|
CAP. IV
Come
in tutta la posterità di Noè, donde si vuole empìta la terra di abitatori, si
fosse mantenuta la stessa credenza e concetto che si ebbe per l'uomo di regno
terreno, solo di felicità o miserie mondane e lo stesso concetto del suo essere
e morire.
Se gli uomini avessero seriamente atteso ai successi che si
narrano dopo questa dispersione delle genti e princìpi di tanti regni ed imperi
sopra la terra stabiliti, a quella religione che fu da Noè tramandata a' suoi
figliuoli e da questi a' loro posteri, alle loro leggi e costumi, ed a' premi che
speravano ed a' castighi che temevano; certamente che saremmo ora fuori di
tante vane larve e di tanti errori ed illusioni e di tanti vani timori e
pregiudizi che abbiamo succhiato col latte delle nostre madri. Ci han dipinta
quest'infausti e malaventurosi indovini tutta la posterità di Noè per una massa
perduta e dannata, e che tutti gli uomini dopo il peccato d'Adamo per propria
natura ed original vizio fossero destinati alla perdizione e ad eternamente
penare nel Tartaro ne' più profondi e ciechi abissi dell'inferno, dove in
compagnia de' neri e tristi diavoli che furon scacciati come ribelli dal cielo,
miseramente dovran essere tormentati ed afflitti; che l'essere stati alcuni
sottratti dal comune flagello, come gl'antichi patriarchi Noè, Abramo, Isaac,
Giacobbe, e tutti coloro che furono a Dio cari, ciò gli avvenne per ispecial
sua grazia e privilegio e fuori del natural corso della loro condizione, che
gli porta tutti all'inferno come a suo centro ed ultimo fine; che perciò niuno
ha ragione di dolersi perché fu riposto fra l'infinito numero de' reprobi e non
in quello assai corto degl'eletti, poiché niun torto od ingiustizia se gli fa,
avvenendo ciò per proprio e natural istinto; e siccome niuno si maraviglia
perché l'acqua corre all'ingiù, così non dobbiamo maravigliarci, e molto meno
dolerci, se tutti come massa dannata corriamo alla perdizione; né dev'esser
tocchi d'invidia se Iddio alcuni pochi sottraga da questa fatal rovina,
avvenendo ciò per suo special favore
grazia, che dispensa gratuitamente a suo arbitrio ed a chi gli piace,
valendosi della parabola dell'Evangelio e di quelle parole: «Amice, non facio tibi iniuriam, tolle quod tuum
est et vade». E se gli dimandate dov'essi han letto sentenza sì
terribile e crudele e scritta con sì fieri caratteri di sangue? Essi presto si
mettono in bocca quelle parole di S. Paolo: «Omnes in Adam peccaverunt et per peccatum in mundum intravit mors».
Tutti adunque peccammo in Adamo, e per conseguenza tutti siamo condannati a
perdizione ed irreparabil morte.
Ma se costoro avessero ben letta in Dio questa faccia e
considerata attentamente la divina sua parola e specialmente questi primi
capitoli del Genesi, non avrebbero certamente trovata scritta sì
terribile e fiera sentenza. La maledizione che Iddio dopo la trasgressione di
Adamo diede all'uomo, non fu che di dover passare la sua misera vita fra
travagli ed angoscie, in tribolazioni, stenti e dure fattiche: che la terra gli
porterà spine, ortiche e triboli, e che nel sudore della sua fronte gli
converrà mangiar il suo pane; che finalmente dovrà morire e ridursi in polvere
e terra, donde ebbe sua origine e principio. Da questa maledizione ne derivò
ancora che la sua natura fosse più inclinata al male che al bene, quindi Iddio
pentissi d'averlo fatto, siccome egli chiaramente ce lo spiegò quando disse a
Noè, Gen., 8,21: «Sensus enim
et cogitationes humani cordis in malum prona sunt ab adolescentia sua».
