Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Pietro Giannone
Il Triregno

IntraText CT - Lettura del testo

  • LIBRO PRIMO DEL REGNO TERRENO
    • PARTE II DELL'ORIGINE DEL MONDO E FORMAZIONE DELL'UOMO: SUA NATURA E FINE, SECONDO IL SENTIMENTO DE' PIÚ GRAVI E SERI FILOSOFI
      • CAP. III Del nuovo sistema di Cartesio intorno alla creazione del mondo, formazione dell'uomo e natura di questo spirito.
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

CAP. III
Del nuovo sistema di Cartesio intorno alla creazione del mondo, formazione dell'uomo e natura di questo spirito.

 

Forse all'uman genere sarebbe stato più utile e profittevole, se, siccome questo insigne ed incomparabile filosofo venne a noi così tardi, fosse sorto ne' secoli a noi più rimoti, quando ai filosofi era data licenza di liberamente dire ciò che sentivano intorno alle cose naturali e di esporre in liberi sensi le verità che dopo lunghe e travagliose ricerche avevano rintracciate. Venne a noi Cartesio quando il mondo cristiano era tutto persuaso che i nostri sacri libri doveano essere a noi di norma e di scorta non pure nelle cose di religione, ma anche nelle fisiche e naturali, e quando si credeva per costante che que' libri c'insegnassero che fosse un punto di religione già stabilito che le nostre anime fossero immortali ed affatto indipendenti da' nostri corpi e di sostanza diversa, sicché fuori del corpo avessero proprio stato e propria sussistenza. E con tutto che questo gran filosofo fosse tutto inteso a togliere dalle menti umane i molti pregiudizi onde s'erano somministrati i tanti ostacoli per la ricerca della verità, nientedimeno non poté non soccombere, né resistere al impetuoso fiume onde tutto il mondo era assorto, e che assordava tutti co' suoi alti e strepitosi romori, per divina rivelazione essere certo l'anime umane esser immortali ed avere propria sussistenza indipendente affatto dal corpo e per conseguenza proprio stato, ancorché da quello fossero separate. E certamente che la buona filosofia istessa insegnava che alle divine rivelazioni dovea cedere ogni umano discorso, poiché, non essendo stato l'uomo formato per dovere sapere e comprendere tutto l'ampio universo e le vie tutte per le quali opera la natura, né essere fatto per avere ed intendere tutte le idee delle cose che nell'universo sono, non essendo egli per altro che una picciolissima e minuta parte onde tutto l'universo si compone, a ragione, se mai l'uomo avesse avuta questa grazia, ch'Iddio, autore e fabro della natura, avesseli rivelati gli arcani di quella, ancorché dal corto suo intendere impercettibile, dovea, per l'autorità di chi gliela insegnava, come onnipotente, sapiente, infinitamente buono e giusto, e dal quale dovea esser lontano ogni inganno e bugia, prestargli intera fede e credenza e render servo il suo ingegno ed esser lontano dalle ricerche del come. Se a me fosse certo che quel che scrive S. Paolo nelle sue epistole di corpo spiritale fosse stato da Dio rivelato nettamente e non per mistero, certamente ch'io dovrei tener per indubbitato che si dasse un corpo spirituale del quale io non posso in fisica aver idea alcuna. Se io son certo che G. Cristo non pur fosse stato un profeta mandato da Dio, ma Dio stesso, non ho più da dubitare ch'egli avesse potuto risorgere, penetrar i corpi solidi ed entrar nel cenacolo ancorché le porte fossero chiuse, darci a mangiare della sua carne e bere del suo sangue, e moltiplicarsi in tanti luoghi non in apparenza ma in realtà, risuscitare morti e fare tutte opere prodigiose quante i vangelisti ne raccontano. Sarebbe stato ben in sua mano mutare ed in altra guisa disporre l'ordine della natura; né io fui fatto per sapere ed intendere tutte l'opere della sua infinita onnipotenza.

I

Ora l'incomparabile Cartesio, perché le sue ricerche non sembrassero contrarie alle credute divine rivelazioni intorno a ciò che riguarda la fabrica di questo mondo aspettabile, alla maniera ed ai princìpi onde formossi, affin di non offendere il commune concetto degli uomini, si pose con molti pretesti e con gran cautela a filosofarne. Per non urtare ne' libri di Mosè, egli dichiarossi che, credendo l'universo essere stato creato da un Dio onnipotente, sapiente e buono, era certo che dal principio fosse stato creato con tutta la sua perfezione, in guisa che fossero in lui e sole e stelle, cielo, terra, luna e tutti gli altri pianeti: che nella terra non solamente fossero i semi delle piante, anzi le piante istesse: non pur i semi degl'animali, ma gli animali stessi: né che Adamo ed Eva fossero stati fatti dalla terra infanti, ma formati uomini grandi ed adulti. Nulladimeno, siccome per bene intendere la natura delle piante, degli animali e degli uomini è riputata più esatta e sicura via d'esaminar la maniera come dai semi a poco a poco sorgono, che considerarli come da Dio nell'origine del mondo fossero stati creati, sei mai si potessero trovare princìpi non meno facili e semplici che fecondi da' quali, come semi, avessero potuto prodursi e sole e stelle e terra e luna e mare e tutto ciò che s'ammira in questo ampio mondo aspettabile, ancorché forse non fossero stati i medesimi e così disposti; gioverà però mostrandoci sufficienti a spiegare quanto si fa nell'universo e meglio conoscere la loro natura, ed a poter bene intendere e adattare gli effetti alle loro cagioni. Ecco come saviamente ne discorre questo insigne filosofo nella 3a parte dei suoi Princìpi: «Non enim dubium est quin mundus ab initio fuerit creatus cum omni sua perfectione ita ut in eo et sol et terra et luna et stellae extiterint; ac etiam in terra non tantum fuerint semina plantarum, sed ipsae plantae; nec Adam et Eva nati sint infantes, sed facti sint homines adulti. Hoc fides christiana nos docet, hocque etiam ratio naturalis plane persuadet. Attendendo enim ad immensam Dei potentiam, non possumus existimare illum unquam quidquam fecisse, quod non omnibus suis numeris fuerit absolutum. Sed nihilominus, ut ad plantarum vel hominum naturas intelligendas, longe melius est considerare quo pacto paulatim ex seminibus nasci possint, quam quo pacto a Deo in prima mundi origine creati sint; ita, si quae principia possimus excogitare, valde simplicia et cognitu facilia, ex quibus tanquam ex seminibus quibusdam et sidera et terram et denique omnia quae in hoc mundo adspectabili deprehendimus oriri potuisse demonstremus, quamvis ipsa nunquam sic orta esse probe sciamus; hoc patto tamen eorum naturam longe melius exponemus, quam si tantum qualia iam sint describeremus».

