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Pietro Giannone
Il Triregno

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  • LIBRO PRIMO DEL REGNO TERRENO
    • PARTE II DELL'ORIGINE DEL MONDO E FORMAZIONE DELL'UOMO: SUA NATURA E FINE, SECONDO IL SENTIMENTO DE' PIÚ GRAVI E SERI FILOSOFI
      • CAP. II In che gl'Egizi, i. Fenici, i Greci ed altri filosofi facessero consiste re la natura dell'uomo, e come fossero di conforme sentimento con Mosè che uno spirito animava l'universa carne sì degl'uomini come degli animali.
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PARTE II
DELL'ORIGINE DEL MONDO E FORMAZIONE DELL'UOMO:
SUA NATURA E FINE, SECONDO IL SENTIMENTO
DE' PIÚ GRAVI E SERI FILOSOFI

CAP. II

In che gl'Egizi, i. Fenici, i Greci ed altri filosofi facessero consiste re la natura dell'uomo, e come fossero di conforme sentimento con Mosè che uno spirito animava l'universa carne sì degl'uomini come degli animali.

 

Diodoro Siciliano, nel primo libro della sua Biblioteca istorica, sebbene, come s'è veduto, in sentenza degl'Egizi e de' Greci istessi, come d'Anassagora e d'Euripide, ci rappresenti una nova dottrina intorno alla formazione del mondo e dell'uomo e dell'origini delle cose diversa da quella che Mosè insegnò ai suoi Ebrei, specialmente in ciò che riguarda il facitore dell'universo; con tutto ciò, per quel che s'appartiene alla natura di questo spirito vivificante, par che que' filosofi fossero stati conformi a' sentimenti di Mosè palesatici nel lib. del Genesi. Mosè fece Iddio creatore del tutto. Gli Egizi davano alla natura l'istesso potere ed efficacia che Mosè attribuisce ad Iddio, facendo Iddio e la natura una cosa stessa, riputandola perciò insieme coll'universo eterna e non creata. Ma rapporta che questi istessi filosofi ammettevano anche essi nell'universo uno spirito vivificante, il quale, secondo la qualità e la disposizione della materia alla quale s'unisce, ha tanta forza e vigore di dargli vita, moto e senso, sicché possa produrre e piante ed animali e uomini istessi: in brieve che l'universa carne possa sorgere «in animam viventem». Disse perciò al cap. 2 del primo libro che gl'Egizi la generazione di tutto ciò che si vede nell'universa natura principalmente l'attribuivano al sole ed alla luna, da' quali sublimissimi corpi, ch'essi aveano per dii, ne derivava tutto ciò ch'essi riputavano essere principalmente necessario alla generazione, siccome all'altre parti onde si compone il mondo, le quali somministravano la materia, l'umido ed il gravoso; onde dai primi ne derivavano questo spirito ch'essi chiamavano Giove ed il fuoco che dissero Vulcano, poiché il caldo molto conferisce alla perfezione della generazione; e dai secondi il secco, intendendo della terra, che, come vaso ove tutto si fa e si riceve, prese il nome di madre, detta ancora la dea Cibelle; l'umido, intendendo dell'acqua, onde l'Oceano lo riputavano anche padre delle cose e perciò anche dio, e l'aria chiamata anche la dea Pallade e figlia di Giove. Chiamavano questo spirito Giove, ch'era Dio maggiore ed il primo fra tutti i dei, poiché questo è il principio e la cagione onde tutte le cose animate ricevono moto, vita e senso: «Sicut spiritus Iuppiter» dice Diodoro «si interpreteris, nominetur; quod vis animalis in viventibus ab eo tanquam auctore proficiscatur; ideoque omnium quasi parens existimetur; clarissimo quoque inter Graecos poetarum suffragante ubi de hoc deo loquitur: Parens hominumque deumque».

Sanconiatone di Berito, di cui fa memoria Filone Biblio allegato da Eusebio, lib. I Praepar. evangel., cap. 10, rapportando la teologia dei Fenici, della quale ne fa maestro ed autore Taauto, che eziandio da alcuni si vuole che fosse lo stesso che Mosè, siccome i Greci lo dicono Mercurio, dice che costui fece pure la medesima ipotesi della formazione del mondo, cioè che nel caos vagava questo spirito che fecondò l'universo: «Principium huius universitatis ponit aërem tenebrosum ac spiritu fetum, seu mavis tenebrosi aëris flatum ac spiritum, caosque turbidum altaque caligine circumfusum etc. Is quidem rerum omnium procreationis principium fuit».

