorno ai tavoli; su per le sedie, con
accompagnamento di piccoli gridi, di motteggi e di ragazzate, finchè caddero
sfiatati su una poltrona — tutti e due — lei premendosi il cuore, lui
asciugandosi la fronte. E si guardarono — e tornarono a ridere, pieni di
letizia come se avessero conquistato un regno.
Il sangue di Luigi, scosso
improvvisamente dall'abituale torpore, gli destava nelle vene un vulcano
infuocato e faceva battere i suoi polsi una metà più dell'ordinario.
Questo giovane, che un prete e
una beghina avevano allevato, si trovava per la prima volta di fronte a una
donna giovine come lui, come lui esuberante di vita, di speranza, di pazzi
ardimenti, di impressioni fanciullesche — e questa vita, queste impressioni che
egli aveva dovuto soffocare, le vedeva espandersi ora colle grazie seducenti
dell'innocenza.
Una corrente elettrica
irresistibile si svolgeva dal sorriso di Diana, da' suoi occhi sereni, dalle
sue movenze vivaci e vereconde. Un'aura di giovinezza la circondava di
fragranze vergini e soavi come il profumo delle mammola — aveva una scintilla
in ogni sguardo e un fascino in ognuno dei suoi capelli, che svolazzavano
irrequieti presentando dei riflessi d'oro sotto il lume della lucerna.
La sua personcina sottile
mostrava, allo scendere della vita, una densità di contorni, segno appena
adombrato della maternità che stava per schiudere tutti i petali di quel vago
fiore; sembrava il fusto elegante di una giovane palma cui la segreta vitalità
rigonfia la corteccia e vi prepara nuovi germogli.
Non era una statua, no — non
aveva il naso greco e le forme della Venere di Milo, ma il più puro incanto
raggiava dalla sua fresca bellezza, e l'anima ideale di Psiche le splendeva
sulla fronte.
Luigi chiedeva a sè stesso se
era quella la fanciulla di otto mesi addietro, e guardandola trepidante sentiva
un'onda nuova mescersi al corso delle sue arterie, un nuovo palpito balzargli
nel cuore.
Era come se in un bel mattino di
primavera egli avesse aperto una finestra non mai conosciuta prima. Gli pareva
di fiutare l'odore dei biancospini, di sentire l'aria più leggiera, di scorgere
mille piccoli esseri dorati notanti in un raggio di sole — farfalle, moscerini,
ali d'angelo, gocce di rugiada, speranze, illusioni, chimere — una falange, un
mondo baldanzoso e giulivo che — irrompeva diradando le tenebre della sua
esistenza.
Egli pensava — il mesto
sognatore — e frattanto la mano carezzevole, di Diana aveva ripreso posto tra i
suoi capelli, suscitandogli dei brividi strani.
— Mio Luigi, vuoi essere sincero
con me? — colla tua mogliettina? I discorsi neri neri che ti faceva oggi la zia
non ti piacciono punto. Tu non vuoi appartenere ad alcuna società, non è vero?
Tu vuoi essere libero come l'aria e vuoi amarmi — eh?
Luigi represse un sospiro, che
forse uscendo dal suo petto si mutava nel grido di gioia della tigre quando
vede cadere una sbarra della sua gabbia.
— Io devo tutto alla baronessa,
— rispose.
— Gli devi di essere diventato
un uomo e di avere una volontà, ma la zia non può pretendere che tu le
sacrifichi le tue opinioni.
Non si poteva discutere con
Diana su ciò che la baronessa poteva o non poteva pretendere; ma la sua franca
dichiarazione produsse un effetto salutare in Luigi, che cominciò a vergognarsi
della propria debolezza.
— Vuoi che glielo dica io?
— Oh! no —interruppe il giovane
arrossendo, questa volta per orgoglio — saprò ben parlare a suo tempo; ora non
occupiamoci di tale quistione.
— Come vuoi. E ricordati che io
ti voglio sempre bene, c'entri o non c'entri la società della Vera luce.
La mia luce è l'amore, e l'amore sei tu!
Mentre Diana parlava, gli occhi
di Luigi seguivano la curva flessibile del suo collo che i biondi capelli sembravano
abbracciare con affettuose carezze.
Sollevò le braccia, e cingendo
la testina di sua moglie vi impresse il primo sincero, spontaneo bacio, che lo
fece fremere dal cervello fino alle piante.
— Come è tardi! — esclamò Diana
guizzandogli fuori dalle braccia e segnando col dito la sfera dell'orologio che
toccava un'ora dopo mezzanotte.
— Rimpiangi le ore vegliate con
me?
— No, caro — rispose, ed
aggiunse con una smorfietta piena di adorabile importanza — ma... il nostro
piccino deve riposare.
* * *
Al pari di
tutte le sposine, Diana faceva dei grandi progetti sul nascituro.
Sarà egli bello? Non si dubita
nemmeno. Biondo o nero? Avrà il nasino volto in su o volto in giù? Parlerà
presto? Chiamerà mamma? Riconoscerà papà? Si ha la smania di vederlo e di farlo
vedere. Si sospira il tempo che lo si condurrà a passeggio con un bell'abito
bianco e dei nastri color di cielo, e si pensa che tutti lo guarderanno con
ammirazione.
Si prepara poi un piano di
condotta. Si dice: — Lo adorerò, ma punto viziature. Alle sue ore deve dormire,
alle sue ore deve mangiare; e voglio avvezzarlo per tempo ad essere gentile, a
salutare con garbo. Suona bene il buon giorno balbettato da una boccuccia
innocente. Mio figlio deve distinguersi; non posso soffrire i fanciulli
testardi e ignoranti; mio figlio sarà pieno di intelligenza e di spirito. Sono
persuasa che non somiglierà a quei monelli volgari che hanno sempre il naso
moccioso e le mani imbrattate. Non permetterò che si ruzzoli per terra, e sotto
pretesto di igiene mi diventi sudicio come un porcellino; gli preparerò il suo
piccolo tappeto e gli farò intendere che non deve varcarne i limiti.
Dopo questi pensieri o altri
consimili molto, Diana si occupava di camiciolini di batista, di cuffiette
ricamate, di vesticciuole tutte coperte di trine, e si estasiava davanti ad una
manica lunga come il pollice, a una calzettina poco più grande di un guscio di
noce — e batteva le mani e baciava la manica e baciava la calzettina, come se
già vi stesse dentro il braccio roseo e paffuto o il piedino di neve del suo
bambino.
Erano momenti di allegrezza
piena, ingenua, espansiva, come può comprenderli appena chi fu madre.
La fanciulla che stringe sul
cuore la prima lettera dell'amante, non sa cosa voglia dire stringervi la prima
vesticciuola della creatura che sentiamo fremere nel nostro grembo.
È tutt'altra ebbrezza — più
larga, più sconfinata, senza confronto più soave.
Luigi divideva la santa
esultanza di Diana.
I suoi affetti, imprigionati a
diciotto anni in un amore esclusivo e tirannico, sorgevano di contro al nuovo
orizzonte bramosi d'aria, di luce, di moto. La sua anima era stanca di quella
parte seria e chiusa che gli avevano incollato come una maschera sul volto —
anima e volto anelavano al riso, all'espansione, alle gioie della giovinezza.
Se Diana smaniava di condurre a
passeggio il piccino, anche lui aveva la sua smania di farlo saltare sui
ginocchi, di palleggiarlo, di insegnargli a correre sull'erba e correre insieme
acchiappando le farfalle.
Sì, anche a lui sorrideva
quell'incognito visetto bianco e rosa, coi grandi occhioni estatici, pieno di
pozzette e morbido come la peluria vellutata di un fiore.
Beffavasi da lui stesso. Mio
Dio! non è una sciocchezza menar tanto rumore e insuperbirsi quasi per un
avvenimento così naturale? Tant'è: gli sembrava di contare qualche cosa di più,
di avere maggiori diritti a vivere; sentiva crescere l'energia e la forza.
Tornava giovane, fanciullo ancora, come quando scorrazzava nell'orto dello zio
curato, e non conosceva nè Senofonte, nè la baronessa.
A proposito.
Cristina trovava queste smanie
esagerate; la felicità dei due giovani l'irritava, e solo la paura del ridicolo
la tratteneva da una spiegazione con Luigi.
Oramai non restava più che una
freccia al suo arco — imporsi coll'austerità della religione. La sua bellezza,
possente fino al giorno in cui erasi compiuto il matrimonio di Diana, era
decaduta colla rapidità fulminea di quel pendio ove, come canta Parini:
precipita l'età. La gelosia, orribile mostro che dilania e che divora, solcava
le sue carni; sotto la tensione del pensiero i suoi capelli imbiancavano, e gli
occhi torvi e spossati non avevano più scintille che per l'odio.
Vestiva rigorosamente di nero, e
ravvolta nelle ampie pieghe della sua gonna di velluto appariva ancora una
bella donna per la maestà del portamento, per le linee grandiose e per le
traccie incancellabili del profilo scultorio — ma non poteva competere con
Diana, meno bella, meno perfetta, anzi imperfettissima, eppure raggiante nella
bionda aureola de' suoi vent'anni e del suo cuore innocente.
Quale occulto ministro della
giustizia ristabiliva l'equilibrio fra queste due donne? Non era forse la
Natura, la pietosa madre che innalza l'una per abbassare l'altra, e ponderando
i diritti di queste due vite toglieva la gioventù e la bellezza alla donna che
ha amato per infiorarne la fronte vereconda della donna che deve amare?
Diana saliva la curva della
parabola, là dove il sentiero si mostra così dolce, così facile e piano.
Cristina precipitava a picco.
Deh! fanciulle, che leggete a
caso queste pagine (sebbene queste pagine io non le scriva per voi), non
affrettatevi troppo a condannarla. Verrà giorno in cui comprenderete l'amaro
significato di questa parola invecchiare!...
Non pretendo assolvere la baronessa.