Questi furono i perniciosi effetti della trasgressione d'Adamo, e questa fu la sorgiva
donde derivarono nell'uomo tante calamità e miserie che chiamansi effetti del
peccato di Adamo e maledizione di Dio trasfusa a tutta la sua posterità. Questa
natural propensione al male l'espose a mille e spesse trasgressioni a' divini
precetti, e per conseguenza a doverne riportare altrettanti castighi, flagelli,
desolazioni e morti; ma tutto ciò non oltrepassava l'istessa sua natural
condizione. Egli fu fatto mortale; mortali per conseguenza doveano essere non
meno i suoi premi che i suoi castighi e suplizi. La trasgressione ed il peccato
d'Adamo introdusse nel mondo all'uomo le miserie, i travagli e la morte, ultimo
de' mali, ma morte nella quale per lui tutto finiva, e lo riduceva in
quell'esser nel qual era prima che fosse nato. Questo era il concetto che
costatamente si teneva della morte dell'uomo, e non altro.
Falsissima adunque, crudele e che fa somma ingiuria ad un
Dio cotanto giusto, sapiente e misericordioso, è la fiera idea che si vuol far
concepire agl'uomini, che tutta la posterità di Noè fosse massa perduta e
dannata: anzi è apertamente contraria alle benedizioni che Iddio gli diede
quando gli salvò dalla comune sciagura del diluvio e quando, serenato il cielo,
usciti dall'arca, gli diede la dominazione sopra la terra e sopra gl'animali e
sopra quanto in quella si muove e cresce. Né ad altro fine, come si è veduto,
Iddio avea fatto gli uomini, a' quali non altro regno che terreno fu promesso e
con effetto dato. Questa istessa dominazione confermò a' figliuoli di Noè ed ai
loro posteri e discendenti, loro dicendo che crescessero, moltiplicassero ed
empissero la terra. «Et terror
vester ac tremor sit super cuncta animalia terrae et super omnes volucres
coeli; cum universis quae moventur super terram, omnes pisces maris manui
vestrae traditi sunt, et omne quod movetur et vivit erit vobis in cibum: quasi
olera virentia tradidi vobis omnia», Gen., 9, 1.
Se si riguardava poi le benedizioni che partitamente furon
date a ciascheduno de' figliuoli di Noè e loro particolare progenie, ecco
quelle che si diedero a Iafet, figliuol primogenito: ch'egli colla sua
discendenza dilaterà i confini della dominazione sopra la terra assai più
dell'altre due famiglie, anzi che abiterà negli stessi paesi destinati a Semo
ed alla di lui posterità: «Dilatet Deus Iaphet et habitet in tabernaculis Sem»,
Gen., 9,27. Alla numerosa discendenza di Iafet però si attribuiscono tante
ampie e vaste regioni, non meno in tutta Europa che nelle parti settentrionali
d'Asia. Quindi leggiamo nel Genesi, cap. 10,5: «Ab his divisae sunt
insulae gentium in regionibus suis, unusquisque secundum linguam suam et
familias suas in nationibus suis».
Chi potrà ancor dubitare delle benedizioni date a Semo,
altro figliuolo di Noè, ed a tutta la sua progenie, quando da questa razza dovea
sorgere un popolo a Dio cotanto caro e diletto quanto fu l'ebreo da lui
trascelto, e di cui dichiarossi doversi essere proprio e particolar Dio,
siccome colui era proprio suo popolo? Alla costui posterità furono pure
destinate in Asia ampie regioni da dominare, ch'era la marca più distinta della
divina affezione e beneficenza verso coloro ch'eran a Dio più cari; onde della
medesima pur leggiamo, Gen., 10, 31: «Isti sunt filii Sem secundum
cognationes et linguas et regiones in gentibus suis». Riputino ora questi
infelici ed infausti indovini tutta la posterità di Iafet e di Sem massa
perduta e dannata?
Ma che diremo di quella di Camo, minor figliuolo di Noè?
almanco questa sarà perduta? Questa certamente che fu da Noè maledetta per
l'obbrobrio che Camo gli fece di non coprire le vergognose sue membra. Così è:
Noè la maledisse dicendo: «Maledictus Canaam». Ma che cosa importavano gli
effetti di questa maledizione? non altro che vil servigio e perdita di
signoria; dover esser scacciati dalla dominazione delle terre dove avean posto
piede e servire alle due altre famiglie dei suoi fratelli: «Maledictus Canaam:
servus servorum erit fratribus suis. Benedictus dominus Deus Sem. Sit Canaam
servus eius. Dilatet Deus laphet, et habitet in tabernaculis Sem; sitque Canaam
servus eius», Gen., 9,27. Ecco fin dove s'estendevano le imprecazioni ed
i flagelli minacciati nella maledizione di Canaam.
