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Forse all'uman genere sarebbe stato più utile e
profittevole, se, siccome questo insigne ed incomparabile filosofo venne a noi
così tardi, fosse sorto ne' secoli a noi più rimoti, quando ai filosofi era
data licenza di liberamente dire ciò che sentivano intorno alle cose naturali e
di esporre in liberi sensi le verità che dopo lunghe e travagliose ricerche
avevano rintracciate. Venne a noi Cartesio quando il mondo cristiano era tutto
persuaso che i nostri sacri libri doveano essere a noi di norma e di scorta non
pure nelle cose di religione, ma anche nelle fisiche e naturali, e quando si
credeva per costante che que' libri c'insegnassero che fosse un punto di
religione già stabilito che le nostre anime fossero immortali ed affatto
indipendenti da' nostri corpi e di sostanza diversa, sicché fuori del corpo
avessero proprio stato e propria sussistenza. E con tutto che questo gran
filosofo fosse tutto inteso a togliere dalle menti umane i molti pregiudizi
onde s'erano somministrati i tanti ostacoli per la ricerca della verità,
nientedimeno non poté non soccombere, né resistere al impetuoso fiume onde
tutto il mondo era assorto, e che assordava tutti co' suoi alti e strepitosi
romori, per divina rivelazione essere certo l'anime umane esser immortali ed
avere propria sussistenza indipendente affatto dal corpo e per conseguenza
proprio stato, ancorché da quello fossero separate. E certamente che la buona
filosofia istessa insegnava che alle divine rivelazioni dovea cedere ogni umano
discorso, poiché, non essendo stato l'uomo formato per dovere sapere e
comprendere tutto l'ampio universo e le vie tutte per le quali opera la natura,
né essere fatto per avere ed intendere tutte le idee delle cose che
nell'universo sono, non essendo egli per altro che una picciolissima e minuta
parte onde tutto l'universo si compone, a ragione, se mai l'uomo avesse avuta
questa grazia, ch'Iddio, autore e fabro della natura, avesseli rivelati gli
arcani di quella, ancorché dal corto suo intendere impercettibile, dovea, per
l'autorità di chi gliela insegnava, come onnipotente, sapiente, infinitamente
buono e giusto, e dal quale dovea esser lontano ogni inganno e bugia,
prestargli intera fede e credenza e render servo il suo ingegno ed esser
lontano dalle ricerche del come. Se a me fosse certo che quel che scrive S.
Paolo nelle sue epistole di corpo spiritale fosse stato da Dio rivelato
nettamente e non per mistero, certamente ch'io dovrei tener per indubbitato che
si dasse un corpo spirituale del quale io non posso in fisica aver idea alcuna.
Se io son certo che G. Cristo non pur fosse stato un profeta mandato da Dio, ma
Dio stesso, non ho più da dubitare ch'egli avesse potuto risorgere, penetrar i
corpi solidi ed entrar nel cenacolo ancorché le porte fossero chiuse, darci a
mangiare della sua carne e bere del suo sangue, e moltiplicarsi in tanti luoghi
non in apparenza ma in realtà, risuscitare morti e fare tutte opere prodigiose
quante i vangelisti ne raccontano. Sarebbe stato ben in sua mano mutare ed in
altra guisa disporre l'ordine della natura; né io fui fatto per sapere ed
intendere tutte l'opere della sua infinita onnipotenza.
I
Ora l'incomparabile Cartesio, perché le sue ricerche non
sembrassero contrarie alle credute divine rivelazioni intorno a ciò che riguarda
la fabrica di questo mondo aspettabile, alla maniera ed ai princìpi onde
formossi, affin di non offendere il commune concetto degli uomini, si pose con
molti pretesti e con gran cautela a filosofarne. Per non urtare ne' libri di
Mosè, egli dichiarossi che, credendo l'universo essere stato creato da un Dio
onnipotente, sapiente e buono, era certo che dal principio fosse stato creato
con tutta la sua perfezione, in guisa che fossero in lui e sole e stelle,
cielo, terra, luna e tutti gli altri pianeti: che nella terra non solamente
fossero i semi delle piante, anzi le piante istesse: non pur i semi
degl'animali, ma gli animali stessi: né che Adamo ed Eva fossero stati fatti
dalla terra infanti, ma formati uomini grandi ed adulti. Nulladimeno, siccome per
bene intendere la natura delle piante, degli animali e degli uomini è riputata
più esatta e sicura via d'esaminar la maniera come dai semi a poco a poco
sorgono, che considerarli come da Dio nell'origine del mondo fossero stati
creati, sei mai si potessero trovare princìpi non meno facili e semplici che
fecondi da' quali, come semi, avessero potuto prodursi e sole e stelle e terra
e luna e mare e tutto ciò che s'ammira in questo ampio mondo aspettabile,
ancorché forse non fossero stati i medesimi e così disposti; gioverà però
mostrandoci sufficienti a spiegare quanto si fa nell'universo e meglio
conoscere la loro natura, ed a poter bene intendere e adattare gli effetti alle
loro cagioni. Ecco come saviamente ne discorre questo insigne filosofo nella 3a
parte dei suoi Princìpi: «Non enim dubium est quin mundus ab initio
fuerit creatus cum omni sua perfectione ita ut in eo et sol et terra et luna et
stellae extiterint; ac etiam in terra non tantum fuerint semina plantarum, sed
ipsae plantae; nec Adam et Eva nati sint infantes, sed facti sint homines
adulti. Hoc fides christiana nos
docet, hocque etiam ratio naturalis plane persuadet. Attendendo enim ad
immensam Dei potentiam, non possumus existimare illum unquam quidquam fecisse,
quod non omnibus suis numeris fuerit absolutum. Sed nihilominus, ut ad
plantarum vel hominum naturas intelligendas, longe melius est considerare quo
pacto paulatim ex seminibus nasci possint, quam quo pacto a Deo in prima mundi
origine creati sint; ita, si quae principia possimus excogitare, valde
simplicia et cognitu facilia, ex quibus tanquam ex seminibus quibusdam et
sidera et terram et denique omnia quae in hoc mundo adspectabili deprehendimus
oriri potuisse demonstremus, quamvis ipsa nunquam sic orta esse probe sciamus;
hoc patto tamen eorum naturam longe melius exponemus, quam si tantum qualia iam
sint describeremus».