Credette questo filosofo aver trovati princìpi non pur fecondi, ma anche facili e semplici; ed il caos, che gli altri filosofi lo descrissero tutto confuso e torbido, dal quale secondo le leggi della natura fecero nascere e sole e luna e terra e quanto venne poi disposto ed ordinato nel mondo, egli ce lo rappressenta niente confuso, ma tutto uguale, schietto e semplice, dicendo che la confusione non può convenire colla somma perfezione di Dio creator dell'universo. Oltra di che con maggior facilità possono da noi comprendersi le cose ordinate e semplici, che le ineguali e confuse. «Etsi enim» e' dice «forte etiam ex chao per leges naturae idem ille ordo qui iam est in rebus deduci posset, idque olim susceperim explicandum; quia tamen confusio minus videtur convenire cum summa Dei rerum creatoris perfectione, quam proportio vel ordo, et minus distincte etiam a nobis percipi potest; nullaque proportio, nullusve ordo simplicior est et cognitu facilior, quam ille qui constat omnimoda aequalitate: idcirco hic suppono omnes materiae particulas initio fuisse tam in magnitudine quam in motu inter se aequales». Egli adunque dalla materia, che è una e la stessa in tutti i corpi, divisibile in qualsivoglia parte e già per se stessa in molte divisa, la quale diversamente si muove e che conserva nell'universo la stessa quantità del moto che sino dal principio della sua creazione gli fu impresso, fa nascere tutto ciò che si ammira in questo mondo aspettabile. Suppone tutte le parti e particelle della materia sin dal principio, così nella grandezza come nel moto, essere state fra di loro eguali. Considera non aver potuto essere in questo principio di figure sferiche, poiché più globi insieme giunti non riempiano come spazio continuo; ma che, di qualunque figura si fossero allora quelle, non poterono poi in progresso di tempo non farsi se non rotonde, per i vari moti circolari ch'ebbero. Da questo muoversi, urtarsi e raggirarsi insieme la materia degl'angoli percossi e striturati, venne ad occupare que' minuti intervalli che fra le parti rotonde rimasero; sicché formaronsi due generi di materia per figura molto diversi: quelle parti più minute e più agili e preste, e che scorrendo impetuosamente aggitate per tutti quei angustissimi intervalli, ed adattandosi le lor figure ad empire tutti quei stretti spazi che sono fra le parti rotonde, egli chiamò «primo elemento». L'altre divise in particelle sferiche di certa e determinata quantità, e divisibili in altre particelle molto minori, le disse «secondo elemento»; a' quali due elementi successe il terzo elemento di parti più grossolane e ramose, aventi figure meno atte al moto. Questi egli chiama «elementi» di questo mondo aspettabile. E secondo le leggi che del moto prescrisse con tanta accuratezza nella seconda parte dei suoi Princìpi, con minuta ed esatta operazione meccanicamente da' tre princìpi suddetti fa sorgere tutto ciò che s'osserva in questo mondo aspettabile. «Ex his tribus» ei dice «omnia huius mundi adspectabilis corpora componi ostendemus: nempe solem et stellas fixas ex primo, coelos ex secundo et terram cum planetis et cometis ex tertio. Cum enim sol et fixae lumen ex se emittant: coeli illud transmittant; terra, planetae ac cometae remittant: triplicem hanc differentiam in adspectum incurrentem, non male ad tria elementa referemus».

Sarebbe dilungarsi troppo dal nostro istituto e divertire soverchio l'altrui applicazione in cose cotanto minute e sottili e che richiedono tutta la penetrazione del nostro spirito, se volessi rapportare qui la maniera colla quale questo miracoloso ingegno va secondo le leggi del moto, per vie cotanto piane e semplici, tirando innanzi il suo assunto. Ciascuno o il sa o potrà attentamente osservarlo ne' suoi Princìpi, sopra i quali tanto si è dibattuto e scritto. Certamente che l'ipotesi è così bella ed ingegnosa che si adattano molto a proposito quei versi del nostro Torquato Tasso:

Magnanima menzogna, or quando è il vero

bello che si possa a te preporre?

Or, quantunque questo gran filosofo, volendo fra i cristiani insegnare una nuova filosofia, come la quale, fra quante al mondo ne furono e fiorirono, niuna è sì acconcia a spiegare i fenomeni della natura, avesse usate tante riserve e protesti, non poté sfuggire però l'abbuso d'alcuni che vollero tirarla dove meno si dovea. Da questa ipotesi certamente niente potea dedursi che si opponesse ai libri di Mosè, anzi, supponendosi la materia creata e che, secondo le leggi del moto che Iddio gli diede a misura e proporzione della materia creata, conservi sempre nel mondo quella istessa quantità del moto dal quale e dalla materia suddetta, anche divisibile in mille e mille parti, tutta si possa produrre, maggiormente s'ammira che la divina onnipotenza e sapienza, che per vie così piane e semplici ordinò e dispose l'universo, dasse princìpifecondi, onde quanto in quello s'ammira, si produca.