Ma perché riputare tutta la posterità di Noè per massa
perduta e dannata? Forse, serbando quella religione che appresero da Noè, tutta
facile e semplice, quella morale e quelle leggi di natura ch'avevano scritte
ne' loro cuori, non potevano piacere a Dio e divenire a lui cari ed amici?
Tutta la sacra istoria è piena di documenti i quali convincono che tutte le
nazioni, contenendosi nel vero culto di Dio pratticato da Noè, non
abbandonandosi nell'idolatria e serbando solo le leggi di natura, che dettavano
di fare o non fare ad altri ciò che per te vuoi o non vuoi, questo solo bastava
per piacere a Dio ed esser suo amico. E gli effetti che a riguardo dell'uomo
provenivano dalla sua amicizia o inimicizia, non eran nei buoni che prosperità
mondane, imperi, fecondità, ricchezze, abbondanza, sapienza ed altre terrene
felicità; nei cattivi, non altro che desolazione, servitù, miserie e stoltizia,
calamità e morte; siccom'è chiaro da quest'istessi sacri libri e si dimostrerà
più innanzi fino all'ultima evidenza. Essendo questo il concetto che s'avea
dell'uomo e della sua felicità o miseria, quindi per conseguir l'una e sfuggir
l'altra tutta la posterità di Noè, serbando quella pura e semplice religione
che gli tramandò e quelle leggi di natura che avevano scritte nei loro cuori,
potevano piacere a Dio ed essere suoi amici; siccome moltissime nazioni del
mondo, che non furono né della razza di Semo, né della stirpe d'Abramo o
d'Isaac, lo furono con effetto; e l'istoria sacra istessa ce ne soministra
infiniti esempi.
La religione che tramandò Noè a' suoi posteri non fu
certamente molto operosa, sottile e difficile, sicché tutti non potessero
capirla e praticarla. Ella era tutta pura, semplice, senza riti, senza
cerimonie, senza sacerdoti, senza tempii e senza altari; ella non ricercava
altro, che si riconoscesse in tutto l'ampio universo un solo unico ed
onnipotente Iddio, il quale avesse creato e cielo e terra e sole e luna, uomini
ed animali, e quanto si vede, nutre e cresce in tutto il mondo aspettabile.
Questo Dio non esser circoscritto da alcun termine o confine, non aver alcun
proprio nome, non forma umana, e molto meno d'animale o d'altra cosa creata.
Essere invisibile ed eterno, e colla sua presenza tutto empie e regge. Perciò
non aver bisogno di tempii, né di altari dove rinchiuderlo o collocarlo. Tutto
il cielo, tutta la terra, tutto infine l'ampio universo esser suo tempio,
essere suoi altari. Gli uomini, per gratitudine d'avergli creati e data la
dominazione della terra e di tutti gli animali e di quanto sopra e dentro di
quella si nutre e cresce; per espiazione de' loro falli e per placare il suo
sdegno perché non gli avvenga male, e per pregarlo che gli siegua il bene,
devono prestargli sacrifici ed immolargli vittime, ma schietti, puri e
semplici, senza molti apparecchi e pompa. Immolar le vittime a ciel scoverto,
in campagna, senza celebrità e cerimonie, seguendo l'esempio di Noè stesso, il
quale, uscito dall'arca, in rendimento di grazie al Signore per averlo colla
sua famiglia scampato dalla commune sciagura, prese degli animali mondi e ne
fece a Dio olocausto. Sol avvertì, che fu il suo primo divin commando intorno a
prestargli culto, che si guardasse mangiar colla carne insieme il sangue degli
animali. E Mosè, rinnovando quest'istesso commando agli Ebrei, ce ne spiegò la
cagione, dicendo che il sangue di quelli dovea serbarsi per offerirlo ne'
sagrifici e per espiazione e mondezza delle loro anime; poiché riputandosi
l'anima de' bruti essere nel sangue, giusto era offerire a Dio il sangue di
quelli per espiazione delle loro anime. Non più di questo ricercava dagl'uomini
la religione di Noè; e coloro che l'osservavano erano a Dio cari e meritevoli
della sua benedizione. Donde ne seguiva che coloro che, ciò tralasciando, si
davano all'idolatria e ad altri culti moltiplicando numi, riti e superstizioni,
erano detestabili e per conseguenza degni di maledizioni, flagelli, calamità e
morti.