La virtù deve trionfare in ogni età, e non vi è disinganno che affranchi dal
proprio dovere: ma questo io vi dico, o fanciulle: — Se conoscete una povera
donna intorno alla quale si sfascia l'esistenza, e cadono le più idoleggiate
illusioni e manca la virtù di sorridere sulla tomba de' suoi sogni, usatele
misericordia! Essa è colpevole, ma è pur anche immensamente infelice.
— La parte minore che io possa
pretendere nel vostro giubilo è quella di imporre un nome alla bambina.
Tali parole, più o meno variate
nella forma, ma eguali nel fondo, la baronessa le pronunciava sovente con una
inflessione di voce agro-dolce che le era divenuta famigliare e che non
sorprendeva più alcuno.
Una sua idea fissa era che Diana
dovesse mettere al mondo una bambina.
Il maschio non le tornava conto.
Turbolento, irrequieto, difficile a guidare, presto emancipato, non poteva
servire a' suoi disegni. Una fanciulla invece, una fanciulla che si chiamerebbe
Cristina e in cui ella poteva avere speranza di rivivere, era un docile istrumento,
un'alleata probabile per ricondurre Luigi sotto il giogo.
Seconda idea della baronessa:
La bambina doveva essere
allattata fuori di casa — ma, come è facile il credere, questa seconda idea
aveva un'avversaria implacabile in Diana.
— Si capisce, zia, che non fosti
mai madre, altrimenti non parleresti così.
Questa allusione alla sua
sterilità non era propria a calmare la baronessa.
— Piuttosto che essere una madre
senza giudizio e danneggiare la mia prole, preferisco aver fatto esperienza
coll'esempio altrui — ma credeva almeno di poter dare un consiglio.
— Scusa. zia, non mi hai ancora
messo fuori una ragione valida. Perchè dovrei rinunciare alle più dolci
soddisfazioni della maternità, dal momento che nessun impegno, nessun lavoro mi
trattiene dal dedicarmi tutta a mio figlio o a mia figlia? — soggiunse ridendo,
per far piacere alla baronessa.
— È provato che le persone
deboli non resistono alle fatiche dell'allattamento — continuò Cristina citando
mezza dozzina di igienisti celebri.
— D'accordo; ma io non sono
debole. Sto benissimo, al contrario. Quando mi vedi ammalata?
— Eppoi l'aria libera dei campi,
le abitudini semplici e frugali convengono assai meglio allo sviluppo della
prima età.
— Ebbene, io anderò in
compagna1. Mi piace moltissimo la villa, e spero che Luigi non avrà
difficoltà a procurarsi qualche mese di congedo. Tu pure, già, verrai a tenermi
compagnia; hai vissuto tanti anni colà che non può dispiacerti un ritorno
provvisorio.
Come si sentiva la padrona! Una
volontà immutabile e sicura di sè trinceravasi dietro le gentili parole. Diana
non aggrediva mai — ma si difendeva sempre.
La baronessa cedette le armi;
tuttavia non si diede per vinta, riservandosi ad attaccare la fortezza dalla
parte di Luigi.
Usatole misericordia... Ella non
aveva mai visto la rosea boccuccia di un bambino sorridere sul suo seno!
* * *
In una fredda
mattina di dicembre le cortine azzurre che circondavano il letto di Diana erano
accuratamente chiuse.
Una donna, inchinata su un
morbido tappeto, fasciava una creaturina appena sbocciata alla vita; Luigi,
ritto in piedi, tentava scernere le sembianze ancora indistinte di suo figlio.
In fondo alla camera la
baronessa, inginocchiata e col viso raccolto nelle palme, pregava — Dio solo sa
se fra quelle palme scorreva anche qualche lagrima.
Il neonato era un maschio.
Molte, ma molte ore dopo verso
sera, le cortine azzurre rialzate lasciavano passare la luce blanda di una
lucerna velata, e la fronte di Diana appariva tra i candidi guanciali.
— Mio figlio? — fece ella
destandosi.
La donna che la vegliava accorse
sollecita e le porse il fanciullino seminascosto tra i merletti.
La giovane madre lo contemplò
con indescrivibile affetto; gli compose la cuffiettina, dalla quale sfuggiva
un'esile ciocca di capelli biondi, lo baciò lieve lieve quasi avesse paura di
soffocarlo, e spinta da un desiderio ardente e curioso volle appressarselo al
seno.
— Signora — disse la donna —
ella sa che per quest'oggi non deve far altro che riposare.
— Lasciami, provo appena.
In quel mentre entrò Luigi e
venne a sedersi al capezzale dell'ammalata, indicando alla guardiana che poteva
assentarsi per qualche tempo. Vide l'atto della sua sposa e la minacciò col
dito:
— Sai pure, Diana, che questa
quistione non è decisa...
— Come, Luigi, anche te sotto la
bandiera della zia?
— Se avessi a soffrire...
— Soffrirò se me lo rapite.
— Credi, cara, ci metti troppa
immaginazione.... Tranquillizzati per ora — ne riparleremo.
— Ma non ho nulla da aggiungere
— esclamò Diana con fuoco. — Se ti basta il cuore di acconsentire a una simile
congiura, prendilo! Sarai tu che avrai strappato tuo figlio dalle mie braccia.
La giovane madre sollevò il
piccolo fardello, e facendo uno sforzo lo pose in grembo a Luigi — poi ricadde
sfinita sul guanciale.
— Ah! no — disse Luigi commosso
nel profondo dei visceri — nessuno ci porterà via nostro figlio. Io lo
custodirò, Diana.
Ella sorrise dolcemente
allungando le labbra per baciare suo marito. Luigi la baciò e le ripose delicatamente
al fianco la creaturina.
— Lo amerai molto: non è vero?
Guarda come è piccino, come è fragile, e attaccato alla vita per un filo. Ha
bisogno d'amore, sai? ha bisogno di carezze, di sorrisi, del latte della sua
mamma e del braccio del suo babbo. Vedi? — egli apre gli occhi. Sono tutto i
tuoi occhi, neri e malinconici; sembra dire: Mi avete messo al mondo... non
abbandonatemi!
Luigi rideva e aveva voglia di
piangere. Un sentimento di una dolcezza infinita eppure triste gli saliva dal
cuore fermandogli le parole nella strozza. Teneva fra le sue una mano di Diana,
e pensava che il cielo è più vicino alla terra di quello ch'egli avesse mai
creduto.
Una voce autorevole e severa
ruppe l'incanto.
— Dove avete il senno? Il medico
ha raccomandato la calma, il riposo, ed eccovi qui a mettere sottosopra questa
povera ammalata.
— Sto bene, zia. ti assicuro.
Luigi mi teneva un po' di compagnia — parlavamo del nostro bambino.
— Favorite cedermi il posto; è
quasi notte, e le emozioni, per quanto gradite, anzi tanto più se gradite,
ritardano il sonno.
Luigi si ritirò, e la baronessa
sedette accanto a sua nipote. Aveva portato un libro di meditazioni, visto il
quale, Diana chiuse gli occhi, senza però togliere il braccio dal cuscino ove
riposava l'angioletto che, nella assenza di Luigi, rappresentava tutto il suo
mondo.
Passati quindici o venti giorni,
Diana ricevette le amiche che venivano a felicitarla per il suo parto
fortunato.
Il bambino non l'abbandonava
mai. Sorridente in mezzo a nuvole di veli e di fettuccie, agitando le manine,
guardando tutti coi suoi occhioni intelligenti, sembrava prendersi la sua parte
di congratulazioni, e rispondeva con mille vezzi bambineschi ai baci che
sfioravano il festoncino della sua cuffia.
Dopo le visita intime ed
esclusivamente femminili, furono ammessi anche gli uomini.
Il marchese Gili si fece
annunciare durante un bel meriggio di febbraio, mentre Diana presso la fiamma
allegra del caminetto cullava il suo Enrico — non potendo battezzarlo per
Cristino, la baronessa si era ricordata che tra i suoi nomi secondari vi era
quello di Enrichetta.
Il piccolo furfantello, ben
pasciuto e soddisfatto, staccavasi allora dal seno materno, si dibatteva tra le
fasce con una vivacità che prometteva per l'avvenire un vero demonietto.
Angelo e demonio sono tanto
vicini!
L'elegante marchese Gili entrò,
ma fin dai primi passi credette di sognare o di avere per lo meno le
traveggole. Diana era trasformata. Egli serbava la memoria di una giovanetta
cachetica, magra, impacciata, e si trovava davanti una donna graziosa,
avvenente, sicura de' suoi mezzi, disinvolta come si conviene a una mente
superiore e ad una educazione perfetta.
La maternità aveva maturate le
bellezze nascoste nel germe della fanciulla, arrotondando i contorni,
completando le linee — e per di più aveva acceso nei suoi occhi, prima incerti
e vaganti, una fiamma balda e ardimentosa cui adombrava la luce celeste della
pupilla.
Il bell'Armando le fece dei
complimenti molto sinceri, e Diana, che non sentiva più alcuna soggezione, lo
trattenne per un'ora discorrendo e dandogli occasione di ammirarla sempre più.
— Hum! Hum — fece il vecchio
scapolo discendendo le scale intanto che Battista correva avanti ad aprire lo
sportello della carrozza — non so cosa dirà la baronessa, e fino a qual punto
la metamorfosi entrerà ne' suoi progetti... Hum! ho in mente che la situazione
sta per cambiare.
Il pronostico del marchese non
era troppo avventato.
La situazione cambiava infatti
lentamente, ma radicalmente — si spostava nientemeno che la base. Luigi, per
quanto calmo e paziente, toccava i confini del dominio che la baronessa aveva
preso su di lui — oltre l'orizzonte era libero ed egli vi si slanciava
anelante.
Vi sono nature precoci,
indomite, che sfogano ogni loro risorsa ed esauriscono ogni coraggio nelle
prime battaglie; ve ne sono altre più docili, più lente, in cui il risveglio
succede molto tardi — ma quando succede è violento e decisivo.