Quello però che nella 2d.a parte dei suoi Princìpi credette intorno alla natura ed essenza di questa materia corporea ed estensa onde il tutto si compone, non fu ben ricevuto da' più savi, per le conseguenze pur troppo perniciose che ne potrebbero derivare; poiché, credendo che non consistesse in altro l'essenza del corpo che nell'essere estenso in lungo, lato e profondo, poiché tutte le altre modificazioni che può ricevere il corpo, o sia di gravità, o di leggierezza, o fluidità, ovvero durezza, o di rotondità, o di altre qualsivogliono figure, possono cancellarsi o variarsi, ma non giammai potrà perdere l'estensione in lungo, lato e profondo, ne venne in conseguenza che dovesse ammettere per corpo anche lo spazio, che pure ritiene le proprietà istesse; e così non meno il luogo, ovvero spazio interno sarà corpo, che lo spazio esterno: quindi era duopo dire che non si dasse in natura vacuo alcuno, ma che tutto fosse pieno, e per conseguenza la materia non essere altro che uno spazio continuato, non potendosi concepire spazio senza che nell'istesso tempo non concepiamo estensione, cioè corpo. Ecco come questo filosofo ne ragiona nella 2d.a parte de' suoi Princìpi: «Vacuum autem, philosophico more sumptum, hoc est in quo nulla plane sit substantia, dari non posse manifestum est, ex eo quod extensio spati, vel loci interni, non differat ab extensione corporis. Nam cum ex hoc solo, quod corpus sit extensum in longum, latum et profundum, recte concludamus illud esse substantiam: quia omnino repugnat ut nihili sit aliqua extensio, idem etiam de spatio quod vacuum supponitur est concludendum: quod nempe cum in eo sit extensio, necessario etiam in ipso sit substantia». Così, facendo egli consistere la natura della sostanza corporea nella sola estensione, e non distinguendola dall'estensione che si attribuisce a qualunque spazio esterno, inane o imaginario che fosse ripetendo poco da poi: «Postquam sic advertimus substantiae corporeae naturam in eo tantum consistere, quod sit res extensa; eiusque extensionem non esse diversam ab ea quae spatio quantumvis inani tribui solet» etc., quindi alcuni hanno ragionevolmente presa occassione di dire che in sostanza, di sentenza di Cartesio, l'ampio universo sia infinito, poiché qualunque spazio noi possiamo immaginarsi più in oltre i suoi confini, sempre trovaremo estensione, che per lui sarà lo stesso che sostanza corporea, e si caderà nella sentenza di Lucrezio, lib. I, che vuole la materia infinita. Né si appagarono dell'equivocazione dell'indefinito, quasi che l'universo non già fosse infinito ma indefinito, non potendoli noi assegnare fine alcuno, poiché questo non è che un gioco di parole; anzi perché noi non possiamo al mondo assegnare fine, non potendo concepire più in spazio senza estensione, senza corpo, questo istesso sarà farlo infinito, siccome apertamente di ciò vien convinto Cartesio nell'istesso luogo dicendo: «Cognoscimus praeterea hunc mundum, sive substantiae corporeae universitatem, nullos extensionis suae fines habere. Ubicumque enim fines illos esse fingamus, semper ultra ipsos aliqua spatia indefinite extensa non modo imaginamur, sed etiam vere imaginabilia, hoc est realia esse percipimus; ac proinde etiam substantiam corpoream indefinite extensam in iis contineri: quia, ut iam fuse ostensum est, idea eius extensionis quam in spatio qualicumque concipimus, eadem plane est cum idea substantiae corporeae». Quest'istesso adunque sarà riputar la materia infinita, giacché non possiamo prefiggerli fine alcuno, poiché nell'istesso tempo che ci forzaremo imaginarselo, subito occorre che più in vi sia molto spazio, e questo sarà pure materia, e per conseguenza anderemo nell'infinito. Questo fece che non tutti rimasero persuasi della sua sentenza, non già che quella si opponesse ad Esaia nel cap. 40, v 18, dove dice Iddio aver posti i termini alla terra: «Deus sempiternus Dominus, qui creavit terminos terrae», poiché è chiaro che qui il profeta parla de' termini della terra, non già di tutto l'ampio universo. Oltre che s'è abbastanza da' più savi dimostrato che il favellar della Scrittura di queste cose fisiche e naturali dovea essere quello che si adatta al commune uso degli uomini; e non fu che popolare, non filosofico, poiché altrimenti Giosuè sarebbe stato riputato pazzo dall'esercito ebreo, se, invece di commandare al sole che si restasse, avesse detto alla terra che non si movesse. Parimenti Elieu Buzite, amico di Giob, parlò secondo la sua e la volgare credenza quando disse, cap. 37,v. 18: «Tu forsan cum eo fabricatus es coelos, qui solidissimi quasi aere fusi sunt?»: sarebbe ora certamente beffato e deriso chi, parlando filosoficamente, dicesse i cieli essere solidissimi e come rame o bronzo fusi.

Inoltre Cartesio tirò più innanzi questa sua dottrina, dicendo che noi possiamo più facilmente avere idea dell'infinito che del finito, poiché in natura non possiam considerare termine tale, che oltre di quello non concepiamo altri spazi, almeno immaginari; se questi certamente hanno l'istessa proprietà di largo, lato e profondo, non possiamo non concepirli che estensi e per conseguenza per corpi infiniti, perché non possono avere mai fine.