I Fenici non può dubitarsi che portarono ai Greci, non meno che gl'Egizi, le prime nozioni di filosofia e delle lettere; e Boccardo fa vedere che Omero molte cose dai Fenici apprese e trasportò ne' suoi poemi, dai quali VIrgilio fu mosso nell'Eneide di valersi di questa istessa dottrina, e per farla apparire antichissima, qual'era in verità, fa che il padre Anchise l'esponga ad Enea suo figliuolo, dicendogli al lib. 6:

Principio coelum ac terras camposque liquentes

lucentemque globum lunae titaniaque astra

spiritus intus alit, totamque infusa per artus

mens agitat molem et magno se corpore miscet.

Inde hominum pecudumque genus vitaeque volantum

et quae marmoreo fert monstra sub aequore pontus.

I Greci che, come si è detto, dagli Egizi e dai Fenici presero i semi della filosofia, ammisero ancora essi questo spirito per principio, onde tutte le cose animate ricevono senso e vita; ed Anassagora, che sopra Talete, Anassimandro, Anassimene e tutti gli altri suoi predecessori spinse le ricerche e le conoscenze: e Pericle, Archelao ed Euripide suoi discepoli, che empirono la Grecia di filosofi, non ne dubitarono punto.

Eusebio istesso, lib. 10 Praeparat. Evangel., cap. 14, rapportandoci la successione dei filosofi greci, dice che Anassagora, maestro di Euripide, «de principiis distincte primus et enucleate disputavit; neque enim de universi tantum natura uti priores illi (cioè Talete Milesio, il quale «princeps inter Graecos de rebus naturalibus philosophari coepit», Anassimandro suo discepolo, ed Anassimene maestro, ed Anassagora), sed etiam de ipso motus eius auctore philosophatus est. "Cum enim res omnes, inquit, confusae simul permixtaeque ab initio forent, mens penitus eas permeans, ab illa perturbatione in ordinem elegantiamque vindicavit"». E così appunto Giuseppe Ebreo, lib. I, cap. I Antiq. iud., in sentenza di Mosè, aveva pur detto di questo spirito, che la vulgata Scrittura, che «ferebatur super aquas», «spiritu superne permeante». Ma nello spiegare la natura di questo spirito che negli uomini poté produrre tanto discorso ed accorgimento, così i riferiti filosofi come i di loro successori Pitagora, Democrito, Platone, Aristotile, Epicuro e tanti altri, furono fra di loro molto vari e discordi. Né minore fu la discrepanza tra i nostri più moderni filosofi, come vedremo più innanzi, dopo aver riferito le opinioni degli antichi. Aristotile nel lib. 2 De generat. anim., cap. 3, attribuisce a questo spirito diffuso ne' semi di tutte le cose natura celeste, simile alla natura delle stelle. «Inest in semine omnium» ei dice «quod facit ut foecunda sint semina, videlicet quod calor vocatur, idque non ignis, non talis facultas aliqua est, sed spiritus qui in semine spumosoque corpore continetur, et natura (idest anima) quae in eo spiritu est, proportione respondens elemento stellarum». Aristotile adunque non si contenta solo di questo spirito, ma vuole che in esso vi sia qualche altra cosa di più che chiama natura, cioè anima, perché qualunque spirito per se stesso, per proprio vigore ed efficacia, non potrebbe ordinare e disporre le figure, i numeri, il sito, la grandezza e picciolezza e quanto bisogna per fare sorgere un corpo «in animam viventem», se non abbia un altro principio attivo per cui si produchino tutti questi effetti, e che gli somministri tutta questa virtù ed efficacia: quindi egli nell'addotto luogo distingue questo spirito o sia calore del seme dalla natura nella quale dice essere questa virtù architettonica, in guisa che la natura ch'è in questo spirito somministra al medesimo tutta quella virtù ed efficacia, dicendo: «Virtutem architectonicam esse naturam quae in spiritu seminis est».

Ippocrate nel lib. De aliment. riconosce ancora nello spirito del seme questa natura, la quale perciò disse «illam eruditam esse», perché somministra a questa spiritosa parte del seme la virtù ed efficacia di disporre e formare il corpo organico, sicché possa sorgere «in animam viventem»: con tutto ciò Galeno questa virtù o forza architetonica la chiama ora «nativum calorem», ora «insitum temperamentum», sovente «spiritum», che, nel lib. De trem. et rigore, dice essere «substantiam per se et mobilem».