Credette questo filosofo aver trovati princìpi non pur
fecondi, ma anche facili e semplici; ed il caos, che gli altri filosofi lo
descrissero tutto confuso e torbido, dal quale secondo le leggi della natura
fecero nascere e sole e luna e terra e quanto venne poi disposto ed ordinato
nel mondo, egli ce lo rappressenta niente confuso, ma tutto uguale, schietto e
semplice, dicendo che la confusione non può convenire colla somma perfezione di
Dio creator dell'universo. Oltra di che con maggior facilità possono da noi
comprendersi le cose ordinate e semplici, che le ineguali e confuse. «Etsi
enim» e' dice «forte etiam ex chao per leges naturae idem ille ordo qui iam est
in rebus deduci posset, idque olim susceperim explicandum; quia tamen confusio
minus videtur convenire cum summa Dei rerum creatoris perfectione, quam
proportio vel ordo, et minus distincte etiam a nobis percipi potest; nullaque
proportio, nullusve ordo simplicior est et cognitu facilior, quam ille qui
constat omnimoda aequalitate: idcirco hic suppono omnes materiae particulas
initio fuisse tam in magnitudine quam in motu inter se aequales». Egli adunque
dalla materia, che è una e la stessa in tutti i corpi, divisibile in
qualsivoglia parte e già per se stessa in molte divisa, la quale diversamente
si muove e che conserva nell'universo la stessa quantità del moto che sino dal
principio della sua creazione gli fu impresso, fa nascere tutto ciò che si
ammira in questo mondo aspettabile. Suppone tutte le parti e particelle della
materia sin dal principio, così nella grandezza come nel moto, essere state fra
di loro eguali. Considera non aver potuto essere in questo principio di figure
sferiche, poiché più globi insieme giunti non riempiano come spazio continuo;
ma che, di qualunque figura si fossero allora quelle, non poterono poi in
progresso di tempo non farsi se non rotonde, per i vari moti circolari
ch'ebbero. Da questo muoversi, urtarsi e raggirarsi insieme la materia
degl'angoli percossi e striturati, venne ad occupare que' minuti intervalli che
fra le parti rotonde rimasero; sicché formaronsi due generi di materia per
figura molto diversi: quelle parti più minute e più agili e preste, e che
scorrendo impetuosamente aggitate per tutti quei angustissimi intervalli, ed
adattandosi le lor figure ad empire tutti quei stretti spazi che sono fra le
parti rotonde, egli chiamò «primo elemento». L'altre divise in particelle
sferiche di certa e determinata quantità, e divisibili in altre particelle
molto minori, le disse «secondo elemento»; a' quali due elementi successe il
terzo elemento di parti più grossolane e ramose, aventi figure meno atte al
moto. Questi egli chiama «elementi» di questo mondo aspettabile. E secondo le
leggi che del moto prescrisse con tanta accuratezza nella seconda parte dei
suoi Princìpi, con minuta ed esatta operazione meccanicamente da' tre
princìpi suddetti fa sorgere tutto ciò che s'osserva in questo mondo
aspettabile. «Ex his tribus» ei dice «omnia huius mundi adspectabilis corpora
componi ostendemus: nempe solem et stellas fixas ex primo, coelos ex
secundo et terram cum planetis et cometis ex tertio. Cum enim sol et
fixae lumen ex se emittant: coeli illud transmittant; terra, planetae ac cometae
remittant: triplicem hanc differentiam in adspectum incurrentem, non male ad
tria elementa referemus».
Sarebbe dilungarsi troppo dal nostro istituto e divertire
soverchio l'altrui applicazione in cose cotanto minute e sottili e che
richiedono tutta la penetrazione del nostro spirito, se volessi rapportare qui
la maniera colla quale questo miracoloso ingegno va secondo le leggi del moto,
per vie cotanto piane e semplici, tirando innanzi il suo assunto. Ciascuno o il
sa o potrà attentamente osservarlo ne' suoi Princìpi, sopra i quali
tanto si è dibattuto e scritto. Certamente che l'ipotesi è così bella ed
ingegnosa che si adattano molto a proposito quei versi del nostro Torquato
Tasso:
Magnanima
menzogna, or quando è il vero
sì bello che
si possa a te preporre?
Or, quantunque questo gran filosofo, volendo fra i cristiani
insegnare una nuova filosofia, come la quale, fra quante al mondo ne furono e
fiorirono, niuna è sì acconcia a spiegare i fenomeni della natura, avesse usate
tante riserve e protesti, non poté sfuggire però l'abbuso d'alcuni che vollero
tirarla dove meno si dovea. Da questa ipotesi certamente niente potea dedursi
che si opponesse ai libri di Mosè, anzi, supponendosi la materia creata e che,
secondo le leggi del moto che Iddio gli diede a misura e proporzione della
materia creata, conservi sempre nel mondo quella istessa quantità del moto dal
quale e dalla materia suddetta, anche divisibile in mille e mille parti, tutta
si possa produrre, maggiormente s'ammira che la divina onnipotenza e sapienza,
che per vie così piane e semplici ordinò e dispose l'universo, dasse princìpi
sì fecondi, onde quanto in quello s'ammira, si produca.