Se i nostri scrittori, i quali hanno posto tanto studio e
cura di andar notando ne' gentili i loro riti, leggi e costumi, anzi le scienze
ed arti tutte per derivarle dai nostri libri sacri, se da' posteri di Noè fanno
popolar tutta la terra, e di più sono andati investigando i cammini che
tennero, i viaggi che intrapresero, e qual razza avesse popolato l'Asia, quale
l'Europa, e quale l'Affrica; perché non s'hanno voluto poi prendere la pena e
metter attenzione che in molti antichi popoli e nazioni si ravvisava anche
quell'istessa religione che Noè tramandò a' suoi posteri? perché non far
avvertiti gli uomini con aditarle i fonti onde quelle attinsero la loro
religione e culto? E che quanto più si va indietro all'antichità, tanto più
chiari vestigi s'incontrono, ne' più vetusti popoli de' quali è rimasa a noi
memoria, della religione istessa che fu professata da Noè e suoi discendenti?
Certamente che la più rimota antichità non conobbe nome
alcuno proprio di Dio. Narra Erodoto, lib. 2, c. 4, ch'essendo egli nella città
di Dadone, gli fu riferito da que' savi che anticamente si facevano le
immolazioni ed i sagrifici degli dei senza nome proprio, come quelli che alcuno
non ne conoscevano, e che molto tempo dapoi d'Egitto furono portati i nomi
divini; da chi gli presero i Pelasgi, e da questi i Greci. Ed altrove, lib. 2,
c. I,ci rende pur testimonianza che i nomi dei dodeci dii furono primieramente
dagli Egizi trovati, e che i Greci da essi gli aveano presi; siccome gli Egizi
essere stati i primi inventori de' simulacri, degli altari, e di tutti gli
altri divini onori. Ma gli Etiopi contrastavano questa prerogativa, i quali si
davano il vanto esser stati essi gli primi a venerar con simulacri e pompe
esterne i dii e con magnifiche e splendide celebrità; sicché a ragione Omero
gli preferì in ciò a tutte l'altre nazioni. Anzi Erodoto fu di sentimento che
quasi fino ai suoi tempi, che furon quelli di Xerse, non si erano saputi tanti
nomi di dii e tante loro genealogie, imperoché, ei dice al lib. 2, c. 4, Esiodo
ed Omero, i quali da 400 anni e non più furono avanti a questo tempo, sono
coloro che hanno introdotto la progenie de' dii in Grecia, ed a lor modo gli
hanno dato figure, onori e diverse possanze. Dall'essere l'introduzione di dar
nomi a' dii nova e recente, a riguardo della più rimota antichità, quindi
derivò la tanta varietà de' loro nomi presso tante e sì diverse nazioni. Gli
Egizi gli chiamavano d'una maniera ed i Caldei d'un'altra. Quest'istessa
varietà osservaremo negli Sciti, ne' Fenici ed in tanti altri popoli e regioni;
e presso gl'Ebrei stessi non se non a' tempi di Mosè acquistò proprio nome di
Ieova il Dio d'Abramo, che i Greci chiamavano Iao.