Quindi fu data occasione ai successori filosofi e medici, non altrimenti che fecero i loro maestri, di darci nuove spiegazioni sopra ciò. Le quali finalmente non si riducano che a vane parole e nuovi vocaboli che niente significano, tanto è lontano che spiegano la natura di questo spirito. Deisingio, lib. 2 De gener. foet., definisce questo spirito non essere altro che «substantia quaedam immaterialis e materia emergens de summo Deo, sic ad materiam determinata ut sine ea nec esse, nec subsistere, nec operari queat».

Altri con Avicenna chiamarono la virtù architetonica racchiusa in questo spirito «intelligentiam». Alcuni altri con Averroe e Scoto «vim coelestem» ovvero «divinam virtutem». Giacomo Schegkio, lib. I De plast. sem. fac., mostra di dirci qualche cosa di più, ma in realtà niente c'insegna di nuovo, dicendo che per questo spirito, o forza «plastica», non deve intendersi altro che «formam substantialem, quae nullo sensu, sed dumtaxat mente et ratione percipitur».

Li platonici dissero essere «animam generalem per totum mundum diffusam», la quale, per la diversità delle materie e dei semi, produce diverse generazioni; nulla di meno il gran platonico Plotino, lib. Ennead. 3, questa virtù architettonica la distingue dalla platonica «anima del mondo», siccome il prodotto dal producente, chiamando quella virtù «natura che dall'anima del mondo» deriva ad essere atto essenziale di quella e vita da lei dipendente. Temistio, Com. De anima et 12 metaphisic., dice questa virtù architettonica essere formatrice, essere «animam in semine potentia animato inclusam». E Deusingio, lib. De ortu animae, chiama quella ch'è nel seme «naturam», cioè, com'egli stesso insegna e spiega: «animam potentia in semine subsistentem, ac principium et causam motus per se existentem»; ma nel corpo già formato la chiama «animam actu existentem»: e così senza necessità alcuna una cosa istessa la distingue in due, ponendogli due nomi distinti secondo ch'è o in quiete o in moto, o secondo la diversità del soggetto, o da formarsi ovvero già formato. Quando una sol cosa è che nel seme sin da principio può formare il corpo organico e che in atto lo forma e così da poi continuando rimane forma e vita. Mostra Deusingio aver tirata questa sua sentenza dagli istituti' dei platonici, i quali distinguono tra «animam» ed «esse animam», cioè «inter animae substantiam», la quale sotto il nome di natura è nascosta nel seme, «et animam quae iam actu agit»e che rimane poi ferma dal corpo organico a cui moto, senso e vita. Fernelio, lib. 4 Phisiol., cap. 2, chiama questo «spirito» forza «plastica», non intendendo per ciò di quel commune spirito che i medici fanno sorgere dagl'umori e dalle viscere per la concozione e preparazione, ma d'un altro assai più nobile e di maggior vigore: «Est igitur spiritus corpus» e' dice «aethereum, caloris facultatumque sedes et vinculum primumque obeundae functionis instrumentum»: e nel lib. I De abdit., cap. 10, crede essere una virtù che dal cielo s'influisce, poiché ei dice: «Coelum nullo semine multos profert tum animantes tum stirpes, at semen nihil quidpiam sine coelo generat. Semen gignendi rebus materiam concinne duntaxat et convenienter apparat et instruit. Coelum in apparatam illam speciem summamque perfectionem immittit vitarnque suscitat in omnibus». Soggiungendo poco da poi: «Animantium, stirpium, lapidum et metallorum omnium quaecunque et fuerunt et esse possunt formas, una coeli forma potestate comprehendit, et innumerabilibus illa quasi gravida formis, omnia gignit et fundit ex sese» In brieve tutti concordano ne' semi essere questo spirito in cui è quella efficacia chiamata da alcuni anima, da altri natura e da alcuni intelligenza o virtù divina o celeste o architettonica, ovvero formatrice o plastica; e Virgilio, lib. 6 Eneid. non ne dubitò punto dicendo:

Igneus est ollis vigor et coelestis origo

seminibus ...