Cristina aveva soggiogato i
sensi e il cuore di Luigi — l'anima le era sfuggita; e l'anima in Luigi era
tutto.
Nei momenti più caldi della loro
passione, in mezzo alle più dolci ebbrezze, ricco d'amore, di voluttà, di
fortuna, egli sentiva un vuoto che quella donna soverchiamente terrena non
riusciva a colmare — gli mancava l'ideale.
Lo spirito positivo di Cristina,
i gusti, l'assolutismo stesso del suo amore si erano imposti, non avevano
guadagnata e molto meno non avevano compresa quell'anima poetica e
spiritualista che aveva bisogno di spazio intorno a sè, d'aria, di luce e di
illusioni.
Cristina era troppo completa sul
suo essere morale e materiale — non lasciava nessun campo all'immaginazione —
era come un problema d'algebra colla soluzione accanto.
Quando ella credeva di possedere
interamente Luigi, la parte migliore di lui vagava nei mondi immaginari ed
astratti. Se queste fantasticherie solitarie rompevano l'unisono e minavano
segretamente la passione, aiutavano però anche a prolungarne il dominio, perchè
dividendo le forze del giovane e sperdendone quasi tutto l'ideale, gli restava
nella vita pratica quella specie d'indolenza che pareva fiacchezza e che era
invece distrazione, ma che ad ogni modo inceppava i suoi movimenti.
Cessata la causa, doveva cessare
anche l'effetto.
In questa lotta dell'anima
libera col cuore incatenato, se la vittoria restava all'anima, le catene
frangendosi cadevano da sè.
La baronessa aveva avuto il
colpo d'occhio sicuro nel prevedere che tosto o tardi Luigi avrebbe rotto il
freno; solo sbagliò nella scelta del nuovo freno. La fanciulla semplice,
inesperta, ingenua, ch'ella gli aveva posto al fianco sperando in un confronto
che risultasse a suo vantaggio e che lo avvincesse per sempre a lei, era
proprio la donna de' suoi sogni poetici, la donna cui Luigi sospirava nelle
concezioni caste e tranquille dell'avvenire.
Nella serena innocenza di Diana,
il suo cuore sembrava specchiarsi come in un lavacro d'onda pura — si sentiva
risorgere, si sentiva uomo, mentre vicino alla baronessa non era stato che un
fanciullo ed uno schiavo.
Cristina si sarebbe spaventata
se, attraverso la corazza di indifferentismo in cui Luigi si celava, avesse
potuto scorgere l'altare del suo culto che cadeva in rovina.
Ma ella aveva l'ostinazione più
terribile di tutte — quella di voler far vivere ad ogni costo una passione che
va morendo.
* * *
Ogni vagito
del bambino, ogni bacio che Luigi stampava sulla sua fronte, uno sguardo, un
sorriso ricambiato con Diana, tutto era motivo di fermento per il cuore
inasprito della baronessa.
Senza accorgersi essa diventava
uggiosa.
Un malcontento perenne dipingeva
la sua faccia colle tinte giallastre della bile, e dava alla sua pupilla dei
riflessi felini che facevano strillare il piccolo Enrico. Egli si rifugiava
allora contro le guance rosee della mamma, e Luigi lo seguiva con occhio pensieroso.
Il giovane padre comprendeva e
taceva, ma Diana non poteva rendersi conto del mutamento di sua zia. L'aveva
conosciuta seria e devota, ma anche amabile e affettuosa — perchè s'era fatta
così irascibile? Diana vi meditò qualche tempo, e finì col persuadersi che
fosse una crisi dell'età.
Intanto era finito l'inverno; il
progetto di andare alla villa fu rimesso in discussione, e si stava combinando
il modo di partire tutti, compreso Luigi, quando il piccino ammalò.
Oh! le paure di Diana in quei
giorni!
Nessuno riusciva a strapparla
dalla culla, dove ella mirava con trepidazione i movimenti di suo figlio, i
subiti rossori, il respiro affannoso, i labbruzzi aridi e disseccati dalla
febbre.
— Non morire, non morire, mio
angelo! — esclamava tenendolo per le manine, quasi avesse a fuggirle — fa che
io veda ancora que' tuoi cari occhioni fissi nei miei, fa che io senta il
battito giulivo del tuo cuoricino quando ti abbraccio e che tu mi saltelli
sulle ginocchia. Enrico, vivi!
Si curvava sulla sua bocca
infiammata sperando di potervi infondere più dolce respiro, e tale era lo
struggimento, tale l'affanno che la divorava, da non udire nè vedere più nulla
all'infuori di quel bimbo malato.
Luigi divideva tutte le sue
ansie.
La culla del pargoletto li riuniva
in un solo, intenso pensiero — accadeva sovente che, curvi entrambi a
contemplarlo, le loro mani si incontrassero sul piccolo capezzale. Luigi allora
teneva stretta fra le sue la mano di sua moglie, e un filtro arcano, possente
svolgevasi da quel contatto che silenziose lagrime idealizzavano — mentre dal
suo lettuccio di dolore il fanciullo sorrideva guardandoli.
Una notte egli era molto
aggravato, e i due sposi lo vegliavano non osando comunicarsi i loro timori, ma
sospirando con indicibile angoscia.
— Luigi — disse Diana ad un
tratto — vi è forse uno di noi che non è degno di quest'angelo... ed è per
punirci che Dio vuole rapirlo?
Un brivido corse per le vene di
Luigi. Guardò sua moglie, il cui limpido sguardo rifletteva purezze di cielo, e
non osò rispondere.
Enrico gemeva.
Entrambi stesero le braccia per
sollevarlo; Diana se lo pose in grembo, e Luigi gli reggeva la testina ardente.
Vampe di passioni diverse alitavano intorno a quel gruppo, cozzando insieme
l'amore, la disperazione e il rimorso.
— Luigi, Luigi, che dobbiamo noi
fare per salvarlo?
L'accento di Diana era
desolante, ed a ragione. Il fanciullo sembrava dovesse spirare da un momento
all'altro; i suoi begli occhi neri si volgevano ora al padre, ora alla madre in
atto di chiedere soccorso; sulle sue guance delicate stendevasi il pallore
della morte...
Diana non resse più e gettò un
grido disperato, che risuonò nel silenzio della notte; nello stesso tempo le
sue braccia si allentarono, e il pallore che copriva il volto di suo figlio
spuntò anche sul suo.
Quale profonda rivoluzione si
compiva allora nel cuore di Luigi? Quale impeto irresistibile e frenetico gli
fece raccogliere il corpicino quasi esanime che giaceva sul grembo di Diana? —
e sollevandolo in alto come se sciogliesse un voto all'Essere superiore che
regge l'esistenza, pronunciò parole che Diana svenuta non comprese, ma che
salirono certamente fino alla misericordia divina!
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Un lieve colore ravvivò le carni
del piccolo Enrico. Diana, tornando in sè, vide sorridere il bimbo, e vide un
raggio di peregrina gioia sulla fronte di Luigi.
La baronessa, che al grido di
Diana era accorsa, si fermò sulla soglia di quella camera splendente come un
altare, e dove l'amore trionfando nella sua manifestazione più santa, sembrava
cacciarnela come i farisei del Vangelo dal tempio di Israele.
Ella si sentiva straniera
all'onda mormorante di preghiere e di benedizioni che circondava la piccola
culla — ella non aveva diritto di sedersi a quel capezzale — ella non aveva il
potere di dire a quell'uomo che piangeva come un fanciullo:
— Vieni, lascia tuo figlio e
seguimi.
Poichè egli piangeva, sì, baciando
una bianca manina che circondava il suo collo, e il vagito dell'innocenza si
mesceva ai puri trasporti di una felicità sacra.
Oh! commiseratela, perchè un
angelo non le suggerì le parole del pentimento, e non ebbe la divina
ispirazione di inginocchiarsi e di piangere anche essa.
Le lagrime talvolta sono un
battesimo — ma Cristina non pianse.
Altera, muta, si allontanò; nè
il giorno appresso fece parola della sua presenza, al contrario si dolse che
non fossero andati a chiamarla.
Il bambino guarì colla prontezza
di quell'età cara alla natura, che le prodiga la forza e la vita. Presto rifece
le sue guancine tonde, e Diana, premurosa di fortificarlo nel nuovo stato di
salute, partì subito per la campagna.
Luigi non tardò a raggiungerla
insieme alla baronessa.
Ma con qual animo Cristina
rivide le querce verdeggianti e il padiglione di glicini, alla cui ombra aveva
uditi tanti dolci sospiri d'amore?
Luigi evitava di guardarla — era
serio e taciturno.
Ella avrebbe voluto dire mille
cose. Torrenti di parole le correvano sulle labbra — acerbe, violenti, tenere,
supplichevoli, miste di rabbia e di passione. Avrebbe voluto rimproverarlo,
dirgli che l'aveva dimenticata oltre il dovere, che un amore di dieci anni non
doveva finir così...
Preparò una frase, la modificò,
la corresse, poi sul punto di dirla non le piacque.
Le vennero in mente due o tre
interrogazioni a bruciapelo — un verso le attraversò il cervello e le parve
adatto alla circostanza:
«. . . . . . e non
per anco
« Era il precoce anemone sbocciato... »
Ma non lo disse.
Si trovavano davanti al
cancello; Luigi taceva ancora.
— A che cosa pensate? — domandò
alla fine con voce tremante e con un palpito giovanile nel seno.
— Penso che a momenti vedrò mio
figlio.
Era troppo per quel cuore
avvelenato. Una panchina di marmo si addossava al muro — ella vi si lasciò
cadere.
— Che fate? — esclamò Luigi con
una meraviglia che non era punto artificiale.
Cristina lo guardò fisso negli
occhi, e rialzandosi e fuggendo su per le scale, mormorò soffocando con ambe le
mani i singhiozzi:
— Oh! non mi ama più!