A tutto ciò s'aggiunga che, secondo questa ipotesi, Iddio prima della creazione dell'universo non avrebbe potuto creare due soli corpi sferici, poiché questi due corpi per essere sferici non s'avrebbero potuto toccare insieme secondo tutti i lati, ma solamente in un punto; dunque fra le altre parti della loro circonferenza avrebbe dovuto frapporsi qualche spazio perché non si toccassero: se questo spazio mi si dirà anche corpo, perché sarà sibbene estenso siccome i due corpi sferici creati, non avrà più creato Iddio due corpi sferici, ma un sol corpo uguale, indivisibile ed infinitamente estenso.

Dacciò ancora ne deriva che, non facendosi consistere in altro la materia che nello spazio ch'è sempre stato e sarà sempre, per conseguenza si cade nell'opinione de' Caldei, i quali, secondo che scrive Diodoro, lib. 2, cap. 8: «Mundum sempiternum esse aiunt, neque principium habuisse, neque sortiturum esse finem». Certamente che, siccome dal niente lo creò, puol Iddio a niente ridurre tutto l'universo, e non possiamo questo niente non imaginarselo che un ampio ed immenso vuoto, dove niuna sostanza sia, ma non cessaremo d'immaginarselo infinitamente lungo, lato e profondo, ché, in sentenza di Cartesio, questo sarebbe farlo reale, poiché ei dice: «Ac proinde etiam substantiam corpoream indefinite extensam in iis contineri». Se dunque dell'universo, così imaginando, non possiamo concepir fine, per la ragione istessa non potremo assignarli principio alcuno, poiché questo spazio siccome sarà sempre, così bisogna dire che sempre sia stato. Quindi con molta ragione questa dottrina dello spazio di Cartesio alcuni non ebbero ritegno di riputarla un delirio, siccome la riputò M.r Nicole, il quale, tom. 2, epist. 83 in fine ci rende ancor testimonianza che M.r Pascale fu del medesimo sentimento. Ma non perché in ciò avesse preso abbaglio quest'incomparabile filosofo, dovrà dirsi che per questo rovinerà o sarà gittato a terra quell'ammirando ed ingegnoso suo sistema. Sussiste ben egli, né puole da questo urto ricevere nel rimanente crollo alcuno: siccome non si rovinò il sistema di lui formato intorno alla fabrica dell'uomo e sue operazioni ed effetti, perché dapoi da' più periti ed esperti notomici fu osservato che la glandola pineale, per essere sovente ricettacolo di mucchi ed impurità, non poteva essere adattata ed acconcia ad essere stabilita centro ove derivassero ed andassero a terminare tutti i nervi e filamenti ond'è sparso il nostro corpo, sicché avesse ivi potuto collocarsi la principale sede della nostra anima, per ivi dare e ricevere insieme le impressioni dei corpi che ci circondano, poiché basterà che nel nostro cerebro, o nelle sue cavità o membrane, si trovi questo punto ove vadino a terminare tutte le linee della circonferenza del nostro microcosmo, poco importando che si stabilisca questo luogo o in quella glandola o in altra più intima e riposta parte: non si rovinerà perciò la sua ingegnosa ipotesi dell'uomo: così non si rovescierà il sistema concepito intorno alla fabrica del mondo, se a questa estensione si darà un soggetto per sé essistente, sicché l'essere lato, lungo e profondo sia sua modificazione e proprietà intrinseca che lo faccia distinguere dalle altre cose che Iddio ha potuto creare nell'universalità della natura, che non siano estense, delle quali noi, come si dirà più innanzi, infinora non abbiamo idea alcuna, perché l'uomo non è stato formato per aver idea di tutte le cose che possono essere nell'universo e che l'onnipotenza divina ha potuto creare.

Questo soggetto sarà la sostanza, cioè cosa che per sé esista, nel che possono convenire tutte le altre cose che Iddio ha creato o può creare, e che per sé sussistono. La sostanza è un genere nel quale tutte le cose convengono al moto esterno, inane ed imaginario che niente ha di reale, e per conseguenza in cotal guisa potremo trovare e concepire i confini dell'universo, e non farlo esterno ed infinito; e l'istesso Cartesio nella sostanza fa convenire Iddio stesso colle sue creature.

Ma v'intende una grandissima differenza tra l'un essere e l'altro. Iddio è per se stesso, e le sue creature sono per lui; onde Mosè bene ne concepì l'idea quando scrisse Iddio avergli rivelato il suo proprio nome essere il Dio «sono», ovvero «quel che fu, e quel che sempre sarà», dagli Ebrei perciò chiamato Iaheuh, ovvero il Iao, come anche legge Boccardo, oltre Diodoro Siciliano. È nota l'istoria che pascendo Mosè (ne' sacri libri) la greggia nell'Arabia sull'Oreb, Dio gli commandò che, calato in Egitto, dicesse al popolo d'Israele che il Dio de' loro padri lo inviava ad essi: Esod., 3, v. 10. Dubitò tantosto Mosè che questo popolo rozzo, come uso a sentirsi continuo risuonar nell'orecchio dio Chamo, dio Giano, dio Diri, e sifatti nomi di deità, ove la prima voce è il nome appellativo e la 2a è il proprio, gl'avrebbe chiesto qual era il nome proprio di questo Dio de' padri loro. Pertanto interrogò a Dio, se veniale fatta tale richiesta, che dovea rispondere? Allora Dio per rendergli noto che gl'altri erano dei vani e di sol titolo, ed esso solo il vero, si pose due nomi propri, un «sarò», l'altro «fu», che la vulgata versione legge così, Esod., 3, v. 1,: «Dixit Deus ad Mosen: "Ego sum qui sum: sic dices filiis Israel: Qui est misit me ad vos"», poiché quel che sempre fu e sarà, sempre è. Ma questo ultimo nome di «fu» ormai più gli piacque e il si ritenne. Simile istoria venne da Dio stesso spiegata allor che altra volta in Egitto disse a Mosè: «Io sono Iaheuch, ovvero Iao (Esod., 6, v. 2-3), e comparvi ad Abramo, ad Isaacco ed a Giacobbe, come Dio Saddai, cioè onnipotente, e nel nome mio Iaheuch (Iao) non fui conosciuto da essi loro».