Quello però che nella 2d.a parte dei suoi Princìpi
credette intorno alla natura ed essenza di questa materia corporea ed
estensa onde il tutto si compone, non fu ben ricevuto da' più savi, per le
conseguenze pur troppo perniciose che ne potrebbero derivare; poiché, credendo
che non consistesse in altro l'essenza del corpo che nell'essere estenso in lungo,
lato e profondo, poiché tutte le altre modificazioni che può
ricevere il corpo, o sia di gravità, o di leggierezza, o fluidità, ovvero
durezza, o di rotondità, o di altre qualsivogliono figure, possono cancellarsi
o variarsi, ma non giammai potrà perdere l'estensione in lungo, lato e
profondo, ne venne in conseguenza che dovesse ammettere per corpo anche lo
spazio, che pure ritiene le proprietà istesse; e così non meno il luogo, ovvero
spazio interno sarà corpo, che lo spazio esterno: quindi era duopo dire che non
si dasse in natura vacuo alcuno, ma che tutto fosse pieno, e per conseguenza la
materia non essere altro che uno spazio continuato, non potendosi concepire
spazio senza che nell'istesso tempo non concepiamo estensione, cioè corpo. Ecco
come questo filosofo ne ragiona nella 2d.a parte de' suoi Princìpi:
«Vacuum autem, philosophico more sumptum, hoc est in quo nulla plane sit
substantia, dari non posse manifestum est, ex eo quod extensio spati, vel loci
interni, non differat ab extensione corporis. Nam cum ex hoc solo, quod corpus
sit extensum in longum, latum et profundum, recte concludamus illud esse
substantiam: quia omnino repugnat ut nihili sit aliqua extensio, idem etiam de
spatio quod vacuum supponitur est concludendum: quod nempe cum in eo sit extensio,
necessario etiam in ipso sit substantia». Così, facendo egli consistere la
natura della sostanza corporea nella sola estensione, e non distinguendola
dall'estensione che si attribuisce a qualunque spazio esterno, inane o
imaginario che fosse ripetendo poco da poi: «Postquam sic advertimus
substantiae corporeae naturam in eo tantum consistere, quod sit res extensa;
eiusque extensionem non esse diversam ab ea quae spatio quantumvis inani tribui
solet» etc., quindi alcuni hanno ragionevolmente presa occassione di dire che
in sostanza, di sentenza di Cartesio, l'ampio universo sia infinito, poiché
qualunque spazio noi possiamo immaginarsi più in là oltre i suoi confini,
sempre trovaremo estensione, che per lui sarà lo stesso che sostanza corporea,
e si caderà nella sentenza di Lucrezio, lib. I, che vuole la materia infinita.
Né si appagarono dell'equivocazione dell'indefinito, quasi che
l'universo non già fosse infinito ma indefinito, non potendoli
noi assegnare fine alcuno, poiché questo non è che un gioco di parole; anzi
perché noi non possiamo al mondo assegnare fine, non potendo concepire più in
là spazio senza estensione, senza corpo, questo istesso sarà farlo infinito,
siccome apertamente di ciò vien convinto Cartesio nell'istesso luogo dicendo:
«Cognoscimus praeterea hunc mundum, sive substantiae corporeae universitatem,
nullos extensionis suae fines habere. Ubicumque enim fines illos esse fingamus,
semper ultra ipsos aliqua spatia indefinite extensa non modo imaginamur, sed
etiam vere imaginabilia, hoc est realia esse percipimus; ac proinde etiam
substantiam corpoream indefinite extensam in iis contineri: quia, ut iam fuse
ostensum est, idea eius extensionis quam in spatio qualicumque concipimus,
eadem plane est cum idea substantiae corporeae». Quest'istesso adunque sarà
riputar la materia infinita, giacché non possiamo prefiggerli fine alcuno,
poiché nell'istesso tempo che ci forzaremo imaginarselo, subito occorre che più
in là vi sia molto spazio, e questo sarà pure materia, e per conseguenza
anderemo nell'infinito. Questo fece che non tutti rimasero persuasi della sua
sentenza, non già che quella si opponesse ad Esaia nel cap. 40, v 18, dove dice
Iddio aver posti i termini alla terra: «Deus sempiternus Dominus, qui creavit
terminos terrae», poiché è chiaro che qui il profeta parla de' termini della
terra, non già di tutto l'ampio universo. Oltre che s'è abbastanza da' più savi
dimostrato che il favellar della Scrittura di queste cose fisiche e naturali
dovea essere quello che si adatta al commune uso degli uomini; e non fu che
popolare, non filosofico, poiché altrimenti Giosuè sarebbe stato riputato pazzo
dall'esercito ebreo, se, invece di commandare al sole che si restasse, avesse
detto alla terra che non si movesse. Parimenti Elieu Buzite, amico di Giob,
parlò secondo la sua e la volgare credenza quando disse, cap. 37,v. 18: «Tu
forsan cum eo fabricatus es coelos, qui solidissimi quasi aere fusi sunt?»:
sarebbe ora certamente beffato e deriso chi, parlando filosoficamente, dicesse
i cieli essere solidissimi e come rame o bronzo fusi.
Inoltre Cartesio tirò più innanzi questa sua dottrina,
dicendo che noi possiamo più facilmente avere idea dell'infinito che del
finito, poiché in natura non possiam considerare termine tale, che oltre di
quello non concepiamo altri spazi, almeno immaginari; se questi certamente
hanno l'istessa proprietà di largo, lato e profondo, non possiamo non
concepirli che estensi e per conseguenza per corpi infiniti, perché non possono
avere mai fine.