Nè s'ingannava — Luigi aveva
spezzate le vecchie catene.
* * *
Un nuovo
personaggio si presenta ora simile ad Atropo, la parca che tagliava il filo
dopo che Cloto e Lachesi lo avevano ingarbugliato e ritorto.
Ma vi prego, lettrici, di non
immaginare un'Atropo quale ce la presenta il vigoroso pennello di Michelangelo,
vecchia, sdentata, grinzosa.
Anzitutto l'Atropo di questo
romanzo è un uomo, e un uomo giovane. Si chiamava Alessio, aveva un diploma di
medicina e veniva a tentare i primi esperimenti nel paese nativo, che era
appunto il paese di Luigi.
S'incontrarono subito, si
riconobbero, ricordarono tanti piccoli e grandi avvenimenti della loro vita di
ragazzi, e conclusero che, poichè il destino li riavvicinava, ne avrebbero
approfittato per tenersi compagnia in quella solitudine delle valli
bergamasche.
Alessio era vivo e brillante,
quanto Luigi si palesava timido e riservato. La sua faccia metteva allegria
soltanto a vederla; pronto ai motti lepidi, allo scherzo giocondo, di una
festività naturale e spontanea che faceva dire di lui:
— È un gran giovane simpatico.
La sua presenza alla villa diede
un impulso più animato alle conversazioni della sera. Egli sapeva ascoltare con
attenzione rispettosa i discorsi non sempre divertenti della baronessa.
Conosceva un'infinità di giuochi e di corbellerie per far ridere il piccolo
Enrico, e sotto questo rapporto piacque a Diana, che prese a considerarlo come
un vero amico di famiglia.
Cadeva il mese di giugno, e dopo
i calori della giornata la giovane madre usciva in giardino per far muovere i
primi passi al suo fanciullo.
Ella gli dava la spinta e Luigi
lo aspettava colle braccia tese — erano scenette deliziose, buffe. Il piccino
rideva e traballava sulle gambine mal ferme, e gli accadeva spesso di ruzzolare
sulla sabbia fina.
Andavano a gara allora per
rialzarlo, per baciucchiarlo. Luigi lo faceva volare in alto in alto fin presso
i fiori della glicine. Alessio intendeva fare di più e lo portava sulla
terrazza.
Diana li sgridava tutti e due,
reclamava suo figlio, e assicurava che gli uomini non sanno come si deve
regolarsi coi bambini.
Enrichetto era svegliatissimo.
All'infuori degli occhi,
somigliava tutto la sua mamma. Rideva, come lei, scavando una piccola pozzetta
presso il mento; e il suo nasino prometteva seriamente di imitare la curva un
po' arditella, ma aristocratica, che il marchese Gili definiva da
pappagalluccio elegante.
Contava sette mesi il piccolo
bricconcello, e già sapeva farsi adorare.
Bisognava vedere con quali
graziette intraprendeva la conquista di uno zuccherino, e come i suoi occhioni
si volgevano amorosamente verso il taschino di Alessio, ripostiglio segreto di
un certo contrabbando di biscotti...
Anche a proposito di ciò Diana
dava su la voce, ma tutti andavano d'accordo nel viziarlo — tutti, meno la
baronessa, che sentiva una ripugnanza invincibile per quel fanciullo, e non era
ancora giunta a guardarlo senza farlo piangere.
Luigi, rapito nell'estasi di
sentimenti nuovi, non se ne accorgeva. L'amore paterno, sviluppato in lui come
in tutte le nature sensibili, compiva una metamorfosi felice.
Un raggio meno triste brillava
dentro la pupilla de' suoi occhi bellissimi dal dì che si fecero specchio nelle
pupille del figlio suo, e il sorriso, già ospite raro sulle sue labbra, vi
diffondeva ora una placida contentezza.
È singolare. L'amore di madre
ognuno lo comprende; la giovinetta appena uscita d'infanzia può farsene un'idea
abbastanza complessa.
Nell'uomo invece la paternità
non la si intravede e non la si sente che nell'istante materiale di stringere
il proprio bambino fra le braccia.
Epperò fanno tutti così questi
giovinotti. La parte migliore della esistenza la spendono come moneta spicciola
nei mille e uno capricci della giovinezza. Amano successivamente lo zigaro e la
donna, la poesia, la gloria e le battaglie; fanno debiti e duelli; amori e
sonetti; poi si appassionano per la politica o per le lingue morte o per il
perfezionamento dell'elettricità — sognano mondi, astri, infinito — e poi
quando hanno trenta, quarant'anni, che è, che non è, si trovano carponi per
terra a raccogliere un fantoccio di legno, a far correre una palla di gomma
elastica, a far scattare la molla di un arlecchino nascosto in una scatola di
confetti...
Egli è là il piccolo sovrano, il
mondo, l'astro, l'infinito, il più eloquente dei poeti, la creatura più amabile
e più perfetta.
Egli ride, si diverte, batte le
manine, tira i baffi di papà e gli pone in bilico sul naso la gamba dell'arlecchino.
In verità, io vi giuro che papà
non è mai stato così felice — neppure quando lo hanno fatto cavaliere.
— Siete padre? — domandava
Enrico IV all'ambasciatore di Spagna.
Ed io domanderò al lettore — se
pure ho un lettore — siete padre?
Queste gioie domestiche non
toccavano la baronessa, lungi dal commuoverla, le facevano dispetto.
Ella attraversava, nero
fantasma, la cerchia lucente in cui si muovevano Luigi, Diana ed Enrico — la
attraversava ritta, severa, col suo libro di preghiere in mano, e Diana diceva:
— Come è invecchiata presto la zia!
Frequentava assiduamente la
chiesa, cosa che aveva sempre fatta del resto: distribuiva elemosine ai poveri
più devoti, preparava regalucci per i fanciulli che si accostavano di buona
voglia ai Sacramenti, e istituì una dote alle fanciulle che volevano entrare in
convento.
Il vecchio parroco, zio di
Luigi, era morto.
Gli succedeva un prete esaltato,
reduce dalle Missioni, che vedeva dappertutto selvaggi da convertire, e che si
era fatto della baronessa un potente ausiliario.
Ma la carità di questa donna,
rigida ed acerba, tanto diversa dalla carità predicata da Cristo, non bastava a
riempirle la vita. Il cuore ulcerato non vi aveva parte, e mentre dalle sue
labbra cadeva fredda la parola misericordiosa del perdono, nel suo interno
bolliva uno spirito di ribellione e di vendetta.
I progetti più audaci la
tentavano.
Ella pensava di svelare tutto a
sua nipote, di renderle Luigi odioso e riconquistarne per sè l'amore.
Ora, come una furia, voleva
assalire Luigi colle minacce — ora, supplichevole e prostrata, scongiurarlo di
tornare a lei.
Era decisa a tutto, fuorchè alla
rassegnazione. Un amore che non vuole morire è terribile, è senza pietà.
Cristina diventava ogni giorno
più intollerante; i fulvi bagliori che la gelosia suscitava nel suo cervello vi
si stabilirono alla fine colla tenacità d'una idea fissa. Una lupa affamata
vagolante in cerca di pasto parrà forse un confronto esagerato — ma è certo che
Cristina aveva fame di vendetta.
Nell'ora poetica del tramonto,
durante una delle più belle sere d'estate, stava la famigliuola raccolta in
giardino.
Enrico, seduto in mezzo ai
fiori, li gettava a fasci colle sue manine sulla testa di papà, che se ne
mostrava beato.
Diana, in piedi, appoggiata al
suo salice favorito, aveva trovato, senza cercarla, una di quelle pose che
fanno andare in estasi i pittori. Gli ultimi raggi del sole la illuminavano a
tergo circondando la sua testina di uno sprazzo di luce — e quella luce calda e
vaporosa sembrava dar vita ai biondi capelli che le volteggiavano leggieri e
dorati sulla nuca.
La parte superiore del volto
chino e sorridente restava un po' all'ombra, ma il contorno delle guance
delineavasi sotto la pelle delicata, che lasciava scorgere una rete sottile di
venuzze violacee soavemente diffuse. Le sue carni avevano la trasparenza
morbida e giovanile dei fiori di maggio e delle frutta non ancora côlte.
Così com'era, appoggiata
all'albero, ridendo tratto tratto agli schiamazzi del bimbo, faceva muovere in
senso ondulatorio l'esile fusticino del salice che sguazzava allora sul suo
capo l'ombrello delle foglie pallidamente inargentate.
Frammezzo la tempesta odorosa
che il bimbo continuava a lanciargli, Luigi non perdeva di vista questo idillio
arcadico, ma non era il solo ad accorgersi dell'avvenenza di Diana.
Alessio pure, meno vivace e meno
ciarliero del solito, le teneva gli occhi in volto e sembrava rapito a
contemplarla.
Vi sono dei momenti nella vita,
e credo in tutte le vite, non escluse le più pure, in cui orribili tentazioni
si presentano — e guai se l'animo non è pronto a respingerle!
Ho conosciuto una bravissima
persona, onesta, proba fino oltre i trent'anni; buon marito, buon padre,
galantuomo e gentiluomo. Un minuto di tentazione, la vertigine di un mucchio
d'oro. bastò per legare al suo piede l'anello del forzato e coprire di un
obbrobrio imperituro il nome dell'innocente figlio.
Certo, la baronessa non era una
santa; orgogliosa, egoista, ipocrita, l'abbiamo già veduta, ma forse la mia
lettrice non la crede capace di commettere proprio una cattiva azione...
Ebbene, s'inganna.
Ella da qualche tempo fremeva
sotto l'urto di un pensiero malvagio — accogliendolo prima, poi respingendolo,
poi evocandolo di nuovo fra cupe e dolorose tenzoni; incerta, disperata, preda
miserabile dell'amore che la struggeva tutta.