Per questa caggione leggiamo essersi da' più vetusti popoli
sacrificato vittime a Dio in campagna ed a cielo scoperto, e che molti non
intendessero per Dio che il cielo, il sole, la terra e tutto l'ampio universo;
onde sopra gl'altissimi monti sagrificavano, non avendo né tempii né altari e
molto meno simulacri o statue, riputando mal convenirsi di restringere in sì
brevi chiostri e dar forma e figura a chi non può essere circonscritto da alcun
termine, né è capace d'esser effigiato o dipinto. Quindi narra Erodoto istesso,
lib. I, cap. 9, che i Persiani anticamente non edificavano né tempii né altari,
né avevano statue, anzi si beffavano di coloro che simili cose facevano. Che
perciò immolavano le loro ostie nelle cime de' monti altissimi a Giove, il
quale però non intendevano che fosse altro se non che tutto il giro del cielo,
e secondo quest'istesso concetto sacrificavano ancora al sole, alla luna, alla
terra, al fuoco, alli venti ed alle acque: ciò che fu anche avvertito da
Strabone, lib.15 Geogr., dicendo: «Persae nec statuas nec aras erigunt;
sacrificant in loco excelso. Coelum Iovem putant; colunt Solem, quem Mithram
vocant, item lunam et Venerem et ignem et tellurem, et ventos, et aquam». E ciò
ch'è notabile, rapporta che ne' loro sacrifici, della vittima che imolavano non
lasciavano a' dii porzione alcuna: «Nulla parte diis relicta; dicunt enim»
soggiunge Strabone «Deum nihil velle praeter hostiae animam». Ch'era appunto
quello che Noè impose alla sua famiglia, e Mosè agli Ebrei, di lasciare a Dio
l'anima degli animali, cioè il loro sangue ne' loro sagrifici, e perciò che si
astenessero dal sangue de' medesimi. Gli Sciti, secondo il loro credere primi
uomini che abitarono le parti settentrionali dell'Asia e dell'Europa, non
d'altra maniera rendevano a' loro dii sagrifici: Strabone stesso narra de'
settentrionali Celtiberi, lib. 7: «innominatum quemdam Deum noctu in plenilunio
ante portas cum totis familiis choreas ducendo totamque noctem festam agendo
venerari». E Diodoro Siciliano rapporta nel lib. 2 della sua Biblioteca
Istorica che i Trabolani, popoli insolani dell'Oceano Indico orientale, la
stessa religione avevano e gli stessi sagrifici e culto praticavano co' loro
dii, dicendo: «Pro diis colunt primo coelum, quod omnia continet; deinde solem
et cuncta denique coelestia».
Da ciò nacque che Strabone, Diodoro e gli altri scrittori exotici,
i quali, osservando in molti antichi popoli questa religione e culto verso i
loro dii, e scorgendo che Mosè al suo popolo ebreo aveva severamente proibito
simulacri e statue, e ch'egli non fabricò tempio alcuno al dio Ieoin, ma i
sagrifizi si facevano in campagna, od al più sotto lor tende e tabernacoli,
scrissero che Mosè e gli Ebrei per questo loro Dio non intendessero altro che
l'ampio cielo, e che non lo distinguessero dall'universo, facendolo una
medesima cosa; onde alcuni moderni scrittori vogliono perciò far passare Mosè
per panteista, ed alcuni non si sono ritenuti chiamarlo anche spinosista,
perché così lo reputarono Strabone e Diodoro. E non vi è dubbio che costoro
questo concetto ebbero della dottrina di Mosè, scrivendo di lui Strabone al cap.
16 Geogr. che credesse: «Id solum esse Deum, quod nos omnes continet et
terram et mare, quod coelum et mundum et rerum omnium naturam appellamus, cuius
profecto imaginem nemo sanae mentis alicuius earum rerum quae penes nos sunt
similem audeat effingere. Proinde omni simulacrorum effictione repudiata,
dignum ei templum ac delubrum constituendum, ac sine aliqua figura colendum». E
Diodoro, in quel frammento del lib. 40 che ci conservò Fozio, chiaramente pur
di Mosè scrisse: «At nullam omnino deorum imaginem statuamve fabricavit: quod
in Deum minime cadere formam humanam; sed coelum hoc quod terram circumquaque
ambit, solum Deum esse, cum cunctaque in potestate habere iudicaret». Ma non è
maraviglia che tali scrittori avessero attribuito a Mosè ed agl'Ebrei ciocché
in altri popoli osservarono, poiché costoro delle cose dei Giudei non ne furon
molto curiosi, né se ne prendevano cura, deridendole come fanatiche e pazze, e
sovente si fermavano a' rapporti volgari che da incerta fama pervenivano a loro
notizia; siccome si vede in Diodoro istesso, il quale in questo libro scrisse
Mosè avere stabilito il regno degl'Ebrei, fondato Gerusalemme e costrutto quivi
il tempio, attribuendo a lui ciocché a' tempi posteriori dovea attribuirsi a
Davide ed a Salomone. E la dottrina di Mosè fu tutt'altra che di confondere
Iehova coll'ampio universo e farlo una cosa istessa, anzi di separare il
creatore dall'universo, sua fattura, sebbene si voleva ch'egli empisse e
regesse il tutto, siccome fu eziandio il sentimento degli altri profeti, e
specialmente d'Isaia, il quale nel cap. 40,18 a ragione disse: «Cui ergo
similem fecistis Deum? aut quam imaginem ponetis ei?», ed al num. 22: «Qui
sedet super gyrum terrae», ed al cap. 66,1: «Haec dicit Dominus: "Coelum
sedes mea, terra autem scabellum pedum meorum. Quae est ista domus, quam
aedificabitis mihi?"»; e di Geremia, il qual pur disse, cap. 23, 24:
«"Numquid non coelum et terram ego impleo?" dicit Dominus». Sicome ad
altro proposito sarà da noi più ampiamente dimostrato.