A tutto ciò s'aggiunga che, secondo questa ipotesi, Iddio
prima della creazione dell'universo non avrebbe potuto creare due soli corpi
sferici, poiché questi due corpi per essere sferici non s'avrebbero potuto
toccare insieme secondo tutti i lati, ma solamente in un punto; dunque fra le
altre parti della loro circonferenza avrebbe dovuto frapporsi qualche spazio
perché non si toccassero: se questo spazio mi si dirà anche corpo, perché sarà
sibbene estenso siccome i due corpi sferici creati, non avrà più creato Iddio
due corpi sferici, ma un sol corpo uguale, indivisibile ed infinitamente
estenso.
Dacciò ancora ne deriva che, non facendosi consistere in
altro la materia che nello spazio ch'è sempre stato e sarà sempre, per
conseguenza si cade nell'opinione de' Caldei, i quali, secondo che scrive
Diodoro, lib. 2, cap. 8: «Mundum sempiternum esse aiunt, neque principium
habuisse, neque sortiturum esse finem». Certamente che, siccome dal niente lo
creò, puol Iddio a niente ridurre tutto l'universo, e non possiamo questo
niente non imaginarselo che un ampio ed immenso vuoto, dove niuna sostanza sia,
ma non cessaremo d'immaginarselo infinitamente lungo, lato e profondo, ché, in
sentenza di Cartesio, questo sarebbe farlo reale, poiché ei dice: «Ac proinde
etiam substantiam corpoream indefinite extensam in iis contineri». Se dunque
dell'universo, così imaginando, non possiamo concepir fine, per la ragione
istessa non potremo assignarli principio alcuno, poiché questo spazio siccome
sarà sempre, così bisogna dire che sempre sia stato. Quindi con molta ragione
questa dottrina dello spazio di Cartesio alcuni non ebbero ritegno di riputarla
un delirio, siccome la riputò M.r Nicole, il quale, tom. 2, epist.
83 in fine ci rende ancor testimonianza che M.r Pascale fu del
medesimo sentimento. Ma non perché in ciò avesse preso abbaglio
quest'incomparabile filosofo, dovrà dirsi che per questo rovinerà o sarà
gittato a terra quell'ammirando ed ingegnoso suo sistema. Sussiste ben egli, né
puole da questo urto ricevere nel rimanente crollo alcuno: siccome non si
rovinò il sistema di lui formato intorno alla fabrica dell'uomo e sue
operazioni ed effetti, perché dapoi da' più periti ed esperti notomici fu
osservato che la glandola pineale, per essere sovente ricettacolo di mucchi ed
impurità, non poteva essere adattata ed acconcia ad essere stabilita centro ove
derivassero ed andassero a terminare tutti i nervi e filamenti ond'è sparso il
nostro corpo, sicché avesse ivi potuto collocarsi la principale sede della
nostra anima, per ivi dare e ricevere insieme le impressioni dei corpi che ci
circondano, poiché basterà che nel nostro cerebro, o nelle sue cavità o
membrane, si trovi questo punto ove vadino a terminare tutte le linee della
circonferenza del nostro microcosmo, poco importando che si stabilisca questo luogo
o in quella glandola o in altra più intima e riposta parte: non si rovinerà
perciò la sua ingegnosa ipotesi dell'uomo: così non si rovescierà il sistema
concepito intorno alla fabrica del mondo, se a questa estensione si darà un
soggetto per sé essistente, sicché l'essere lato, lungo e profondo sia sua
modificazione e proprietà intrinseca che lo faccia distinguere dalle altre cose
che Iddio ha potuto creare nell'universalità della natura, che non siano
estense, delle quali noi, come si dirà più innanzi, infinora non abbiamo idea
alcuna, perché l'uomo non è stato formato per aver idea di tutte le cose che
possono essere nell'universo e che l'onnipotenza divina ha potuto creare.
Questo soggetto sarà la sostanza, cioè cosa che per sé
esista, nel che possono convenire tutte le altre cose che Iddio ha creato o può
creare, e che per sé sussistono. La sostanza è un genere nel quale tutte le
cose convengono al moto esterno, inane ed imaginario che niente ha di
reale, e per conseguenza in cotal guisa potremo trovare e concepire i confini
dell'universo, e non farlo esterno ed infinito; e l'istesso Cartesio nella
sostanza fa convenire Iddio stesso colle sue creature.
Ma v'intende una grandissima differenza tra l'un essere e
l'altro. Iddio è per se stesso, e le sue creature sono per lui; onde Mosè bene
ne concepì l'idea quando scrisse Iddio avergli rivelato il suo proprio nome
essere il Dio «sono», ovvero «quel che fu, e quel che sempre sarà», dagli Ebrei
perciò chiamato Iaheuh, ovvero il Iao, come anche legge Boccardo, oltre Diodoro
Siciliano. È nota l'istoria che pascendo Mosè (ne' sacri libri) la greggia
nell'Arabia sull'Oreb, Dio gli commandò che, calato in Egitto, dicesse al
popolo d'Israele che il Dio de' loro padri lo inviava ad essi: Esod., 3,
v. 10. Dubitò tantosto Mosè che questo popolo rozzo, come uso a sentirsi
continuo risuonar nell'orecchio dio Chamo, dio Giano, dio Diri, e
sifatti nomi di deità, ove la prima voce è il nome appellativo e la 2a
è il proprio, gl'avrebbe chiesto qual era il nome proprio di questo Dio de'
padri loro. Pertanto interrogò a Dio, se veniale fatta tale richiesta, che
dovea rispondere? Allora Dio per rendergli noto che gl'altri erano dei vani e
di sol titolo, ed esso solo il vero, si pose due nomi propri, un «sarò»,
l'altro «fu», che la vulgata versione legge così, Esod., 3, v. 1,:
«Dixit Deus ad Mosen: "Ego sum qui sum: sic dices filiis Israel: Qui est
misit me ad vos"», poiché quel che sempre fu e sarà, sempre è. Ma questo
ultimo nome di «fu» ormai più gli piacque e il si ritenne. Simile istoria venne
da Dio stesso spiegata allor che altra volta in Egitto disse a Mosè: «Io sono Iaheuch,
ovvero Iao (Esod., 6, v. 2-3), e comparvi ad Abramo, ad
Isaacco ed a Giacobbe, come Dio Saddai, cioè onnipotente, e nel nome mio
Iaheuch (Iao) non fui conosciuto da essi loro».