Io non sono partigiana di
Socrate, di Zenone, di Epitetto e di nessuno in genere tra i filosofi stoici,
ma devo pur convenire che di fronte alle stragi fatte dalle passioni del cuore
umano, di fronte a tanti esempi di vite buone e onorate che le passioni
traviarono e resero infelici per sempre, sento nascere una specie di rispetto
reverente per quelle dottrine che insegnano a straziare il cuore piuttosto che
lasciarlo battere, a uccidersi piuttosto che cadere.
Se l'amore si accontentasse di
seminare lagrime e disinganni, pazienza; ma l'amore accanto ai dolci sospiri
della voluttà fa nascere talvolta gli acuti tormenti dell'odio — e allora
meglio sarebbe avere un macigno invece del cuore; meglio morire!
« . . . .albergai nel mio petto
«Il tremendo pensier della vendetta... »
fa dire un poeta a Maria Stuarda.
Anche Cristina aveva dato
ricetto a quest'ospite sinistro, e biechi lampi offuscavano le sue pupille già
così soavi un giorno sotto il sorriso dall'amore.
Mentre ella seguiva,
interpretandola, la muta ammirazione d'Alessio, il demonio della gelosia le
susurrava che colui poteva essere il suo vendicatore.
Infatti, perchè Diana non
avrebbe potuto amarlo? Perchè Luigi, disilluso, non sarebbe tornato a lei?
Accenno questo punto estremo cui
era giunto il parossismo di Cristina; è necessario per comprendere gli
avvenimenti che seguono, ma non vi tornerò sopra, e prego la mia lettrice di
aiutarmi nello stendere un velo sui traviamenti di quello spirito ammalato...
Si deve soffrire immensamente
prima di diventare malvagi.
* * *
Alessio dunque
amava Diana?
Amava, veramente, come si deve
intendere l'amore pieno, completo, profondo? non credo.
Ma Alessio era giovane, era
pronto agli affetti, tornava allora dalla gaia vita di studente lasciandosi
addietro tante memorie tenere e fugaci; aveva ancora un po' di poesia sotto la
sua toga di dottore, e le giornate in campagna sono così lunghe!
Nel vedere a tutte l'ore quella
donna leggiadra, ciarlando e ridendo insieme colla facilità espansiva dei loro
caratteri, attirati entrambi dalla schiettezza dell'umore giocondo, erano
giunti senza accorgersi ad una quasi famigliarità, innocentissima, non v'ha
dubbio, ma pericolosa — specialmente per il giovine.
Diana aveva, se m'è permessa
l'espressione, un parafulmine nell'amore di Luigi e di suo figlio: ma Alessio
era esposto a tutti gli attacchi. Un cuore di vent'anni vuoto è un cuore che
non starà molto a popolarsi di immagini graziose, e l'immagine di Diana aveva
poca strada da fare per collocarvisi.
Per dieci chilometri all'ingiro
il nuovo dottore non conosceva nessuno, all'infuori de' suoi ammalati;
contadine idropiche e vecchie afflitte dalla pellagra. È naturale che i suoi
pensieri cercassero di preferenza le ombre aristocratiche della villa, sotto le
quali passava diafana e leggiera la bionda figurina della castellana.
Un solo pensiero di seduzione
non aveva mai attraversato la mente di Alessio; egli non aveva cattivi
intendimenti; non pensava neppure di amare — ma i suoi occhi si fermavano a
lungo sul dolce volto di Diana, gioiva di starle presso, di udirla parlare e
ridere con quella sua voce argentina che pareva un campanelluzzo agitato da un
fanciullo.
Quando Diana passeggiava col suo
bambino in collo sotto folte querce, e i lievi capelli disciolti le
volteggiavano sulla veste azzurra — quando cantava dondolandosi con movimenti
di cervetta innamorata — quando si alzava in punta di piedi per cogliere i più
bei fiori della glicine, e le larghe maniche scivolando sul suo braccio bianco
e sottile le cingevano il capo con una curva degna delle anfore greche — sempre
e dovunque in quella cornice grandiosa e poetica della natura, sullo sfondo
sereno del cielo, ella appariva nella calda fantasia del giovane come una
visione celeste; ed era tanto schietta l'ammirazione, così puro l'entusiasmo,
che nessun studio velava le sue impressioni.
Luigi se ne accorse; ma schivo e
riservato, quanto Alessio era espansivo, chiuse subito dentro di sè il nuovo sentimento
così che nulla ne apparve esteriormente. Un po' più di languore negli occhi,
un'ombra impercettibile sulla fronte — non altro.
Vi sono due maniere d'ardere;
come la paglia che va tutta in fiamme, o come il carbone che consuma
lentamente.
Luigi soffriva in silenzio.
Aveva egli un concetto preciso
sul pericolo che lo minacciava? Dubitava di sua moglie, di Alessio? — o era
piuttosto di sè stesso che temeva? Sì, egli si sentiva debole e impotente; i
suoi diritti vacillavano, posti sulla base di un passato colpevole — egli non
avrebbe osato mostrarsi coll'autorità di marito alla donna di cui non era stato
l'amante.
Che cosa aveva fatto per Diana?
Meritava il suo amore? Non poteva ella disporre liberamente di un cuore che lui
non aveva chiesto?
Più vi pensava e più
risultavagli palese la propria inferiorità. Quest'uomo timido, che noi non
abbiamo mai visto agire per proprio conto, trovavasi di fronte a una lotta
terribile; una lotta che egli doveva sostenere solo contro due. Ed è strano
che, mentre Luigi e la baronessa, ciascuno con fini diversi, l'uno col cuore
dilaniato, l'altra accarezzando folli speranze, aspettavano trepidanti la
battaglia, i due campioni, di tutto ignari, movevano spensierati e ridenti
verso il futuro.
Le visite di Alessio s'erano
fatte più frequenti.
Una mattina venne alla villa —
alle dieci circa — verso mezzogiorno il suo largo cappello grigio spuntava
ancora dietro i cancelli del giardino.
Luigi, che stava seduto presso a
Diana sotto il pergolato, esclamò con un tremito nella voce:
— C'è ammalato qualcuno?
Diana rispose candidamente:
— No, perchè?
— È la seconda volta che vedo il
dottore!
Per solito diceva Alessio.
Diana lo guardò; l'innocenza
splendeva ne' suoi begli occhi, ma la vipera del dubbio aveva già morso il
cuore di Luigi.
Intanto Alessio, aperto il
cancello, si avanzava con un giuocattolo in mano.
— Sono stato a B*** a visitare
il notaio, che ha la gotta; c'era fiera in paese, e pensai che al piccolo
Enrico piacerebbe questo burattino.
— Ti occupi molto di Enrico —
interruppe Luigi con ironia — non ho mai saputo che ti piacessero tanto i
bambini!
Diana tornò a guardare suo
marito con un po' di maraviglia e di inquietudine. Ma Alessio, che era lungi
dall'immaginare i sospetti dell'amico, trattò la cosa da burla, e si pose a
canzonare l'eccesso dell'amore paterno, che rende gelosi ed egoisti.
Enrichetto terminò la scena
gettando grida di allegrezza, e fece subito pubblico atto di possesso
strappando una gamba al burattino per vedere cosa c'era dentro.
I giorni seguenti Luigi si frenò
— la repressione era nel suo carattere — ma il suo contegno diventò freddo.
L'antica malinconia ricomparve, i suoi sguardi tornarono a farsi distratti,
pensierosi; parlava poco, sorrideva con isforzo — del resto, nessuna
osservazione.
La baronessa lo spiava anelando
a una confidenza da parte sua, ma la confidenza non venne.
Povero cuore di sensitiva che si
rinchiude al menomo tocco, incapace di lottare, incapace di resistere, forte
solo per morire! Eroismo passivo nato da un complesso di difetti e di virtù,
fra i quali l'orgoglio non ha posto radice.
Egli si era creduto felice e
libero. Come lo schiavo che ha infranto la sua catena, aveva alzato anche lui
un grido di giubilo inneggiando all'avvenire; ora la sventura piombando sul suo
capo, gli mostrava che egli era libero bensì, ma solo — e i cuori come quello
di Luigi hanno bisogno di amore.
Questo nuovo stato di cose
addusse insensibilmente una modificazione nel genere di vita della famigliuola.
Erano tre persone e tre mondi.
La baronessa viveva a parte;
Luigi, che per un momento si era ravvicinato a sua moglie, se ne distaccava
ancora, e solo riunivali a rari intervalli il sorriso del bimbo.
Così subito Diana non si avvide
del mutamento, perchè avvenne per gradi, ma alla fine sentì la solitudine
profonda che la circondava, sentì mancarle a poco a poco quella confidenza,
quello scambio di idee e d'affetti che da qualche mese sembravano più intensi —
mancarle proprio quando credeva di aver conquistato il cuore di Luigi e
conquistato per sempre.
Perchè le loro mani non si
incontravano più dolcemente, frementi, presso la culla di Enrico? Perchè gli
occhi di Luigi, distratti e mesti, evitavano il suo sguardo? Perchè egli se ne
stava ore ed ore chiuso nella sua camera ed usciva poi pallido come un morto?
Diana si rivolse alla fine
queste domande, arrestandosi sul suo sentiero di rose e paventando una nube nel
fulgido azzurro delle sue illusioni; questa sosta interruppe la lieta corona
che le tesseva intorno il suo animo sereno, e fu sorpresa ella stessa di
trovarsi triste, di provare un bisogno irrefrenabile di pianto.
Forse Luigi non l'amava più, era
stanco di lei; la sua mente seria vagheggiava altra donna, altro ideale più
vasto e più sublime. Ebbe paura dell'abbandono — si raccolse in sè stessa, e
per la prima volta interrogò trepidante l'avvenire. Ma ella fece per orgoglio
ciò che Luigi faceva per timidezza — tacque.