Intanto, se la posterità di Noè che popolò la terra avesse
voluto serbar quella religione che gli fu tramandata da Sem, Cam ed Iafet suoi
figliuoli, non era altra che questa tutta schietta, tutta pura e tutta
semplice, niente operosa e che non avea bisogno né di tempii, né di sacerdoti,
né di altari. Ma in discorso di tempo, essendo gli uomini per proprio istinto
inclinati al male e portati naturalmente alla superstizione ed a dar facile
credenza a' sorprendenti e favolosi rapporti degl'indovini ed impostori,
siccome con verità disse Lucrezio, lib. 4, v. 598: «Ut omne humanum genus est
avidum nimis auricularum»; quindi fu facile da questa schietta e semplice
religione passare all'idolatria ed a fingersi tanti dii e semidii. E cominciata
la faccenda in Egitto, trapassata poi dagli Egizi a' favolosi Greci, quindi si
viddero nel mondo propagati tanti dii, fingersene progenie e genealogie, e
tanti altri portenti e chimere: gli Egizi in quali frenesie non diedero? sino a
formar simulacri di bestie ed attribuirle a Dio; talché Strabone, il quale
credette Mosè esser uno de' sacerdoti di Egitto, scrisse, lib. 16, che Mosè,
non potendo soffrire tanta sciempiaggine, facendosi capo d'un numeroso popolo
uscì fuor d'Egitto, cercando altra regione. «Affirmabat enim» disse Strabone di
Mosè «docebatque Aegyptios non recte sentire, qui bestiarum ac pecorum imagines
Deo tribuerent, itemque Afros, et Graecos, qui diis hominum figuram
affingerent». Si vidde perciò i sagrifici, che prima erano tutti puri e
semplici, contaminati per tanti riti e superstizioni, ed infine profanarsi a
segno, che si arrivò sino a render olocausti ed ostie di vittime umane.
Sacrificarsi le mogli sopra i roghi de' loro mariti; i figli da' padri ed i
sudditi ne' funerali de' loro re, e tanti altri mali ed abominazioni che la
corrotta religione introdusse negli animi umani.
II
Non si annoverava certamente fra i pochi articoli della
religione noetica quello dell'immortalità dell'anime umane; anzi i dettami di
Dio sopra la caducità dell'uomo, il quale, siccome di terra era fatto, così
dovea risolversi in polvere, e l'esperienza che ne avea dato il diluvio, che
uguagliò la morte degl'uomini con quella de' bruti, «universi homines et cuncta
in quibus spiraculum vitae est in terra, mortua sunt», dimostrò a tutti il
contrario, sicché la credenza d'essere mortali fu comune presso tutta la
posterità di Noè, e quanto più vassi indietro nelle età più vetuste, tanto
maggiore troveremo in ciò conforme il sentimento di tutte le più antiche
nazioni, le quali sopra ciò non vi ebbero dubbio alcuno; e non fu che nei
secoli posteriori che dalla celebrità delle pompe funebri e dagli onori che
rendevano gli Egizi a' defonti sorse l'opinione di finger altra vita
negl'uomini dopo morte, come si vedrà chiaramente più innanzi. La credenza
antica delle più vetuste nazioni, delle quali è a noi rimasa memoria
tramandatagli da' posteri di Noè, fu che colla morte tutto si finiva, mortale
fosse la condizione dell'uomo, siccome di tutti gl'altri animali ne' quali era
lo spirito delle vite.