Ed in vero di Dio solo può dirsi che sia, e questo nome
spiega acconciamente la sua divina essenza, poiché tutte le altre cose che
nascono e muoiono non posson propriamente dirsi che siano. Verità
conosciuta eziandio dagli antichi filosofi, e sopra ogni altro da Platone in Timeo,
il quale perciò i nostri teologi, seguendo il lor costume, voglion
che tal dottrina l'avesse appresa dai libri di Mosè. Platone, di questo essere
parlando, disse:«Quid illud est quod semper est, nec tamen ortum ullum
habet; quid illud contra, quod semper nascitur et nunquam est? Prius illud
quidem, quod semper atque eodem modo est, ab sola intelligentia cum ratione
percipitur. Alterum hoc, quod oritur simul et occidit, neque unquam vere est,
in ea dumtaxat, quam sensus ab omni ratione vacuus efficit, opinione
versatur». Ciocché Numenio Pitagorico spiegò assai dottamente dicendo al lib. 2°
de bono: «"Quod enim est, id sempiternum est, atque eodem sese modo
constanter habet etc. Maneat igitur et tanquam verum sumatur incorporeum esse,
id quod est. Quaerit Plato, quid illud sit, quod est; id sine dubio carere ortu
statuens; mutaretur enim alioqui: si autem mutaretur, sempiternum id non
esset". Inde aliquantum progressus haec addit: "Si quod est, id
omnino sempiternum et immutabile est, nec ab sese ulla unquam varietate
discedit, sed in una semper eademque ratione permanet, illud unum profecto sit
oportet, quod intelligentia cum ratione capiatur"». Leggasi quel savissimo
discorso di Plutarco nel lib. De syllaba εΐ (es) delphico
tempio inscripta, dove fra le altre cose dice: «Nos enim nullo modo sumus,
sed omnis omnino natura mortalis, in quodam interitus ortusque medio
constituta, umbram sui dumtaxat aliquam exilemque, ac lubricam opinionem
ostendit». E poco dapoi: «Ecquid igitur illud est quod vere est? Id unum utique
quod sempiternum est, quod ortu simul interituque caret, cui nullum tempus
mutationem affert». Leggasi ancora quanto Eusebio, lib. II Praeparat.
evang., cap. II, da cui fu questo luogo trascritto. Prenderò ancora su i
riferiti passi di Platone e di Numenio nel lib. II Praeparat. evangelica, cap.
9 e 10. Dee recar maraviglia come non sia caduto in mente a' nostri scrittori,
sentendo Omero mettere per proprio aggiunto degli dii essere «sempre
esistenti», non abbiano detto che lo prese da Mosè.
Ma non si sono accorti i nostri semplici ed innocenti
teologi che di questo modo di parlare i filosofi gentili se ne valevano per
ispiegare la differenza che intercede tra le cose composte ed i loro primi
princìpi semplicissimi ed incorruttibili. Questi l'avean per eterni, ed a'
quali attribuivano un vero essere; a tutte le altre di natura mortale,
che, scomponendosi, passano ora in una forma ora in altra, che ora nascono ora
muoiono e spariscono, non gli davan per questa loro volubilità e spesso
cangiamento quel essere che sempre fu e sarà sempre eterno ed
immutabile. A' primi semi delle cose attribuisce quest'essere Lucrezio
in tutti i suoi libri della Natura delle cose, che perciò gli fa eterni
ed immutabili. Altri filosofi a tutta la natura, che perciò la fanno eterna ed
infinita. E poiché questi non ebbero idea di creature e creatore, supponendo
che dal niente non si possa crear altro che un nulla, ma che da cosa si faccia
cosa, quindi male vengono adattate queste loro frasi alla dottrina che Mosè ci
lasciò nei suoi libri intorno al vero essere, da lui non attribuito che al solo
Iddio d'Abramo.
Quando concepiamo un Dio creatore, certamente che a questo
Dio conviene più che alle sue creature il nome di Essere, poiché
l'essere da lui ricevono, e perciò quelle impropriamente si dicono sustanze. E
perciò Cartesio disse che Iddio e le creature convengono nell'esser
sostanze, ma non già univoce, come si parla nelle scuole. Ma non
potrebbero dirsi sue creature se non fossero state dal niente ridotte in
qualche essere, ancor che flussile, variabile e sempre mobile ed
inconstante, le quali a riguardo del primo essere possono ben dirsi che
non siano, ma non perciò saranno uno spazio vano; sono cose, ma
che tutto il loro essere lo derivono da Dio che gli puol fare meritare il nome
di sostanza, alla quale aggiunto l'attributo di longo, lato e profondo,
fassi che possa denominarsi sustanza estensa, che la distingue dalla sustanza
divina, ch'è incorporea ed infinita, e della quale per la sola nostra
cogitazione, non già per li sensi e per l'imaginazione, possiamo averne idea.