Ed in vero di Dio solo può dirsi che sia, e questo nome spiega acconciamente la sua divina essenza, poiché tutte le altre cose che nascono e muoiono non posson propriamente dirsi che siano. Verità conosciuta eziandio dagli antichi filosofi, e sopra ogni altro da Platone in Timeo, il quale perciò i nostri teologi, seguendo il lor costume, voglion che tal dottrina l'avesse appresa dai libri di Mosè. Platone, di questo essere parlando, disse:«Quid illud est quod semper est, nec tamen ortum ullum habet; quid illud contra, quod semper nascitur et nunquam est? Prius illud quidem, quod semper atque eodem modo est, ab sola intelligentia cum ratione percipitur. Alterum hoc, quod oritur simul et occidit, neque unquam vere est, in ea dumtaxat, quam sensus ab omni ratione vacuus efficit, opinione versatur». Ciocché Numenio Pitagorico spiegò assai dottamente dicendo al lib. de bono: «"Quod enim est, id sempiternum est, atque eodem sese modo constanter habet etc. Maneat igitur et tanquam verum sumatur incorporeum esse, id quod est. Quaerit Plato, quid illud sit, quod est; id sine dubio carere ortu statuens; mutaretur enim alioqui: si autem mutaretur, sempiternum id non esset". Inde aliquantum progressus haec addit: "Si quod est, id omnino sempiternum et immutabile est, nec ab sese ulla unquam varietate discedit, sed in una semper eademque ratione permanet, illud unum profecto sit oportet, quod intelligentia cum ratione capiatur"». Leggasi quel savissimo discorso di Plutarco nel lib. De syllaba εΐ (es) delphico tempio inscripta, dove fra le altre cose dice: «Nos enim nullo modo sumus, sed omnis omnino natura mortalis, in quodam interitus ortusque medio constituta, umbram sui dumtaxat aliquam exilemque, ac lubricam opinionem ostendit». E poco dapoi: «Ecquid igitur illud est quod vere est? Id unum utique quod sempiternum est, quod ortu simul interituque caret, cui nullum tempus mutationem affert». Leggasi ancora quanto Eusebio, lib. II Praeparat. evang., cap. II, da cui fu questo luogo trascritto. Prenderò ancora su i riferiti passi di Platone e di Numenio nel lib. II Praeparat. evangelica, cap. 9 e 10. Dee recar maraviglia come non sia caduto in mente a' nostri scrittori, sentendo Omero mettere per proprio aggiunto degli dii essere «sempre esistenti», non abbiano detto che lo prese da Mosè.

Ma non si sono accorti i nostri semplici ed innocenti teologi che di questo modo di parlare i filosofi gentili se ne valevano per ispiegare la differenza che intercede tra le cose composte ed i loro primi princìpi semplicissimi ed incorruttibili. Questi l'avean per eterni, ed a' quali attribuivano un vero essere; a tutte le altre di natura mortale, che, scomponendosi, passano ora in una forma ora in altra, che ora nascono ora muoiono e spariscono, non gli davan per questa loro volubilità e spesso cangiamento quel essere che sempre fu e sarà sempre eterno ed immutabile. A' primi semi delle cose attribuisce quest'essere Lucrezio in tutti i suoi libri della Natura delle cose, che perciò gli fa eterni ed immutabili. Altri filosofi a tutta la natura, che perciò la fanno eterna ed infinita. E poiché questi non ebbero idea di creature e creatore, supponendo che dal niente non si possa crear altro che un nulla, ma che da cosa si faccia cosa, quindi male vengono adattate queste loro frasi alla dottrina che Mosè ci lasciò nei suoi libri intorno al vero essere, da lui non attribuito che al solo Iddio d'Abramo.