Per tal modo i rapporti fra i
due sposi divennero di una freddezza glaciale. Cristina notava questi sintomi, e
il suo cattivo genio le suggeriva ebbri concepimenti di vendetta.
In questo frattempo alcuni
affari importanti chiamarono Luigi a Milano; la sua assenza però non doveva
essere lunga — lo si aspettava un dopo pranzo, e Diana propose di andargli
incontro costeggiando il parco sotto l'ampio viale che le querce ombreggiavano.
La baronessa si disse stanca, e
pregò Alessio di farle da cavaliere.
Era un tramonto splendido, come
si vedono alla metà d'agosto. L'orizzonte infuocato aveva riflessi di porpora e
di rubino; gli alberi, la terra, la natura, nel suo pieno sviluppo, sembrava
emanare fluidi d'amore, e dentro i folti cespugli gorgheggiavano le rondinelle,
mentre l'allodola trillava su per i cieli.
Un mormorìo indistinto veniva
dai campi e dai boschi — ronzio d'insetti, foglie che stormivano, canti di
donne e di fanciulli.
In fondo in fondo, dietro le
querce, fumavano i camini del villaggio, e più indietro ancora le Alpi si
rizzavano maestose e severe, brune ai fianchi e indorate sulla cima dagli
estremi raggi del sole.
La via per cui doveva arrivare
Luigi disegnava una striscia serpentina in mezzo a due siepi, e dal viale che
Diana ed Alessio misuravano a lenti passi se ne scorgeva buon tratto, così che
la giovane sposa vi figgeva ad ogni istante lo sguardo sperando di vedere una
carrozza.
— Ed è ben sicuro che arriverà
in carrozza? — domandò con impazienza, che non credette necessario nascondere.
— È per lo meno probabile —
rispose Alessio con accento distratto e superficiale.
Egli subiva l'influenza di
quella bella sera.
Vi è un legame strettissimo fra
tutta la materia, sia dessa animata o no. Noi siamo mesti in una piovosa
giornata d'ottobre, quando le foglie cadono gialle o fradice sotto i nostri
piedi: siamo lieti e ci scorre più vivo il sangue nelle vene, quando il sole ci
bacia co' suoi caldi raggi — figli della natura, noi facciamo nostri i suoi
sorrisi e le sue lagrime.
L'aria, le fronde, la formica e
l'uccello, il fiore e la farfalla susurravano alla innamorata fantasia di
Alessio l'epitalamio della vita col suo eterno ritornello: Amiamoci! Ed aveva
presso a sè una dolce incarnazione di donna, e i suoi venticinque anni gli
tempestavano nelle vene e nel cuore.
— Come è bello il mondo per i
felici! — esclamò.
— Dottore, che malinconie vi
passano per il cervello? Sarebbe il caso di un romanticismo incipiente?
Diana rise un po' forte
mostrando i suoi dentini ineguali e candidi, che un poeta avrebbe somigliato a
un branco di pecorelle sbandate.
Ma Alessio quella sera tirava al
sentimentale.
— Si scherza, si giuoca, si fa
qualche volta il buffone — disse il giovane strappando un ramoscello di quercia
e mordendolo fra le labbra ardenti — si è creduli leggieri, volubili..., ma
infine si ha un cuore.
— Oh Dio, chi ne dubita, signor
Alessio?
Diana rideva ancora. Tutto a un
tratto si fermò:
— Ho udito un passo fra gli
alberi...
— È l'eco dei nostri passi —
rispose Alessio sbadatamente.
— I passi hanno un'eco?
— Quando non l'hanno i cuori!...
Un rumore deciso si fece udire
questa volta; era il fruscio di un corpo che strisciava lungo la siepe.
— Un cane o un contadino — disse
il dottore per rassicurare Diana, che parve sgomentata.
E la carrozza non si vedeva.
Calò il sole; le prime stelle
luccicavano sul sereno trasparente del cielo — la giornata era finita.
— Dobbiamo ritornare?
Rifecero la strada, malinconici
entrambi, quantunque per ragioni assai diverse.
Appena giunti alla villa, mosse
loro incontro la baronessa annunziando che Luigi era arrivato.
— Come? quando? dove si trova?
La gioia di Diana, risorta per un
istante, fu annientata dalla risposta di sua zia:
— È stanco e pare molto
preoccupato, perchè si chiuse nella sua camera, lasciando ordine formale di non
disturbarlo.
— Ma quest'ordine non può
riguardarmi!...
— Perchè? — fece la baronessa
con uno sguardo rigido.
Diana sentì come l'impressione
di una lama acuta che le attraversasse il seno. Fuggì senza salutare, e riparò
presso la culla del suo bambino.
Là proruppe in uno scoppio di
pianto e inondò di lagrime cocenti i biondi capelli d'Enrico, che sollevandosi
sul suo guanciale e guardando maravigliato quella scena così nuova per lui, le
gettò intorno al collo i teneri braccini, e per la prima volta balbettò:
— Mamma!
Immensa consolazione accanto a
un immenso dolore!
* * *
La mia lettrice
si ricorda, senza dubbio, di aver ceduto all'ebbrezza di un bel tramonto
d'estate, passeggiando in campagna, e non troverà inverosimile che Luigi,
invece di una carrozza, abbia preferito una bella passeggiata a piedi.
Il resto si capisce. Udì nel
bosco le voci d'Alessio e di Diana, e nascondendosi ai loro occhi fuggì la
tentazione di spiarli; ma giunse alla villa in uno stato di abbattimento che
faceva pietà.
L'indomani fu una giornata
penosa per tutti.
Diana, che aveva pianto gran
parte della notte, si stringeva silenziosamente al petto il suo bambino,
celando nel baciarlo nuove lagrime. Luigi era cupo e concentrato. Cristina
vegliava.
L'atmosfera in cui respiravano
queste tre persone era carica di elettricità — densi vapori si accumulavano e
facevano presentire lo scoppio della procella.
Alessio non si vide nè in quel
giorno, nè i seguenti.
Comparve dopo una settimana. Era
pallido — disse di essere convalescente. Diana lo accolse con un sorriso, la
baronessa gli fece molta festa, ma il giovane non si mostrò lieto come il
solito.
Sembrava anche lui sotto
l'influenza di pensieri malinconici; la facezia gli sfiorava appena le labbra.
Invece di giocherellare col bimbo, come faceva sempre, andò a zonzo per il
parco sotto pretesto di portare ad Enrico delle belle ghiandine lucide, ma in
realtà per fantasticare... e un po' anche per respirare.
Come un ragazzo senza giudizio,
egli aveva scherzato troppo col fuoco — ora gli scottavano le carni — e da vero
ragazzo si esagerava la sua fiamma compiacendosi a darle una veste un tantino
romantica.
Chi di noi vorrà biasimarlo,
dopo tutto, se pensiamo a quell’età fuggitiva e beata, a quell'età dove tutti
siamo più o meno poeti?
Sì, poeti — ed anche Alessio,
sognando ad occhi aperti, si sentiva invaso dall'estro gentile, poichè è
proprio vero che un innamorato di vent'anni si consola scrivendo quattro linee
rimate. — I versi furono in tutti i tempi l'espressione più spontanea e più
naturale di un amore infelice.
Non oso presentare i versi
d'Alessio alle mie lettrici, perchè ignoro e sono incapace di giudicare quanti
piedi avessero oltre il necessario; ma dirò che erano versi appassionati, dove
il nome di Diana ritornava spesso facendo rima con strana e con arcana.
Ei li aveva gettati giù in
fretta colla matita sul rovescio di una vecchia lettera, e credeva poi di
averli riposti al sicuro nella tasca sinistra, vicino al cuore; ma accadde
invece che li lasciò scivolare per terra, e di nulla accorgendosi, passò oltre
a raccogliere ghiande per il piccolo Enrico e fiori per le signore.
Verso sera il giardiniere, che
trovò quel foglio sotto le querce, lo portò alla baronessa.
Copritevi il volto colle ali,
angeli buoni, e voi, lettrici senza colpa, arrossite! Cristina aveva percorsa
tutta la scala delle passioni violente — l'ultimo gradino le presentava una
viltà... ed ella fu vile.
A notte inoltrata, quando la
calma più profonda copriva col suo manto ipocrita i drammi segreti di queste
esistenze in apparenza così felici, la baronessa, bianca nel volto e impassibile
come una statua, attraversò le camere che dividevano il suo appartamento da
quello degli sposi, entrando con lieve passo nel gabinetto particolare dove
Diana soleva stare insieme al fanciullo. Qui, in mezzo a ninnoli eleganti, un
piccolo tavolo raccoglieva il panierino, dove la giovane donna custodiva i suoi
lavori, i ricami leggieri destinati alle vesticciuole d'Enrico.
La baronessa si avvicinò.
Dieci anni prima il gabinetto le
apparteneva; ella lo abitava sola, e gli ampi specchi di Venezia appesi alle
pareti la salutavano regina, e riflettevano accanto alla sua immagine,
alteramente proterva, il volto supplice di un uomo che le giurava eterno amore!
Sui cuscini di raso viola, quante volte il suo braccio nudo, splendente come
l'avorio, si era posato con molle abbandono, e quante volte due labbra
deliranti ne avevano ricercato il voluttuoso tepore!
In quell'ora, in quel luogo, una
folla di rimembranze l'assalirono, dolci e crudeli insieme, mestissime tutte e
tali da rendere più intenso il suo furore geloso.
Aveva nelle mani un lume e un
foglio.
Non vi era ombra alcuna
d'esitazione ne' suoi lineamenti; una risoluzione disperata le brillava negli
occhi; le labbra strette sembravano ricacciare indietro il rimorso. I versi
d'Alessio stavano per cadere nel panierino di Diana.
Ma un braccio l'arrestò
nell'opera infame. — Cristina, volgendosi tramortita, si trovò faccia a faccia
con Luigi.
— Che fate voi qui, signora?
La sua voce tremava, contenuta a
stento. Ella non seppe cosa rispondere; il foglio le cadde di mano, e Luigi lo
raccolse.