Così non errerà chi dice che l'estensione sia una modificazione della sostanza,
e per conseguenza lo spazio inane ed immaginario non sarà corpo, né sostanza
estensa, né creatura, ma un puro niente. Egl'è vero che alcuni questa sostanza
che riconoscono nelle creature non han potuto separarla dalla sustanza divina,
e che Iddio stesso fosse la sustanza, la natura e l'essere di
tutte le cose; nel che, oltre Benedetto Spinosa, ch'ha questa dottrina per
fondamento del suo sistema, par che inclini eziandio Malebranche, poiché a Dio
tutto rifonde. Ed in vero, siccome si è veduto nella prima parte, così
interpretavano il Dio di Mosè i gentili, che fosse nel tutto, e che ogni
cosa in lui fosse: sicché quest'Essere che alle cose si dà non lo
credevano dipendere da Dio, come egli dal niente l'avesse create, non potendo
ciò capire, sul pregiudizio che da niente si fa niente, ma che fosse Iddio
stesso; e Malebranche dice di più, che tutte le operazioni che s'attribuiscono
alle cause 2e devono attribuirsi ad Iddio e non alla virtù ed
efficacia forse dateli nel principio della creazione, dicendo che Dio tutto fa,
perché egli è il tutto. Fozio nella sua Biblioteca, cod. 244, pag. 1151,
ci conservò, come si è detto, quel lungo passo tratto dal quarantesimo libro di
Diodoro Siciliano, ora perduto. Dove questo insigne storico, rapportando la
religione e le savie leggi stabilite da Mosè al popolo ebreo, narra che
degnamente costui concepì l'idea di Dio, facendolo non di forma umana o di
animale, come l'altre nazioni se '1 finsero, ma ch'egli solo contenesse in sé e
cielo e terra e mare e tutto: «Imagines deorum» e' dice «omnino non sculpsit,
quod putavit humana Deum non videri forma, sed coelum terram ambiens esse Deum,
et omnia suo imperio gubernare».` Erodoto questa istessa opinione, come pure fu
avvertito nella parte prima, rapporta de' Persiani. Gli stoici confusero
eziandio le creature col creatore, e Seneca, lib. 6 De beneficiis, cap.
7, scrisse pure: «Deum non esse sine natura». Cicerone ci ha conservato pure un
frammento di Pacuvio poeta, il quale di Dio pur tenne lo stesso concetto,
dicendo: «Quidquid est hoc, omnia animat, format, alit, auget, creat, /
sepelit, recipitque in sese omnia omniumque idem est pater, / indidemque
eademque oriuntur de integro atque eodem occidunt».
Quindi Manilio, in quel suo elegantissimo carme consegrato
ad Augusto, cantò pure:
Omnia
mortali mutantur lege creata,
nec se cognoscunt terrae vertentibus
annis.
Exutae variant faciem per saecula gentes,
at manet incolumis mundus, suaque omnia
servat;
quae nec longa dies auget minuitque
senectus;
nec motus puncto currit cursusque fatigat.
Idem semper erit, quoniam semper fuit
idem.
Non alium videre patres, aliumve nepotes
adspicient: Deus est qui non mutatur in
aevo.
Strabone,
reputando che Mosè fosse di quest'istessa credenza, parlando di lui nel lib. 16
disse: «Affirmabat enim docebatque Aegyptios non recte sentire, qui bestiarum
ac pecorum imagines Deo tribuerent; itemque Afros et Graecos, qui diis hominum
figuram effingerent. Id vero solum esse Deum quod nos et terram ac mare
continet, quod coelum et mundum et rerum omnium naturam appellamus, cuius
profecto imaginem nemo sanae mentis alicuius earum rerum quae penes nos sunt
similem audeat effingere. Proinde omni simulacrorum effictione
repudiata, dignum ei templum ac delubrum constituendum ac sine aliqua figura
colendum».
Donde avvenne che alcuni, per rendere il contro cambio ai
nostri teologi, han detto che Mosè fosse panteista, ovvero spinosista;
che con Dio confondesse pure tutte le cose e credesse ch'Iddio fosse lo
stesso che la natura e tutto l'ampio universo.
Ma, in verità, la dottrina di questi gentili filosofi non è
in tutto conforme ai sentimenti di Mosè, che ci espresse ne' suoi libri, come è
per se stesso manifesto a chi attentamente ne' medesimi riguarderà la
destinzione che fa tra creatore e creatura; o almeno de che in quelli al uomo s'attribuisce
propria e natural malizia, e che sia una creatura di sua natura inclinata al
male, cosa dall'idea di Dio, secondo Mosè istesso, affatto lontana ed
impropria; seppure non voglia dirsi che la bontà e la malizia siano
modificazioni ed attributi della sostanza, la quale per la stessa considerata,
trascende da ogni vizio o virtù; ed Iddio, secondo la sustanza, è tutto
l'universo, non già a riguardo delle modificazioni, che nulla sono né hanno
proprio e vero essere. Meglio questa dottrina si adatta all'opinione di
quei filosofi (alla quale finalmente, tolta ogni equivocazione, par che si
riduchi il sistema di Spinosa), li quali, siccome s'è detto, confusero Iddio
colla natura, e ciò che Mosè disse di Dio attribuiscono alla natura,
includendo nella medesima tutto l'ampio universo, che perciò lo finsero eterno,
infinito e che non ebbe principio alcuno siccome non avrà mai fine, siccome
Lucrezio ci descrisse i primi semi e princìpi delle cose, e che sono, furono e
saranno in eterno.
II
Siccome non possiam sostenere l'ipotesi di Cartesio, se alla
estensione non sia dato per appoggio cosa creata che per sé sussista,
così a torto fugli imputato che, secondo il suo sistema, l'universo senz'architetto
fosse surto, e che, secondo le leggi del moto, il tutto meccanicamente
siasi fatto, poiché egli non men quelle leggi l'ha come da Dio dettate,
ma il moto istesso lo fa prodotto, non eterno ed increato, dicendo che
Iddio non men creò nel principio la materia che il moto istesso,
ed egli prescrisse quelle leggi che ne' corpi che si movano osserviamo.