Il regno d'Egitto per antichità e durata non vi è dubbio che
fosse il primo stabilito sopra la terra, e che avesse più ampi e dilatati
confini, più colto degli altri, e dove la mondana sapienza ebbe suoi princìpi e
natali donde l'altre nazioni la derivarono. Si è veduto che l'imperio
degl'Assiri fu posteriore, poiché a' tempi che l'Egitto era già stabilito in
ampio regno diviso in quattro dinastie, l'Assiria era divisa in piccioli e
minuti regni, e non se a' tempi di Nino e di Semiramide cominciò ad acquistare
nome d'imperio. Quindi a ragione gl'Egizi vantano maggior antichità, culto,
civiltà, e più sapienza nelle discipline e nelle arti; ed i Caldei forse
potranno pregiarsi della sola astronomia, nella quale furono i primi ed i più
eccellenti. Or presso gl'antichi Egizi la credenza che si teneva dell'anime
umane fu che fossero mortali, e che ugual fosse in ciò la condizione
degl'uomini e degli animali, non altrimenti che ci vien manifestata da questi
primi capitoli del Genesi, e per ciò chiamavano alla rinfusa uomini e bruti
«mortale genus». Quindi Erodoto, lib. 2, cap. 6, ci rapporta un antico costume
de' più colti e doviziosi Egizi, che usavano ne' loro conviti, i quali nel fine
della cena facevan portare intorno a' convitati un morto fatto di legno, ma
dipinto e lavorato in maniera che somigliasse ad un morto dadovero; e colui che
lo portava diceva cantando: «Bevete, rallegratevi e datevi diletto, dopo la
morte questo somigliarete».
La dottrina che dapoi cominciò fra essi ad allignare per le
pompe de' funerali ed onori che rendevano a' loro defonti, venne molto tardi,
quando i loro sacerdoti, sopra il trasporto che si faceva con gran pompa e
celebrità de' cadaveri all'altra sponda del fiume, cominciarono a finger
inferno ed a favoleggiare sopra Cerere e Bacco, a cui diedero il principato di
questo regno infernale; ma secondo ch'Erodoto istesso ci rende testimonianza
nel lib. 2, c. 9, in questi princìpi i sacerdoti istessi non credevano che in
quest'inferno andasse anima alcuna umana, siccome nemeno in cielo; ma furono i primi
a fantasticare che l'anime fossero immortali, sulla vana e pazza credenza che
passassero da uno in l'altro corpo dopo la morte del primo, aggiungendo altre
pazzie, cioè che dovevano trapassare per tutte tre le sorti corporee,
terrestri, acquatili e volatili; e dopo aver compìto questo giro entravano di
nuovo ne' corpi degl'uomini nuovamente formati, e questa circuizione dicevano
farsi in termine di 3000 anni.