Lesse lentamente. I caratteri
scritti a matita non si presentavano molto chiari — ma nel decifrarli, a poco a
poco un pallore orribile invadeva la sua fronte. Cristina fece un movimento per
ritirarsi. Senza levare gli occhi, egli la ritenne serrandole la mano con
energia febbrile.
Il silenzio era spaventoso. Si
udiva crepitare la fiamma della candela e stridere il foglio fra le dita di
Luigi.
Quand'ebbe letto tutto tutto,
anche la soprascritta della lettera che indicava l'autore dei versi, guardò
fisso la baronessa, e tenendola ancora per la mano, esclamò:
— Mi direte cosa volevate fare
di questo foglio.
Tutta l'audacia di Cristina
l'aveva abbandonata; balbettò, si confuse, tentò mendicare un pretesto...
— La verità! Voglio la verità —
urlò il giovane, cui il sangue iniettava le pupille.
Ella fece uno sforzo per
dominare la situazione, disse che non si insulta una donna, che ella non aveva
conti da rendergli...
Luigi abbandonò con violenza la
sua mano, gridandole sul viso:
— Siete una miserabile!
Credette per un istante di
vederla prorompere in invettive e cercare di sopraffarlo colla fierezza della
sua volontà, ma non fu nulla di tutto questo.
Ella cadde in ginocchio — in
ginocchio la baronessa! — smorta, tremante, con un fiume di lagrime negli
occhi.
— Perdonami, perdonami... io
sono pazza d'amore!
Le memorie di quel luogo e di
quell'ora colpirono anche Luigi. Una volta era lui che, piangente e sommesso,
pregava ai piedi di quella donna. Ma lo schiavo non esisteva più; c'era un uomo
alla custodia del suo onore e de' suoi diritti.
Rispose freddamente:
— Alzatevi, signora, voi
delirate.
Cristina, accasciata sul suolo,
si torceva le mani spasimante d'amore e di disperazione.
— Tu mi giudicherai come vuoi..
ma io t'amo. T'amo, intendi?
Ella era bella e terribile nel
disordine delle chiome sparse, colla pupilla ardente, agitata da un fuoco
interno che coloriva le sue guance prestandole le rose della giovinezza. La
veste discinta le modellava le forme, e sull'omero candidissimo scendeva, con
un distacco vigoroso di colori, una ciocca de' suoi capelli neri.
Luigi, colle braccia incrociate,
colla fronte alta, coll'occhio severo, la contemplava immobile.
Cristina piangeva sempre.
Sciolto il freno alla passione che la divorava, non vi poterono essere limiti —
e lei, così superba, giacevasi prostrata, avvilita, umile, come l'infima delle
creature. Parole sconnesse, prive di senso, uscivano dalle sue labbra miste a
singhiozzi e a proteste d'amore.
Conveniva por fine a una scena soverchiamente
dolorosa per entrambi.
Con un movimento risoluto, Luigi
la prese per un braccio costringendola ad alzarsi, e placidamente severo disse:
— La vita è fatta per
operare, non per sognare; è fatta per il dovere, non per la passione.
Queste parole di un gesuita voi me le diceste una sera... ed io ve le ripeto.
La catena che ci avvinse per dieci anni è spezzata. Il primo anello si sciolse
il giorno che Diana, innocente e pura, fece battere il mio cuore d'un affetto
senza colpa — l'ultimo lo infrango ora e lo getto ai vostri piedi.
Un grido straziante uscì dal
petto della baronessa; volle lanciarsi verso Luigi, ma egli l'arrestò.
— Basta, signora. Il passato è
morto, e nell'avvenire non c'è più posto che per l'oblio. Io vi perdono a
questo patto.
Oh! dove era il giovane timido e
vergognoso, il giovane che tremava e che ubbidiva?
Un lampo di superiorità virile
rendeva più bella la sua fronte pensosa e mesta; egli era padrone, sì, lo
sentiva, egli era finalmente padrone della sua volontà, e la coscienza che
trionfava accendevagli mille raggi sereni nello sguardo — ma generoso nella
vittoria, non abusò dei vinti.
Con un saluto, un po' rigido,
prese commiato, lasciando la baronessa sola, impietrita, desolata Niobe sulla
rovina di tutte le sue speranze.
* * *
Una fiera
lotta si combatteva intanto nel cuore di Luigi; egli aveva fra le mani la prova
materiale che Alessio amava sua moglie. Ma lei, Diana, come accoglieva questo
amore?
Il resto della notte Luigi lo
passò vegliando in mezzo a tetri pensieri e incerti propositi, finchè sorta
l'alba si buttò a giacere vestito sul letto. Angosciose visioni lo tormentavano
nel sonno. Egli vedeva Diana sfuggirgli sorridendo col suo pargoletto in
braccio, e Cristina rizzarglisi davanti come un fantasma minaccioso; sotto
l'incubo che lo opprimeva, la fisionomia della baronessa sembrava assumere
forme strane ed espressioni terribili.
Ripetuti colpi all'uscio della
sua camera lo tolsero da questi sogni. Un servo gli annunciò che il dottor
Alessio chiedeva di parlargli.
La sorpresa fu grande; Luigi vi
era così poco preparato che tremò dalla testa ai piedi. Fece per correre
all'uscio, ma le forze gli mancarono, e tese le braccia palpeggiando il muro.
Il giovane medico si mostrò
sulla soglia. Era vestito diversamente dal solito e portava ad armacollo una
piccola borsa da viaggio.
Luigi, soffuse le guance di un
livido pallore, aspettò che egli parlasse per il primo.
Alessio vide quel turbamento —
forse lo comprese — e semplicemente, come si addice alla manifestazione di un
sentimento vero, si accostò all'amico stendendogli la mano.
Luigi non si mosse.
— Ascoltami — disse Alessio con
calma — quando mi avrai ascoltato, son sicuro, la tua mano verrà spontanea a
cercare la mia. Credi che io abbia dimenticato i giuramenti d'amicizia che ci
scambiammo in quegli anni di fede e di entusiasmo, allorchè tanto bella e tanto
facile ci arrideva la vita? Te ne ricordi? Noi ci imponemmo la sacra promessa
di essere uno per l'altro fratelli...
Un amaro sorriso contrasse le
labbra di Luigi.
— Quale fratello io vengo a te —
proseguì il giovine con voce lievemente alterata — vengo a darti un addio, per
il quale mi ridonerai la tua amicizia e la tua stima.
Luigi si scosse; aveva egli
frainteso?
— Spiegati... — mormorò.
— Amo tua moglie... e parto.
— Ma Diana?
— Non sa nulla.
Una immensa gioia balenò sulla
fronte di Luigi. Trasse il foglio che aveva tolto di mano alla baronessa e lo
porse ad Alessio. Questi arrossì, confessando schiettamente di averlo scritto in
un momento di delirio, e fu appunto quando si accorse di averlo smarrito,
quando gli si presentò la probabilità che quei versi cadessero sotto gli occhi
di Diana, fu allora che intravide l'abisso, e la sua onestà gli suggerì
l'eroica risoluzione.
Dopo questa leale confidenza,
tutto fu chiaro per Luigi, che, secondo le previsioni di Alessio, fu il primo a
stendergli la mano.
Il loro addio fu franco e
dignitoso. Luigi lo accompagnò oltre il giardino, fino al cancello, dietro le
cui lancie dorate la gaia faccia d'Alessio aveva tante volte sorriso...
Una voce argentina e mesta
giunse al loro orecchio traverso un boschetto di magnolie — era Diana che
cantarellava al bimbo.
Alessio strinse la mano di Luigi
e fuggì.
Luigi, rimasto solo, tutto
turbato per le rapide e varie emozioni che lo avevano colpito in poche ore,
sedette su una panchina — la medesima che Diana aveva collocata sotto il suo
salice prediletto.
La voce della giovane madre si
sentiva ancora mista ai piccoli gridi del fanciullo e, come accompagnamento al
duetto simpatico, gli uccelli mattutini cinguettavano fra i rami inneggiando
alla bella natura.
— Ma perchè mai Luigi non si
slanciava sulle traccie di quella voce? Perchè non volava incontro a Diana?
Perchè?,..
Signora, tutti i vostri perchè
mi dimostrano — con grande mio rincrescimento — che non avete capito il
carattere di Luigi, e che, secondo il vostro desiderio, lo bramereste tutto
diverso da quello che è. Ma deh! guardatelo il povero giovane; mettete una mano
su quel cuore delicato e sensibile, muto e raccolto; sentite come soffre!
Egli era ormai sicuro della
purezza di Diana, ma tale purezza lo abbagliava. Pensando che lui, peccatore,
aveva osato macchiare con un sospetto le ali candide di quell'angelo, si
sentiva smarrire in un dedalo di rimorsi, e la sua nativa timidezza risorgeva a
fargli più acuto il dolore.
Egli si considerava immeritevole
di felicità, e per eccesso di modestia ingrandiva i suoi torti. Gli sembrava
che il suo amore solo non potesse compensare Diana della passata freddezza e
del recente insulto — avrebbe voluto offrirle una riparazione grande e sublime
— avrebbe voluto metterla su un trono prima di prostrarsi a' suoi piedi.
La voce di lei si avvicinava
ripetendo le strofe di una cantilena infantile, e quasi subito la sua elegante
personcina apparve in mezzo al verde delle foglie.
Era molto malinconica; cantava
per rallegrare il bimbo, ma un sospiro interrompeva sovente la sua canzone.
Appena vide Luigi, si arrestò
titubante. Da un mese non si parlavano quasi mai — egli sembrava sfuggirla...
Oh! quante volte si era domandata a sè stessa se doveva finire così il bel
sogno della sua giovinezza!
Un gruppo di singulti le serrava
la gola. Pose a terra il piccino, che la guardò, malcontento di perdere in un
punto solo e il canto e le braccia della mamma.