Nell'idea che abbiamo del corpo, e' dice, non c'includiamo certamente moto
alcuno, e molto meno quiete. Sicché l'estensione non ha niente di commune col
moto e colla quiete, o che fossero sue apparenze. Iddio nella creazione della
materia lo diede e communicò a' corpi, ed Iddio ce lo conserva nella quantità
istessa che sin dal principio gli diede con quelle leggi. Né perché da poi in
seguela dalle medesime, serbando un tenor costante, ne sia surto meccanicamente
tutto ciò che s'ammira in questo mondo aspettabile, possiamo dire che sia
prodotto senza architetto. Anzi ammiriamo piuttosto la sapienza ed onnipotenza
del fabro, che per vie così semplici e piane, secondo quelle schiette e facili
leggi di moto impresso alla materia, ne abbia potuto fare sorgere una macchina
sì varia ed ammirabile, e sì portentosa e stupenda. Ma è altresì vero che si
attendano le acute riflessioni di Newtone e di . . ., i quali han dimostrato
che l'ipotesi di Cartesio e la sua meccanica non basta a far che i corpi
celesti abbiano quel moto circolare e periodico e che dovrebbero, assai confuso
e disordinato, non così metodico come l'osserviamo. Certamente che a Dio che lo
regola, a libro, dovrem ricorrere. Secondo questo filosofo adunque, questa gran
macchina del mondo surse da quegl'elementi e secondo le leggi del moto che
Iddio impresse alla materia; tutto fu prodotto e s'ebbe quel ordine che
nell'universo si vede, poiché, poste tali leggi, questa disposizione e non
altra doveane seguire, e tutto quello che in natura accade secondo queste
immutabili leggi, spontaneamente non meno che di necessità succede. Egli
ancora, secondo questi suoi princìpi, spiega tutti i fenomeni che
osserviamo in natura: quanto nel cielo, nel sole, nelle stelle e nelle comete
si vede; quanto nella terra e negli altri pianeti. Ciò che nel mare e suo
flusso e riflusso, e quante meteore nell'aria si formino; ciò che nella
terra si produce, nelle mine de' metalli e dentro le sue viscere de' tremuoti e
de' fuochi sotterranei. Il prodigioso fenomeno della magnette, la
produzione del fuoco, del lume, de' colori, del suono, e mille e mille altre
ricerche che ciascuno non senza maraviglia e piacere può vedere nella 4ta
parte de' suoi Prinìipi: ed in ciò certamente tolse il preggio a Lucrezio,
dandoci una più verisimile e più solida filosofia. Ne diede anche altri chiari
e manifesti saggi negl'ammirabili suoi trattati della Diottrica e delle Meteore,
ch'egli perciò chiama Specimina, per confermare maggiormente
l'ipotesi da lui formata ad essere sufficiente a spiegare tutti gl'effetti ed
ammirabili fenomeni della natura e rinvenire le cagioni; e con questi soli suoi
princìpi e leggi del moto senza ricorrere a qualità, a cagioni finali o virtù
occulte, come si facea: già ch'era lo stesso che ignorarle e pascere di vento
gl'intelletti umani con vane ed inutili parole.
Non in tutto piacque agl'ultimi filosofi de' nostri tempi il
sistema del mondo di Cartesio, e ne foggiarono de' nuovi. Tra gl'inglesi Tomaso
Burnet ne immaginò un altro, e di poi M.r Wlston ne concepì altro
più ingegnoso, i quali posero ogni loro studio per adattare le loro
immaginazioni ed ipotesi alla creazione del mondo secondo che ce la descrisse
Mosè. Ma, se bene intorno a quel che s'è detto dello spazio ed in alcune poche
cose di sopra notate possono riprendere d'errore il Cartesio, incomparabilmente
riesce più verisimile quello ideato da questo gran filosofo, che i di loro
sistemi bizzarri, vani e fantastici.
Ciò che Cartesio avea perfezionato intorno il sistema del
mondo, avea egli in animo di proseguire intorno all'uomo, e perciò avea
destinato alle quattro parti de' suoi Princìpi aggiungerne due altre:
nella quinta trattar delle piante ed animali, e nella sesta dell'uomo.
Ma per molti esperimenti che li mancavano, e perché senza una esatta perizia di
notomia non se ne potea con fondamento filosofare e venirne a capo, differì
l'impresa, essendosi perciò dato allo studio di notomia, a questo fine dandone
intanto nella quarta parte un breve saggio. Egli, se morte pur troppa acerba ed
immatura non avesse resi vani i suoi disegni, avea deliberato, dopo avere
trattato delle piante, degl'animali e dell'uomo, per
raccorre qualche frutto di tante sue gloriose fatiche, di procurare, se mai
fosse possibile, di spingere più innanzi le conoscenze intorno alla medicina,
prefiggendosi per ultima mèta lo studio della morale, fine
dell'uomo, ed alla quale dee egli dirizzare tutti i suoi precedenti studi, che
sempre riusciranno vani ed inutili se non saranno drizzati a questo fine.