Questa fu la prima e nuova dottrina degl'Egizi intorno
all'immortalità dell'anime umane, la quale, per la natural inclinazione degli
uomini alla novità ed al portentoso, fu da alcuni avidamente abbracciata e
trasportata ad altre più rozze ed incolte nazioni; e si sa che Pitagora questa
dottrina l'avesse appresa dagl'Egizi e trasportata a' Greci siccome scrisse
Diodoro, lib. I, pag. 88: «Et quod Pythagoras . . . animarum in quodvis animal
transmigrationem ab Aegyptiis acceperit». Ed Erodoto, loc. cit., non niega che
alcuni de' Greci l'usurparono come da sé questa invenzione che fu degli Egizi,
i nomi de' quali ei soggiunge non voler palesare; ma ben si comprende che
voglia intendere di Pitagora, celebre non meno sofista tra' filosofi che famoso
impostore. Costui eziandio narrasi che avesse portata questa nuova dottrina ai
Geti, fra tutti i Traciani valentissimi, i quali perciò si stimavano immortali,
perché credevano che le loro anime uscite dai corpi andassero a Salmosin,
ch'era un loro dio, chiamato d'alcuni di loro anche con altro nome di Beleizim,
al quale, siccome rapporta Erodoto, lib. 4, cap. 6, brutalmente sacrificavano
uomini vivi, e lo collocavano sotto terra. Ed Erodoto stesso dice aver egli
inteso da' Greci in Ponto che questo Salmosin fu un vilissimo uomo e
grand'impostore, il quale visse servo di Pitagora nell'isola di Samo, e fatto
poi franco e ad un tratto divenuto ricchissimo, ritornò in Tracia sua patria,
dove tra quelle rozze genti e bestiali prese in breve grandissimo credito, come
colui che lungamente tra' Greci era conversato, e con Pitagora. Questi
imposturava così quella rozza gente, affermando che né esso, né alcuni di loro
ch'erano con lui morirebbero mai, ma che con seco, dopo la presente vita,
goderebbero eterni beni; e facendosi sotterra un'abitazione vi stette tre anni,
credendolo i Traciani morto ed amaramente piangendolo. Al quarto anno ritornò
nel cospetto degl'uomini, e con questo fece credibili quelle cose che detto
avea. Soggiunge Erodoto che sebbene i Greci così dicessero, egli però credea
che molti anni avanti a Pitagora fosse costui ed in tal guisa imposturasse i
Traciani. Che che ne sia, certamente che al mondo non mancarono mai impostori;
e da Pitagora ne uscirono valentissimi, poiché da costoro e dalla di lui falsa
dottrina fu corrotta la pura e semplice credenza di alcune antiche nazioni, e
peggior male nelle seguenti età portarono al mondo i suoi settari pittagorici,
non inferiori a quei che poi si portarono i platonici. Degl'Indi brach[m]ani e
di altri popoli rozzi pur si narra che fossero stati contaminati di questa
fantastica dottrina. Strabone, parlando nel lib. 15 di questi bracamani
filosofi, non poté negare che i medesimi, siccome in molte cose convenivano co'
Greci, così pure essi tessevano delle favole, come Platone, intorno
all'immortalità dell'anima, all'inferno e cose simili, dicendo: «Texere etiam
fabulas quasdam, quemadmodum Plato, de immortalitate animae et de iudiciis quae
apud inferos fiunt, et alia huiusmodi non pauca». E Diodoro ci rende
testimonianza al lib. 5, pag. 306, che insino alcuni popoli della Gallia ne
fossero stati corrotti, dicendo: «Pythagorae enim apud illos opinio invaluit,
quod animae hominum immortales, in aliud ingressae corpus, definito tempore
denuo vitam capessant». E Strabone, lib. 4 Geogr., pur rapporta che
nella Gallia i Druidi pur ebbero tal credenza, dicendo: «Cum hi, tum alii
(intendendo de' bardi e de' vati) animam interitus expertem statuunt et mundum;
tamen aliquando ignem et aquam superatura».
Ma tutte l'altre nazioni più vetuste, nelle quali non
penetrò questa contagione, mantennero l'antica e pura credenza de' loro maggiori,
e quindi in alcune leggiamo essersi introdotto costume di piangere quando
nasceva loro un fanciullo e far festa quando si moriva, riputando la morte per
ultimo porto e placido sonno e quiete, che liberava l'uomo da tutti i mali e
disaventure di questa misera vita. Narra Erodoto, lib. 5, cap. I, che i Trausi,
popoli ancor essi della Traccia, aveano questo costume differente dagli altri
Tracciani, che quando nasceva un fanciullo i parenti standogli attorno lo
piangevano tutti quanti, e lamentandosi raccontavano tutte le miserie che sarà
necessario patire, essendo entrato nella sorte dolente della vita umana. Ma
qualunque di loro moriva, con suoni e canti l'accompagnavano alla sepoltura, e
con gran feste raccontavano di quanti mali e disavventure fosse per la morte
liberato. Quest'istesso costume narra Filostrato, rapportato da Boccarto in Canaam,
lib. I, cap. 34, avere avuto i Gaditani, popoli antichissimi di Spagna, li
quali «festis cantibus (ei dice) hominum mortem celebrant». Ed Eliano, presso
Eustazio, de' medesimi pur disse che riputavano la morte «communis quies et
ultimus portus».
|