In quel momento Luigi li vide.
Si alzò e venne a prendere il fanciullo, baciandolo con un impeto di tenerezza,
nuova no, ma diventata da qualche tempo rara.
— Sarai stanca —— disse poi a
Diana senza guardarla e mentre una vampa di fuoco gli accendeva la fronte —
Enrico comincia a diventare pesante; non devi più portarlo. Siediti... qui.
Additò la panchina, così
piccola che non si poteva stare in due (vedi lettera di Diana alla
sua amica), pure vi stettero.
Un imbarazzo vago e indeterminato
li dominava.
— Spunta un altro dentino —
disse Diana aprendo la bocca del fanciullo.
— Ah! sì? — fece Luigi — sono
quattro dunque.
— No, cinque; guarda.
— È vero — rispose Luigi.
E tacquero di bel nuovo.
Una rondine gorgheggiava sopra
il loro capo svolazzando in cerca di pagliuzze e tornando metodicamente al
medesimo posto.
— Fa il nido! — esclamò Diana
dopo di averla a lungo seguìta collo sguardo.
Spirava una brezza soavissima
che le vicine magnolie imbalsamavano, e sollevate dal vento le chiome della
bionda sposa accarezzavano il collo di Luigi. Che cosa gli mormoravano quei
serpentelli d'oro? Egli sembrava in estasi ascoltando una musica celeste — era
la voce dell'amore che gli parlava in segreto.
— Avrà i piccini — continuò
Diana — è allegra e contenta... oh! va, povera rondine, canta e vola finchè il
cielo è sereno, la terra ti circonda di fiori.
Come egli l'avrebbe abbracciata!
Come le avrebbe detto:
— Il cielo è sereno, la terra ti
circonda di fiori, ed io t'amo.
— Enrico — Diana si volse al bambino,
perchè la tristezza e l'affanno le facevano strozza alla gola —— Enrico,
andiamo a cercare le belle ghirlandine, che mostrerai al tuo amico Alessio.
Luigi fece uno sforzo supremo
per dire:
— Alessio non verrà oggi.
— Oh!
— Nè mai.
L'ultima sillaba uscì come un
rantolo dalle sue fauci — era pallido come un morto — si sentiva venir meno. La
sua mano errante sulla panchina strinse febbrilmente la mano di Diana, che gli
si fece accanto e lo guardò... Dall'urto di quelle pupille scaturì un raggio di
luce.
— Ho compreso tutto — gridò ella
colpita dalla profonda impressione di quello sguardo — tu sei geloso!
Sciogliersi in lagrime come un
fanciullo fu la risposta di Luigi.
Diana lo circondò colle sue
braccia, ed egli si lasciò cadere lentamente fino a nascondere il viso sui di
lei ginocchi — il cuore del povero giovine si fondeva nella tenerezza
dell'amplesso — le sue mani allacciate intorno alla vita di Diana ne sentivano
fremere i delicati contorni, e la ebbrezza dei muscoli sposandosi all'intima
voluttà del sentimento li rendeva silenziosi, tremanti.
Oh! chi può dire come
palpitavano i loro petti congiunti — quante confidenze si ricambiarono nel muto
linguaggio dei loro sguardi!
— Perdono...
Questa parola tanto sospirata
uscì alla fine dai labbri di Luigi, calda, impetuosa, supplice, e la casta
sposa chinando la fronte susurrò:
— Ti amo!
La rondinella volava ancora tra
i rami del salice cercando pagliuzze per il nido — olezzavano le magnolie —
rideva il cielo — il piccolo Enrico ruzzolandosi sulla sabbia tentava pigliare
a volo le farfalle iridescenti di smeraldo — e in mezzo a quel tripudio della
natura, fra le tinte argentee del mattino, risuonò, pronubo Amore, un lungo
bacio.
* * *
Il piroscafo
che fa servizio da Arona a Locarno batteva i fianchi sulle onde tranquille del
lago.
Era un bel meriggio. I
passeggieri seduti sui cuscini di tela russa o appoggiati alla ringhiera di
ferro, si estasiavano davanti alle meraviglie del panorama.
I crocchi erano molto animati;
si ciarlava in tutti gli angoli, a prua e a poppa. Gli uomini fumavano; le
signore lanciavano sguardi languidi sotto i loro veli agitati dal vento, e
sciorinando sul ponte il lungo strascico delle loro gonne, avevano cura che si
intravedesse lo scarpino dalle fibbie lucenti e dagli alti tacchi.
Il frizzo scoppiettava in mezzo
ai sorrisi provocanti; qualche complimento, qualche galanteria accendeva qua e
là più d'un bell'occhio nero, e le frasi più graziose di tutti i dialetti
d'Italia si incrociavano come fuochi di fila.
Quattro inglesi e due tedeschi,
impassibili e serii, rappresentavano il nord in quella cornice vivacemente
meridionale; ma i due tedeschi erano sposi di fresco, e senza derogare alla
loro serietà, si tenevano abbracciati alla presenza di cinquanta persone.
Nel semicerchio di poppa, con
una mano ferma al parapetto e girando coll'altra un occhialino d'oro — entrambe
le mani rivestite di guanti color salmone — noi troviamo un'antica conoscenza.
Ha il cappello sull'orecchio con una certa spavalderia civettuola, ha la
cravatta La-Vallière svolazzante su un panciotto di neve, ha i calzoni
perfettamente tesi sul suo polpaccio giovanile, ha i baffi ingommati, i capelli
biondi, e si chiama Armando.
È proprio lui, l'elegante
marchese, detto altrimenti il simbolo dell'eternità. I suoi rivali coetanei
diventano magri, gialli e rugosi; egli li guarda con benevola compassione e
seguita ad essere roseo come prima.
I suoi occhi sfavillanti di
amabile malizia compivano, dietro le lenti, una accurata rivista del bel sesso.
Ad un tratto si fermò dando segni di meraviglia — terse i cristalli coll'angolo
ricamato del suo fazzoletto di batista e guardò con maggiore attenzione.
Una maestosa figura di donna
stava seduta sull'ultimo cuscino del semicerchio, voltando le spalle al
marchese. Il ricco vestito nero le cadeva con pieghe scultorie lungo i fianchi
e fluttuava alla estremità sotto un'onda di pizzo e di arricciature; aveva uno
sciallo bianco dell'India, e un cappello di gusto severo le incorniciava il
volto, del quale appariva a intervalli la linea un po' emaciata e stanca.
— Per bacco! o che io sogno come
un vero amante platonico, o colei è la baronessa Gualtieri-Serra.
Questa esclamazione Gili la
rivolse a sè stesso facendo un passo avanti.
— Non c'è più dubbio. Diavolo, diavolo
— cosa farà qui sola? — mi pare sola.
Ella si volse un istante per
raccogliere gli sbuffi dell'abito.
— Eterni dèi, come è patita!
Bella sempre, ma molto patita. Sarebbe accaduta per caso...
Gili non compì l'espressione del
suo pensiero — diede un'occhiata in giro e fischiò tra i denti, bassissimo,
Oscar lo sa ...
Ma no'l dirà...
Poi si mosse facendo ondulare
leggermente l'occhialino d'oro, e si avanzò verso l'incognita annunciato da una
nube invisibile di fragranti olezzi.
Cristina — poichè era lei — arrossì sotto lo sguardo
penetrante del marchese, e la stretta di mano che gli diede nascondeva un
improvviso turbamento. Gili ripetè in cuor suo:
Oscar lo sa...
ma troppo galante per lasciare una signora nell'imbarazzo,
incominciò subito a discorrere della giornata, del cielo, del lago, della
fortuna di incontrarla — chiese appena di Diana e di Luigi — fu gentile,
leggiero, gaio, cavaliere inappuntabile.
Cristina apprezzò tutti i
vantaggi di quell'incontro, e accolse con piacere la compagnia di Gili per la
traversata.
— Vi fermate a Locarno? —
domandò il marchese.
— Poche ore: conto di andare in
Isvizzera.
— In Isvizzera? — sola? — non
avete paura dei precipizii?...
La baronessa tornò ad arrossire.
Il bell'Armando osservava che
ella aveva molti capelli grigi, ma che l'emozione le stava bene ancora.
— E quand'anche cadessi? —
mormorò lei.
— Vorrei esservi vicino per
aiutare a rialzarvi.
La signora non rispose subito.
Piegò un braccio — un braccio di Giunone che usciva abbagliante dalle trine
nere della manica — e ne fece sostegno alla guancia.
Quali nubi le solcavano la
fronte impensierita?
Parlava in lei il rimorso, il
pentimento, l'amore o la disperazione?
È il mistero della sua coscienza
— è il suo segreto con Dio.
— Siete così generoso? — domandò
dopo un istante di silenzio.
— Leggo il Vangelo — ora che
sono vecchio — e trovo: Aiutatevi l'un l'altro...
* * *
All'aprirsi
della stagione invernale una notizia curiosa girava nei circoli eleganti.
Annunciavasi come cosa sicura il matrimonio del marchese Gili colla vedova
Gualtieri-Serra.
— Il diavolo e l'acqua santa.
Diceva qualcuno; e un altro:
— Peccati vecchi, penitenza
nuova.
— Il marchese è rovinato e si
appoggia al mezzo milione della baronessa.
— La santa donna vede un'anima
perduta e vuole salvarla.
A Gili particolarmente gli amici
domandavano:
— Ti ammogli, Armando? Di
già?...
Il marchese teneva testa ai sarcasmi e rispondeva
imperturbato:
— Non è mai troppo presto per
fare giudizio.
Chi dei due fu più corbellato?
L'uno fece scontare all'altro,
reciprocamente, i suoi falli; la vecchia peccatrice pagò i debiti del vecchio
peccatore, e il vecchio peccatore dovette prendere l'abitudine di andare a
messa tutte le mattine.
Diana e Luigi furono
felicissimi.
FINE
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