Quando concepiamo un Dio creatore, certamente che a questo Dio conviene più che alle sue creature il nome di Essere, poiché l'essere da lui ricevono, e perciò quelle impropriamente si dicono sustanze. E perciò Cartesio disse che Iddio e le creature convengono nell'esser sostanze, ma non già univoce, come si parla nelle scuole. Ma non potrebbero dirsi sue creature se non fossero state dal niente ridotte in qualche essere, ancor che flussile, variabile e sempre mobile ed inconstante, le quali a riguardo del primo essere possono ben dirsi che non siano, ma non perciò saranno uno spazio vano; sono cose, ma che tutto il loro essere lo derivono da Dio che gli puol fare meritare il nome di sostanza, alla quale aggiunto l'attributo di longo, lato e profondo, fassi che possa denominarsi sustanza estensa, che la distingue dalla sustanza divina, ch'è incorporea ed infinita, e della quale per la sola nostra cogitazione, non già per li sensi e per l'imaginazione, possiamo averne idea. Così non errerà chi dice che l'estensione sia una modificazione della sostanza, e per conseguenza lo spazio inane ed immaginario non sarà corpo, né sostanza estensa, né creatura, ma un puro niente. Eglvero che alcuni questa sostanza che riconoscono nelle creature non han potuto separarla dalla sustanza divina, e che Iddio stesso fosse la sustanza, la natura e l'essere di tutte le cose; nel che, oltre Benedetto Spinosa, ch'ha questa dottrina per fondamento del suo sistema, par che inclini eziandio Malebranche, poiché a Dio tutto rifonde. Ed in vero, siccome si è veduto nella prima parte, così interpretavano il Dio di Mosè i gentili, che fosse nel tutto, e che ogni cosa in lui fosse: sicché quest'Essere che alle cose si non lo credevano dipendere da Dio, come egli dal niente l'avesse create, non potendo ciò capire, sul pregiudizio che da niente si fa niente, ma che fosse Iddio stesso; e Malebranche dice di più, che tutte le operazioni che s'attribuiscono alle cause 2e devono attribuirsi ad Iddio e non alla virtù ed efficacia forse dateli nel principio della creazione, dicendo che Dio tutto fa, perché egli è il tutto. Fozio nella sua Biblioteca, cod. 244, pag. 1151, ci conservò, come si è detto, quel lungo passo tratto dal quarantesimo libro di Diodoro Siciliano, ora perduto. Dove questo insigne storico, rapportando la religione e le savie leggi stabilite da Mosè al popolo ebreo, narra che degnamente costui concepì l'idea di Dio, facendolo non di forma umana o di animale, come l'altre nazioni se '1 finsero, ma ch'egli solo contenesse in sé e cielo e terra e mare e tutto: «Imagines deorum» e' dice «omnino non sculpsit, quod putavit humana Deum non videri forma, sed coelum terram ambiens esse Deum, et omnia suo imperio gubernare».` Erodoto questa istessa opinione, come pure fu avvertito nella parte prima, rapporta de' Persiani. Gli stoici confusero eziandio le creature col creatore, e Seneca, lib. 6 De beneficiis, cap. 7, scrisse pure: «Deum non esse sine natura». Cicerone ci ha conservato pure un frammento di Pacuvio poeta, il quale di Dio pur tenne lo stesso concetto, dicendo: «Quidquid est hoc, omnia animat, format, alit, auget, creat, / sepelit, recipitque in sese omnia omniumque idem est pater, / indidemque eademque oriuntur de integro atque eodem occidunt».

Quindi Manilio, in quel suo elegantissimo carme consegrato ad Augusto, cantò pure:

Omnia mortali mutantur lege creata,

nec se cognoscunt terrae vertentibus annis.

Exutae variant faciem per saecula gentes,

at manet incolumis mundus, suaque omnia servat;

quae nec longa dies auget minuitque senectus;

nec motus puncto currit cursusque fatigat.

Idem semper erit, quoniam semper fuit idem.

Non alium videre patres, aliumve nepotes

adspicient: Deus est qui non mutatur in aevo.

Strabone, reputando che Mosè fosse di quest'istessa credenza, parlando di lui nel lib. 16 disse: «Affirmabat enim docebatque Aegyptios non recte sentire, qui bestiarum ac pecorum imagines Deo tribuerent; itemque Afros et Graecos, qui diis hominum figuram effingerent. Id vero solum esse Deum quod nos et terram ac mare continet, quod coelum et mundum et rerum omnium naturam appellamus, cuius profecto imaginem nemo sanae mentis alicuius earum rerum quae penes nos sunt similem audeat effingere. Proinde omni simulacrorum effictione repudiata, dignum ei templum ac delubrum constituendum ac sine aliqua figura colendum».

Donde avvenne che alcuni, per rendere il contro cambio ai nostri teologi, han detto che Mosè fosse panteista, ovvero spinosista; che con Dio confondesse pure tutte le cose e credesse ch'Iddio fosse lo stesso che la natura e tutto l'ampio universo.

Ma, in verità, la dottrina di questi gentili filosofi non è in tutto conforme ai sentimenti di Mosè, che ci espresse ne' suoi libri, come è per se stesso manifesto a chi attentamente ne' medesimi riguarderà la destinzione che fa tra creatore e creatura; o almeno de che in quelli al uomo s'attribuisce propria e natural malizia, e che sia una creatura di sua natura inclinata al male, cosa dall'idea di Dio, secondo Mosè istesso, affatto lontana ed impropria; seppure non voglia dirsi che la bontà e la malizia siano modificazioni ed attributi della sostanza, la quale per la stessa considerata, trascende da ogni vizio o virtù; ed Iddio, secondo la sustanza, è tutto l'universo, non già a riguardo delle modificazioni, che nulla sono né hanno proprio e vero essere. Meglio questa dottrina si adatta all'opinione di quei filosofi (alla quale finalmente, tolta ogni equivocazione, par che si riduchi il sistema di Spinosa), li quali, siccome s'è detto, confusero Iddio colla natura, e ciò che Mosè disse di Dio attribuiscono alla natura, includendo nella medesima tutto l'ampio universo, che perciò lo finsero eterno, infinito e che non ebbe principio alcuno siccome non avrà mai fine, siccome Lucrezio ci descrisse i primi semi e princìpi delle cose, e che sono, furono e saranno in eterno.