Ma non sono concordi in spiegare la natura e l'essenza i più moderni, come Giuseppe Scaligero, Subtil. exercit., cap. 5 usque ad II, Ludovico Mercati, tom.I, lib. I, qu. 9, 8, ed altri tutti difendono acremente ne' semi essere quest'anima, le di loro orme calcando il Gassendo, tom. 2, Phis. Sect. 3, membr. post., lib. 3, cap. 3, e Daniele Sennerto: ebbe costui molta ragione di dire, Instit. med., lib. I, cap. 10, che andavano di gran lunga errati coloro i quali credevano nel seme non essere anima, poiché non si può negare l'anima essere la causa della formazione del feto e della sua vivificazione. «Etenim» e' dice «cum vim formatricem in semine esse ab omnibus concedatur, animam etiam in eo esse concedendum est. Nam cum potentiae non sint separabiles ab anima, cuius sunt potentiae, impossibile est potentiam aliquam alicui propriam esse in subiecto, in quo non est forma a qua fluit potentia. Et cum ex operationibus ad latentis essentiae notitiam perveniamus, quid causae est cur semini animam non tribuamus quae suis in eo operationibus satis se prodit? Sunt autem illae duae: seminis et conceptus vivificatio et partium omnium, quae ad vitae actiones edendas necessariae sunt, efformatio. Quodvis enim semen, ut in plantis manifestum est, vegetante anima conservatur et aliquandiu prolificum permanet, et quandiu integrum et incorruptum est in loco idoneo, et praesente alimento, ut vivens operatur et exercet suas actiones in eam, quae praesto est, materiam, non secus ut ipsum vivens integrum omnibus partibus; quod non solum in animalibus in actione et partium nonnullarum regeneratione, sed praecipue in plantis videre est. Nam eaedem operationes in semine et in planta omnibus numeris integra conspiciuntur: quae propterea idem in utroque principium et movens indicant. Eadem enim est omnino operatio, quum anima in semine latens ex attracta materia corpus plantae fabricat, et cum eadem postea singulis annis amissa folia et flores instaurat, novos surculos, ramos, radices protrudit; et propterea eiusdem omnino facultatis eiusdemque animae indicium est. Neque hoc solum in plantis, sed in animantium perfectorum seminibus idem fieri concedendum est. Nam, si non fit ex sanguine caro, nisi caro ipsa animata sanguinem in carnem mutet, multo minus fiet ex sanguine animal, si semen anima careat». Soggiungendo poco da poi: «Nam animatum corpus cum sit praestantius et perfectius, sequitur non animatum non esse principalem animati corporis causam, sed animatum ab animato, ut principali causa, produci». E non vi è dubbio gli argomenti di Sennerto essere vigorosi e convincenti per prova evidente ne' semi essere questo spirito vivificante, o sia anima.

Siccome bisogna eziandio confessare che i medici più moderni, avendo in questi ultimi tempi ad una soda filosofia accoppiata una esatta notomia, ridotta da essi quasi nell'ultimo punto di perfezione, hanno sopra di ciò non pur stese le investigazioni e le ricerche, ma con buon successo è sovente lor riuscito stendere anche le cognizioni; ed alcuni si sono ingegnati spiegare fino le maniere come dal solo vigore ed efficacia di questo spirito vivificante, unito a' corpi organici, possano sorgere non pur gli animali e le piante, ma gli uomini istessi, senza esserci bisogno di ricorrere ad altre sognate idee di sostanze cogitanti, immateriali ed incorporee, che le riputano non senza ragione vere imposture di infelici ed astratti filosofi. I medici inglesi negli ultimi nostri tempi vi si applicarono con fervore e non senza successo: in fra gli altri Covardo, medico di Londra, fu sì ardito che, nel 1704, essendosi esposto a pubblico cimento sostenne uno essere il principio naturale e fisico nell'uomo che lo fa muovere, vivere, sentire e ragionare, e che fu una solenne impostura filosofica la giunta di una nuova sostanza che ci venga di fuori come raggio di sole, che non può affatto concepirsi; ed oltrecciò, ne diede fuori alle stampe una difesa col titolo Vindicationes rationis et religionis contra imposturas philosophiae. Giovanni Tolando pur lo stesso sostenne nella seconda epistola ad Severum, onde in Inghilterra venne questa materia a disputarsi acremente fra' diversi e contrari partiti. Fu primieramente sopra di ciò combattuto tra Giovanni Lockio e Stillingfleto; indi fu rinovata la disputa da Dodivelo, il quale pure acremente sostenne l'anima negli uomini essere un principio naturale, fisico e corporeo, contro il quale sorsero, impugnandolo, Samuele Clarchio, Tomaso Millio, Giovanni Turpero ed Emondo Chishullo; passarono da poi le dispute da Londra in Amsterdam, dove dallo Hoschio, discepolo di Spinosa, fu difesa la stessa dottrina, la quale negli ultimi tempi passò ne' medici di Germania, per lo più evangelici, fra' quali si distinse Petermano. Gio. Adamo Hoffstettero medico d'Aala, alquanti anni prima insegnò pure il medemo, e lo stesso ultimamente fece Israele Conrado medico gedanense, siccome può vedersi presso Deilingio, part. 2, p. 32-33.