La morale è quella che ci fa riflettere a dovere di tante
ammirabili opere della natura renderne grazie al creatore ed infiammarci del di
lui amore, e prendere di esse quel buon uso che si conforma alla giustizia ed
all'onestà, e di non far ad altri ciò che a noi non si vorrebbe essere fatto. E
siccome della medicina non se ne pretende altro uso, se non sani i
nostri corpi, così della morale per le nostre menti, affinché in noi
«sit mens sana in corpore sano». La morale è quella che alle cose ci fa
aggiungere i fini ed i rispetti, poiché, se quelle si considerano fisicamente,
non ci trovaremo fine alcuno. La natura fisicamente considerata è cieca ed
opera secondo il costante tenore delle sue eterne ed invariabili leggi, e solo
Iddio che la creò può mutarla e darle altro corso. L'uomo, dottato di miglior
accorgimento che non è ne' bruti, havvi nelle cose trovato il fine e ridottele
ad uso. Né bisogna credere che quanto è nell'ampio universo tutto siasi
prodotto unicamente per l'uomo, e che di tutto ciò che contiene non vi possa
essere altro uso. L'uomo non è che una minima parte dell'universo, né fu da Dio
creato per avere tutte l'idee delle cose che racchiude, ed aver uso del tutto,
ma, avendolo Iddio dottato di miglior discorso, al quale i bruti non possono
arrivare, questo ha fatto che delle cose ammirabili della natura abbia saputo
trovarne uso ed adattarle a' suoi fini. Perciò si dice avergli Iddio sottoposta
la terra e tutto ciò che in essa vive e cresce, cioè piante ed animali, e
perciò d'averlo creato a sua imagine e similitudine, per l'intelletto del quale
lo fornì più sublime, affinché avesse potuto dominare la terra e tutto ciò che
in essa vive e cresce. Ma questo non fa che quanto si produce in natura tutto
si faccia per l'uomo, e che Iddio per l'uomo avesse creato ogni cosa: «Quamvis
enim (dice saviamente Cartesio nel principio della terza parte de' suoi
Principi) in ethicis sit pium dicere omnia a Deo propter nos facta
esse, ut nempe tanto magis ad agendas ei gratias impellamur eiusque amore
incendamur; ac quamvis etiam suo sensu sit verum, quatenus scilicet rebus
omnibus uti possumus aliquo modo; saltem ad ingenium nostrum in iis
considerandis exercendum, Deumque ob admiranda eius opera suspiciendum:
nequaquam tamen est verisimile sic omnia propter nos facta esse, ut nullus
alius sit eorum usus; essetque plane ridiculum et ineptum id in physica
consideratione supponere, quia non dubitamus quin multa existant vel olim
extiterint, iamque esse desierint, quae nunquam ab ullo homine visa sunt aut
intellecta, nunquamque ullum usum ulli praebuerunt». E nella terza Meditazione
così ragiona: «Cum enim sciam naturam meam esse valde infirmam et
limitatam, Dei autem naturam esse immensam, incomprehensibilem, infinitam, ex
hoc satis etiam scio innumerabilia illum posse quorum causas ignorem; atque ob
hanc unicam rationem totum illud causarum genus quod a fine peti solet, in
rebus physicis nullum usum habere existimo. Non enim absque temeritate me puto
posse investigare fines Dei». Per la qual cosa saviamente ponderò Bacon di
Verulamio, lib. 3 De augm. scient., cap. 4, che fu maniera indegna d'un
filosofo quella che sovente tennero Aristotile e Platone di indagare nella
natura fisicamente riguardata questi fini, quasi che da lei fossero intesi, e
che perciò fornì gli occhi di palpebre per diffenderli dalla polvere e dai
raggi solari, e che avesse proveduta alla faccia d'una cute delicata insieme e
forte, affinché, dovendo essere sempre esposta all'aria, non ricevesse oltraggi
da' corpi che la circondano; e mille altre puerilità e cagioni finali inventate
a capriccio, fingendo in ciascheduna opera di natura particolare intelligenza
che l'indrizzi e guidi. La natura è per se stessa cieca, e niente opera a
determinato fine che ella s'abbia; e perciò non devono riputarsi cotanto empi i
libri di Lucrezio che pur ciò insegnano, e que' suoi versi quando, fisicamente
parlando, disse, lib. 4, ver. 832:
Nil ideo
quoniam natum est in corpore ut uti
possemus, sed quod natum est id
procreat usum.
Nec fuit
ante videre oculorum lumina nata,
nec dictis
orare prius quam lingua creata est;
sed potius longe linguae praecessit
origo
sermonem, multoque creatae sunt prius
aures
quam sonus est auditus, et omnia denique
membra
ante fuere (ut opinor) eorum quam foret
usus.
Intorno a che è da vedersi Gassendo, tom. 2 Phisicae
Sect. 3, memb. post., lib. 2, cap. 3, ove rapporta altri filosofi che
furono dello istesso sentimento. Quantunque l'incomparabile Cartesio, per
l'acerba ed al genere umano purtroppa dolorosa e dannosissima morte, non avesse
potuto condur a fine la meditata sua impresa, e per ciò che riguarda la
filosofia delle piante e degl'animali niente avesse a noi lasciato, con tutto
ciò, per quel che riguarda alla natura e princìpi dell'uomo, oltre dell'ammirabile
suo trattato Delle passioni che diede in luce vivendo, dopo sua morte si
trovorono pregiatissimi manuscritti, ne' quali è manifesto ch'egli avea posto
mano alla fabrica dell'uomo, ed a spiegarcene i suoi princìpi e fattezze; e
quantunque l'opera non si fosse ridotta al suo compiuto fine, come si vede da'
suoi principiati e non compiti trattati De homine et de formatione foetus, dove
egli avea proposto prima trattare del corpo, da poi separatamente anche
dell'anima, e finalmente dimostrare «quo pacto hae duae naturae iunctae et
unitae esse debeant ad componendos homines, qui nobis similes sint»; e non ci
avesse lasciato che la descrizione del corpo e la maniera colla
quale e' credette dal seme formarsi nell'utero delle nostre madri il feto,
nulladimanco tanto bastò che si dasse stimolo agli altri di proseguire
l'impresa, e seguendo la sua traccia, adempire come si poté meglio le sue
promesse; nel che non possiamo defraudare della meritata lode Ludovico de la
Forge, il quale, oltre averci date savie note sopra quel trattato De homine,
procurò eziandio supplire la seconda parte col suo trattato De mente
humana; e Malebranche nel suo dotto e savio libro De inquirenda veritate
procurò in qualche modo supplire anche alla terza. Gioverà pertanto al
nostro istituto che qui si rapporti ciò che questo filosofo credette intorno
alla produzione e natura dell'uomo, e di quali sostanze lo facesse composto.
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