II

Siccome non possiam sostenere l'ipotesi di Cartesio, se alla estensione non sia dato per appoggio cosa creata che per sé sussista, così a torto fugli imputato che, secondo il suo sistema, l'universo senz'architetto fosse surto, e che, secondo le leggi del moto, il tutto meccanicamente siasi fatto, poiché egli non men quelle leggi l'ha come da Dio dettate, ma il moto istesso lo fa prodotto, non eterno ed increato, dicendo che Iddio non men creò nel principio la materia che il moto istesso, ed egli prescrisse quelle leggi che ne' corpi che si movano osserviamo. Nell'idea che abbiamo del corpo, e' dice, non c'includiamo certamente moto alcuno, e molto meno quiete. Sicché l'estensione non ha niente di commune col moto e colla quiete, o che fossero sue apparenze. Iddio nella creazione della materia lo diede e communicò a' corpi, ed Iddio ce lo conserva nella quantità istessa che sin dal principio gli diede con quelle leggi. Né perché da poi in seguela dalle medesime, serbando un tenor costante, ne sia surto meccanicamente tutto ciò che s'ammira in questo mondo aspettabile, possiamo dire che sia prodotto senza architetto. Anzi ammiriamo piuttosto la sapienza ed onnipotenza del fabro, che per vie così semplici e piane, secondo quelle schiette e facili leggi di moto impresso alla materia, ne abbia potuto fare sorgere una macchinavaria ed ammirabile, e sì portentosa e stupenda. Ma è altresì vero che si attendano le acute riflessioni di Newtone e di . . ., i quali han dimostrato che l'ipotesi di Cartesio e la sua meccanica non basta a far che i corpi celesti abbiano quel moto circolare e periodico e che dovrebbero, assai confuso e disordinato, non così metodico come l'osserviamo. Certamente che a Dio che lo regola, a libro, dovrem ricorrere. Secondo questo filosofo adunque, questa gran macchina del mondo surse da quegl'elementi e secondo le leggi del moto che Iddio impresse alla materia; tutto fu prodotto e s'ebbe quel ordine che nell'universo si vede, poiché, poste tali leggi, questa disposizione e non altra doveane seguire, e tutto quello che in natura accade secondo queste immutabili leggi, spontaneamente non meno che di necessità succede. Egli ancora, secondo questi suoi princìpi, spiega tutti i fenomeni che osserviamo in natura: quanto nel cielo, nel sole, nelle stelle e nelle comete si vede; quanto nella terra e negli altri pianeti. Ciò che nel mare e suo flusso e riflusso, e quante meteore nell'aria si formino; ciò che nella terra si produce, nelle mine de' metalli e dentro le sue viscere de' tremuoti e de' fuochi sotterranei. Il prodigioso fenomeno della magnette, la produzione del fuoco, del lume, de' colori, del suono, e mille e mille altre ricerche che ciascuno non senza maraviglia e piacere può vedere nella 4ta parte de' suoi Prinìipi: ed in ciò certamente tolse il preggio a Lucrezio, dandoci una più verisimile e più solida filosofia. Ne diede anche altri chiari e manifesti saggi negl'ammirabili suoi trattati della Diottrica e delle Meteore, ch'egli perciò chiama Specimina, per confermare maggiormente l'ipotesi da lui formata ad essere sufficiente a spiegare tutti gl'effetti ed ammirabili fenomeni della natura e rinvenire le cagioni; e con questi soli suoi princìpi e leggi del moto senza ricorrere a qualità, a cagioni finali o virtù occulte, come si facea: già ch'era lo stesso che ignorarle e pascere di vento gl'intelletti umani con vane ed inutili parole.

Non in tutto piacque agl'ultimi filosofi de' nostri tempi il sistema del mondo di Cartesio, e ne foggiarono de' nuovi. Tra gl'inglesi Tomaso Burnet ne immaginò un altro, e di poi M.r Wlston ne concepì altro più ingegnoso, i quali posero ogni loro studio per adattare le loro immaginazioni ed ipotesi alla creazione del mondo secondo che ce la descrisse Mosè. Ma, se bene intorno a quel che s'è detto dello spazio ed in alcune poche cose di sopra notate possono riprendere d'errore il Cartesio, incomparabilmente riesce più verisimile quello ideato da questo gran filosofo, che i di loro sistemi bizzarri, vani e fantastici.

Ciò che Cartesio avea perfezionato intorno il sistema del mondo, avea egli in animo di proseguire intorno all'uomo, e perciò avea destinato alle quattro parti de' suoi Princìpi aggiungerne due altre: nella quinta trattar delle piante ed animali, e nella sesta dell'uomo. Ma per molti esperimenti che li mancavano, e perché senza una esatta perizia di notomia non se ne potea con fondamento filosofare e venirne a capo, differì l'impresa, essendosi perciò dato allo studio di notomia, a questo fine dandone intanto nella quarta parte un breve saggio. Egli, se morte pur troppa acerba ed immatura non avesse resi vani i suoi disegni, avea deliberato, dopo avere trattato delle piante, degl'animali e dell'uomo, per raccorre qualche frutto di tante sue gloriose fatiche, di procurare, se mai fosse possibile, di spingere più innanzi le conoscenze intorno alla medicina, prefiggendosi per ultima mèta lo studio della morale, fine dell'uomo, ed alla quale dee egli dirizzare tutti i suoi precedenti studi, che sempre riusciranno vani ed inutili se non saranno drizzati a questo fine.