Ma con tutto che le speculazioni di tanti preclari ingegni fossero assai penetranti e sottili in ispiegare la natura ed efficacia di questo spirito, o sia principio delle vite, commune non meno agl'animali che agli uomini; pure, chi attentamente considera i loro argomenti, non può non ricadere nelle medesime difficoltà, anzi, per meglio dire, sempre torniamo nella istessa oscurità: come e da chi questo spirito riceve tanta virtù ed efficacia, sicché possa disporre con tanto magistero ed arte le parti del seme, onde si formi un corpomaravigliosamente organizzato, sicché lo faccia sorgere «in animam viventem», che vuol dire lo faccia capace di senso e d'imaginazione, e negli uomini anche di discorso? Tutti fin qui non ci danno se non che parole ed idee vaghe e confuse, e, come si vedrà più innanzi nel cap. ,Cartesio fu il primo che ce ne additò la più verisimile e probabile maniera.

S. Agostino, ed assai meglio il P. Malebranche, ruppero, non già disciolsero il nodo, dicendo il primo che questo spirito tutta la sua efficacia l'ebbe da Dio, dal giorno che lo creò, e per questa sua infallibile virtù fu chiamato specialmente «spirito di Dio». Così egli lo diffenì nel lib. De Gen. ad lit., cap. 4, essere «vitalem creaturam, qua universus iste visibilis mundus et omnia corporea continentur et moventur; cui Deus omnipotens tribuit vim quandam sibi serviendi ad operandum in iis quae gignuntur».

Il P. Malebranche, nelle Illustrazioni al lib. 6 De inquir. verit., argum. 7, dice di più, che tutta l'efficacia che volgarmente si crede essere nelle cause seconde, debba attribuirsi a Iddio solo che gliela diede nel principio e di continuo gliela e conserva, non essendo per lui altro la conservazione che una perenne e continua creazione. Così quando leggiamo nel Genesi, cap. 1, «Germinet terra herbam virentem; producant aquae reptile animae viventis et volatile; producat terra animam viventem», e quando nel Vangelo di S. Marco Cristo S. N., favellando della semenza che cade in terreno buono, disse: «Et terram ultro producere primo herbam deinde spicam deinde plenum frumentum in spica», non deve sentirsi che per se stessa la terra, l'acqua e la semenza avessero tale virtù ed efficacia, o ch'Iddio l'avesse loro data nel principio, e che per anco in quella ora la suscita, ma che Iddio sempre operando gliela conservi, sicché a lui come sola cagione debbano attribuirsi tutti gli effetti delle cose create; esse non somministrano, siccome non somministrarono, che la sola materia, ma la virtù ed efficacia è tutta di Dio, ci dice. La divina Scrittura istessa, anzi Dio medesimo ci rende testimonianza che egli fa tutto: «Ego sum Dominus» ei dice «faciens omnia, extendens coelos solus, stabiliens terram, et nullus mecum», Isaia, cap. 44, v. 24. Giobbe pur disse, 10, 16: «Manus tuae fecerunt me, et plasmaverunt me totum in circuitu»; e la savia e coraggiosa madre dei Maccabei, ispirata dal Signore, così parlò ai cari suoi figliuoli: «Nescio qualiter in utero meo apparuistis, etc.; singulorum membra non ego ipsa compegi; sed enim mundi creator, qui hominis formavit nativitatem», Macab. 2, cap. 7, v. 22 et 23. E S. Luca, Act. Apost., 17, 28, pur disse: «Cum ipse Deus det omnibus vitam, inspirationem et omnia». Ne' Salmi, 103, 148, pur si legge: «Producens foenum iumentis et herbam servituti hominum»; ed infiniti altri luoghi, non meno del Vecchio che del Nuovo Testamento, convincono l'istesso.