La morale è quella che ci fa riflettere a dovere di tante ammirabili opere della natura renderne grazie al creatore ed infiammarci del di lui amore, e prendere di esse quel buon uso che si conforma alla giustizia ed all'onestà, e di non far ad altri ciò che a noi non si vorrebbe essere fatto. E siccome della medicina non se ne pretende altro uso, se non sani i nostri corpi, così della morale per le nostre menti, affinché in noi «sit mens sana in corpore sano». La morale è quella che alle cose ci fa aggiungere i fini ed i rispetti, poiché, se quelle si considerano fisicamente, non ci trovaremo fine alcuno. La natura fisicamente considerata è cieca ed opera secondo il costante tenore delle sue eterne ed invariabili leggi, e solo Iddio che la creò può mutarla e darle altro corso. L'uomo, dottato di miglior accorgimento che non è ne' bruti, havvi nelle cose trovato il fine e ridottele ad uso. Né bisogna credere che quanto è nell'ampio universo tutto siasi prodotto unicamente per l'uomo, e che di tutto ciò che contiene non vi possa essere altro uso. L'uomo non è che una minima parte dell'universo, né fu da Dio creato per avere tutte l'idee delle cose che racchiude, ed aver uso del tutto, ma, avendolo Iddio dottato di miglior discorso, al quale i bruti non possono arrivare, questo ha fatto che delle cose ammirabili della natura abbia saputo trovarne uso ed adattarle a' suoi fini. Perciò si dice avergli Iddio sottoposta la terra e tutto ciò che in essa vive e cresce, cioè piante ed animali, e perciò d'averlo creato a sua imagine e similitudine, per l'intelletto del quale lo fornì più sublime, affinché avesse potuto dominare la terra e tutto ciò che in essa vive e cresce. Ma questo non fa che quanto si produce in natura tutto si faccia per l'uomo, e che Iddio per l'uomo avesse creato ogni cosa: «Quamvis enim (dice saviamente Cartesio nel principio della terza parte de' suoi Principi) in ethicis sit pium dicere omnia a Deo propter nos facta esse, ut nempe tanto magis ad agendas ei gratias impellamur eiusque amore incendamur; ac quamvis etiam suo sensu sit verum, quatenus scilicet rebus omnibus uti possumus aliquo modo; saltem ad ingenium nostrum in iis considerandis exercendum, Deumque ob admiranda eius opera suspiciendum: nequaquam tamen est verisimile sic omnia propter nos facta esse, ut nullus alius sit eorum usus; essetque plane ridiculum et ineptum id in physica consideratione supponere, quia non dubitamus quin multa existant vel olim extiterint, iamque esse desierint, quae nunquam ab ullo homine visa sunt aut intellecta, nunquamque ullum usum ulli praebuerunt». E nella terza Meditazione così ragiona: «Cum enim sciam naturam meam esse valde infirmam et limitatam, Dei autem naturam esse immensam, incomprehensibilem, infinitam, ex hoc satis etiam scio innumerabilia illum posse quorum causas ignorem; atque ob hanc unicam rationem totum illud causarum genus quod a fine peti solet, in rebus physicis nullum usum habere existimo. Non enim absque temeritate me puto posse investigare fines Dei». Per la qual cosa saviamente ponderò Bacon di Verulamio, lib. 3 De augm. scient., cap. 4, che fu maniera indegna d'un filosofo quella che sovente tennero Aristotile e Platone di indagare nella natura fisicamente riguardata questi fini, quasi che da lei fossero intesi, e che perciò fornì gli occhi di palpebre per diffenderli dalla polvere e dai raggi solari, e che avesse proveduta alla faccia d'una cute delicata insieme e forte, affinché, dovendo essere sempre esposta all'aria, non ricevesse oltraggi da' corpi che la circondano; e mille altre puerilità e cagioni finali inventate a capriccio, fingendo in ciascheduna opera di natura particolare intelligenza che l'indrizzi e guidi. La natura è per se stessa cieca, e niente opera a determinato fine che ella s'abbia; e perciò non devono riputarsi cotanto empi i libri di Lucrezio che pur ciò insegnano, e que' suoi versi quando, fisicamente parlando, disse, lib. 4, ver. 832:

Nil ideo quoniam natum est in corpore ut uti

possemus, sed quod natum est id procreat usum.

Nec fuit ante videre oculorum lumina nata,

nec dictis orare prius quam lingua creata est;

sed potius longe linguae praecessit origo

sermonem, multoque creatae sunt prius aures

quam sonus est auditus, et omnia denique membra

ante fuere (ut opinor) eorum quam foret usus.

Intorno a che è da vedersi Gassendo, tom. 2 Phisicae Sect. 3, memb. post., lib. 2, cap. 3, ove rapporta altri filosofi che furono dello istesso sentimento. Quantunque l'incomparabile Cartesio, per l'acerba ed al genere umano purtroppa dolorosa e dannosissima morte, non avesse potuto condur a fine la meditata sua impresa, e per ciò che riguarda la filosofia delle piante e degl'animali niente avesse a noi lasciato, con tutto ciò, per quel che riguarda alla natura e princìpi dell'uomo, oltre dell'ammirabile suo trattato Delle passioni che diede in luce vivendo, dopo sua morte si trovorono pregiatissimi manuscritti, ne' quali è manifesto ch'egli avea posto mano alla fabrica dell'uomo, ed a spiegarcene i suoi princìpi e fattezze; e quantunque l'opera non si fosse ridotta al suo compiuto fine, come si vede da' suoi principiati e non compiti trattati De homine et de formatione foetus, dove egli avea proposto prima trattare del corpo, da poi separatamente anche dell'anima, e finalmente dimostrare «quo pacto hae duae naturae iunctae et unitae esse debeant ad componendos homines, qui nobis similes sint»; e non ci avesse lasciato che la descrizione del corpo e la maniera colla quale e' credette dal seme formarsi nell'utero delle nostre madri il feto, nulladimanco tanto bastò che si dasse stimolo agli altri di proseguire l'impresa, e seguendo la sua traccia, adempire come si poté meglio le sue promesse; nel che non possiamo defraudare della meritata lode Ludovico de la Forge, il quale, oltre averci date savie note sopra quel trattato De homine, procurò eziandio supplire la seconda parte col suo trattato De mente humana; e Malebranche nel suo dotto e savio libro De inquirenda veritate procurò in qualche modo supplire anche alla terza. Gioverà pertanto al nostro istituto che qui si rapporti ciò che questo filosofo credette intorno alla produzione e natura dell'uomo, e di quali sostanze lo facesse composto.


 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License