Dalla terra e dall'acqua Iddio formò gli animali e le piante, non perché la terra e l'acque da se stesse potessero generare cosa alcuna, ma perché dalla terra e dall'acqua furono da Dio formati i loro corpi, siccome dal cap. 2 seguente del Genesi è manifesto: «Formatis igitur dominus Deus de humo cunctis animantibus terrae et universis volatilibus coeli». Furono adunque gli animali terrestri, i volatili ed i pesci formati di terra e d'acqua, non già prodotti dalla terra e dall'acqua. E Mosè, narrando come gli animali ed i pesci per commando di Dio fossero prodotti, aggiunge «Deum ipsum illa fecisse», affinché la loro produzione non s'attribuisse unicamente alla terra ed all'acqua. «Creavitque Deus» e' dice «cete grandia et omnem animam viventem atque motabilem, quam produxerant aquae in species suas, et omne volatile secundum genus suum». E più innanzi, doppo aver parlato della formazione degli animali, soggiunge: «Et fecit Deus bestias terrae iuxta species suas et iumenta et omne reptile terrae in genere suo».

Non v'è dubbio alcuno che questa maniera di spiegare l'efficacia e la virtù di questo spirito sia la più facile e spedita, poiché, rifondendosi ogni cosa ad Iddio, si arriva a concepire benissimo la sua efficacia, e che possa essere principio di vita e moto e senso agli animali e di cognizione agli uomini, essendo nelle sue mani riposto di dare quel potere ed efficacia che vuole alle cose da lui create. Ed in ciò non avvertì Malebranche che, riponendosi tutto sopra la virtù ed efficacia ch'Iddio sempre somministra a questo spirito, che necessità v'era dunque d'imaginare nell'uomo un'altra sostanza cogitante e farla venire da fuori ad informar il suo corpo per renderlo discorsivo, quando siccome a quello de' bruti tanta virtù ed efficacia di fargli crescere e sentire, così bastava che nell'uomo si stendesse un poco più questa efficacia per farlo discorsivo, essendo nelle mani di Dio il potere di far ciò che vuole, e rendere le cose, siccome da insensibili farle sensibili, così queste passarle e spingerle a fargli discorsive. Ma questo è l'istesso che sfuggire il travaglio nelle investigazioni delle cose naturali. Né giovano i passi di Mosè di sopra allegati, primieramente perché, secondo l'osservazione de' dotti, è solita frase della Scrittura ed antico costume degl'Ebrei di riferire ogni cosa a Dio, ancorché per vie communi e naturali avvenissero; e per secondo, presso i filosofi gentili e coloro che, non attribuendo a' nostri libri sacri divina autorità, vogliono il tutto sottoporre ad esame ed alla umana ragione e discorso, tutto ciò ad essi non fa forza alcuna, e niente più viene spiegato che quello stesso che i rapportati filosofi dissero: che la natura ch'è in questo spirito al medesimo la virtù ed efficacia di operare. Ciò che Mosè, S. Agostino e Malebranche dicono di Dio, que' dicevano della natura, ché la facevano una stessa cosa con Dio. Così, quando S. Agostino dice che Iddio onnipotente ha data questa forza a questo spirito «ad operandum in iis quae gignuntur», e quando Malebranche, spingendo più innanzi questa dottrina, non si contenta che Iddio avesse data tal forza alle creature, ma che Iddio stesso, sempre in quelle operando, è cagione di tutte le generazioni e degli altri effetti che si veggono nell'universalità della natura, i filosofi gentili all'incontro attribuivano tutto alla natura, che non la distinguevano da Dio, anzi chiamavano questo istesso spirito Dio Giove, siccome era l'opinione degl'antichi Egizi secondo il rapporto di Diodoro Siciliano e degli altri filosofi, siccome si è veduto nel capitolo precedente, onde si conosce che di nulla forza è la soluzione di S. Agostino, e molto meno quella di Malebranche, a riguardo di coloro che non hanno per divini i libri di Mosè, ma gli riputavano, come tutti gli altri, umani e terreni. Bisogna adunque altronde investigarne la cagione ed indagare le forze, e se forse Cartesio si fosse in ciò apposto al vero; ciò che esaminaremo nel cap. seguente.

 




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